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Non riusciremo mai ad accettare il diverso. Perché non accetteremo mai quanto noi siamo diversi.

I social che dovevano collegarci e darci libertà di pensiero e parola ci rendono nevrotici, tristi, depressi, incazzati. E diventano il terreno di battaglia delle nostre contraddizioni.

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Ogni tanto mi fermo a leggere qualche post sui social, LinkedIn è il mio preferito, e perdo un sacco di tempo a chiedermi come si possano pensare e dire certe stronzate. Ma in realtà me ne sto fermo lì aspettando che qualcuno arrivi e dica “amico, è una stronzata colossale”.

A volte vorrei che succedesse proprio mentre sono lì che aspetto e, a volte, vorrei davvero avere il coraggio di essere io il tizio che dice la sua e dice all’altro tizio che sta dicendo stronzate.

Non succede quasi mai e scorro il feed alla ricerca di nuove avventure.

In media però è un mondo molto piatto

Per quanto possiamo pensare che i social siano il regno della discussione, del confronto e dello scontro, non è davvero così. Puoi trovare qualcuno che distrugge un’opinione altrui ma di solito avviene secondo dinamiche poco rilevanti: in modalità anonima, senza pensiero critico, in branco.

Non so se debba sentirmi fortunato o meno ma non ho mai subito attacchi personali. Le uniche volte in cui qualcuno mi ha “aggredito” lo ha fatto in modalità anonima. E l’anonimato è in genere il mezzo preferito e il più diffuso.

Le altre volte in cui qualcuno dissente dal coro, si tratta di opinioni gettate senza alcun pensiero critico, spesso fraintendendo o addirittura ignorando il messaggio e il contesto.

Quanto alle dinamiche di gruppo, non so fino a che punto possiamo rivendicare originalità di pensiero schierandoci rigorosamente da una parte e l’altra della linea.

In media è un mondo molto piatto in cui ognuno cerca di minimizzare le perdite più che puntare al guadagno. In cui in barba alla ricerca di originalità e unicità, si cerca quasi sempre di far vedere come le proprie idee e i propri colori siano intonati al quadro generale. Quello comune.

Cazzo, i gay e la pubblica morale

Dicono anche che i social sia un regno fatto da osceno e volgarità. Potrebbe essere vero ma anche qui ci sarebbe da pensare. In realtà a ben guardare sembra più un luogo felice in cui tutti sono progressisti, accoglienti e mediamente colti.

Leggevo ieri di una polemica sul fatto che Fedez vendesse i suoi dischi beneficiando del bonus cultura e nei commenti tutti si dichiaravano offesi e allibiti. Mozart sicuro. Beethoven anche. Puccini. De André. Quella è musica, la musica che “noi” ascoltiamo. E quella è la cultura.

Altro polverone ed esito simile sulla presunta approvazione da parte della Crusca delle locuzioni “esci il cane” e “siedi il bambino”. Anche qui tutti in piedi e a protestare come fossimo quelli che nella vita si esprimono in versi e al posto di scoreggiare col cul facciam trombetta.

Per la cronaca, non esco il cane da quando ho un giardino. Prima lo uscivo più volte al giorno.

Ma il vero nodo è su questioni serie. Pensiamo ad esempio all’orientamento sessuale o all’accoglienza dei migranti. A guardarlo dai social (ricordiamoci di escludere le opinioni anonime e quelle da branco), sembra un mondo in cui tutti si porterebbero un gay e un migrante a testa a casa.

Penso la cosa più intelligente e vera in proposito, sia dunque provare a rispondere a Taleb o a Peter Singer.

