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Le tribù possono essere felici (i capi non necessariamente)

Dalla sopravvivenza alle opportunità: la ricerca della felicità passa attraverso le persone che frequentiamo.

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Noi essere umani abbiamo tendenza ad organizzarci in gruppi e a influenzarci a vicenda. È nella nostra natura: far parte di una tribù è da sempre sinonimo di sopravvivenza, e non c’è niente di più forte che l’istinto di conservazione.

Lo facciamo con gli amici, che spesso chiamiamo la nostra “cerchia” di amici.
Ma lo facciamo anche al lavoro, dove sviluppiamo persino un sotto-linguaggio comune (solitamente specialistico, come sigle e riferimenti interni, non comprensibili a chi non fa parte della tribù).

Le tribù del web

E lo facciamo anche sui social.
Quando pubblico un post, ci sono delle persone che gravitano attorno e che interagiscono regolarmente con quanto scrivo. Loro leggono me, io leggo loro. Non ci siamo cercati, spesso non ci conosciamo, ma sembra che ci siamo trovati.

Cosa ci accomuna? Solitamente un modo di vedere la vita. O alcune esperienze simili. O il piacere di trovare spunti stimolanti nell’altro. Perché, in fondo, alla sopravvivenza si sono sostituite le opportunità: frequentare queste persone ci dà l’impressione di poter lavorare meglio, di poter stare meglio, o forse soltanto di sentirci meno soli.

“Voglio riposare insieme ai miei compaesani. Se non altro loro e io veniamo dallo stesso posto. Forse, tutto considerato, è questo che importa. La tribù. Si vuole far parte della tribù. Consapevoli o no, è questo che si vuole.” (Jo Nesbø)

Sono cosciente che discorsi di questo tipo possono far storcere il naso a qualcuno, perché sembrano affondare le radici in una parte dell’uomo che abbiamo dimenticato: quella naturale, ancestrale, un po’ animale (e a questo proposito consiglio la lettura dell’ottimo articolo di Gabriele Bovina “Go Wild: il futuro è da selvaggi”).

Invece è proprio tutto l’opposto: questi fenomeni, che ci sembrano tanto lontani, sono le pietre angolari della nostra società. Abbiamo costruito la nostra civiltà su meccaniche di questo tipo ed esse permangono sotto forme diverse ma riconoscibili.

Parla, e ti dirò chi sei

Non è un caso che molti studiosi si siano dedicati al fenomeno del tribalismo. Dave Logan e Halee Fischer-Wright, in particolare, hanno dato una lettura affascinante del fenomeno, studiando la tipologia di linguaggio delle varie tribù organizzative a stadi differenti del loro sviluppo (per approfondire vale la pensa leggere Tribal Leadership, disponibile anche in italiano).

Per chiarezza, quando parliamo di tribù non si fa riferimento a quelle amerindiane o ai bantu del Burundi: sono i gruppi che troviamo all’interno delle aziende o in altri contesti della nostra società. Immaginiamoci che il trampolino di lancio sia l’approccio antropologico, mentre l’atterraggio è in pieno territorio della psicologia delle organizzazioni.

L’analisi linguistica portata avanti da Fischer-Wright, tipicamente, non è legata al fenomeno dei sotto-linguaggi tecnici, che citavo poco fa, bensì a tutta una serie di indicatori che permettono di riconoscere a che stadio di sviluppo si trova la tribù.

Ad esempio, i gruppi in cui è più comune sentire frasi del genere “Non ci ascoltano”, “Non ci prendono sul serio”, “Il mio datore di lavoro fa schifo”, “Non si possono cambiare le cose” sono al secondo stadio di sviluppo.
Se mi concedete una mezza battuta, la tribù dei sindacalisti ha tendenza a ritrovarsi in questa fase, ma anche i funzionari statali.

Invece, il terzo stadio gira tutto intorno a me e a me stesso. La parola più comune è “io”: “Non lo so”, “(io) ho un’idea”, “(io) sono sicuro che sarai d’accordo con ME che è necessario cambiare, e (io) penso di sapere come fare. Sei con ME?”.
C’è molta competizione, anche interna al gruppo. Secondo la mia esperienza, la maggior parte delle aziende dei servizi è a questo stadio.

