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Crescita

Perché scrivere può farti ottenere un lavoro migliore e fare carriera (ma in modo diverso da quanto si dice in giro)

Scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

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Sono le 6 del mattino e sono qui alla mia scrivania. Una tazza di caffè (una tazzina non basta), una sigaretta ancora da accendere (ma un giorno smetto), le mani proiettate verso la tastiera del pc. Uno sguardo al foglio bianco, uno al mare, uno a me stesso. Sono qui per scrivere.

Ancora una volta.

Sono ormai tre anni che è il mio appuntamento quotidiano, quelli bravi direbbero la mia morning routine. Uno dei pochi esempi di disciplina della mia vita. Ferrea. Da tre anni avrò saltato una ventina di appuntamenti.

Mi trovo qui anche a Natale e il primo dell’anno o quando c’è così caldo che anche il pc vorrebbe essere lasciato in pace.

Ciò che viene fuori finisce on line: su questo blog, su riviste on line, da altre parti. O rimane su una cartella che non guarderà nessuno, “bozze Davi”.

Ma non è questo il punto: ogni giorno sono qui, scrivo.

Ho iniziato per il motivo sbagliato

Quando ho iniziato a scrivere l’ho fatto per il motivo sbagliato. Uscivo da uno dei momenti più complicati di sempre. E avevo bisogno di soldi. Di vendere. E in giro, nel web, si diceva che scrivere poteva portare soldi.

Al grido di content marketing ho iniziato a scrivere per farmi vedere, conoscere e comprare.

La verità? Ha funzionato pochissimo.

Ho passato mesi scrivendo cose noiose scritte per persone tutto sommato noiose, persone che poi non leggevano mai ciò che avevo da dire.

Ho iniziato con la grinta di chi vuole ottenere qualcosa, ha bisogno di ottenere qualcosa, e mi sono ritrovato con l’incazzatura di chi qualcosa non l’ha ottenuta seppur altri dicevano avrebbe funzionato.

Mi sono fermato. Poi ho ripreso.

Ho iniziato a scrivere per come faccio adesso. Di quel che mi passa per la testa, di sfide, le mie e le tue, di progressi e insuccessi. Di vita.

Ha funzionato? Si ma diversamente da come si possa pensare.

Negli ultimi anni ho acquisito centinaia di clienti, sbloccato opportunità come bonus dei videogames degli anni ’90, incontrato e parlato con persone che parevano giocare a un livello diverso e superiore.

Chi vede la storia da fuori potrebbe dire che scrivere allora porta davvero clienti e soldi ma è il giudizio di chi non ne sa niente, legge la storia solo in teoria e sconosce la pratica.

La verità è che a funzionare è stato più scrivere per me che per gli altri. Più l’arte di comprarsi, scegliersi, ogni giorno, che quella di vendersi come fossimo al supermercato.

Scrivere per ritrovarsi

Perché scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

Ogni giorno sei il tizio che non vuole fare gli errori del giorno prima e vuole fare qualcosa di più. Il tizio che ricorda, perché sono lì su un foglio, i suoi obiettivi, i suoi valori, dove sta andando.

Scrivere funziona perché ti obbliga a diventare una persona migliore, non perché aiuta gli altri a pensare che tu sia migliore.

Occhio alla differenza.

Per chi frequenta con regolarità il mondo digitale ed avrà sentito parlare di inbound marketing o personal branding, è una differenza fondamentale.

Viene sempre detto che scrivere (o postare qualcosa, o fare un video, insomma creare e diffondere contenuti) ti faccia trovare ma è un messaggio sbagliato.

Parte dal presupposto che tu vada già bene così ma non è vero. Siamo tutti destinati a migliorare, provarci. Sfidarci e crescere ogni giorno. Se non lo facciamo cos’altro siamo impegnati a fare?

Quale altro potrebbe essere il gioco?

E quale potrebbe essere lo scopo?

Ecco, scopo, parola per me preziosa che ha molto a che fare con la scrittura. Scrivere è innanzitutto cercare il tuo scopo.

Te lo chiede il foglio bianco.

Non esiste il blocco dello scrittore, non in questo caso. Esiste il blocco della vita.

Quando non ti escono le parole non è un problema tecnico, la pratica c’entra pochissimo. È più probabile che tu sia semplicemente confuso.

Non sai dove stai andando e dove andare, non cosa scrivere.

E quel foglio ti obbliga ad alcune decisioni:

  • Ammetterlo
  • Cercare di capire e trovare una strada
  • Seguire una strada
  • Fermarsi (un altro giorno nel quale non sai cosa scrivere) e ragionare se la strada era quella giusta o vada ancora bene
  • Trovarne una nuova
  • Seguire la strada

Un giochino che non finisce mai e va bene così. La vita è cercare significato più che trovarlo.

