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Ipocrisia, verità e potenza del “c’è chi sta peggio”

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose. Fare qualcosa, davvero.

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Mi è passata davanti la foto di un vecchietto, avrà avuto un centinaio di anni o anche più. E invece non è vero: è un ragazzino di ventitré anni. Si chiama Sammy e si è appena laureato in Fisica, 110 con lode. Soffre di una malattia nota come sindrome da invecchiamento precoce.

Il termine scientifico pare sia Progeria. Uno di quei termini che per il mondo non significa niente. Una di quelle parole che non incontriamo per strada, non fa parte della nostra strada, e non ci serve mica.

Però se vedi una foto di un vecchietto e scopri che è un ragazzo… salti dalla sedia. E vorresti applaudire.
Quasi sempre lo fai. L’appeal di storie del genere è scontato.

Siamo buoni? No.
Fossimo buoni non avremmo bisogno di un post su Twitter per conoscere Sammy, la Progeria ed un’altra sfilza di parole e persone “più sfortunate di noi”.
Forse siamo davvero buonisti. O forse siamo semplicemente umani. Non fatti male o bene, fatti così.

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose.

Dire ad alta voce “Sinceramente non ne sapevo un cazzo, non me ne fotte un cazzo e la mia vita continua…” sia un atto di coraggio e grande rispetto. Per noi e loro.

Il punto di partenza per fare qualcosa. Per noi e loro, per NOI.
Quando scopri certe storie, e ce ne sono tante e di ogni genere, puoi fare solo un paio di cose:
Essere sincero.
Fare qualcosa.
Fare qualcosa.

Dell’essere sincero ne ho già parlato. Del fare qualcosa (a) significa aprire il portafogli e sostenere una ricerca o un progetto umanitario, o aiutare in qualche modo se lo puoi fare.
(Anche questo potrebbe però essere lavarsi la coscienza per sentirsi meglio noi!)

E poi c’è il fare qualcosa, variante b. Schifosamente egoistica come soluzione ma forse anche giusta.

Smettere di lamentarsi per niente. Smettere di mettersi nella cerchia degli sfortunati quando non lo siamo.
Ok ti fa male la schiena, devi seguire una dieta, non hai le curve giuste. Ok, il tuo lavoro fa schifo. Ok, hai scelto una svolta e sei fermo al palo…
Ok. Ok tutto.
Dunque?
C’è chi sta peggio di noi. Davvero. E non si lamenta. E va avanti.
Ecco, un segno di umanità è anche rispettare ciò che abbiamo e non abbiamo. Essere schifosamente sinceri da godersi la fortuna sfacciata che quasi sempre abbiamo.
Ok il tuo lavoro fa schifo…
E allora?
Cambia. Vai avanti. Non ti accontentare. Quasi sempre puoi, puoi scegliere, puoi scrivere la tua storia.

E se poi succede che qualcosa non va nel senso desiderato?
Fa niente. Anzi, metti già in conto che succederà, che andrà così.
Poi riparti e si ricomincia, la chiamano vita.
E noi fortunati e privilegiati abbiamo non solo il diritto ma soprattutto il dovere di viverla, pienamente. Rischiando e raschiando ogni emozione possibile.

Perché quando vedi un ragazzino come Sammy puoi fare solo questo. Ringraziarlo. E ringraziare Dio o chiunque tu voglia considerare responsabile di trovarti qui e così.

Quando vedi un vecchietto di soli 23 anni pieno di entusiasmo, puoi fare solo questo.
Sentirti schifosamente in colpa di tutte le tue paure e le tue seghe mentali.
Ad essere sinceri penso dovrebbe andare così.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Ecco perché l’ambizione è una cosa buona

L’ambizione è un’ingrediente vitale di tutte le vite coraggiose: nessuno ha compiuto grandi imprese solo perché se le è guadagnate.

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In questi giorni ho spesso a che fare con persone affette da una carenza di “ambizione”. Anche se so bene come instillarla dove manchi, devo dire che a volte si tratta proprio di situazioni resistenti! Così ho deciso di affrontare questo tema. È un avvertimento: coltivate l’ambizione, un giorno potrebbe servirvi.

Cos’è l’ambizione?

L’ambizione è un po’ come la storia di quel giovane contadino che voleva imparare l’arte della spada.
Si recò tutti i giorni sulla collina per sollecitare un maestro ad insegnargliela. Il maestro, dopo alcune settimane, gli disse “Sì, te la insegnerò, anche perché hai già fatto il 50% del lavoro da solo”.

Quel giovane era solo un ambizioso contadino quando si recò sulla montagna. Nulla in lui faceva sospettare un animo da raffinato spadaccino. Tuttavia, il maestro gli aveva detto “Torna domani, devo pensarci su”. Il giorno dopo lo sfacciato aspirante era tornato e si era sentito rispondere nello stesso modo. La scena si era ripetuta per settimane. Fino a che un giorno, il maestro, vedendolo trasformato, aveva acconsentito alla sua richiesta.