“La prossima volta che un marziano arriva sulla Terra, provate a spiegargli perché coloro che sono a favore dell’eliminazione del feto dall’utero di una donna si oppongono alla pena capitale, oppure perché quelli che accettano l’aborto sono favorevoli a una tassazione elevata ma contrari a un forte potere militare. Perché coloro che preferiscono la libertà sessuale devono opporsi alla libertà economica individuale?”(Nassim Nicholas Taleb)

“Protestare contro la corrida in Spagna, il consumo di cani in Oriente, o il massacro di cuccioli di foca in Canada, pur continuando a mangiare le uova di galline che hanno speso la loro vita stipati in gabbie o la carne di vitelli che sono stati privati delle loro madri e di una dieta adeguata è come denunciare l’apartheid in Sud Africa, mentre chiedete ai vostri vicini di non vendere le loro case ai neri.” (Peter Singer)

I grandi problemi sono piccoli problemi cresciuti o su larga scala

Da qui si potrebbe andare avanti in una seria e profonda disamina della situazione socio-politica mondiale e sviscerare una serie di point e driven per risolvere e contrastare il fenomeno. Immagino siamo tutti capaci di farlo e dunque me ne guardo bene.

Facendo un passo indietro, guardando ancora a come in piccolo comunichiamo sui social, penso si tratti di questo: non accettiamo la nostra diversità, non quella degli altri.

Ho lavorato con centinaia di professionisti a vario livello per aiutarli a posizionarsi in questo mondo on line in modo “differente” e ho capito una cosa: è spesso inutile.

Quasi sempre mi accorgo di trovarmi di fronte a persone originali, brillanti, con tante cose da dire e storie da raccontare. Ma quasi sempre vengo fermato, apertamente, dal desiderio di non farlo e dalla paura di esporsi.

Una volta è il capo che potrebbe pensare male, un’altra volta è la compagnia che potrebbe percepire negativamente, un’altra volta ancora è semplicemente il fatto che a nessuno va passare per quello strano.

E così, siamo tutti nello stesso calderone fatto da parole comuni, pensieri comuni, polemiche comuni sempre nella stessa direzione e condite sempre dai soliti pareri.

È molto più facile dire l’ha detto Jack Ma o Gandhi che alzarsi e dire “magari dico una stronzata ma penso che…”

Ed è molto più facile dire non sono d’accordo ma difenderò la tua idea sino alla morte che alzarsi in piedi e dirgliene quattro come qualcuno si meriterebbe.

Che poi, diciamoci la verità, non è che sia facile. È che siamo cresciuti così.

A un certo punto della nostra vita abbiamo smesso di fare tutte quelle facce buffe che ci venivano naturali e abbiamo iniziato a fare soltanto quelle che sembravano divertire gli adulti.

Abbiamo smesso di chiedere “perché” e abbiamo iniziato a dire “capisco”.

Abbiamo insomma smesso di cercare un impatto e abbiamo puntato tutti sul fare un’impressione, naturalmente buona.

La beffa è che gli stronzi e gli strani ci fregheranno tutti

Ma la cosa bizzarra di questa storia è che da una parte temiamo il diverso dall’altra i nostri modelli sono eccezionalmente diversi. Dal pazzo di Jobs allo scatenato Zuckerberg, passando per Fedez e altri “dei minori”, le persone che amiamo, veneriamo e compriamo, sono tutti modelli di diversità.

Possono piacere o no. Possiamo, in branco, dire siano stupidi e ridicoli ma sta di fatto che niente di ciò che si vende e ciò che si ascolta rientra oggi nella media. E per certi versi, non solo è bene che sia così ma potrebbe essere una speranza per l’umanità.

Il punto è che forse un giorno riusciremo a realizzare cosa stiamo facendo. A capire che a furia di piacere a tutti e parlare tutti come suggerisce la Crusca ci ritroveremo a vivere una vita da manuale. Non nel senso di scritta bene ma nel senso di senza sorprese, sciatta, insignificante.

Il web è un primo passo nel quale decidere cosa fare.

Viviamo il mondo più connesso di sempre e anche quello nel quale siamo in assoluto più soli. Le persone muoiono senza che nessuno se ne accorga. Ci si ammazza per tutto e per niente.

I social che dovevano collegarci e darci libertà di pensiero e parola ci rendono nevrotici, tristi, depressi, incazzati.

Ci mettono eternamente in competizione. Ci fanno perdere tutto ciò che potrebbe rendere bello un attimo e ci fanno giocare in un eterno confronto fatto di cose finte e raccontate per come pensiamo possano piacere.

A questo punto si tratta solo di scegliere.

