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Le ferie? Un apostrofo sbiadito tra le parole Lavoro e Lavoro (o così pare)

Le ferie rappresentano quello che nell’infanzia era Babbo Natale, ovvero l’obiettivo di un anno di sacrifici, di fatica, di speranza, in cambio di un sacco di regali. E non sempre è un bene.

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F come ferie

Chi le ha finite (quasi tutti), chi le deve ancora iniziare (pochi), chi le brama (molti), chi è una vita in vacanza. Le ferie sono per tutti momenti diversi dalla routine in cui rispondiamo al bisogno fisiologico di riposarsi.

Non credo alle ferie come uno “stacco” dal lavoro, ma come un momento in cui potersi fermare e dare spazio alle cose della propria vita. Oggi poi con il concetto di smart working il confine tra il nostro lavoro e il nostro tempo libero è ancora più labile se non viene organizzato a priori seguendo i ritmi personali che intendiamo seguire. Le ferie però sono tutelate anche in quel tipo di contratto.

Sia che uno le passi in casa, o in spiaggia, o in montagna, o in viaggio, quello che ricerchiamo dalle ferie sono momenti per ritrovare un po’ noi stessi, con tutto il nostro bagaglio personale, famigliare e culturale.

Ridare un po’ di tempo alle nostre passioni, ripulire i cassetti dalla polvere della quotidianità, appassionarsi ad altre storie (libri, film, pettegolezzi), tutto significa dare valore al nostro tempo che sappiamo in partenza essere limitato.

Talvolta però sono solo chimere dove l’aspettativa supera la realtà e hanno l’effetto del Capodanno, ovvero del doversi divertire e rilassarsi a tutti i costi per poi finire alla solita festa che in altri momenti sarebbe stata pure più divertente. L’importante è provarci a renderle strepitose e aspettarle.

Proprio per quest’aura sociale di un momento tanto bramato, credo che le ferie rappresentino quello che nell’infanzia era Babbo Natale, ovvero l’obiettivo di un anno di sacrifici, di fatica, di speranza, nello sforzo a essere buoni e poter così ricevere un mare di regali. Meglio se i nostri preferiti… Nel nostro caso potersi regalare del tempo per sé stessi e per i nostri interessi.

Certo non dobbiamo vivere il nostro lavoro nell’attesa delle ferie, perché in questo caso ci sono altri problemi che dovremmo affrontare. Il lavoro deve essere prima di tutto alimento per la nostra felicità di svolgere l’occupazione per cui abbiamo la vocazione, di poter dare il nostro contributo alla società valorizzando i nostri talenti e dare vera dignità a noi stessi. Se diventa un senso di prigionia e fastidio credo che le ferie potrebbero rappresentare un ottimo momento di fare “reset” e ripensare il tutto da capo.

È infatti un momento in cui ricaricarci e non scaricarci: il tempo libero speso per noi stessi serve ad abbandonare i livelli di stress, e a rifocalizzare la nostra vita su ciò che ci interessa e che ci rende felici. Un periodo di riposo poi, serve a ridare tanto al nostro lavoro, dare benzina al nostro motore e ripartire con sempre più energia e motivazione. Il necessario rifornimento per andare avanti un ulteriore anno o se fortunati fino al successivo periodo di vacanza.

È banale affermarlo, ma le ferie possono servire anche a praticare una delle passioni comuni a molti di noi: leggere. Ma leggere cosa? Qualunque libro ci incuriosisca, il classico di cui procrastiniamo sempre l’inizio, il saggio per migliorare qualcosa di noi, l’ultimo racconto dell’autore preferito, la nuova edizione di un giallo del Commissario Maigret.

Il tempo nella quotidianità è sempre poco e dobbiamo dedicarne gran parte al nostro lavoro, agli affetti e al riposo. Quello che realmente se ne va è il tempo per noi stessi che cerchiamo di recuperare proprio in questi momenti. La lettura di un libro ci aiuta in questo senso e ci obbliga, anche involontariamente, come in uno specchio, a leggere nella nostra vita e tra le pieghe del tempo che passa, anno dopo anno, attraverso le storie degli altri. È il vero tempo che serve a noi e alla nostra vita, a capirci, comprenderci e soprattutto a stimolare la nostra curiosità intellettuale e ascoltarci.

Ecco un bell’investimento del nostro tempo e delle nostre ferie, qualunque sia il contorno. E mentre ne discutiamo, settembre, metafora di ripresa e ripartenza, è già alle porte…

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

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Come cambiare il passato, cambiando la nostra storia

Il passato è un insieme di fatti accaduti, che non possono essere cambiati. Ma possono essere ritagliati, adattati, rimontati, affinché veicolino una storia diversa, interpretata nella luce del presente.

