Connect with us
fabbriche inquinamento fabbriche inquinamento

In primo piano

Me ne sbatto dell’inquinamento ambientale (e vi spiego perché)

L’attivismo individuale ha senso se confrontato agli interessi della collettività? La famosa goccia nell’oceano forse diluisce solo il problema.

Pubblicato

il

No, a me non importa dell’inquinamento ambientale.
Perché non voglio preoccuparmi della plastica e non voglio sentirmi giudicato.

Non ho un’anima green. E, di questi tempi, dovrei forse vergognarmene. [Nota dell’Editore: felice che tu ne sia cosciente ;-)]

Non ho interesse, quando sento parlare degli incendi in Amazzonia, dell’incidente di una petroliera, dei ghiacciai che si sciolgono.
Ho ancora meno interesse quando sento parlare di consumo critico, di campagne plastic free.

Non dico sia giusto, semplicemente non è una causa che mi appassiona.

Non ho nulla contro Greta, né contro le migliaia di ragazzi e ragazze che hanno manifestato in tutto il mondo per un futuro più sostenibile: quando qualcuno si spende per una buona causa e guarda al futuro, ha il mio rispetto. Sempre.

Poi però incontro chi mi giudica per questo, mi stimola a scegliere coscienziosamente il cibo con meno imballaggi, a fare il refill per acqua latte e detersivi, a scegliere le capsule di caffè biodegradabili.

Questi input sono di solito accompagnati in maniera quasi paternalistica da alcuni ammonimenti.
Se tutti facciamo la nostra parte (e quindi anche tu) il mondo sarà un posto migliore.
Se tutti facessero come te, avremmo un mondo peggiore.
In che mondo vorresti far crescere tua figlia?
Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo Paese (ok, questa non me l’ha mai detta nessuno, ma non mi sorprenderebbe).

E quindi vado ai matti, istintivamente.

Poi però penso di doverla argomentare meglio, la mia posizione, e quindi provo a mettere in fila alcuni pezzi per aiutarmi a chiarire le idee.

Qui il dilemma è molto semplice: sono sufficienti le leggi e il mercato, opportunamente indirizzati, ad orientare comportamenti e azioni virtuosi per ridurre l’inquinamento ambientale, o ci vuole anche un tocco di coscienza personale?

È il mercato, bellezza!

Non piace a tutti, ma siamo in un’economia di mercato. E in un’economia di mercato (cito Wikipedia per semplicità) le decisioni in materia di investimenti, produzione e distribuzione vengono guidate dai segnali di prezzo creati dalle forze della domanda e dell’offerta.

Chiaramente, anche in un’economia di mercato ci sono azioni e comportamenti non guidati dai denari: anche la stessa Wikipedia, ne è un esempio. Il valore di una scelta, specie in questi ultimi anni, ha preso forme molto diverse: la mia ricompensa, per il pezzo che state leggendo, non è certamente il denaro. Ci muovono spesso altri bisogni, solo parte dei quali sono anche indirettamente ricollegabili ai soldi.

Ma il grosso delle nostre interazioni quotidiane è mediato da un valore economico. Capisco che non sia romantica come visione, ma tant’è.

Da qui discende la mia opinione di base: si utilizzi la leva economica, per generare un cambiamento favorevole all’ambiente. Se la plastica è il diavolo e volete spingermi a comprare una bottiglia di vetro riutilizzabile per fare il pieno di acqua alle casette civiche, nessun problema – avete due strade.

Numero uno: potete vietare l’utilizzo di plastica per legge e cioè togliermi la possibilità di scelta, ergo togliermi spazi di libertà.

Numero due: potete farmi pagare un litro di acqua in bottiglia di plastica 2€ al supermercato, e lasciarmi la libertà formale di decidere se il delta di prezzo per me giustifica lo sforzo di mettermi in coda a questuare quel litro d’acqua alla casetta comunale.

