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La storia di un fallimento (e di perché mi ha fatto bene)

Valorizzare i fallimenti è controintuitivo: abbiamo troppa paura di perdere la faccia e non sentiamo il bisogno di mortificare il nostro Ego. Eppure…

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Ricordo ancora ​la prima volta che persi un cliente​.

Era il mio primo, vero contratto. Importante, molto interessante dal punto di vista economico. Io ero un giovane consulente che lavorava mentre frequentava l’università, avevo appena concluso un master, il mio obiettivo era mettere in pratica ciò che avevo  appreso. Tutto stava andando alla grande.

Per i primi mesi, nessun problema. Il lavoro veniva svolto, i soldi entravano, e mi davano  sicurezza e tranquillità. Poi, in maniera quasi impercettibile, le cose hanno iniziato a  cambiare. Le mail erano sempre meno frequenti, e più stizzite. Le richieste da parte del cliente dal mio punto di vista irragionevoli. Iniziavano ad esserci ritardi nei pagamenti, che mi facevano arrabbiare. Il lavoro lo stavo facendo, così come era stato concordato.

Dov’era il problema?  

Stavo facendo​ la fine della rana nella pentola​. Quando ci ero entrato, l’acqua era fredda, ma a un certo punto il fuoco sotto di me si era acceso, e io non me ne sarei accorto fin quando non sarebbe stato troppo tardi.

Il cliente l’ho perso, in malo modo. Ma all’epoca ero troppo orgoglioso per ammettere che fosse stata soprattutto colpa mia. Avrei dovuto perdere alcuni altri clienti per farmi  capire, principalmente, due cose.

La prima è che ​stavo sbagliando qualcosa​, nel comunicare con il mio cliente e, soprattutto, nell’accordare insieme degli obiettivi.
La seconda è che, molto probabilmente, ​non ero abbastanza bravo​ a svolgere quel lavoro.

Questo è stato il mio primo, grande ​fallimento ​lavorativo. Devo confessare che non  credo di averne vissuti di così eclatanti, dopo, probabilmente perché tutta quella situazione mi ha costretto a mettermi davanti allo specchio, e farmi un bell’esame di coscienza.

La colpa era mia.   

Quando sono riuscito ad ammetterlo, devo confessare che la mia vita è migliorata notevolmente.
Come esseri umani, tendiamo a proteggerci dalle emozioni negative, anche evitando quei pensieri che ce le farebbero vivere. Insomma, per mesi, per non dire anni, ero stato incapace di osservare la cruda realtà dei fatti: ​quei fallimenti erano colpa mia​.
Certo, in un  primo momento è stata dura. La realtà mi è crollata addosso. L’immagine di me stesso, quella del serio professionista, che mi ero costruito nella testa, è andata in pezzi. Un po’ come una scultura di vetro, le è stato sufficiente cadere da pochi centimetri di altezza per frantumarsi, in maniera irreparabile. Ma a ben vedere, quell’immagine per gli altri non era mai esistita, lo era solo nelle mie fantasie.

In un primo momento è stata dura. Ma d’altra parte, perché una ferita guarisca, devi prima disinfettarla, e la procedura di solito non è piacevole.
In un primo momento è stata dura, ma il momento è passato molto velocemente. Ho iniziato a diventare molto più autocritico, e a capire che c’erano delle cose di me che dovevano migliorare. In qualche modo, nel tempo sono diventato quasi un fanatico dell’automiglioramento, e questo mi ha spinto verso un nuovo lavoro, quello che oggi svolgo.

Oggi, a distanza di anni da quel primo cliente perso, non posso che ringraziarlo, per avermi costretto ad aprire gli occhi sulla realtà.
Perché diciamocelo, siamo tutti d’accordo sul fatto che il fallimento sia utile.

  • Ci fa ​imparare ​qualcosa di nuovo su noi stessi, o ci spinge a cambiare qualcosa che non funziona
  • Ci permette di sviluppare la nostra ​resilienza​, e ci rende più capaci di affrontare le sfide quotidiane
  • Ci porta sulla strada del ​successo ​di lungo periodo: non esiste nessun grande obiettivo raggiunto che non sia passato da una lunga serie di ostacoli superati, più o meno grandi.

La paura e il coraggio

Ma nonostante siamo tutti d’accordo, ne abbiamo ​paura​. Paura del contraccolpo negativo. Paura di quello che potrebbero dire gli altri. Ma come dicevano già gli antichi Babilonesi, ​la paura affrontata diventa coraggio, quella evitata diventa timor panico​.

La migliore ricetta per non aver più paura di fallire?
Inizia a fallire di proposito. Sulle  cose piccole. Fallisci nell’arrivare in orario a un appuntamento. Fallisci nel portare a termine un piccolo obiettivo aziendale. Fallisci nell’ottenere qualcosa da qualcuno. E magari parlane. Da quando ho iniziato a parlare pubblicamente dei miei fallimenti, ho iniziato realmente a vederli sotto una luce diversa. Ora, per me, sono risorse da mostrare e valorizzare, non più limiti da nascondere.

Oppure evita i fallimenti come la peste. Non fare mai nulla di nuovo, per evitare il rischio di fallire. E se per caso accade, non dirlo a nessuno, nascondilo nell’angolo più buio della tua soffitta, e fa finta che non ci sia. Poi, a un certo punto, come Pessoa ti guarderai indietro e scoprirai di ​portare addosso tutte le ferite delle battaglie che non hai combattuto​.