Il Roi della Scrittura

La cosa che vorrei aver capito prima è che scrivere ha un roi di tipo particolare, poco lineare e anche poco inquadrabile per come siamo abituati a pensare.

È come chiedere “Qual è il Roi di tuo figlio? O di tua madre? O di essere una brava persona, provare ad essere una brava persona?”

Se penso ai miei due figli vedo un sacco di spese e sacrifici. Però posso giurare che mi abbiano fatto guadagnare un sacco di soldi che non avrei guadagnato diversamente.

Perché? Perché negli occhi di tuo figlio vedi il desiderio, l’obbligo, di essere una persona migliore.

Come vuoi quantificare un Roi di questo tipo?

Tutto ciò che vuoi raggiungere passa dalla crescita, non dalle tattiche

Quasi ogni giorno mi scrivono persone chiedendomi consigli su come iniziare a scrivere o lamentandosi per la mancanza di risultati: “Non mi legge nessuno!”, “Non mi chiama nessuno!”.

Spiazzati dal silenzio, sommersi dalle aspettative di raccogliere visualizzazioni e consensi.

Questo lungo pezzo serve come risposta: non riguarda gli altri, riguarda innanzitutto te.

Tutto ciò che si può immaginare, desiderare, del quale si ha bisogno (un lavoro, clienti, carriera) passa dal miglioramento di noi e non da quanto ci facciamo vedere in giro o da quanto ci facciamo vedere interessanti.

So che sembra una bestemmia in questo mondo digitale ma è quello in cui credo e che ho sperimentato. E quello che penso puoi sperimentare anche tu iniziando a scrivere.

Come diventare una persona migliore con la scrittura

Ci sono ampi studi che dimostrano l’impatto della scrittura sulle nostre vite, qui alcuni vantaggi che posso dire di aver sperimentato in prima persona.

Unire i puntini

Torniamo al foglio bianco e al blocco dello scrittore… può essere che non sai bene cosa vuoi?

Per trovare qualcosa devi sapere innanzitutto cosa. Vale per trovare un lavoro così come per trovare clienti o partire con un progetto imprenditoriale.

Superare il foglio bianco significa iniziare a comprendersi. E tutto si avvicina. Non nel senso che all’improvviso accade ma sarai comunque più vicino.

Mi piace parlare spesso di “unire i puntini”, cercare di trovare un senso al momento e ciò che stiamo facendo per uno nuovo, futuro e più buono.

Fare carriera

Penso che fare carriera significhi fare un salto di qualità e che un salto di qualità sia fattibile solo se c’è crescita e se questa crescita è lungo una strada sostenibile, dove sarai ancora stimolato ad andare avanti e crescere.

E come si può crescere se non fermandosi a riflettere, sperimentando, pensando. E leggendo.

Perché la prima regola è che per scrivere devi essere un lettore avido e attento.

O, ancora più importante, devi essere pronto ad addentrarti anche fuori da quello che pare sia il tuo territorio. La scrittura, scrivere, così come la vita, è innanzitutto contaminazione.

Relazioni

Trovare lavoro, clienti, fare carriera, riguardano sempre le relazioni. E scrivere è innanzitutto una crescita in questa direzione.

Quando ho iniziato a scrivere ero una persona rancorosa che ce l’aveva con il mondo e con quanto non mi era stato dato. Oggi mi piace pensare di esserlo un po’ meno.

Perché un foglio bianco ti mette davanti ai tuoi limiti e ti chiede di guardare un po’ più in là. Sapere che devi crescere significa anche che forse non lo devi avere ma lo potrai avere.

Un ottimismo razionale per il quale inizi ad accettare i tuoi limiti e abbandonarli allo stesso tempo, trattare gli altri senza mettere in mezzo le tue frustrazioni e il peso delle tue sfide. In altre parole: non è davvero sempre colpa degli altri!

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.Click To Tweet

Ti ricorda la cosa più importante

Ogni giorno quel foglio bianco mi ricorda una cosa che per anni avevo sottovalutato: è sempre un giorno nuovo. Non importa che tu abbia scritto cazzate il giorno prima, che non sia riuscito ad andare oltre due righe per tutta la settimana. Quel foglio bianco è uguale a quando hai fatto bene.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.Click To Tweet

Tornando dunque al titolo di questo pezzo: credi che una persona che si faccia domande, provi a crescere ogni giorno, trasformi la rabbia e le frustrazioni in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa, abbia o no più possibilità di trovare un lavoro o fare carriera?

