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Il gusto del “gratuito”: abbuffate e possibili casi di indigestione

Dalle saponette degli hotel ai servizi che non abbiamo mai pagato e forse non pagheremmo mai (Gmail, Facebook, ecc.). Il gusto del gratuito tra strategie, vantaggi e rischi.

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Poiché anche il caos universale disprezza chi si mette a dieta, è capitato che la mia pizzeria preferita triangolasse con il mio ufficio e casa mia, il tutto nel giro di 3 minuti a piedi.

Questa coincidenza si è tradotta in una decina di pizze alla settimana: a mezzogiorno, quando in mensa non c’era niente che mi ispirava; e alla sera, quando dopo il lavoro di cucinare proprio zero.

Davo un colpo di telefono e dicevo “Ciao Duda, sono io. Passo a prendere il solito”, e loro sapevano.

Il pizzaiolo era il proprietario. Il locale, aperto dal padre 30 anni fa, molto ben avviato e sempre pieno.
Eppure, in due anni di pizze a pranzo e a cena, mai un caffè offerto.
Una volta attendevo la mia preferita da asporto, melanzane e parmigiano, e la moglie del padrone mi fa “Vuoi bere qualcosa intanto che aspetti?” e io: “Grazie, volentieri”. E al momento di pagare, la bibita era stata aggiunta al conto…

Non ho mai pensato che potesse o dovesse offrirmi una pizza. Quello è il suo business, chissà quanti clienti fissi e quanti amici ha. Ma un gesto ogni tanto: una bibita, un dessert, o semplicemente non fatturare l’ingrediente extra, mi avrebbe fatto sentire… speciale? Considerato? Apprezzato?

Il potere della parola GRATIS

Il gratuito ci attira. Ci conforta.
Per questo non me la prendo troppo se qualcuno che non conosco mi contatta e mi chiede consigli sul suo personal branding, sui problemi che ha con il proprio capo, sulle opportunità di lavoro che potrebbe avere col suo profilo (se solo capisse di averne uno) e si aspetta che io li dia gratuitamente.

Non me la prendo troppo quando spiego che offro dei servizi di questo tipo a pagamento e la persona rimane interdetta e mi dice “ah, ma quanto costa?”, come se avessi detto che l’aria che respira è a pagamento.

Non me la prendo troppo, ma non so mai bene qual è il confine tra la richiesta amichevole, il “ci sto provando magari mi va bene” e la beata innocenza di chi pensa che tutto sia dovuto.

Forse è una questione di intangibilità? La consulenza non si tocca, i generi alimentari sì.
E allora le patate le paghiamo senza problemi.
Ma anche in questo caso: proviamo piacere quando il fruttivendolo ne aggiunge tre o quattro dopo la pesa, vero? Come se fossero quei 10 centesimi a fare la differenza.

Irrazionale ma funziona

Eppure, benché questo meccanismo sia assolutamente naturale e comprensibile, non è razionale
Proprio per niente. Zero, a dirla tutta.

Per il suo libro “Free: the Future of Radical Price” (credo che sia tradotto in italiano con “Gratis: come funzionerà l’economia del futuro”), Chris Anderson aveva effettuato un esperimento interessante che è diventato altrettanto famoso.

A un gruppo di persone è stata proposta l’opzione di acquistare un tartufo al cioccolato dall’aspetto artigianale per 18 centesimi, oppure un cioccolatino industriale genere Bacio per 1 centesimo. La maggioranza scelse il tartufo.

Quando però il prezzo del tartufo al cioccolato venne abbassato a 1 centesimo, mentre il Bacio divenne gratuito, la maggioranza scelse quest’ultimo. E per chi conosce la realtà degli Stati Uniti, lasciatemi precisare che si trattava di un Kiss della Hershey… Non l’avrei preso neanche se mi avessero pagato loro, ma questa è un’altra storia.

Chi pagherebbe per cose di questo genere?

Quindi sembra proprio che la gratuità aumenti il valore di un bene o di un servizio.
Paghereste per avere Gmail? No, perché oggi è gratuito.

Lo è davvero?
Ci siamo mai chiesti quanto paghiamo, quando non paghiamo nulla?

Nel caso delle app e dei servizi internet “free”, in realtà la moneta di scambio sono i nostri dati personali. Permettiamo alle aziende di profilarci per utilizzare un servizio gratuitamente.
Dati di valore. Ma è un valore intangibile.