Possiamo lanciare da un browser la migliore versione di ciò che le persone si aspettano noi stessi. O possiamo iniziare a vivere la nostra identità. Con il grande rischio di apparire strani e diversi. Ma anche con quello, una volta per tutte, di accettare che lo siamo davvero.

E se davvero riuscissimo ad accettare che strani e diversi lo siamo davvero, forse lasceremmo che anche gli altri siano così.

Sii come Tim e lascia che lo siano anche gli altri.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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“Chiudi gli occhi e vola”: la storia di una pilota di aerei cieca

Un film-documentario racconta la storia straordinaria di Sabrina Papa, una donna cieca dalla nascita che ha realizzato il suo sogno di pilotare un aereo.

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Arriva dritto in finale della 59esima edizione del Globo d’Oro il docu-film “Chiudi gli occhi e vola” (con la regia di Julia Pietrangeli). Si tratta della storia di Sabrina Papa, romana e cieca dalla nascita, che grazie alla sua tenacia ha imparato a pilotare gli aerei frequentando uno stage organizzato da Les Mirauds Volants, l’Associazione Europea di piloti ciechi.

“Il miglior modo di aiutare un disabile è quello di non aiutarlo, così ce la caviamo da soli”.
Questa è una delle frasi emblematiche del film, facendo intuire quale sia lo spirito che riveste questo documentario, dove il pietismo e la compassione lasciano il posto alla forza delle proprie ambizioni.
Io da piccola volevo essere l’aereo, non il pilota. – racconta la protagonista del documentario -. Volevo proprio essere qualcosa che volava, ma non gli uccelli perché secondo me gli uccelli volavano troppo piano.”

Per questo motivo “Chiudi gli occhi e vola” è un racconto in grado di andare ben oltre il semplice superamento della disabilità e dei propri limiti fisici e sensoriali: è uno scorcio che intende mostrare concretamente la forza di chi è riuscito a vivere all’altezza dei propri sogni, arrivando fino a toccare il cielo dove a quanto pare non esistono barriere.

“Io rifiutavo tutto quello che ha a che fare con la cecità, con i ciechi, perché quando vedi che c’è qualcosa che tu non puoi fare perché non ci vedi, ti inc**zi eccome… e di brutto, anche!”. È così che scatta qualcosa che spinge ad andare oltre una stupida etichetta, ribaltando la prospettiva di ciò che si è e di ciò che si può fare o meno. Perché come dice uno dei piloti intervistati, quando le persone da terra sentono passare un aereo non possono sapere se chi lo comanda è cieco o meno: ecco perché “Chiudi gli occhi e vola” vuole annullare qualunque differenza.

Il film è prodotto da Human Installations, con la sceneggiatura di Frida Aimme, Kyrahm e Julia Pietrangeli. Tra le prossime proiezioni, il film prenderà parte anche al Festival Cineglobo in Svizzera, organizzato dal CERN di Ginevra (il centro di ricerca nucleare mondiale).

Il Globo d’Oro è un prestigioso premio della stampa estera in Italia, ad oggi considerato fra i tre più importanti premi italiani insieme ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento. Quest’anno sono arrivati in finale, insieme a “Chiudi gli occhi e vola”, anche i documentari “Butterfly” (Alessandro Cassigoli, Casey Kauffman), “Pugni in faccia” (Fabio Caramaschi), “The disappearance of my mother” (Beniamino Barrese) e “Selfie” (Agostino Ferrente).

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Non capisco se le ‘bambole disabili’ siano un bene o un male.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Non so se hai avuto modo di leggere la notizia che la Barbie si è ‘rifatta il look’ e che quindi il prossimo giugno esordirà sul mercato con la protesi alla gamba, ma anche in una versione sulla sedia a rotelle (dovrebbe far parte se ho capito bene della linea 2019 ‘Barbie Fashionista’).

