Connect with us

In primo piano

La magia del muoversi e fare succedere le cose

La magia del muoversi. Velocemente o anche lentamente. Muoversi nel tempo. Per far succedere le cose. Gli eventi, le opportunità, i doni. Anche le delusioni, le risposte negative, le occasioni perse, i “no grazie, non mi interessa”, i treni mancati. Si, anche questo.

Pubblicato

il

“Ogni anno dei miei ultimi 5 anni ha in sé qualcosa di chiaramente diverso l’uno dall’altro.”

Me l’ha detto un caro amico, che ammiro e a cui auguro di continuare a brillare.

Che frase potente. Ma soprattutto, che lusso. Poterlo pensare e poi condividerlo col mondo è un lusso che solo la minoranza si può permettere. E la minoranza non è la maggioranza.

Nella maggioranza dei casi, di fronte a una frase così, una parte reagirà con scetticismo. Una reagirà con invidia. Una semplicemente non crederà che sia vera.

“Deve essere fortunato uno così. O avere tanto tempo, o avere tanti soldi da parte”. Frase tipica da maggioranza.

Ma questa non è la storia di questo post.

La storia è che gli ultimi 5 anni di questo mio amico sono davvero stati uno diverso dall’altro. Non per i momenti in cui si è emozionato, o per quelli in cui ha ottenuto un risultato ambito, o per quelli in cui si è messo a piangere da solo per le difficoltà. Non perché in questi anni si è spaventato o invaghito di meno, illuso o sorpreso di più, ricreduto prima e rinfrancato poi.

Ogni anno è stato diverso l’uno dall’altro perché lui si è mosso. Un movimento realizzato nello spazio. Incontrando e conoscendo persone, partecipando a corsi di formazione, usando i social network per porre basi di relazioni socio-professionali virtuose (poi continuate nella realtà reale).

Un movimento, soprattutto, realizzato nel tempo. Per far succedere le cose. Gli eventi, le opportunità, i doni. Anche le delusioni, le risposte negative, le occasioni perse, i “no grazie, non mi interessa”, i treni mancati.

Tutte cose che ‘ragionano’ ciclicamente. E ritornano sulla traiettoria delle persone che si muovono anche nel tempo.

Per il mio amico, ciò ha significato la presenza di 4 ingredienti fondamentali:

AGIRE. In una direzione voluta. Non casuale, non sperata, non tentata. Voluta.

ESSERE PRONTO A CAMBIARE. Cosa? Strada in corso. Quando il percorso intrapreso si differenzia da quello visualizzato e progettato. Quando la traiettoria cambia e, anche avendone timore, si continua il cammino.

DARSI IL TEMPO. Perché la maturazione della bellezza richiede tempo. E questo assomiglia a una fisarmonica, dove alcuni eventi accadono nella durata di uno starnuto. Mentre altri, di solito i più memorabili, crescono alla velocità degli alberi.

RICORDARSI DELLA CLESSIDRA. La clessidra scorre per tutti, fin dall’inizio. A meno che non si prendano decisioni definitive, non sappiamo mai quanti granelli ci sono nella parte alta. Potrebbe essercene anche uno soltanto, che magari si rifiuta di cadere. La clessidra ci dice “Ora è il momento. Il domani non è detto che esista.”

Cosa conta nella vita?

Il gruppo di persone di cui fa parte il mio amico deve aver conosciuto Abraham Lincoln. Non so quando di preciso, ma dev’essere andata così. Con lui devono averci parlato soprattutto nel periodo in cui sosteneva che “non sono gli anni che contano nella vita, ma la vita che metti in quegli anni.”

Poi devono aver portato nella pratica quelle parole profonde.

La frase di Lincoln è bellissima. Anzi è meravigliosa, perché appartiene alla sfera dove c’è amore per la vita (che noi umani, di solito, sentiamo). Anche in questo caso, però, quella frase è valorizzata dalla minoranza.

Perché la maggioranza è intenta a porre l’attenzione sull’età anagrafica e sulla carta d’identità. Poi sugli anni di fidanzamento, su quelli di matrimonio, su quelli in cui i figli fanno cose per la prima volta, su quanti ne mancano alla fine del mutuo, su quanti ne mancano alla pensione.

E nel frattempo il rischio si è manifestato. Quello di esserci fatti ipnotizzare dagli anni, dimenticandoci del modo in cui possiamo tenerli vivi.

Il rischio di aver fatto collezione di cicli che scadono improrogabilmente il 31 dicembre. Senza aver controllato se il motore a forza propulsiva era la passione oppure l’inerzia.

Alla fine di questa storia, il segreto è che non ci sono segreti.