Per questo Spotify o Netflix funzionano: la gente ha l’impressione di utilizzarne i contenuti gratuitamente, anche se paga un abbonamento mensile (che però viene accreditato su quello strumento virtuale che è la carta di credito, quindi non ce ne rendiamo veramente conto).
Invece andare al cinema costa in maniera spropositata. È un lusso. E infatti ci andiamo solo per fare serata, come potremmo andare al ristorante invece di mangiare a casa.

Il gratuito logora chi lo “fa”

Ci sono sempre aspetti positivi e negativi in un bene, ma quando esso è gratuito, tendiamo a sottostimare quelli negativi. Vediamo nell’oggetto offerto gratuitamente un valore molto più alto di quello che ha realmente.

Il padiglione svizzero a Expo 2015 aveva puntato tutto su questo concetto. Le tre torri di cui era composto sono state riempite ognuna di un bene di consumo banale: bottigliette d’acqua, pacchetti di sale e sacchetti di mele disidratate.
I visitatori erano invitati a servirsi gratuitamente, nel rispetto delle risorse condivise (che era il tema dell’esposizione). Secondi i calcoli degli organizzatori, ce n’era abbastanza per tutti e per quattro mesi. Man mano che le riserve diminuivano, il pavimento di abbassava, per indicare anche fisicamente che non c’è niente che dura in eterno.

Per farla breve: dopo due settimane, le torri erano praticamente al pianterreno. Un mio contatto dell’ambasciata svizzera mi ha detto che ha visto gente uscire con sacchi della spesa stracarichi di salini, di bottigliette, di sacchettini di mele.

Ma dai, ma chi le mangia le mele secche?!
Quando le cose sono gratuite, c’è qualcosa nell’essere umano che si scatena.

La leva del gratis

Il marketing lo ha capito e i campioni gratuiti o le prove o la prima lezione gratis senza impegno continuano a funzionare.
Molte aziende devono aumentare le proprie tariffe per poter offrire in modo sistematico uno sconto al cliente. Che in realtà sconto non è.
E paradossalmente, certi prodotti devono addirittura giustificare il fatto di essere a pagamento. È il caso delle app. Siamo talmente abituati a installare app gratuite che non siamo disposti a pagare neppure piccole cifre (solo i Coreani e gli Svizzeri, secondo le statistiche, pagano per le app senza problemi).

Ecco quindi che l’app per imparare le lingue Babbel ha fondato tutta la sua campagna marketing sul fatto di non essere gratuita e ci spiegano perché. Hanno fatto della non gratuità un argomento di vendita, posizionando di fatto l’app in un segmento premium (un altro fenomeno interessante della psicologia dell’essere umano, dove tendiamo a pensare che un prodotto spropositatamente caro debba essere per forza di qualità…).

Un caso concreto e personale

Nella nostra società abbiamo un servizio gratuito, il Numero Viola, dedicato alle persone in difficoltà finanziaria o disoccupate di lunga data. Lo offriamo perché la responsabilità sociale è nel DNA della nostra azienda: l’abbiamo fondata proprio con l’idea di fare business in modo responsabile.

Tuttavia, ci siamo resi conto che non è facile gestire un servizio che è gratuitamente gratuito.
Credo che se offrissimo cioccolatini gratis, con buona pace delle mamme che ci dicevano di non accettare dolcetti dagli sconosciuti, tutti sarebbero felice di approfittarne. Invece un servizio non è proprio come un bene di consumo.

Perché è gratuito?
Davvero non si paga?
E allora voi cosa ci guadagnate?
Dov’è l’inghippo?

Domande che sollevano anche una questione etica: se qualcuno che ha fatto appello al Numero Viola ci chiedesse in seguito una consulenza a pagamento, sarebbe corretto offrirla? Non trasformerebbe il nostro sforzo sociale nell’ennesima strategia di marketing?

Quel gratis che attira.
Al quale non possiamo resistere.
E che un po’ ci complica la vita.
O è veramente come si dice nelle canzoni, da Frank Sinatra a Janet Jackson, “all good things in life are free”?

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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da Purple&People

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Crescere

Per andare oltre devi sentire di più (non sentirti di più…)

Il segreto per fare di più? Abbandonare le scarpe, il controllo e la presunzione!

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Alcune persone si distinguono in quanto capaci di azioni superiori alla norma. Tanto superiori che i più le ritengono impossibili. Chi le compie è considerato un eroe.
Di primo acchito pensiamo che quello che li rende eroi sia quello che fanno. Tuttavia, molti tentano di imitarli, ma senza gli stessi risultati. Fare come loro quindi non basta. Ci deve essere qualcos’altro! Ciò che li rende superiori infatti non è quello che fanno, ma quello che sentono.