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“Toc, toc… sono il passato. Ti porto le mie imperfezioni. Sono così faticose da sopportare. Che ne diresti di provare a correggerle? Prova, dai. Cosa ti costa?!”. “S’accomodasse!” rispondiamo noi “Vediamo che si può fare”.

È così che inizia la scena e sappiamo bene come finisce. Ci siamo noi che viviamo nel presente con gli occhi rivolti verso il passato. Pensiamo di tutto e facciamo di tutto qui nel presente, ma le cose là nel passato non cambiano.

Procediamo letteralmente “a rotoli”. Ci rotoliamo su noi stessi per cercare di affrancarci da rimorsi e rimpianti. Tuttavia, non funziona. Le imperfezioni rimangono e noi siamo sempre più frustrati. Se il passato è imperfetto, allora il presente, che in quel passato affonda le radici, comincia ad apparirci sempre più imperfetto anch’esso.

Ma… si può modificare il passato nel presente?

Nel momento in cui il passato bussa alla porta del presente siamo come presi da un’irresistibile tentazione: aprirgli la porta e farlo accomodare.

“Ci sarà un modo per ripulire quelle macchie!”, ci diciamo.

Il resto è andato bene, ma quelle tre o quattro imperfezioni, le macchie, ci stanno proprio male.
Il tentativo di ripulire il passato per poi riporlo in ordine nella bacheca dei trofei può diventare una vera e propria compulsione. Difficile resistere.

Aprire le porte al passato per cercare di cambiarlo è un’azione così semplice e naturale, che si dà per scontato abbia un senso. Tuttavia la domanda rimane: il passato si può modificare nel presente?

La contemplazione del passato

Ritornare con la mente al passato e contemplarlo è un’abitudine che io ritengo sana per tutti. Riguardo a me poi… è un meraviglioso passatempo. Osservare ieri a partire da oggi.

Se ci pensi, è un po’ come passeggiare lungo un viale e vedere sui tronchi degli alberi cresciuti le incisioni prodotte dal nostro passaggio. Parole, disegni, graffi, levigature, incisioni, abbellimenti, macchie di sangue o di lacrime, briciole.

Su quelle cortecce si trova di tutto, perché di tutto è accaduto.
Su quel viale siamo caduti e ci siamo rialzati, abbiamo riso e abbiamo pianto, abbiamo cantato e abbiamo urlato. E qualche volta abbiamo dormito lunghi sonni.

Il passato non può essere modificato nei fatti, ma nel senso

Il passato è per ciascuno di noi un insieme di fatti accaduti. E i fatti accaduti, come dice la parola, non possono essere disfatti. Tuttavia, il passato è anche l’interpretazione di quegli stessi fatti.

L’ultima carezza ricevuta è triste, la prima gioiosa. Un pugno dato fa male, ma a volte fa anche bene.
I fatti non possiamo cambiarli, ma il senso che gli abbiamo attribuito, si. Anzi, lo facciamo spesso, tutti.

Le ferite non si cancellano, ma possono cicatrizzare. E le cicatrici ogni tanto fanno male, ma almeno non sanguinano più.
Quindi, non si può cambiare il passato, ma si può cambiare l’effetto che, tramite il ricordo, il passato ha sul presente.

Come cambiare il passato

Penso che ognuno di noi in pratica sappia cambiare il passato, ma temo non sappia come farlo di proposito. Così, quando vogliamo dare una lucidata a quello che è stato, non sempre imbocchiamo una strada “utile”.

Qual è dunque una ricetta per cambiare il passato?
Accettare i fatti e modificare le interpretazioni.

Ossia, piuttosto che cancellare le macchie, modificare luci e ombre.

Immagina…

Prendi un album di foto del tuo passato. Guardalo.
Adesso torna da capo e comincia a cambiare l’ordine delle foto. È lo stesso passato quello che vedi?

Adesso prendi un paio di forbici, comincia a ritagliare le foto e sposta le persone all’interno delle stesse foto o muovile da una foto all’altra. È ancora lo stesso passato quello che hai di fronte?

Concediti adesso la possibilità di realizzare spostamenti da una pagina all’altra. Viaggia nel tempo. Da un anno all’altro, da una famiglia all’altra, da un’epoca all’altra. È ancora lo stesso passato?

Adesso prendi queste strane “foto” che hai realizzato e disponile davanti a te.