Sai, l’ho fatta vedere alla mia bimba Alice di nove anni dicendole ‘Guarda, ti piace questa bambola?’. E lei mi ha risposto con estrema naturalezza: ‘Certo, come tutte quante le Barbie!’.
Ed io che mi aspettavo delle domande da parte sua, delle richieste di informazioni riguardo quella evidente (concedimelo) ‘diversità’, e invece…

Vorrei sapere tu cosa ne pensi di questo tipo di giocattoli. Possono essere utili davvero per fini educativi e di sensibilizzazione? Credi possano in qualche modo insegnare che la bellezza la troviamo oltre l’aspetto esteriore nonostante la Barbie sia ritenuta la bambola ‘bella’ da sempre? Oppure può esser visto da qualcuno come un giocattolo pietistico, compassionevole, quasi politically correct dato che si tratta di una bambola ‘ad hoc’ per delle categorie ‘protette’? Grazie per la tua risposta, Laura!”

Cara Laura, quella che tu mi poni è una domanda che (devo dire suscitando un certo stupore da parte mia) ricorre spesso in chi mi segue. È interessante come una mossa di puro marketing, soltanto perché associata alla disabilità, possa quasi “destare sospetti” e lasciare intendere chissà quale dietrologia, quando in realtà dovrebbe essere presa come tale: una scelta di mercato più inclusiva, così come un’azienda produttrice di telefoni sceglie di sfornare più modelli in modo da coprire tutte le fasce di prezzo e soddisfare qualsiasi tipo di cliente (leggi a questo proposito l’articolo di Giulia Viti sul marketing inclusivo). Di per sé, già in questo, non ci trovo nulla di male. Ma facciamo prima una doverosa introduzione!

La linea Barbie Fashionistas non è qualcosa di nuovissimo ma nasce qualche anno fa con l’intento di creare delle bambole “più reali”, e quindi più “per tutti”: Barbie con la pelle diversa dal classico colore rosa, oppure con forme fisiche e strutture corporee di vario tipo. Adesso, la stessa Mattel (l’azienda americana produttrice) ha dichiarato con una nota ufficiale:

“Come brand, possiamo elevare la conversazione intorno alle disabilità fisiche includendole nella nostra linea di bambole, per portare avanti una visione ancora più multidimensionale della bellezza e della moda.”

La nuova Barbie non sarà poi così diversa da tutte le precedenti, ma avrà semplicemente un corpo più snodabile che le permetterà così di sedersi su una carrozzina, oltre ad essere dotata di una rampa come fosse un qualsiasi altro “gadget”, sottolineando in questo modo anche l’importanza di abbattere le barriere architettoniche (d’altra parte, la casa delle Barbie dev’essere una casa per tutti, no?).

Questo tipo di bambole, come dicevo, non sono una novità: sempre più frequente, infatti, è l’inserimento anche nelle scuole di bambolotti “diversi”: oltre a quelli di colore, adesso, ci sono quelli con sindrome di Down, quelli con qualche arto in meno, con impianti cocleari in testa o, magari, con deambulatori vari contenuti nella scatola. Salvo casi eccezionali, giochi di questo tipo stanno ottenendo un buon riscontro soprattutto tra i più grandi che, in qualche modo, sperano di poter rendere i loro figli più consapevoli e aperti alla diversità.

In base a quanto detto fino ad ora, non posso che essere favorevole alla realizzazione di giocattoli con qualche disabilità, purché questa loro “caratteristica” non venga enfatizzata eccessivamente. Non sarebbe bello, anche in questo caso, stracciare “le etichette”? Quanto sarebbe figo se la neo-Barbie si chiamasse “Barbie” e basta, come tutte le altre sue sorelle? Allora sì che avremmo davvero incluso la disabilità nella società, accogliendola al punto da non notarla più!

In questo, tua figlia Alice ci fa sbattare dritto in mezzo agli occhi la realtà più bella: il fatto che alla fine i bambini sono i primi a dimenticarsi, dopo due secondi, di ciò che è distante da loro, trovando connessioni magiche. Senza dubbio, la lezione più educativa di qualsiasi marketing sociale (sempre e comunque apprezzabile).

E chissà, magari, per lo stesso motivo, molto presto vedremo reclamizzati alla televisione, sui giornali oppure online, questi (ma soprattutto altri) giocattoli, proprio da un bambino in carrozzina o con sindrome di Down. E sempre magari, in quel preciso istante, la prima cosa che ci verrà in mente sarà: “Guarda che bel gioco, questo Natale lo regalo a mia figlia!”.

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