L’eroe è tale perché sente di più.

E dal momento che sente di più va oltre la norma. Un mare di segnali stimolano i nostri organi di senso in ogni istante della vita. Suoni, luci, sensazioni, odori e gusti dal mondo esterno sollecitano reazioni che in fin dei conti sono la maggior parte delle nostre azioni. In questo mare di sensazioni e reazioni solo un rivolo giunge alla nostra coscienza e scomoda il pensare consapevole.

Una folata di vento freddo sollecita in noi numerose reazioni, ma l’unica che notiamo è il gesto del braccio che solleva il bavero della giacca. Gli aggiustamenti di postura, termoregolazione, metabolismo non li notiamo. Ma ci sono! La differenza tra noi Homo Sapiens e gli altri esseri viventi animali e vegetali è che in loro non c’è pensiero. La vita di animali e piante è un costante sentire e reagire al mondo esterno.

Ritorniamo per un attimo agli eroi, i protagonisti delle missioni impossibili. Penso ai ragazzi che praticano parkour e spiccano salti impensabili con il sorriso stampato sulle labbra. Penso a musicisti di eccellenza che suonano a velocità incredibili pur mantenendo colore ed espressione. Penso ai Taraumara che corrono nei deserti rocciosi sotto il sole cocente con l’eleganza di un modello che sfila su una passerella. Cosa gli consente di fare quello che fanno?

Sono le poche sensazioni consapevoli a cui reagiscono volontariamente o le moltissime sensazioni inconsapevoli a cui si concedono di reagire inconsapevolmente?
La risposta è uno schiaffo alla nostra presunzione di esseri intelligenti.

Quello che li rende superiori alla norma infatti è il fatto che riducono al minimo il controllo consapevole e aumentano al massimo la gestione inconsapevole. Insomma il loro segreto è scommettere su quello che sentono e non su quello che pensano.
Questi eroi si rendono conto di poter sentire molto più di quanto possono pensare di sentire. E così il gioco è fatto. Lasciarsi andare al sentire diventa l’unica via percorribile per chi ambisca ad una prestazione superiore alla norma.

Fate un esperimento

Infilatevi gli auricolari e avviate la vostra playlist preferita. Indossate gli occhiali scuri per filtrare la luce, un cappellino per limitare il riscaldamento della testa, uno scalda collo per filtrare l’umidità, l’inquinamento e riscaldare l’aria prima che venga inspirata. Infilatevi un paio di scarpe con suola morbida e spessa per attutire gli effetti delle asperità del terreno.

Mettete in tasca un numero sufficiente di gel energetici per garantirvi un apporto energetico adeguato. Indossate lo zainetto porta acqua e riempitelo di liquidi a sufficienza per garantirvi un apporto idrico adeguato. Guardate le previsioni del tempo e fate gli ultimi ritocchi al vostro equipaggiamento. Uscite di casa e cominciate a correre. Grazie agli alert dello smartwatch aggiustate la velocità in base al vostro livello di allenamento.

Procedete come da manuale, sperando in risultati da manuale. E adesso … cambio.
Mentre correte togliete auricolari e scalda collo. Sfilate occhiali e cappellino. Lasciate che i suoni, l’aria, la luce e i colori entrino dentro di voi. Consentite alle sensazioni che penetrano di regolarvi. Evitate di sforzarvi.

Se siete abbastanza temerari, abbandonate la strada asfaltata e prendete un prato. Quando vi siete ambientati, sfilate le scarpe da corsa e procedete senza. Lasciate che le sollecitazioni del terreno sulla vostra pelle entrino dentro di voi.

Silenziate lo smartwatch. Regolate la vostra velocità di crociera in base al respiro e al battito cardiaco. Anzi, lasciate che il corpo si autoregoli e limitatevi ad adeguare passo e ritmo.
Obbedite a quello che sentite.

Maggiore è il contatto che vi concedete con il mondo esterno, maggiore è il contatto che ottenete con il mondo interno.Click To Tweet

Diventate una sorta di sottile strato di cellule teso tra mondo esterno e mondo interno. Un filtro che non filtra, ma semplicemente si adatta. E così vi rendete conto che potete fare molto di più di quello che pensate. Il tutto grazie al fatto che sentite di più.

Più sentite, più efficace è il vostro agire e più grandi sono le vostre imprese.

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