 

Tra un anno ti auguro di aver iniziato oggi.

p.s. Se hai bisogno di un incoraggiamento, un consiglio o vuoi raccontarmi la tua esperienza, scrivimi su LinkedIn

Scrittore semplice | Autore di "Pixel in crisi" | Co-Founder Purple&People. Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Crescita

Che noia apparire interessanti…

I veri amici spesso sono noiosi, le serate che ami sono noiose. L’asta al fantacalcio è una cosa noiosa, e così anche parlare con le amiche. Se lo sei anche tu… non cambiare!

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Sabato sera si mangia tutti da me. Siamo in 6 più 3 bambini. Più spesso ci ritroviamo in 4, più i miei due bambini.
Va così da oltre 7 anni. E prima era ancora peggio: venerdì e sabato stessa storia, in estate…tutti I giorni la stessa storia.

“Che facciamo?” Calata nella mia vita è diventata una domanda retorica. E non c’è nulla che possa far presagire un cambiamento di tema.
Negli ultimi 10 anni il massimo dell’adrenalina è stato correre in ospedale quando la pasta era ancora nei piatti.

Una volta mio figlio, che camminava da poco, si è infranto contro la penisola in muratura. Tanto spavento.
Fortunatamente neanche un punto di sutura e spaghetti buttati nell’acqua a mezzanotte, per la seconda volta.

L’altro episodio è stata una folle corsa all’ospedale per un parto. Dicevano che ancora ci voleva ed invece la natura è difficile da interpretare.
Quella volta ci hanno rimesso le cozze, ed un paio di orate.

Il resto della settimana invece lo passiamo in 4, altrettanto allegramente. Si pranza, si cena. Si guarda la televisione. Si scherza.
L’unica variante, quel pizzico di follia lo portano I miei figli. Un cuscino che vola, un dito che finisce nell’occhio mentre si gioca a fare l’aereo, un vaso che si rompe per una pallonata.
Poi cartoni, chiacchiere su draghi di komodo e principesse, prese in giro e gare genitoriali a chi mi vuole più bene. Una noia.

Ci pensavo ieri e se c’è una cosa della vita che mi piace, consiste proprio in questo: una folle noia.

Cercare di apparire interessanti

Problemi miei, sono d’accordo.
Però è quanto succede in giro, specie al tempo dei social in cui bisogna essere social.
Quel tempo in cui anche la vendita pare essere diventata una questione di apparire ed apparire interessanti.
Come sempre, chiaro, ma con alcune caratteristiche nuove e forse preoccupanti.

Una su tutte riguarda proprio la paura di essere noiosi ed il tentativo di rendersi speciali a furia extra, colpi di cosa, frasi ad effetto, ed effetti speciali.

Nell’era del Personal Branding, tutto ciò si traduce pericolosamente nel rendersi buffi. Caricature poco realistiche, menzognere verso noi prim’ancora che verso gli altri.

E per “apparire speciali” si tenta il tutto, il tutto per tutto ed ogni strada.
Presentandosi si elenca ogni genere di caratteristica, di strabiliante plus, di bizzarra differenza.
Ma sicuri che questo faccia la differenza?

Tornando alla vita normale mi viene in mente che ogni tanto qualcuno mi chiama, mi invita a cena, ad un evento, ad una serata straordinaria.

E le telefonate sono sempre uguali:
Per convincermi cerca di elencare 10 o 11 cose strabilianti. E punta sul fatto che la somma faccia il totale e la differenza.
Musica + cena a base di pesce + escursione nel paesino + prezzo bassissimo + un sacco di gente figa + torta a 4 piani + animazione per bambini + bagno in piscina + ed in più c’è il fatto che non ci vediamo mai…

Non accetto mai ed il fatto che io sia un tipo noioso è solo parte della storia.
Il vero motivo è che se non ho piacere a stare con te, se non amo stare lì quando non abbiamo niente da dirci…non saranno 5,6 o 10 benefit a convincermi.
E soprattutto stare bene insieme è ciò che viene prima, e l’unica cosa che conta.

Apparire interessanti ad ogni costo è una cosa pericolosa

Tornando a questo socialmono, si parla continuamente di diventare speciali per non essere una commodity.
Ma rendersi speciali o interessanti elencando 10 o più plus (spesso sconnessi) è proprio ciò che fanno le commodity.

I veri amici spesso sono noiosi, le serate che ami sono noiose. L’asta al fantacalcio è una cosa noiosa, e così anche parlare con le amiche.
Ed un libro, specie certi libri di pagine e pagine…sono noiosi.
Assistere ad un evento, pagare perché un anziano signore ti dica cose sulla vita è noioso.

E non ci sono motivi apparentemente divertenti perché tu ci voglia andare, o sei disposto a pagare, o a rinunciare ad altro.
C’è solo una cosa chiamata CONTENUTO che non si può spiegare, o scimmiottare.
O c’è o non c’è.

Così, in un mondo in cui tutti cercando di essere fighi, divertenti ed apparire interessanti…beh credo che a vincere saranno quelli più noiosi.