In entrambi i casi andrebbe gestita una fase di transizione, lo capisco, ma passata la bufera probabilmente chi produce plastica comincerà a convertire un pezzo di produzione (alla peggio chiuderà perché o avrà meno clienti o sarà fuori legge quella parte di business) e contestualmente nasceranno nuovi servizi per coprire il bisogno del sottoscritto (non vuoi elemosinare acqua alla casetta? Te la porto io a casa, come succedeva con il latte fino a cinquanta anni fa, per dire).

E voilà.

lattaio consegna a domicilio

Scelte collettive o scelte individuali: chi deve decidere?

Tuttavia, mi pare di capire che l’andazzo generale, come già succede banalmente con il fumo di sigaretta, è il seguente: con una mano accarezzo le (giuste) proteste ambientaliste o obbligo a infarcire di foto horror i pacchetti di sigarette, con l’altra ne consento la produzione e il consumo. Probabilmente perché l’effetto negativo, nel breve termine, di vietare cose che potenzialmente fanno male all’ambiente farebbe sì che tutto l’indotto collegato ne risentirebbe pesantemente e andrebbe gestito: perché ci sarebbe molta gente che il latte non potrebbe più comprarselo a prescindere dal materiale del contenitore.

Ma non è molto diverso, usando l’argomento che mi si sbatte in faccia ogni volta, da ciò che succederebbe se tutti riducessimo anche solo della metà l’utilizzo di plastica nei nostri consumi quotidiani.
Cambia, se vogliamo, la genesi della scelta: generale-collettiva (il legislatore vieta la plastica) vs specifica-individuale (boicotto l’acquisto di plastica con il consumo critico).

Qui però arriva correttamente la vostra obiezione (dico vostra, per dire l’opinione di chi la pensa diversamente da me). L’obiezione madre che mi si potrebbe fare e che in realtà pochi mi fanno è che se fosse così lineare come la racconto, non saremmo arrivati a questo punto. E forse è così. Ma il fatto che esista una leva economica (generale e collettiva), non vuol dire che sia stata usata bene, né rende valida a priori la leva alternativa (specifica e individuale) delle scelte critiche di consumo.

Infatti, è vero che tutto quello che ha a che fare con l’ambiente è di fatto orientabile attraverso una leva economica. C’è la compravendita dei diritti ad inquinare, ad esempio: se un Paese riesce ad inquinare meno, può vendere il proprio diritto-ad-inquinare-un-po’ ad un altro Paese che ha bisogno di maggiore spazio di manovra in un certo periodo.

Meno inquini, meno paghi: bellissimo.

Bellissimo in teoria, però.
Perché il mercato funziona se ci sono certe condizioni, e queste condizioni non ci sono sempre.
Perché esistono variabili complesse da considerare, come ad esempio i costi di transazione, o i comportamenti di free riding.
Perché le tasse pigouviane (sì, si chiamano così) non sempre funzionano.
Perché in generale prendendo in considerazione chi inquina e chi paga c’è una distorsione mica da poco.

Insomma, è un bel casino.

Se volete giudicarmi su scelte ambientali, mi dovete restituire 70,04€

Proprio per questo, c’è una scienza che si chiama economia ambientale: non è che uno si improvvisa, c’è chi lo studia l’impatto del sistema economico sull’ambiente (e viceversa). C’è ricerca sul tema del livello ottimale di inquinamento, la tassazione ambientale, il rapporto tra mercato e conservazione delle risorse naturali, la gestione sostenibile delle attività economiche, la green economy e così via.

Ma noi no, ci dobbiamo inventare ogni giorno allenatori, presidenti e… scienziati.

Ad esempio, chi studia questo tipo di dinamiche monitora il confronto tra le imposte ambientali (cioè i denari che paghi su cose che hanno un impatto negativo sull’ambiente) e i costi esterni (cioè il costo di questo impatto negativo sull’ambiente).

La banalizzo: pagate le accise sulla benzina (anche) perché bruciare combustibile inquina, e l’inquinamento ha dei costi diretti o indiretti.