Gli stadi di sviluppo delle organizzazioni tribali

A questo punto, penso che valga la pena dare una lettura veloce ai 5 stadi identificati da Logan & Fischer-Wright (la traduzione è mia, così come la sintesi):

Primo Stadio
La tribù è generalmente ostile, nei confronti di tutto e di tutti.
Il loro credo è “La vita fa schifo”.

Secondo Stadio
La tribù ha perso lo slancio di ostilità, si è calmata, ma un po’ troppo: è caratterizzata dall’apatia e dal senso di futilità. I propri membri hanno tendenza a non riconoscere le responsabilità e sono pronti a disgregarsi.
Il loro credo è “La mia vita fa schifo”.

Terzo Stadio
La tribù è composta da membri con interessi personali. Fanno parte del gruppo solo per soddisfare le proprie necessità e non collaborano volentieri con gli altri.
Il loro credo è “Io sono bravo, tu invece non lo sei”.

Quarto Stadio
I membri della tribù hanno sviluppato dei valori condivisi, sono disponibili a collaborare e a condividere la conoscenza. Sono estremamente competitivi, ma la loro energia è diretta contro persone esterne o contro altre tribù.
Il loro credo è “Noi siamo bravi, voi invece no”.

Quinto Stadio
Sono rarissime le tribù che arrivano a questo stadio, caratterizzato da un senso di beatitudine. I membri della tribù sono impegnati nella creazione e nell’innovazione, ottenendo grandi successi.
Il loro credo è “La vita è magnifica”.

A ogni scalino, da uno stadio a quello superiore, assistiamo a un drammatico miglioramento della produttività.
Questo è solo uno dei tanti motivi per cui è importante prendere coscienza di fenomeni di questo tipo: influenzano in modo determinante la capacità di un’azienda di essere all’altezza della propria missione.

Quando la tribù è viola

Facevo l’esempio poc’anzi di come mi sia accorto di far parte di una tribù anch’io, soprattutto su LinkedIn. Una purplebù, la chiamerei. E in modo simile, ci sono altre tribù che si sono create, intorno a progetti, o aziende, o località.

E ogni tanto ci sono scintille. Partono frecciatine contro la tribù accanto – o peggio – e ci si affronta a parole, nella più tipica tendenza della nostra era, dove le spade sono state sostituite dalle tastiere.

È normale che succeda.
Tuttavia c’è un aspetto che andrebbe approfondito, in queste dinamiche. Ed è legato alle modalità stesse di formazione di una tribù.

Come nasce una tribù?

Storicamente, gli esseri umani si federavano in gruppi che erano essenzialmente familiari, e non soltanto nel paleolitico: basti pensare ai clan scozzesi.

Ma quando i legami non sono familiari?
Quando la tribù non ha una storia comune e non può vantare degli anziani a cui fare capo, chi la dirige?
Sempre ammesso che sia necessario avere un leader, ma dal punto di vista antropologico questa sembra la tendenza. Insomma: Chi dobbiamo seguire?

L’impressione che ho, su base squisitamente empirica, è che la tribù tenda ad associarsi intorno alla persona che è maggiormente visibile. Quella che ci mette la faccia. I membri della comunità di interessi riconoscono a questa persona l’autorità e la ricompensano a suon di like e di condivisioni.

Non sono sicuro, però, che la tribù riconosca in modo equivalente l’autorevolezza del suo leader.
Per rimanere al comando, è soprattutto importante il modo in cui si dicono le cose, e la modalità vincente, specialmente sui social, sembra essere quella dell’aggressività.

La comunicazione violenta e la tribù-setta

Il leader esercita la propria influenza sui membri della tribù criticando gli altri, le persone che non fanno parte del suo clan.
È un lavoro da equilibrista, perché da una parte il suo atteggiamento rinforza il senso di appartenenza della tribù, cercando dei nemici esterni (tipico del quarto stadio di sviluppo), dall’altra agita lo spauracchio dell’esclusione di chi gli sta vicino (che è invece tipico del terzo stadio di sviluppo).