…e incornicia

Nessuna foto ritrae fatti realmente accaduti, eppure adesso che le guardi ti sembrano il ritratto perfetto di ciò che vuoi ricordare in questo momento.

Nessuno di noi può modificare i fatti, ma tutti noi possiamo prenderci cura di incorniciare ciò che è accaduto ieri alla luce di ciò che siamo oggi e stiamo per essere domani.

L’arte di cambiare il passato ha a che fare con la cornice, molto più che con il dipinto.

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Una biblioteca di spunti

I libri sono il contributo che le persone, nel corso dei secoli, hanno portato al discorso comune sulla realtà, a un dialogo tra punti di vista.

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La biblioteca. Ci sono un sacco di libri sugli scaffali di una biblioteca oggi. Molti di loro sono coperti da un velo di polvere. Qualcuno ha scritto parole che nessuno leggerà più.

A quei libri non rimane altro che starsene lì, sugli scaffali, un po’ come gli alberi nei boschi.
Aspettano che qualcuno cammini alla loro ombra.

Quando cammino lungo i corridoi di una biblioteca mi sento profondamente calmo, come mi capita quando cammino tra gli alberi di un bosco. Avvolto dalle parole del passato mi sento calmo e a mio agio. Non ho bisogno di sapere nulla più di quello che posso osservare dal dorso dei libri: titoli, autori, talvolta date di pubblicazione e case editrici.

I miei occhi scorrono sul dorso dei libri ed è come se leggessi una pagina di appunti. Idee non ancora approfondite e al tempo stesso perfetti riassunti di idee già sviluppate.
È come se su quegli scaffali centinaia di persone avessero lasciato il loro piccolo contributo ad un tentativo di discorso comune sulla realtà, ad un dialogo tra punti di vista.

Se anche volessi approfondire il contributo di ogni autore, mi rimarrebbero sempre troppi scrittori non letti.
Così decido di non scegliere, di non approfondire. Rimango in superficie e spazio.

Lascio che nel mio campo visivo si accostino idee differenti e che il mio cervello venga impregnato di spunti. Ci pensi lui, se vuole, a trovare un filo conduttore. Del resto sono sempre parole di esseri umani. Il legante non manca.

Ai titoli si mescolano altri spunti.
I talloncini che indicano il settore: Fantasy, Storia, Geografia, Scienza, Narrativa, Medicina, Geologia, Zoologia, Musica, Arte.
I nomi degli autori: Mark Twain, Keri Smith, Austin Kleon, Paul Watzlawick, Gegory Bateson, Arthur Conan Doyle, Kafka, Italo Calvino, Paulo Coehlo, Hermann Hesse, Chip Chace, Miki Shima, Thomas Moore, Omero, Alessandro Manzoni.
Tavolta si aggiungono anche gli anni di pubblicazione. 1899, 1900, 1950, 1953, 1978, 2006, 2009, 2018.

E il mio cervello come all’ombra degli alberi di quel bosco che è la storia dell’essere umano continua a incamerare spunti, come punti su una pagina bianca. Sembrano le stelle nel cielo scuro. Noi vediamo punti luminosi, ma in realtà quello che abbiamo davanti è la storia dell’universo. Molto di quello che vediamo è già accaduto o deve ancora accadere. Una mappa in cui è compreso tutto quello che è stato, è e sarà.

E io mi sento tranquillo. Ero entrato spinto dal desiderio di prendere in prestito un libro, ma in questo momento non ne sento più il bisogno. Tanti sono gli stimoli che mi vengono quando non scelgo e mi limito a scorrere i titoli dei libri.

Poi giungo ad un reparto che si distingue dal resto perché pieno di colori.
È il reparto dei bambini o quello dei fumetti. In quel momento mi piace prendere un libro in mano. Aprirlo e osservare questi appunti diversi. Disegni, colori, forme e rare parole. Spesso sono libri di grande formato, con pagine grandi, da abbracciare. E il mio cervello continua a incamerare spunti come punti su una pagina bianca.

Alla fine non ho preso nessun libro. Eppure sono soddisfatto.

Adesso cammino per le strade della città in cui mi trovo. Non ci sono più mensole piene di titoli, ma case piene di persone.
Il mio cervello continua a ricevere spunti, come fossero punti su quella pagina bianca.

Tutti i libri alla fine parlano dello stesso mondo, ma da un punto di vista diverso. Così tutte le persone che incontro guardano e reagiscono allo stesso mondo, ma dal loro punto di vista. Sono tutti spunti che come punti popolano la mia mappa della realtà.

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