Ecco, se confrontate per categoria “chi paga” per l’inquinamento vs “chi fa danni” con l’inquinamento, salta fuori il grafico sotto:

grafico tasse inquinamento

Questo significa, per stare sull’esempio, che il sottoscritto ha un credito con la collettività, anche con voi che mi giudicate perché compro l’acqua in bottiglie di plastica e non uso la borraccetta: perché mediamente trasferisco un valore alla collettività pari a più di una volta e mezza il danno che genero con la mia esistenza.

Cioè per ogni 100€ di costi ambientali che procuro all’ambiente, ne verso 170€ in imposte per compensare questo danno.

L’agricoltore medio, invece, per ogni 100€ di costi ambientali generati, ne mette sul piatto meno di 1€.

Sforzo vs Risultato: la terza opzione è spegnere Netflix

Ho barato, poco fa. Se parliamo di mercato, infatti, c’è una terza opzione disponibile per ridurre l’impatto delle nostre azioni sull’ambiente: i consumatori.

Le campagne come quella plastic free, ad esempio, mirano a stimolare il mio consumo critico: se, volontariamente, il consumatore è attento a ridurre l’utilizzo della plastica, fa scelte di consumo diverse e la sua opinione si contamina di questo tipo di sensibilità, allora riduco l’impatto marginale sull’ambiente, do dei segnali a chi offre e produce quei prodotti (occhio: il vostro prodotto ha un minor mercato! Occhio, preferisco i brand eco-friendly! ) e alla politica, indicando che c’è un’attenzione maggiore sul consumo di plastica e l’inquinamento ambientale. La politica sarà così invogliata a cercare il consenso con una legislazione conseguente, e qui dovrebbe partire un circolo virtuoso permanente.

Che per capirci, è un po’ quello che è accaduto di recente.

Greta Thunberg Coca-Cola

Quindi anche questa è di fatto un’opzione di mercato. Ma io ci vedo tre problemi:

Problema numero uno: asimmetria informativa. Non abbiamo MAI informazioni sufficienti. Scegliendo ad esempio di acquistare il detersivo sfuso in modo da riutilizzare il contenitore, evito di consumare plastica. Ma magari, se uno risale la china, scopre che per produrlo e trasportarlo così, in assenza di contenitore dedicato, genera più danni ambientali del classico flacone riciclabile. Magari non è così, ma potete giurarci per ciascuna delle scelte ecologiche che fate?

Problema numero due: fino a dove ci spingiamo? Siamo la società del superfluo, ci sono davvero poche cose della nostra quotidianità che sono necessarie. Quindi che facciamo, rinunciamo allo smartphone perché produrlo inquina? Siamo disposti a pagare il doppio ognuno dei 150 pannolini che come neo genitori acquistiamo mensilmente? A farci meno docce, a fare carsharing ogni mattina per andare al lavoro dopo aver venduto la nostra auto diesel, o a disattivare Netflix perché i suoi server mangiano troppa energia non pulita?

Insomma, lo sforzo individuale che (giudicandomi) mi state chiedendo è uno sforzo che ha più a che fare con una vicinanza di ideali, che con una soluzione pragmatica.

E la politica dov’è? E tu che voti?

Ma a questo punto capisco di più le manifestazioni e i gruppi di pressione: servono per dimostrare un vivo interesse da parte nostra alla politica, a spostare consensi, a generare soluzioni (collettive) con un potenziale impatto che possa davvero fare la differenza.

Perché l’unica leva collettiva oltre al mercato si chiama politica, e la politica ha già un canale privilegiato per ricevere dei segnali: il voto.

E anche a questo serve uno degli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione: però a giudicare dai consensi che hanno avuto negli ultimi anni i partiti ecologisti in Italia, direi che non è una priorità.

Dunque riassumendo non ho un’anima green, ma il motivo lo posso ben argomentare. Con il sorriso sulle labbra, lancio una proposta: la prossima volta che avete in animo di farmi una paternale sulla plastica, mettiamola così: o mi restituite 70€ figurativi, oppure mi dite per chi avete votato.

Poi apriamo la discussione.