In pratica, il leader che si distingue per una comunicazione di tipo antagonistico, sempre orientata contro qualcosa o qualcuno, ricorda ai propri membri il privilegio di stare dalla sua parte: con me, o contro di me. Finché mi riconoscete, siete intoccabili; mi tradite, vi sommergerò con la sassaiola dell’ingiuria e con commenti al vetriolo.
Uno ci pensa due volte, prima di uscire dal cerchio tribale in cui si trova (anche perché il presupposto di questo tipo di associazione, ricordiamocelo, è l’interesse: stiamo in gruppo per una ragione di convenienza, speriamo di guadagnarci qualcosa, fosse anche solo un po’ di calore umano).

La dinamica è molto simile a quella di una setta: si tende ad isolarsi e a fare della tribù un luogo di interazione sociale quasi esclusivo. Si creano delle associazioni legate alla setta, si organizzano eventi autocelebrativi e si stampano magliette con slogan che sottolineano l’unicità dei membri della tribù, per suggerire di essere migliori degli altri.

Tutte cose che, onestamente, ho pensato di fare anch’io con la nostra Purplebù, prima di realizzare che è una strada pericolosa, se non addirittura un vicolo cieco, dove alla fine ci aspetta il baratro dell’autorefenzialità.

Un esempio dalla politica… ma non politico!

La cronaca di questi tempi, in Italia, ci offre un esempio privilegiato di questi fenomeni tribali, nella figura del vicepremier Luigi Di Maio, che tra Beppe Grillo e Alessandro Di Battista è sicuramente il personaggio meno carismatico del Movimento 5 Stelle.
E per carità, non sto facendo una valutazione di tipo politico: penso semplicemente alle modalità di comunicazione utilizzate dalla tribù M5S nel corso degli anni, dove ogni argomentazione era in opposizione a qualcosa o qualcuno. No Tav, No Cav., No Vax, No Inciucio.

Questa strategia comunicativa ha funzionato egregiamente e la tribù è cresciuta, fino al punto, però, che lo stadio di sviluppo successivo ha richiesto un nuovo set di competenze: la capacità di collaborare con gli altri, anche con gli avversari. E l’Inciucio è stato ribattezzato Contratto di governo.
Per par condicio, possiamo dare un’occhiata anche al campo del PD, campo peraltro ormai deserto: la caduta del capo-tribù carismatico ha aperto una voragine, un vuoto di potere che ha di fatto paralizzato tutto il partito.

La solitudine del capo-tribù

Se pensiamo alle realtà lavorative che conosciamo, o anche a certi nuclei familiari, o alle dinamiche che nascono sui social tra i nostri contatti, ognuno di noi può identificare queste tipologie di persone che si ritrovano al centro di una tribù ma che non sono dei veri leader.

Sono semplicemente persone che influenzano con la negatività, con l’arroganza, con i commenti cinici, ed esercitano potere, non influenza. Un potere che profuma di paura, ma non solo il timore che può incutere agli altri (la paura di essere esclusi, di essere criticati, di non ottenere più il sostegno degli altri membri della tribù-setta), bensì anche la paura che ha lui (o lei). La paura del capo-tribù.

Deve essere spaventoso, ritrovarsi in una posizione dove sei obbligato a usare la violenza verbale perché ti manca la capacità di ispirare.

Come co-fondatore di un’azienda, questa cosa mi interpella.
Mi domando quali siano le risorse e le forze da mettere in campo per arrivare al quinto stadio di sviluppo, quello che porta creatività, innovazione e, in fondo, felicità.

I 4 passi della tribù felice

Penso che il primo passo da fare sia rompere l’autoreferenzialità: interagire con le altre tribù, ascoltare le idee degli altri, soppesare le critiche e prenderle in considerazione. Non vuol dire essere sempre d’accordo, ma significa prima di tutto capirle.
L’ascolto che dedichiamo all’altro è sempre condizionato dal bisogno di rispondere. Non ascoltiamo veramente: ci prepariamo soltanto al contrattacco. Lo facciamo tutti, e troppo spesso.

Il secondo passo è restare concentrati sull’obiettivo, su quello che gli americani chiamano “purpose”, che è un obiettivo nobile, e che non sempre corrisponde alla mission e che non è esattamente la vision, per restare in ambito di terminologia anglosassone (con il rischio che si corre di questi tempi a citare lingue straniere in italiano…).
Ognuno deve trovare il proprio purpose. Per me è contribuire a costruire un mondo in cui le persone si sentano libere di essere se stesse.