L’ambizione plasma e rende capaci

In effetti l’ambizione aveva portato quel giovane uomo su e giù per boschi e torrenti, salite e discese, e così facendo aveva già prodotto i primi effetti. Mentre tutti i giorni si recava dalla sua casa in pianura al tempio dove risiedeva il maestro, il nostro ambizioso e sfacciato aspirante aveva risvegliato e rinforzato i suoi muscoli.
Per trovare il tempo di salire in vetta e ascoltare ogni giorno il verdetto, aveva riorganizzato la sua vita. Aveva fatto delle scelte e imparato ad essere efficace ed efficiente in ogni ambito della sua vita. Insomma, nel darsi da fare per avere un’opportunità se l’era creata (leggi qui, ne aveva parlato anche Enrico Chiari!).

Per ottenere ciò che voleva, aveva dovuto comportarsi come se lo avesse già ottenuto.

All’inizio quel giovane era come un vaso pieno e in un vaso pieno non è possibile introdurre nulla di nuovo. Assecondando la sua ambizione, si era reso un vaso vuoto, pronto per essere riempito. E quel maestro aveva avuto l’acume di cavalcare l’ambizione, di lasciarla agire.

L’ambizione è un modo per ottenere le cose

Per qualcuno l’ambizione è un modo sleale di comportarsi.
Per chi la osserva in azione da fuori, infatti, appare basata su una spudorata insistenza condita con una buona dose di sfacciataggine e, diciamolo pure, di impertinenza. Come si può osare chiedere di avere un’opportunità prima di essersela guadagnata?

Tuttavia, chi abbia la curiosità di osservare l’ambizione per i suoi effetti, noterà che è un’ingrediente vitale di tutte le vite coraggiose.

Nessuno ha compiuto grandi imprese solo perché se le è guadagnate.
Gli eroi hanno sempre osato, si sono sempre attribuiti una potenzialità che non avevano già dimostrato di avere. Anche nella guarigione c’è spesso ambizione: la sfacciata ambizione di comportarsi come se il problema fosse risolto.

Osserviamo l’ambizione in azione

Facciamoci una semplice domanda: come fanno gli ambiziosi a ottenere quello che non hanno mostrato di meritare?

Molto semplice: ci ronzano attorno. Ronzano attorno al loro obiettivo.
È questo il significato del verbo ambire: ronzare attorno. In latino infatti la parola “ambire”, da cui deriva ambizione, è composta dal suffisso amb- che suggerisce l’idea di “attorno” e dal verbo -ire che significa andare, muoversi. Quindi “muoversi attorno” o, in modo più pittoresco, “ronzare attorno”.

I tre vantaggi dell’ambizione

  • Il primo è che chi ronza attorno al suo obiettivo ha più probabilità di trovare una fessura in cui infilarsi, di sfruttare la circostanza, l’ “occasione” per fare una mossa, cogliere un’opportunità per balzare dentro e mettersi in gioco. A chi non è ambizioso, basterà l’idea di non aver saputo che un giorno un’opportunità per lui in realtà c’è stata!
  • Il secondo è che a forza di ronzare attorno a ciò che si desidera, ci si modella sul proprio desiderio. Il cuore dell’ambizioso comincia a battere al ritmo di ciò che ambisce. Il suo respiro diventa profondo al punto giusto per sostenere lo sforzo che sarà richiesto; i suoi muscoli e le sue ossa si allungano e si plasmano per diventare capaci di generare la forza giusta. Il pensiero si arricchisce di dettagli, di elementi che al momento opportuno saranno decisivi. A chi non è ambizioso basterà l’idea di essere stato “realistico” ed essersi fatto da parte”!
  • Il terzo è che ronzare attorno, sfianca. Così anche l’obiettivo più tenace e faticoso da raggiungere prima o poi cede alle lusinghe, all’insistenza, alla pervicacia e alle qualità di chi lo “corteggia”. Andò così anche per quel giovane contadino, che forse non convinse il maestro con i fatti, ma lo sfiancò con l’insistenza. A chi non è ambizioso basterà l’idea di essere stato “umile” e “ben educato”.

Come disse quel tale (Louis Pasteur): “Il caso aiuta le menti preparate”.
E forse prepararsi vuol dire anche essere ambiziosi. Ossia, ronzarci attorno.

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La vita è adesso (e altri pensieri sconnessi che sembrano canzoni)

Mindfulness, disciplina, serenità mentale: cerchiamo soluzioni immediate a problemi complessi, senza riuscire ad essere nel qui e nell’ora, dove la vita succede veramente.

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Iniziamo dalle cose difficili. Questo, almeno per il momento, è il mio ultimo articolo con Purpletude. Sono le 11 di sera, sono in ritardo con la consegna, a causa di un mio errore nell’annotarla sul calendario, ho bevuto una birra, e sto cercando di trovare un argomento di cui ragionare che in qualche modo possa lasciare un buon ricordo di me, o se non altro una chiusura in bellezza.