Marito, papà e compagno di viaggio. Mi sono occupato di Risorse Umane e non ho ancora smesso: ho solo cambiato lato della scrivania. La versione più lunga (e noiosa) la trovate su LinkedIn. Nel tempo libero (e di notte) sto su Netflix, scrivo qui e tengo una micro newsletter settimanale su temi HR (interessanti, tecnici e anche un po’ nerd). Cerco di tenere la testa fuori dall’acqua e mi appassionano le persone, specie se argomentano.

In primo piano

Le donne non fanno squadra (o sì, ma a modo loro)

L’ambiente di lavoro è spesso determinante nel definire le relazioni tra le persone; in aziende molto “maschili”, le donne tendono a farsi la guerra. Ma non deve per forza essere sempre così.

Pubblicato

il

Donne che fanno squadra

Si dice che le donne non siano solidali tra di loro e non sappiano fare squadra.
Per lungo tempo l’ho pensato – e sofferto anch’io, sulla base di esperienze personali piuttosto negative.

Allora, però, lavoravo in aziende a impronta fortemente maschile e in seguito ho scoperto che questo elemento faceva un’enorme differenza.
Niente a che fare con il maschilismo; solo una questione di modelli.
Uscendo da quei contesti, infatti, ho trovato situazioni completamente differenti.
Ma facciamo un passo indietro.

La competizione fra donne

Questa storia che le donne siano istintivamente in competizione tra loro mi è sempre suonata un po’ strana.
A tutte le latitudini del mondo, nell’antichità, esistevano comunità femminili, società matriarcali. La mitologia greca (che non era storia ma nemmeno teatro dell’assurdo) narrava di popolazioni interamente femminili – si pensi alle amazzoni o alle sirene talmente forti e potenti da intimorire gli uomini

Quand’è che le donne hanno smesso di fare insieme?
Quando hanno insegnato loro che non potevano fare da sole.

Da bambine, siamo equamente solidali con maschi e femmine; ma – al passaggio dall’infanzia alla pubertà – smettiamo di esserlo tra noi. E il motivo è la lotta per la conquista del maschio alpha.

Poiché per secoli le donne – per uscire di casa – dovevano sposarsi (o farsi monache) e poiché, per onorare la famiglia, dovevano anche farsi scegliere dal miglior partito sulla piazza, la competizione tra loro diventava inevitabile.
E le dinamiche – inconsapevolmente – sono ancora queste. A poco sembrano serviti decenni di lotte per l’emancipazione.

I messaggi che le ragazzine ricevono costantemente le spronano a essere sempre più carine; delle donne in miniatura, delle “signorine”, che è da sempre l’appellativo per le ragazze da marito.
E a poco servono lauree STEM o dichiarazioni di indipendenza economica e sociale.

A questo si aggiunge un oggettivo principio di scarsità.
Poiché le donne hanno difficoltà a ricoprire ruoli apicali, anche nelle società cosiddette “evolute”, la competizione è indotta da questa scarsità e dai modelli organizzativi.

Questo è esattamente ciò che vedevo nelle aziende: donne che si facevano la guerra per emergere.

Le donne sono maschiliste

Non tutte – ovviamente – ma alcune sì. Più di quante ci piaccia ammettere.
Anche qui, la questione è culturale: il modello di base è che certi ruoli sociali siano esclusivamente maschili.

Se una donna ricopre ruoli di responsabilità, ci sono due possibilità:

  1. va a letto con qualcuno che l’ha messa lì a fare la testa di legno;
  2. non è una vera donna: in tutte le possibili declinazioni, da lesbica (quindi è un uomo) a frigida (quindi non le interessano gli uomini).

Di nuovo, torna il tema della seduzione, della sessualità da usare come un’arma.
Perché?
Perché è più facile.

Chi mai vorrebbe sentirsi dare della puttana o della frigida? (sulla presunta antitesi tra omosessualità e femminilità mi astengo perché – davvero – non la concepisco).

Quindi: io che nella vita professionale non ho mai fatto niente di significativo, che non mi sono mai messa in gioco, che mi sono accontentata di ruoli marginali, senza mai provare a scalarli, sono una donna rispettabile e desiderabile.
Vuoi mettere dover confessare che non avevo voglia di rischiare?

