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La vita? Una marmellata di lotta, fortuna e bellezza

Se il nostro cammino non fosse faticoso, impegnativo, sorprendente, imprevedibile, quale sarebbe la ragione di un viaggio per cui ci hanno dato un biglietto gratis?

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Cosa mi avevi chiesto? Ah sì, perché è così faticoso trovare la propria verità.

Categoria: domandine semplici.

Ok allora, prima di tutto, secondo me noi decidiamo.

Verbo potentissimo, se riusciamo a mantenere le redini.

Noi decidiamo. Diverse cose. A volte, di voler trovare la nostra personale verità.

E lì ci incamminiamo.

Acqua, cibo, vestiti di cambio, portafogli, smartphone. Dentro lo zaino. Poi zaino in spalla. E via.

Questo è già un punto di partenza affascinante.

Il gesto atletico di chi cerca

No, aspetta, io non ho detto ‘capiamo’. Ho detto ‘decidiamo’.

Il gesto atletico delle due azioni è molto diverso.

Quando l’abbiamo deciso non lo so. Non ce ne accorgiamo neanche, penso.

Magari a te sarà successo una settimana fa, mentre eri in fila alle Poste.

Oppure ieri, quando quell’acquazzone ti ha ridotto come un pulcino fradicio.

Magari l’hai deciso stamattina.

Sì magari l’hai deciso oggi, prima di venire qui e inciampare casualmente su questo post.

(“casualmente” va tra virgolette, perché…vabbè è una storia lunga).


Insomma, noi non lo sappiamo nei minimi dettagli. E non dobbiamo saperlo per forza.

Fatto sta che ci svegliamo e decidiamo che esiste la nostra verità.

Vogliamo trovarla? Bene. Non sappiamo come cercarla? Ovvio.

Ovvio perché se no che gusto ci sarebbe a trovarla fuori di casa.

Se hai figli o nipoti, prova a chiedere loro che gusto ci sarebbe? Mi sa che vorranno sentire una storia più avventurosa…

Riuscire a vedere la luce

Prendiamola così: vogliamo partire per un viaggio. Il viaggio può essere stupendo. Mal che vada, sarà entusiasmante. Alla peggio, indimenticabile.

No, però adesso non fraintendermi. Non sto volteggiando con parole addolcite per scrivere un post fuffoso.

Guarda che mica ci arrivano tutti, eh. Mica ci arrivano tutti dove siamo io e te adesso.

Non tutti sono John Belushi!

Non l’hai afferrata? Era una citazione…

Voglio dire che non tutti riescono a vedere la luce. Cioè l’illuminazione.

A sentire la vocazione. Cioè la chiamata dal futuro.

Quel risveglio che si manifesta sotto forma di immagine o suono e che ti dice: vai!

Un senso da ‘pane e salame’

Se il nostro cammino non fosse faticoso, impegnativo, sorprendente, imprevedibile, quale sarebbe la ragione di un viaggio per cui ci hanno dato un biglietto gratis?

Che senso avrebbe questo viaggio, al netto di cibo, sonno, sesso, soddisfazioni, gioie, dolori, feste, matrimoni, pianti, abbracci e un po’ di limoncello dopo cena?

E allora a me non va più di parlare di verità.

Posso parlare ‘pane e salame’? Per i vegani, posso parlare ‘pane, olio e pomodorini’?

Con quello zaino in spalla, cerchiamo il senso. Che da qualche parte c’è (e lo sappiamo).

Con quello zaino in spalla, proviamo a ricordarci come ci siamo arrivati fin qui (che sembra impossibile, ma lo sappiamo).

Guardiamoci in faccia io e te. E rendiamoci conto che stiamo parlando di vita. Che abbiamo il coraggio di parlare di vita (e di morte).

Lotta, fortuna e bellezza

Anche se a noi piace definirci, ad ogni latitudine e ad ogni colore di pelle ci hanno già definiti.

‘Artefici’. Esclusivi artefici del cammino.

Fondatori, esploratori, registi, cronisti.

Della vita.

Che purtroppo non è una tavola imbandita di prelibatezze. Non lo è affatto.

Qui c’è da masticare fango e digerire ingiustizie. C’è da farsi domande e non trovare le risposte giuste. C’è da complicare le cose, perché la semplicità non si adatta a noi.

E a volte c’è da piangere di nascosto.

Mi sembra un quadro astratto dove, a volte, neanche da pittori ci capiamo granché.

Mi sembra una marmellata di lotta, fortuna e bellezza.

Ma noi abbiamo quello che ci basta: il tempo per cercare la nostra verità.

Sì…cioè…il nostro senso.

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Crescere

Per andare oltre devi sentire di più (non sentirti di più…)

Il segreto per fare di più? Abbandonare le scarpe, il controllo e la presunzione!