Il terzo passo è esercitare una vera e genuina accoglienza degli altri, ma anche di se stessi: è difficile, ma è possibile imparare ad accettare che non sempre siamo in grado di essere all’altezza; e altre volte lo siamo, siamo veramente bravi e speciali, ma questo non ci mette al riparo dalle critiche.
Se il capo di un’altra tribù mi attacca, anche pubblicamente, ad esempio su un social, posso reagire oppure accogliere; io credo che faccia bene sia a me che a lui, se invece di lasciarmi ferire dalla parole, cerco di accogliere non soltanto il suo messaggio (in linea col primo passo), ma anche il suo dolore, la sua paura, e la sua unicità.

Il quarto passo è accettare che gli altri passi siano scritti da altre persone. In una tribù felice, ognuno si sente libero di esprimersi e di proporre le proprie soluzioni, senza paura di sentirsi biasimare.


Questo è il mio impegno nel quotidiano. Ci provo. Mi sforzo. Non sempre ci riesco.
E se tu che mi ha letto fin qui, accettando di fare delle curve un po’ azzardate con me, nei meandri di queste riflessioni, ora senti risuonare qualcosa in te…

…beh, allora fatti sentire, perché forse, anche se non lo sappiamo ancora, facciamo parte della stessa tribù. Una tribù felice, speriamo.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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In primo piano

Welfare aziendale: nuovi modi di risparmiare (per tutti)

L’erogazione di benefit aziendali ha fatto l’oggetto di importanti modifiche a livello fiscale. Essi sono ora uno strumento interessante a disposizione delle aziende. Sono altrettanto interessanti per i collaboratori?

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Alcuni anni fa lessi delle facilitazioni, o meglio dire dei benefit che Google e Facebook offrivano ai loro dipendenti nella sede centrale.
Si andava da una serie di servizi interni quali la mensa aziendale (ma parliamo di una mensa a 5 stelle!) ai massaggi. La cosa che mi aveva colpito tuttavia erano i benefit estesi al di fuori dell’area aziendale. Affitti di case (in Silicon valley i costi di un affitto sono da urlo), maggiordomi che gestivano i servizi di lavanderia, dentista, assistenza ai genitori dei dipendenti anziani etc..

Inizialmente ero rimasto un poco allibito pensando alle spese aggiuntive che ogni azienda andava a caricare per ogni impiegato. Dopo tutto, questi servizi avevano dei costi e, anche assumendo che vi fossero delle aziende di servizi specializzate (che quindi potevano fare un “bundle” e relativo sconto, per un certo numero di clienti, leggasi i dipendenti dell’azienda), i costi aggiuntivi mi sembravano importanti.
Quello che ignoravo allora, ammetto le mie colpe, era che la maggior parte se non tutti questi benefit erano scaricabili al 100%. In pratica Facebook, Google e tutte le altre data company potevano dedurre al 100% le spese per i benefit dati ai loro dipendenti.

Vantaggi per i dipendenti

I vantaggi sono duplici. L’azienda può permettersi di essere generosa nei confronti dei propri dipendenti e intanto dedurre dalle tasse milioni (tema sempre caldo per un’azienda, in qualunque parte del mondo). I collaboratori invece godono di servizi utili e spendibili, ma il cui peso fiscale è meno importante di un premio pagato sullo stipendio.

Negli ultimi anni anche in Italia il tema benefit per i dipendenti è diventato caldo e ora le possibilità di benefit scaricabili non solo sono aumentate ma sono divenute utilizzabili per la stragrande maggioranza delle aziende (incluse una buona parte delle PMI).
Un report interessante che può offrire una visione di insieme del fenomeno welfare in Italia è il Welfare Index Pmi 2018.

Tuttavia il tema più interessante, a mio avviso, è la lista di benefit che le aziende ora possono erogare, in particolare:

Educazione e istruzione
Andiamo dalle borse di studio ai testi scolastici, in aggiunta sono previsti anche i servizi scolastici integrativi. Se consideriamo quanti dipendenti sui 30 anni e più hanno figli piccoli, da elementari o asilo, si comprende subito il vantaggio di questi benefit. Ancora più rilevante se si considera che non vi sono limiti di spesa. Quindi l’azienda, per ipotesi si intende, può definire un ammontare discrezionale.