Le organizzazioni sono maschili

Queste dinamiche funzionano perché – oggettivamente – le organizzazioni sono maschili.I modelli e le prassi organizzative della maggior parte delle aziende e delle professioni sono maschili.
Non necessariamente maschilisti, ma maschili sì.

Mediamente, se vuoi fare carriera devi accettare condizioni insostenibili per chi debba accudire bambin* o anzian*:

  • riunioni strategiche fuori orario (anche se alcune aziende stanno vietando riunioni che inizino dopo le 18.00 per consentire alle donne di partecipare)
  • assenze frequenti e prolungate per viaggi di lavoro che si potrebbero tranquillamente risolvere con video call a distanza
  • appuntamenti sociali e di networking a cadenza settimanale (preferibilmente alle 7.00 o alle 20.00).

Non che una donna non possa farlo, ma – se non può permettersi un aiuto a tempo pieno – deve fare una scelta tra famiglia e carriera.
Non sempre la scelta è libera e – comunque – è sempre dolorosa, perché richiede una rinuncia.

Più di questo, il modello è diverso nel concetto di squadra.
Se mi si concede la generalizzazione, il modello maschile di squadra è il calcio, quello femminile è il corpo di ballo.

Nel calcio, ognuno ha il suo ruolo definito e assegnato, da cui non può deviare. Tendenzialmente, un difensore non fa goal.
Non c’è rischio di sovrapposizione, tutti sono nelle posizioni assegnate dal mister. C’è un solo capitano e il titolo – conquistato sul campo – non si discute.

Il corpo di ballo è – appunto – un corpo unico. Non ci sono ruoli nel chorus: tutte gli stessi passi, la stessa visibilità, assoli distribuiti.
Non c’è una capitana. Ci può essere l’etoile, come no: il lavoro del chorus non cambia.
Le regole sono armonia e responsabilità. Tutto il corpo si deve muovere all’unisono, con la stessa ampiezza e lo stesso tempo. Se il corpo funziona, tu non le distingui una dall’altra: vedi un’onda armoniosa ma non le singole gocce.

La sorellanza

Sorellanza deriva da sorella e sta a indicare comunanza di origini.

Essere sorelle è più che essere compagne di squadra.
È un legame più forte e impegnativo: io posso cambiare squadra, non famiglia.

Forse è per questo che, per incontrare vera collaborazione e solidarietà femminile, ho dovuto lasciare certe aziende.
Per un caso (o forse no) da quando sono freelance mi trovo quasi sempre a collaborare in gruppi di lavoro femminili.

Confesso che in una prima fase, memore delle esperienze negative del passato, avevo un po’ di resistenze.
Invece, ho trovato un ambiente costruttivo, collaborativo e non competitivo (verso l’interno). Dove le competenze si mescolano e si mettono reciprocamente a servizio.

Non è l’eden, intendiamoci.
Continuo a incontrare donne che vogliono primeggiare, che hanno bisogno di tutti i riflettori su di sé, che cercano di rubarti energie e risorse.
Generalmente, sono donne che avrebbero voluto essere uomini, per poter gestire potere.
Altre volte, sono donne talmente insicure che hanno bisogno di essere scorrette per trovare un proprio ruolo nel mondo.
Queste donne, alla fine, si autoescludono.
Il gruppo va avanti, senza cacciarle, ma – proprio perché va avanti – le lascia indietro.

Nel gruppo, le vite personali e professionali hanno lo stesso spazio, lo stesso valore, lo stesso riconoscimento.
Forse è per questo che sono più armoniose e produttive.
Agguerritissime all’esterno e solidali all’interno.

Chissà se piacerebbe a un uomo lavorare in un posto così…

Continua a leggere

In primo piano

Gli uomini di successo preferiscono le donne più giovani

L’identikit è impietoso e sembra uno stereotipo: uomini di successo, sulla cinquantina, lasciano la moglie per una giovane donna dell’est. È inevitabile?