Il talento del mio amico è quello di essersi accorto di non essere speciale. Di aver deciso di essere semplicemente vivo, per generare volontà alla sua portata.

Ogni giorno. Uno dopo l’altro.

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

Crescere

Prenditi cura del tuo futuro e il passato si adeguerà

L’importanza di porsi un obiettivo: noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla. L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare dipende da quello che, di volta in volta, decidiamo di diventare.

Pubblicato

il

Il futuro che desideri determina quello che fai nel presente, quello che fai nel presente dà un senso al passato che hai vissuto.

Se in futuro tu volessi vivere a Berlino, oggi studierai tedesco. Se oggi studi tedesco, il tempo che hai passato a studiare il latino al liceo non è stato completamente sprecato. Se, invece, in futuro tu volessi andare a vivere a Shanghai, oggi studierai Cinese. Se oggi studi cinese, il tempo che hai passato a fare un lavoro che non ti piaceva è stato utile a farti guadagnare i soldi per realizzare il tuo sogno.

È così che funziona il nostro cervello. Nulla è per sempre. Quando studiavi latino ti sembrava di perdere il tuo tempo. Oggi che hai deciso che in futuro vivrai a Berlino e quindi studi il tedesco, aver preso confidenza con declinazioni e coniugazioni ti avvantaggia. Prima studiare latino “è” una perdita di tempo, poi studiare latino “è” un investimento per il tuo futuro. La realtà cambia, pur rimanendo sempre se stessa.

Tutto quello che è stato si adegua costantemente a quello che vogliamo che sia. Le connessioni tra le cellule cerebrali si creano e si distruggono, si potenziano e si indeboliscono. Costantemente e sempre. La relazione tra le singole memorie e quindi il valore relativo di ogni memoria cambia a ritmo continuo, di attimo in attimo, di ora in ora, di giorno in giorno.
Il valore assoluto delle memorie acquisite è raramente rilevante.

Alla luce di tutto ciò, l’unica cosa che conta realmente è l’obiettivo che desideri raggiungere. La meta verso la quale dirigi il timone della tua nave. Se cambi la meta, cambi anche la direzione del tuo timone; se cambi la direzione del timone, cambi anche la direzione da cui provieni.

Tutto il tempo che passi nel tentativo di dare un senso al tuo passato è tempo sprecato. L’unica cosa che dovresti fare realmente è prenderti cura del tuo obiettivo. Il passato si adeguerà. Ugualmente il tempo che passi a definire cosa sarebbe meglio fare adesso è anch’esso tempo sprecato. Il presente non è mai né buono né cattivo, né giusto né sbagliato. È solo funzionale o disfunzionale rispetto al futuro che desideri. L’unica cosa che dovresti fare è prenderti cura del tuo futuro.

La domanda che dovresti farti non è “Chi sei?”, ma “Chi vorrai essere?”.

Tuttavia, a questo punto qualcuno potrebbe domandare: “Se la cosa più importante è domandarsi quale sia il nostro obiettivo (il futuro), perché questo determinerà cosa è utile che noi facciamo (il presente) e darà valore a quello che abbiamo fatto (il passato), è al tempo stesso sufficiente per garantire che il futuro desiderato si realizzi?”.

Naturalmente la risposta è… no! Desiderare non basta, perché un certo futuro sarà il nostro futuro solo se un certo presente sarà il nostro presente e al tempo stesso il nostro presente è il nostro presente, solo se un certo passato è stato il nostro passato.

Il futuro determina il presente e il presente il passato. Ma al tempo stesso il presente determina il futuro e il passato determina il presente. Quindi il passato determina il futuro. Se ho studiato norvegese in passato, parlo norvegese nel presente e desidererò vivere in Norvegia in futuro.

Quindi il passato determina il futuro, tanto quanto il futuro determina il passato. Entrambe le affermazioni sono vere.

E quindi cosa dovrebbe fare una persona quando si sveglia al mattino? Impegnarsi a essere quello che vuole diventare o accettare di essere quello che è stato? Non si può che essere se stessi e al tempo stesso si è quello che si vuole diventare. Un gioco costante tra ieri e domani, domani e ieri.

Le moderne neuroscienze ci suggeriscono che questi due processi avvengono in noi costantemente. Ci comportiamo come abbiamo imparato a comportarci e al tempo stesso ci comportiamo come vogliamo imparare a comportarci. Perché nelle nostra mente è inscritto tutto quello che abbiamo fatto per come vogliamo di giorno in giorno ricordarlo.

Noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla.

L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare

dipende da quello che di volta in volta decidiamo di diventare.

 

Continua a leggere

In primo piano

Stereotipi di genere: ne soffrono anche gli uomini

Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli prestabiliti, sulla base di uno standard maschile molto rigido. Alcuni di questi sono talmente radicati da sembrare semplicemente… naturali.