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Alcune persone si distinguono in quanto capaci di azioni superiori alla norma. Tanto superiori che i più le ritengono impossibili. Chi le compie è considerato un eroe.
Di primo acchito pensiamo che quello che li rende eroi sia quello che fanno. Tuttavia, molti tentano di imitarli, ma senza gli stessi risultati. Fare come loro quindi non basta. Ci deve essere qualcos’altro! Ciò che li rende superiori infatti non è quello che fanno, ma quello che sentono.

L’eroe è tale perché sente di più.

E dal momento che sente di più va oltre la norma. Un mare di segnali stimolano i nostri organi di senso in ogni istante della vita. Suoni, luci, sensazioni, odori e gusti dal mondo esterno sollecitano reazioni che in fin dei conti sono la maggior parte delle nostre azioni. In questo mare di sensazioni e reazioni solo un rivolo giunge alla nostra coscienza e scomoda il pensare consapevole.

Una folata di vento freddo sollecita in noi numerose reazioni, ma l’unica che notiamo è il gesto del braccio che solleva il bavero della giacca. Gli aggiustamenti di postura, termoregolazione, metabolismo non li notiamo. Ma ci sono! La differenza tra noi Homo Sapiens e gli altri esseri viventi animali e vegetali è che in loro non c’è pensiero. La vita di animali e piante è un costante sentire e reagire al mondo esterno.

Ritorniamo per un attimo agli eroi, i protagonisti delle missioni impossibili. Penso ai ragazzi che praticano parkour e spiccano salti impensabili con il sorriso stampato sulle labbra. Penso a musicisti di eccellenza che suonano a velocità incredibili pur mantenendo colore ed espressione. Penso ai Taraumara che corrono nei deserti rocciosi sotto il sole cocente con l’eleganza di un modello che sfila su una passerella. Cosa gli consente di fare quello che fanno?

Sono le poche sensazioni consapevoli a cui reagiscono volontariamente o le moltissime sensazioni inconsapevoli a cui si concedono di reagire inconsapevolmente?
La risposta è uno schiaffo alla nostra presunzione di esseri intelligenti.

Quello che li rende superiori alla norma infatti è il fatto che riducono al minimo il controllo consapevole e aumentano al massimo la gestione inconsapevole. Insomma il loro segreto è scommettere su quello che sentono e non su quello che pensano.
Questi eroi si rendono conto di poter sentire molto più di quanto possono pensare di sentire. E così il gioco è fatto. Lasciarsi andare al sentire diventa l’unica via percorribile per chi ambisca ad una prestazione superiore alla norma.

Fate un esperimento

Infilatevi gli auricolari e avviate la vostra playlist preferita. Indossate gli occhiali scuri per filtrare la luce, un cappellino per limitare il riscaldamento della testa, uno scalda collo per filtrare l’umidità, l’inquinamento e riscaldare l’aria prima che venga inspirata. Infilatevi un paio di scarpe con suola morbida e spessa per attutire gli effetti delle asperità del terreno.

Mettete in tasca un numero sufficiente di gel energetici per garantirvi un apporto energetico adeguato. Indossate lo zainetto porta acqua e riempitelo di liquidi a sufficienza per garantirvi un apporto idrico adeguato. Guardate le previsioni del tempo e fate gli ultimi ritocchi al vostro equipaggiamento. Uscite di casa e cominciate a correre. Grazie agli alert dello smartwatch aggiustate la velocità in base al vostro livello di allenamento.

Procedete come da manuale, sperando in risultati da manuale. E adesso … cambio.
Mentre correte togliete auricolari e scalda collo. Sfilate occhiali e cappellino. Lasciate che i suoni, l’aria, la luce e i colori entrino dentro di voi. Consentite alle sensazioni che penetrano di regolarvi. Evitate di sforzarvi.

Se siete abbastanza temerari, abbandonate la strada asfaltata e prendete un prato. Quando vi siete ambientati, sfilate le scarpe da corsa e procedete senza. Lasciate che le sollecitazioni del terreno sulla vostra pelle entrino dentro di voi.

Silenziate lo smartwatch. Regolate la vostra velocità di crociera in base al respiro e al battito cardiaco. Anzi, lasciate che il corpo si autoregoli e limitatevi ad adeguare passo e ritmo.
Obbedite a quello che sentite.

Maggiore è il contatto che vi concedete con il mondo esterno, maggiore è il contatto che ottenete con il mondo interno.Click To Tweet

Diventate una sorta di sottile strato di cellule teso tra mondo esterno e mondo interno. Un filtro che non filtra, ma semplicemente si adatta. E così vi rendete conto che potete fare molto di più di quello che pensate. Il tutto grazie al fatto che sentite di più.

Più sentite, più efficace è il vostro agire e più grandi sono le vostre imprese.

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