Pubblicato

il

Uomini di successo maturi sposano giovani donne

Senza scadere nelle generalizzazioni, è un dato di realtà innegabile: molti uomini sono sessualmente attratti da ragazze giovanissime e il successo sociale e professionale sembra far cadere ogni inibizione. Così riprendono statisticamente quota i matrimoni intergenerazionali, con lui uomo di successo maturo e lei giovanissima. Ma tutto questo è etico? E, soprattutto, come le donne over 40 possono risorgere dopo un progetto di vita andato in frantumi e “vendicarsi fiorendo”?

La differenza di età fa… la differenza

Che l’uomo ami, da sempre, le più giovani è una verità dura da mandare giù per tutte, soprattutto se non più giovanissime. È come se, con il passare del tempo, il nostro valore sul mercato delle relazioni scendesse, per poi capitolare con l’arrivo dei temuti “-anta”.

Angosciante, a dir poco, l’idea che nostro marito o il nostro compagno possa eccitarsi sessualmente vedendo camminare delle liceali dirette a scuola, eppure i mariti e i compagni delle altre donne li vediamo tutti i giorni mentre mangiano con gli occhi ragazzine che potrebbero essere le nostre (e soprattutto le loro) figlie. Per non parlare dell’idea che, un giorno, il compagno di una vita ci potrebbe abbandonare per una di loro, che poi si scoprirà essere straniera. Abbiamo tutte un’amica, una sorella, una conoscente a cui questo è successo.

Insomma, essere donne eterosessuali oggigiorno può essere una vera via crucis. Ma è molto meglio non negare la realtà dei fatti e decidere dove e come situarci rispetto ad essa. Per farlo, ci serve ironia e scanzonata capacità di analisi.

Ad esempio: l’abbandono del tetto coniugale di solito arriva non appena un uomo fa un po’ di soldi. Migliora il fatturato annuo e, senza annunciarsi, giunge la fatidica mattina in cui molti uomini si svegliano con il tipico “vuoto di senso” e confessano alla moglie di amare una donna giovanissima e dell’Est Europa.
Per questo la mia migliore amica mi ha sempre ribadito la sua regola aurea: stai alla larga dagli uomini di successo! ama un povero, dai retta a me, almeno nessuno se lo piglia! Come se il pensiero di un uomo che ti sta accanto per tutta la vita per limiti reddituali potesse risultare in qualche modo consolante.

Le donne tradite dagli uomini di successo

Negli anni ’90 furoreggiava l’indimenticabile Il club delle prime mogli, film che ha avuto il merito di portare nell’immaginario collettivo l’abbandono delle prime mogli come fenomeno sociale. Unica pecca: era una commedia e tutto finiva in risata, quando invece vedere frantumarsi un matrimonio o un progetto di vita importante, ritrovandosi in ambasce è un vero e proprio dramma con gravi ripercussioni (anche se le labbra e la verve comica dell’inossidabile Goldie Hawn avranno sempre un posto nel nostro cuore).

C’è chi dà la colpa al femminismo e all’emancipazione della donna nella società occidentale e costoro andrebbero immediatamente mandati a stendere. Ci viene raccontato che veniamo abbandonate da un uomo perché non siamo abbastanza accondiscendenti, dolci, comprensive. Ree accampatrici di assurde pretese, ci siamo spinte addirittura a chiedere reciprocità nei rapporti di coppia, peccato imperdonabile in un’Italia dalla matrice padronale e patriarcale.
Ci viene detto che abbiamo smesso di accontentarci e di fare sacrifici come le nostre nonne – “loro sì che erano Donne!” e ovviamente ci viene rinfacciato che ci trascuriamo e che non siamo abbastanza sexy, sorridenti e arrapanti, magari dovendo anche conciliare lavori impegnativi e figli a cui badare. La colpa sarebbe tutta dell’emancipazione femminile, a sentire questi sapienti.

Mogli al ribasso?