Cura per membri della famiglia giovani o anziani
Babysitter, centri estivi e invernali (quindi anche lezioni di sci o altri sport), assistenza per familiari anziani non auto sufficienti.
Anche in questo caso non sono previsti tetti di spesa. Egualmente se consideriamo che l’età di un lavoratore in un’azienda va dai 25-30 sino ai 50, si comprende bene come questi benefit possano essere una boccata d’ossigeno per i dipendenti.
Se si considera poi i costi per gli anziani (i genitori in questo caso) che sono crescenti con la crescita dell’età media di vita, si comprende come anche in questo caso questi benefit diventino vitali per molte famiglie.

Fringe Benefit
Beni servizi e voucher, in questo caso c’è al momento un limite di 258 euro, lo sforamento del quale comporta la tassazione dell’intero importo. Un limite importante ma pur sempre utile nell’economia di una strategia di benefit aziendali.

Cassa sanitaria e fondi pensione 
Nessuno in caso di PDR, diversamente tetti rispettivamente di 3.600 euro e 5.100 euro.

Prestiti/mutui
Nessun limite

Buoni pasto
Una voce classica dei benefit aziendali. Quello cartaceo ancora rimane fisso a 5,29 euro al giorno mentre per l’elettronico, un settore su cui le welfare company puntano molto, arriva a 7 euro. Per quanto spesso la pausa pranzo sia limitata, c’è da considerare che molte aziende prevedono già una mensa interna gratuita. Quindi il ticket si trasforma in moneta digitale spendibile in molti punti convenzionati (a partire dai supermercati).

Educazione, istruzione, culto
Anche nel caso di sport, viaggi, cultura, non vi sono limiti.
La spesa per il tempo libero è una spesa rilevante per molti dipendenti e, purtroppo, spesso limitata da quello che “avanza” a fine mese; l’ISTAT stima che essa ammonti a circa al 5,2% della spesa complessiva di una famiglia italiana ed è quindi una voce importante che può aiutare il morale del dipendente.

Convezioni, carte sconti, conciliazione vita lavoro e mobilità
Anche in questo caso nessun limite.
Se consideriamo che le carte sconti si estendono anche a e-commerce e negozi online si capisce come anche in questo caso, specialmente sotto Natale, un bonus erogato con soluzioni di welfare può essere un’ottima soluzione per gratificare i dipendenti e migliorare il loro morale.

Alcuni aspetti normativi che meritano di essere menzionati

Il primo inizio importante sul tema benefit lo abbiamo con la legge di stabilità del 2016 che ha potenziato le agevolazioni fiscali per le aziende che concedono servizi e prestazioni di welfare aziendale ai dipendenti e allo stesso tempo ha reintrodotto la detassazione dei premi produttività.

  • Novità per i dipendenti: il lavoratore stesso sceglie se scambiare il premio retributivo con prestazioni di welfare integrativo completamente detassate.
  • Novità per le aziende: per i datori di lavoro, uno dei principali cambiamenti è dato dall’esenzione IRPEF dell’utilizzazione di opere e servizi messi a disposizione dei dipendenti e loro familiari anche se previsti da disposizione di contratto, accordo o regolamento aziendale (in precedenza, l’esenzione scattava soltanto se il benefit risultava come atto unilaterale e volontario del datore di lavoro).

La legge di Stabilità del 2016 ha anche previsto la possibilità di erogare i benefit da parte del datore di lavoro tramite i voucher, ovvero documenti di legittimazione in formato cartaceo o elettronico che riportano un valore nominale. È tuttavia con la legge di bilancio del 2017 che si consolidano molti de traguardi del 2016. Rispetto alla precedente normativa vengono ridefiniti due aspetti sulla parziale detassazione del premio di risultato. Il primo definisce i destinatari e i limiti del beneficio fiscale:

  • Requisito soggettivo: il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata viene innalzato da 50.000 a 80.000 euro.
  • Importi massimi: gli importi dei premi erogabili aumentano da 2.000 a 3.000 euro nella generalità dei casi, e da 500 a 4.000 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro.