Sono Consulente, Formatore e Coach. Ma anche podcaster, scrittore, cuoco, giardiniere, marito e padre. Studio modelli di Comunicazione e Problem Solving, e li uso per aiutare le persone e le aziende a risolvere problemi apparentemente irrisolvibili, o a raggiungere obiettivi incredibilmente sfidanti, che di solito hanno a che fare con la gestione del cambiamento, la leadership, e la negoziazione. Insomma, un po' un Mr. Wolf, senza però tutto quel sangue, rughe e papillon.

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Stiamo crescendo i nostri figli nella più profonda incoerenza.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Ti riporto una mia lettera alla Dirigente della scuola di mio figlio, siamo a Roma.

«Gentilissima Dirigente,

le scrivo con profonda amarezza questa comunicazione.
Le vorrei segnalare una situazione indecorosa della facciata della scuola del ‘Plesso Cicerone’ e della zona antistante.

Persistono ormai da sempre escrementi di cane ovunque che i ragazzi con gli zaini trolley si ritrovano ogni giorno a portare in casa, persiste uno stato di abbandono generale a causa della immondizia e dei cassonetti bruciati, la facciata ha una enorme scritta ‘VIVA LA DROGA’.

Questa situazione di abbandono (che ormai a Roma è diventata un problema generale) è davvero sconfortante in un luogo dove i ragazzi si trovano ogni giorno. Non so quanto potrà fare in merito a questi problemi, ma sento il dovere di segnalarglielo.
Le allego anche una foto che stamattina ho fatto passando davanti la scuola e che ha poi determinato la mia spinta a scriverle.

La ringrazio anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi. Cordiali saluti»

Risposta della Dirigente Scolastica:

«Per anni ho sollecitato interventi a chi di competenza, che non è il Dirigente scolastico. La scuola non può sistemare i mali del mondo!!
La invito a porre le questioni in oggetto al Municipio VII (proprietario degli edifici scolastici e competente sulla manutenzione degli stessi, per legge) ed AMA per la pulizia delle strade. Se dicessi al mio personale di pitturare le pareti esterne degli edifici potrei anche essere sanzionata per questo. Magari lei sarà più fortunata. Saluti.»

Ho quindi concluso con questa mia risposta:

«Comprendo la sua posizione. Non mi trova però d’accordo su un punto: la scuola deve contribuire a cambiare i mali del mondo. Il futuro è lì e noi li stiamo facendo vivere nella più profonda incoerenza. La ringrazio comunque per il tempo che mi sta dedicando. Grazie, Saluti.»”

Cara amica, non voglio entrare nel merito delle responsabilità perché non ne conosco le dinamiche. Trovo – questo penso mi sia concesso dirlo – abbastanza svilente il continuo scarica-barile che troviamo spesso in buona parte delle nostre Istituzioni (non solo per quanto riguarda le scuole) laddove ci sia di assumersi una qualche responsabilità o, quantomeno, da rimboccarsi le maniche per adoperarsi e risolvere una specifica problematica.

Se è vero che non si può sapere a chi spetterebbe, in questo caso specifico, la prima mossa per dare una “ripulita” all’immagine della scuola, è altrettanto inverosimile che la scuola possa essere sanzionata per aver compiuto un gesto corretto e positivo, cioè quello della pulizia e del mantenimento dell’ordine. La scuola è un bene pubblico e pertanto chiunque si adoperi per renderlo più vivibile e condivisibile possibile non può che compiere un gesto meritorio. Se così non fosse, è indubbio che ci sarebbe qualcosa da rivedere a livello di regole.

Voglio concludere dunque questo post, anziché con un mio commento, raccontando un bell’aneddoto di qualche settimana fa, con la speranza che possa far tornare un po’ di speranza: i ragazzi della scuola media “Cavalieri” di Milano hanno usato centinaia di post-it colorati per ricoprire gli insulti rivolti alla dirigente Rita Bramante apparsi misteriosamente sul muro della loro scuola. Su ciascun bigliettino hanno poi scritto risposte di incoraggiamento e tanti complimenti, realizzando così un vero e proprio mosaico fatto di gentilezza e positività dai mille colori.

«Signora Preside non si scoraggi, non ci faccia caso. Sempre a testa alta!»
«Lei è la preside più brava di Milano»
«Mi dispiace per quello che è successo perché lei mette il cuore per noi e per questa scuola, le vogliamo bene!»
«Noi siamo dalla sua parte»
«Se non fosse presente con noi non sarebbe successo»
«Continui a lavorare siamo una squadra»
«Brava preside, quello che c’è scritto sul muro non è proprio vero»
«Lei viene anche nei week end per la nostra scuola e noi la ringraziamo e basta».

La risposta della preside, salutando i suoi studenti, è stata una citazione di Fabrizio De André: “È proprio vero che dal letame, a volte, se si ara il campo, se ci si lavora sopra, nascono i fior”. Per questo credo sia stato utile sfruttare il tuo racconto, cara lettrice, per ricordare anche questo aneddoto opposto: perché in mezzo a tanta cattiveria c’è anche chi riesce ancora a riconoscere il valore delle persone, del loro lavoro quotidiano e dei luoghi di condivisione dove, piano piano, vengono formati i cittadini di domani. I nostri figli. Che speriamo possano essere persone migliori.

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Crescere

Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

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The Quiet Life, Dirty Gold 

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