Anche se non sono mai stato un produttore seriale di contenuti. Sono convinto che il mio singolo articolo al mese fosse più che altro un punto di passaggio tra contenuti più interessanti, autori più ricchi di me. Di me, che ogni volta quando dovevo cercare un argomento di cui parlare non riuscivo mai a decidermi, e allora iniziavo 4 bozze contemporaneamente, salvo poi scartarle tutte e riscrivere da zero, su un nuovo argomento.

Eppure, mentre questo mio ultimo articolo si sta scrivendo da solo mi tornano vivide alla mente le parole di Ricardo Semler nel suo celebre Ted talk.

Per cosa voglio essere ricordato? […] Poi ho pensato ad un’altra domanda che mi ha fatto stare meglio: perché mai vorrei essere ricordato?

Sto davvero scrivendo per essere ricordato? No, in effetti no. Se mi aspettassi che tra uno, o magari dieci anni tu, lettore, ti ricorderai di me per le cose che ho scritto starei solo illudendo me stesso. No, quello che mi interessa non è l’essere ricordato, ma l’impatto che ho prodotto. Per quanto piccolo, mi piace pensare che uno dei miei articoli ti abbia dato una piccola spinta, magari impercettibile, verso una nuova direzione, una in cui sei una persona migliore.

Il senso è un po’ quello del memento mori latino: se mi ricordo che devo morire, riesco a vedere la realtà da prospettive nuove. A vivere il mio tempo in maniera diversa.

Il tempo. La mia idea originale per questo articolo era scrivere del tempo, di come la società occidentale abbia una visione distorta del tempo, proiettata talvolta sul futuro, con ansia, preoccupazioni, speranze, talvolta sul passato, con ricordi, malinconia, rimpianti. Ma quasi mai sul presente, su quello che succede qui e ora. E visto che siamo la società della gratificazione spicciola abbiamo inventato una cosa come la mindfulness, facile, alla portata di tutti, che dà risultati subito.

Quello che chi ti vende il corso di mindfulness non ti dice è che se da una parte è vero che nel breve periodo aiuta a ridurre lo stress, dall’altra servono circa una decina d’anni di pratica costante perché il cambiamento arrivi a produrre effetti concreti sulla struttura di pensiero, a livello neurologico.

Dieci anni di pratica per raggiungere un obiettivo di serenità mentale. Saresti disposto ad investirli? Io l’ho fatto, anche se, lo ammetto, non con quest’obiettivo. Ho iniziato a praticare meditazione fai-da-te per stare meglio. Oggi la pratico da circa 12 anni, ed effettivamente mi rendo conto che spesso tra le mie reazioni e quelle degli altri c’è un abisso.

Perché il passato è passato, e da esso possiamo imparare. Il futuro è futuro, e lo possiamo immaginare. Ma è solo nel presente che riusciamo a vivere. E se non lo facciamo lo stiamo perdendo. Me ne resi conto in modo piuttosto traumatico quando rischiai di morire in un incidente d’auto: nei pochi istanti che mi ci vollero per accettare che sarei morto, attraversando tutte le cinque fasi del lutto, germogliò un percorso spirituale che mi insegnò a vivere solo nel presente: un luogo fuggevole, e aleatorio, dove però succedono le cose davvero importanti.

Importanti come mia figlia, che è di là e dorme. L’ho messa a letto poco fa, e probabilmente avrei potuto usare quella mezz’ora di dondolio per pensare a qualcosa di intelligente da scrivere in questo articolo, ma se l’avessi fatto non mi sarei goduto appieno quel momento, che si ripete sempre uguale tutte le sere, a tratti noioso ma delicato e importante.

Ripetere, ripetere, ripetere. Dopo anni di pratica di arti marziali ho iniziato ad apprezzare la morbida disciplina insita nell’atto della ripetizione. Prima è il cervello a definire il movimento, poi, con il tempo, è il corpo stesso ad apprenderlo. Anche di disciplina mi sarebbe piaciuto parlare stasera. Spesso si pensa alla disciplina come ad una lotta contro se stessi per raggiungere un obiettivo, ma per me è solo l’amore per il viaggio, più che per la destinazione.

Un altro Tedx che ho apprezzato molto è quello di Will Stephen, che parla per sei minuti buoni senza dire assolutamente niente. Eppure lo fa con una performance che tocca il pubblico, con un non verbale e un paraverbale ricchissimi, che smuovono delle emozioni, senza pur passare alcun contenuto. E in qualche modo mi sembra che la mia performance di stasera sia solo un lungo nonsense, forse mosso dalla birra, o forse da questa vaga emozione agrodolce che mi porto dietro mentre scrivo. E che mi sto gustando appieno.

E chissà, forse leggendo questo articolo anche tu avrai la sensazione di aver imparato qualcosa, o scoperto qualcosa di nuovo, ma alla fine non è così. Tutto ciò che ho scritto non ha alcun significato, siamo noi ad attribuirlo. Ecco, alla fine ho scritto un intero articolo sulla creazione di significati, ma mi serve ancora qualcosa per chiuderlo. Credo che prenderò in prestito il messaggio che, attraverso Douglas Adams, Dio lascia al Creato.

Ci scusiamo per il disturbo.

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