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Perché l’ultimo capitolo degli Avengers parla di business (anzi di tutto)

Poi uno può vederci storie epiche, cattivi ed eroi, battute un po’ fuori luogo e molto pathos, ma alla fine si parla di questo: stiamo tirando troppo la corda.

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[SPOILER ALERT] Questo post contiene elementi di anticipazione che potrebbero rovinare il piacere della visione di “Avengers: Infinity War” a quei pochi che ancora non l’hanno visto.

 “Avengers: Infinity War” mette al centro dell’Universo (letteralmente) la preoccupazione per le risorse che scarseggiano mentre aumentano le bocche da sfamare.

Poi uno può vederci storie epiche, cattivi ed eroi, battute un po’ fuori luogo e molto pathos, ma alla fine si parla di questo: stiamo tirando troppo la corda.

Trovare modi nuovi di fare le cose

C’è chi se ne accorge e decide di farne la sua ragione di vita: Thanos è uno dei cattivi più riusciti di sempre nel mondo del cinema, ossessionato dallo sfruttamento sconsiderato che gli esseri viventi fanno dell’Universo e deciso quindi a darci un drastico taglio (anche qui, letteralmente).

Titano, il suo pianeta natale, è sotto pressione a causa di un boom demografico senza precedenti, per cui Thanos propone una lotteria equa e terribile per risolvere il problema: estrarre a sorte la metà della popolazione che andrà sterminata.

Detto per inciso, secondo modelli statistico-economici, non c’è nulla di fantascientifico in questo genere di dilemma: attualmente sulla Terra vivono 7 miliardi di persone, che sono l’equivalente del 14% di tutti gli esseri umani totali esistiti nel corso dei millenni.

Entro il 2100 dovremmo toccare quota 11 miliardi. Una pandemia a metà del nostro secolo con 2 miliardi di morti in 5 anni non arresterebbe di molto la crescita che si assesterebbe allora a 8.5 miliardi. Ci sono studi e università che si stanno calando su queste problematiche.

Ma per tornare al nostro cattivo: per quanto affascinante nella sua radicalità (la parola “disruption” vi dice niente?), la proposta di fare 50 vivi / 50 morti viene presa maluccio e Thanos condannato all’esilio. E lì cominciano i guai per il resto dell’Universo.

L’unione fa la forza. Di solito.

Per contrastarlo, persone molto diverse – eroi di mondi diversi – devono collaborare e, in alcuni casi, anche mettere da parte i reciproci pregiudizi o i trascorsi burrascosi.

È una metafora bellissima di come nessuna persona, nemmeno con un enorme carisma e dotata di superpoteri, sia in grado di assicurare un vero cambiamento da sola: è necessario scendere a compromessi, immaginare nuovi modi di fare (fare “innovation”) nonché fidarsi del lavoro di squadra.

E, onestamente, se pensiamo alla “Battaglia di New York” (anche detta “L’Incidente”) del primo Avengers contro Loki, o alla distruzione di Novi Grad per sconfiggere Ultron (la ormai celebre “Battaglia di Sokovia”), neanche così la ciambella riesce sempre col buco (salvo il buco economico: 88 miliardi di dollari di danni alla proprietà nella prima battaglia e 474 miliardi nella seconda, secondo le stime del Marvel Cinematic Universe Wiki).

L’Universo aziendale

L’aspetto più curioso del film è che nessuno degli Avengers sembra criticare la logica del pensiero di Thanos: la decisione di contrastarlo nasce dal fatto che egli si è calato nel ruolo di accusatore, giudice e carnefice. E che gli stia riuscendo particolarmente bene.

Da questo punto di vista, “Infinity War” è una splendida metafora del periodo storico che viviamo. E per le persone come me, che studiano le organizzazioni, è difficile non vedere anche dei parallelismi con il mondo aziendale.

Thanos è il CEO che pensa di poter risolvere i problemi strutturali di crescita, diminuendo l’impatto di quelli che consumano le risorse dell’azienda. Lo fa con l’arroganza di chi ha una visione di sopravvivenza unica e forse più perversamente lungimirante degli altri.

Ma lo fa anche in modo autoreferenziale, perché applica ai problemi di tutti l’unico modo di risolverli che conosce: la scure dei tagli lineari (chiunque abbia lavorato in un dipartimento finanze o nelle risorse umane sa quanta ingiustizia c’è in questo tipo di soluzione di riduzione costi, sicuramente egualitario ma altrettanto iniquo).

Ci vuole più forza per cambiare che per stravolgere

Non è un caso che Thanos, per riuscire nella sua impresa, abbia bisogno delle più grandi risorse di energia dell’Universo: le gemme dell’infinito. Per poter annientare il 50% delle forme di vita con uno schiocco di dita, ha bisogno di una investitura esterna, di qualcosa che gli conceda il potere, la posizione e la possibilità di attuare il suo piano di… cambiamento.

È più facile scatenare un genocidio universale che impegnarsi nel cambiare le cose nel quotidiano: la strada del cambiamento condiviso richiede molte più competenze che utilizzare semplicemente il potere conferito dalla propria posizione dominante (colui che detiene le gemme, ovvero i diritti esecutivi, come in azienda).

Quando il cambiamento è imposto, qualunque esso sia, diventa doloroso per tutte le persone coinvolte.