Il secondo stabilisce che i servizi previsti dall’art. 51, co.4 del TUIR e i contributi alle forme pensionistiche complementari (D. Lgs. 252/2005) e di assistenza sanitaria (art. 51, c. 2, lettera a) non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente né sono soggetti all’imposta sostitutiva del 10%.

I vantaggi per le aziende

Ad aiutare le imprese ad accrescere il loro livello di welfare contribuisce quindi l’impianto normativo, modellato dalla legge di Stabilità 2016 e successivamente rafforzato dalle leggi di Stabilità 2017 e 2018 che, con robusti incentivi fiscali, ha promosso gli investimenti a sostegno del benessere dei dipendenti e delle loro famiglie: da un lato l’azzeramento del cuneo fiscale sulle somme erogate ai dipendenti, dall’altro, la deducibilità delle spese dal reddito delle imprese.

Un secondo aspetto della normativa riguarda, poi, la possibilità di convertire i premi aziendali di risultato in servizi di welfare, rafforzando gli incentivi già previsti per la componente variabile delle retribuzioni. I premi aziendali erogati in forma di welfare sono esenti da imposizione fiscale e contributiva.

La sfida

C’è ancora molto da fare.
In ambito aziendale le sfide sono principalmente due.

La prima è il selezionare dei pacchetti di welfare che siano adatti per i dipendenti. Per quanto molti uffici delle risorse umane abbiano avuto un “aggiornamento” della forza lavoro, molte di esse, se parliamo delle PMI, rischiano ancora di essere piuttosto statiche nel loro potere decisionale.

Di fatto il rischio è che i vantaggi del welfare non vengano a pieno percepiti, o peggio, vengano mal gestiti. Immaginiamo un’azienda che ha un mix di dipendenti giovani (dove i benefit per l’istruzione dei figli potrebbe essere molto apprezzato) e dipendenti con maggior seniority (dove i vantaggi per il care-giving dei genitori anziani sono sicuramente un asset). Se il manager delle risorse umane non è attento nel fare delle ricerche tra il personale i vantaggi del welfare saranno poco utili sia per l’azienda che per i dipendenti.

C’è poi una forte necessità che l’intera linea di comando (dalle risorse umane sino al CFO) possa comprendere i vantaggi del welfare aziendale e attivarsi di conseguenza.

La seconda sfida non è da meno. I dipendenti devono comprendere quali sono i benefici del nuovo welfare. Spesso le comunicazioni su questi temi vengono percepite come un rumore di fondo. Molto spesso l’azienda, soprattutto se parliamo di PMI, tende a comunicare senza enfasi questi servizi. Il risultato finale è che i dipendenti sono poco invogliati a iscriversi ai piani aziendali o, forse anche peggio, non sono un elemento attivo dei processi decisionali.

Una non-partecipazione dei dipendenti, che così non manifestano cosa può essere di loro interesse, è un serio danno per i processi di welfare aziendale e, di conseguenza, per l’azienda stessa. In alcuni casi, inoltre, è il collaboratore stesso a non apprezzare l’erogazione di premi che, di fatto, diminuiscono i propri contributi pensionistici.

Un esempio

Si ipotizzi che un’azienda, sotto il periodo natalizio o durante l’approssimarsi di un trimestre positivo, decida di erogare dei premi aziendali. Ovviamente la percezione del dipendente sarà a vantaggio di un bonus economico. Tuttavia se, poniamo, il benefit sia di 1000 euro, una volta “sopravvissuto” alla tassazione il benefit sarà probabilmente della metà, o poco più(ci sono differenti fattori per il calcolo del benefit economico finale).
Se invece lo stesso benefit o premio viene dato in welfare, l’intera cifra verrà percepita senza nessuna deduzione.

Per far questo tuttavia è necessario che le due sfide sopra menzionate siano superate.
Cioè che l’azienda sappia veramente come funziona il welfare e le aree dove i vantaggi possano essere applicati e conosca egualmente i gusti e gli interessi dei suoi dipendenti. E dall’altro che i dipendenti abbiamo un ruolo partecipativo nell’azienda.

Sicuramente i nuovi bilanci dei prossimi anni porteranno ulteriori novità a questo settore. Tuttavia già ora per le aziende italiane, e come detto non si parla solo delle grandi aziende ma anche delle PMI, il welfare aziendale è una soluzione vincente. Basta coglierla.

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Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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