Pubblicato

il

Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli che non sono solo vecchi, ma falsi.
Come sempre, non per tutti, non in tutti i contesti ma, signori uomini: pensateci un attimo e ditemi se non siete stati vittime, almeno una volta, di uno o più di questi pregiudizi.

Impara presto a nascondere le emozioni

Un vero uomo non piange; almeno non in pubblico.
Non puoi piangere né per dolore, né per gioia, né per rabbia. Non puoi e basta.
E se da bambino, dopo i cinque anni, non hai ancora imparato a controllare queste emozioni, allora ti insegnano a farlo spiegandoti che è “da femmina”.

Se abbracci un uomo, devi appena sfiorarlo o toccarlo come un gladiatore che misuri la massa muscolare dell’avversario.
Movimenti rigidi e possenti pacche sulle spalle, perché nessuno pensi che tu sia omosessuale; caratteristica grave tanto quanto l’essere femmina; per alcuni, peggiore.

Impara a vincere

Devi essere il primo, sempre. La competizione è nel tuo DNA.
Fai squadra, purché tu ne sia il capitano.
Se non ci riesci, fai squadra e conquista il capitano. Vice è sempre meglio di niente.
Se proprio non hai la stoffa, fai squadra e nasconditi dietro le spalle dei maschi “alfa”.
Si dice che, in un medesimo contesto, gli uomini fanno squadra e le donne si fanno la guerra.
Spesso è vero, ma raramente le squadre maschili sono tra pari: le gerarchie e i ruoli sono rigidamente definiti; e chi non si adegua, è fuori.

Lavora e… basta

Se sei un uomo, puoi tranquillamente restare in ufficio fino a tarda sera. Tanto non hai nient’altro da fare.
Cioè: non hai affetti, interessi, desideri che non siano ascrivibili al tuo lavoro.
Come se fuori da quello spazio ci fosse il vuoto cosmico.

Se una donna non lavora e si occupa di casa e famiglia è una casalinga; per un uomo non c’è una parola che lo possa definire.
Perché, semplicemente, non è concepibile.

Il padre all’inizio non serve

L’inizio è l’inizio della vita, o l’ingresso nella famiglia adottiva di un figlio o di una figlia; cui il padre non può assistere e partecipare.
In Italia, attualmente, un uomo ha diritto a cinque giorni consecutivi di congedo per paternità nell’anno della nascita o dell’ingresso in famiglia. E poi un giorno all’anno.
Tanto c’è la madre: il padre non serve.

Dal punto di vista pratico può, in parte, essere vero (ma se la madre non allatta, il castello crolla); ma dal punto di vista relazionale?
In quale momento il padre diventa importante?
Secondo questa logica, mai. I congedi non aumentano al crescere della prole.

Come fa un padre a costruire il rapporto con suo figlio o sua figlia se non può dedicare tempo di qualità?
E se decidi di sospendere per un periodo il lavoro per dedicarti ai tuoi figli, perdi anche il titolo di papà, e diventi un “mammo”.

Devi essere maschio

Quindi, anzitutto, ti devono piacere le donne; altrimenti smetti di essere un uomo e diventi, per dirlo alla napoletana, un femminiello.
E poi devi essere fisicamente forte e con una buona manualità.
Meglio il calcio che la danza; meglio un libro di guerra che di poesie; meglio la passione per i motori che per i tessuti d’arredo.

Se ti piace cucinare, fai in modo di diventare uno chef, oppure tienitelo per te.
Se non sei un pescatore, dimentica il ricamo e i lavori a maglia.
E se proprio non puoi fare a meno di essere omosessuale, cerca almeno di essere discreto.

Sii l’eroe

Devi trasferire forza, protezione, guida.
Non puoi mostrare paura o titubanza.
Se non riesci a farne a meno, affidati ad un altro uomo: non puoi farti proteggere o guidare da una donna.

Fatemelo dire: un inferno, pari al nostro, per tutti quegli uomini che vogliono sentirsi liberi di esprimere le proprie sensibilità; che coltivano molteplici interessi; che vogliono tempo e presenza per gli affetti.

Ne conosco molti; la maggior parte dei quali hanno optato per professioni liberali, proprio per non cadere in certi circoli viziosi.
Conosco padri che sono velocisti da guinness nel cambio dei pannolini.
Conosco uomini che hanno sacrificato la propria carriera per favorire quella della partner.
Conosco uomini talmente forti da piangere serenamente in pubblico e sciogliersi in abbracci dolcissimi con i propri amici.

Facciamo che siano loro i modelli per i nostri bambini.

Continua a leggere

Treding