Letteralmente, per tutte: anche per Thanos, che deve sacrificare l’unica persona a cui vuole bene (e che, detto tra parentesi, è un personaggio a cui volevamo bene anche noi, mannaggia agli sceneggiatori!).

Anche questa è una metafora delicata: quanti dirigenti d’azienda finiscono per sacrificare sull’altare del proprio lavoro la famiglia, le relazioni con le persone amate, o persino la propria umanità?

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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da Purple&People

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Crescere

Per andare oltre devi sentire di più (non sentirti di più…)

Il segreto per fare di più? Abbandonare le scarpe, il controllo e la presunzione!

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Alcune persone si distinguono in quanto capaci di azioni superiori alla norma. Tanto superiori che i più le ritengono impossibili. Chi le compie è considerato un eroe.
Di primo acchito pensiamo che quello che li rende eroi sia quello che fanno. Tuttavia, molti tentano di imitarli, ma senza gli stessi risultati. Fare come loro quindi non basta. Ci deve essere qualcos’altro! Ciò che li rende superiori infatti non è quello che fanno, ma quello che sentono.

L’eroe è tale perché sente di più.

E dal momento che sente di più va oltre la norma. Un mare di segnali stimolano i nostri organi di senso in ogni istante della vita. Suoni, luci, sensazioni, odori e gusti dal mondo esterno sollecitano reazioni che in fin dei conti sono la maggior parte delle nostre azioni. In questo mare di sensazioni e reazioni solo un rivolo giunge alla nostra coscienza e scomoda il pensare consapevole.

Una folata di vento freddo sollecita in noi numerose reazioni, ma l’unica che notiamo è il gesto del braccio che solleva il bavero della giacca. Gli aggiustamenti di postura, termoregolazione, metabolismo non li notiamo. Ma ci sono! La differenza tra noi Homo Sapiens e gli altri esseri viventi animali e vegetali è che in loro non c’è pensiero. La vita di animali e piante è un costante sentire e reagire al mondo esterno.

Ritorniamo per un attimo agli eroi, i protagonisti delle missioni impossibili. Penso ai ragazzi che praticano parkour e spiccano salti impensabili con il sorriso stampato sulle labbra. Penso a musicisti di eccellenza che suonano a velocità incredibili pur mantenendo colore ed espressione. Penso ai Taraumara che corrono nei deserti rocciosi sotto il sole cocente con l’eleganza di un modello che sfila su una passerella. Cosa gli consente di fare quello che fanno?

Sono le poche sensazioni consapevoli a cui reagiscono volontariamente o le moltissime sensazioni inconsapevoli a cui si concedono di reagire inconsapevolmente?
La risposta è uno schiaffo alla nostra presunzione di esseri intelligenti.

Quello che li rende superiori alla norma infatti è il fatto che riducono al minimo il controllo consapevole e aumentano al massimo la gestione inconsapevole. Insomma il loro segreto è scommettere su quello che sentono e non su quello che pensano.
Questi eroi si rendono conto di poter sentire molto più di quanto possono pensare di sentire. E così il gioco è fatto. Lasciarsi andare al sentire diventa l’unica via percorribile per chi ambisca ad una prestazione superiore alla norma.

Fate un esperimento

Infilatevi gli auricolari e avviate la vostra playlist preferita. Indossate gli occhiali scuri per filtrare la luce, un cappellino per limitare il riscaldamento della testa, uno scalda collo per filtrare l’umidità, l’inquinamento e riscaldare l’aria prima che venga inspirata. Infilatevi un paio di scarpe con suola morbida e spessa per attutire gli effetti delle asperità del terreno.

Mettete in tasca un numero sufficiente di gel energetici per garantirvi un apporto energetico adeguato. Indossate lo zainetto porta acqua e riempitelo di liquidi a sufficienza per garantirvi un apporto idrico adeguato. Guardate le previsioni del tempo e fate gli ultimi ritocchi al vostro equipaggiamento. Uscite di casa e cominciate a correre. Grazie agli alert dello smartwatch aggiustate la velocità in base al vostro livello di allenamento.

Procedete come da manuale, sperando in risultati da manuale. E adesso … cambio.
Mentre correte togliete auricolari e scalda collo. Sfilate occhiali e cappellino. Lasciate che i suoni, l’aria, la luce e i colori entrino dentro di voi. Consentite alle sensazioni che penetrano di regolarvi. Evitate di sforzarvi.

Se siete abbastanza temerari, abbandonate la strada asfaltata e prendete un prato. Quando vi siete ambientati, sfilate le scarpe da corsa e procedete senza. Lasciate che le sollecitazioni del terreno sulla vostra pelle entrino dentro di voi.

Silenziate lo smartwatch. Regolate la vostra velocità di crociera in base al respiro e al battito cardiaco. Anzi, lasciate che il corpo si autoregoli e limitatevi ad adeguare passo e ritmo.
Obbedite a quello che sentite.

Maggiore è il contatto che vi concedete con il mondo esterno, maggiore è il contatto che ottenete con il mondo interno.Click To Tweet

Diventate una sorta di sottile strato di cellule teso tra mondo esterno e mondo interno. Un filtro che non filtra, ma semplicemente si adatta. E così vi rendete conto che potete fare molto di più di quello che pensate. Il tutto grazie al fatto che sentite di più.

Più sentite, più efficace è il vostro agire e più grandi sono le vostre imprese.

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