Tempo fa, nel corso del coffee break di un convegno per aziende e professionisti in Nord Italia, ho sentito con le mie orecchie un uomo sulla cinquantina – l’immancabile imprenditore brianzolo tutto tronfio di self made confidence – dire che sposare una donna straniera, come lui aveva fatto, è giusto perché le italiane sarebbero “sempre incazzate”. A suo modo di vedere, la sua nuova moglie moldava sarebbe stata decisamente più “gestibile” della prima moglie che, peraltro, nella sua azienda aveva ricoperto un ruolo apicale per ben vent’anni.

Così ho pensato, assaporando il mio caffè troppo amaro, che forse le donne dell’Est Europa – nel mercato italiano delle relazioni sentimentali – stiano diventando una sorta di esercito di riserva espressione che il buon Marx ne Il Capitale utilizzava per descrivere le masse di inoccupati che facevano scendere i salari perché disposti a lavorare senza essere pagati il giusto e spesso a condizioni disumane. Da uomini di successo, o meno.

Marx asseriva che le condizioni di vita materiale incidono inevitabilmente sugli altri aspetti della vita sociale e aveva ragione, perché se sei tanto buona e servizievole con un brianzolo di quel tipo che soltanto a vederlo ti viene voglia di passare alle maniere forti è perché ti manca il potere contrattuale. Ti manca una casa, un diritto di cittadinanza, ti manca il tuo paese, la tua lingua. So pochissimo di queste migranti, ma so per certo che, se lasci il tuo paese, è perché la tua terra non ti offre una vita dignitosa. Sei quindi più fragile, manipolabile e disposta a chiudere un occhio sulle mancanze di un uomo che, quasi inevitabilmente, ne approfitterà.

Aggiustare le cose

Quel femminismo che viene descritto come la causa del problema sarebbe invece la cura di un male del nostro tempo: le donne, giovani e non, italiane e non italiane, dovrebbero unire le forze e prendere questi cinquantenni/bambinoni a calci in culo, insieme a chiunque altro si permetta di trattarle come qualcosa da “gestire”.

Non ci sono diritti civili (diritti delle donne, in questo caso) senza diritti sociali. E non sarebbe ardito pensare che una società più etica genererebbe famiglie più felici dove, ad esempio, le ragazze giovanissime stessero dove è giusto: accanto ai loro coetanei, dei baldi giovanotti, e non a questi vecchi e patetici uomini davvero convinti che una ragazzina perda la testa per loro. Forse si dovrebbe ricominciare a pensare che i problemi si aggiustano e le famiglie pure, al posto di scappare dove le cose appaiono più facili.

Vendicarsi fiorendo

Questo in un mondo utopico che da qui possiamo soltanto immaginare e sognare, certamente.
Nel frattempo, in questo mondo di relazioni dove tutto pare sempre più precario e capovolto, quali consapevolezze possono aiutare noi donne over 40?

Una per tutte: invecchiare ci rende molto fighe, come si diceva ai nostri tempi.
Perché? Perché, con lo scorrere del tempo, cambia il nostro modo di guardare, muoverci e occupare lo spazio; cambia il rapporto con il nostro corpo perché ne diventiamo più consapevoli; cambia il nostro modo di vestire, abbigliarci e truccarci; ma, soprattutto, cambia la nostra prospettiva sulla vita. Ad un certo punto, capiamo che piacere agli altri non è più una priorità, perché sempre più cogliamo il senso anche trascendente delle cose. Capiamo quanto possa essere meraviglioso non essere più le protagoniste, ma vivere finalmente nelle retrovie al riparo dagli altrui sguardi e con il nostro sguardo finalmente protagonista ben puntato su chi amiamo e su coloro di cui ci prendiamo cura.

Foucault la chiamò tecnologia del sé ed è il modo in cui il nostro sé costituisce se stesso in soggetto. Roba fighissima insomma, per donne adulte e fiere di esserlo, che gli uomini troppo presi dalle loro crisi di mezz’età si perderanno. Peggio per loro, e meglio per tutti quegli uomini capaci di vederci.

Continua a leggere

Treding