O che la vera noia sia altro. Perché alla fine, parafrasando una noiosa citazione di Voltaire:

Il modo migliore per diventare noiosi è cercare a tutti i costi di apparire divertenti.

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Crescita

Resistere non serve a niente (probabilmente è vero)

Resistere o non resistere? Resistere all’idea che si può o che non si può? Accettare che resistere non serve a niente o ricamarci una storia diversa con un lieto fine?

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Il 28 Luglio di 6 o7 anni fa, il mio amico ebbe la splendida idea di regalarmi un libro. Un libro che penso di non aver letto mai completamente ma ricordo bene come se ce l’avessi ancora oggi sul comodino.

Il libro che pensò di regalarmi si intitolava: “Resistere non serve a niente”.

E chi se lo scorda?

Un libro del genere per il compleanno. Un compleanno parecchio complicato in un momento che sembrava senza uscita. Io però andavo ugualmente avanti, resistevo.

Mi chiedo ancora se il suo gesto sia da etichettare alla voce “grandi consigli” o “grandi cattiverie”.

Tu se lì che cerchi di non farti schiacciare dagli eventi e ti vedi recapitare un tomo che ti dice che no, resistere non serve a niente.

Gli anni che seguirono furono sempre all’insegna di questa resistenza. Resistere o non resistere? Resistere all’idea che si può o che non si può? Accettare che resistere non serve a niente o ricamarci una storia diversa con un lieto fine?

Per lungo tempo ho visualizzato la copertina di quel libro per qualsiasi avvenimento. Sbattevo l’alluce scalzo in un mobiletto ed era naturale guardare in alto e ripetermi la fatidica frase: resistere non serve a niente.

Come un Bart qualunque, potrei descrivermi come quello alla lavagna che deve scrivere 100, 1000 volte la stessa frase: resistere non serve a niente.

Il che è esattamente un gioco di resistenza.

Anche le persone più rassegnate non si rassegnano.

Anche quelli che vorrebbero finisse tutto non si rassegnano quando sta davvero finendo. Anche chi pare non si voglia bene non si rassegna mai completamente, resiste.

In alcuni casi no ma è un tasto troppo delicato per parlarne e va bene come eccezione che conferma la regola.

La maggior parte delle persone, di norma, è del tipo “resisto”. Anche se non serve a niente.

Il Karma, il “siamo fatti così”, l’inevitabile

L’idea che resistere non serve a niente ha una sua logica. Un fondo di verità non scientifica ma abbastanza pratica, empirica potremmo dire.

Ciò al quale resisti persiste non è soltanto filosofia.

Di norma se una cosa ti sta venendo incontro e opponi resistenza prima o poi ti arriva in faccia con ancora più veemenza. Come fosse un tiro alla fune: o ti lasci trascinare o, anche vincendo, quando l’avversario lascia la corda, finisci comunque a terra.

Così, specie nei momenti in cui le cose girano pochino, diciamo nei momenti in cui le cose vanno male, non puoi fare altro che prenderne atto: resistere non serve a niente.

Che poi è ciò che ho sperimentato all’indomani di quel regalo tanto cortese. Negli anni in cui ne ho sperimentato di tante, troppe, per resistere. E no, non è servito a niente.

Perché resistere a volte significa trovare alternative sbagliate più che adeguate contromosse. Metterci forza ma per scappare più che per resistere davvero.

Uno strano karma, un inevitabile “è inevitabile”. Perché sì, ci sono cose che davvero sono inevitabili. O così pare.

Resistere non serve a niente (visione positiva)

6 o 7 anni dopo, è ancora il 28 Luglio. Il mio compleanno. Torno a ragionare sul titolo di quel libro che mi ha fatto compagnia negli anni. Provo a ragionarci in modo diverso. Ci sono alcune idee che penso possano essere interessanti e utili, e buone.

Resistere non serve a niente > ok, non resistiamo

Forse allora potremmo fare altro? Trovare soluzioni, scansarsi, spostarsi un po’ più in là. Nella mia storia la maggior parte delle volte che ho provato a resistere l’ho fatto per quel perverso principio di coerenza. Non dovevo abbandonare, non dovevo contraddirmi, non dovevo darla vinta.

L’idea di essere sempre troppo esposto, troppo chiamato in causa, committed come dicono gli americani. E come si dice anche in certi giochi.

Però se il piatto non è abbastanza ricco, se le conseguenze sono troppo gravi, se il beneficio non è il tuo… lascia.

Resistere non serve a niente se in gioco c’è qualcosa di negativo: “non succede che” al posto di “succede che”.

Nel primo caso non ha quasi mai senso resistere e spesso non ne vale la pena. Come nella frase di Buddha: “Perdona gli altri, non perché essi meritano il perdono, ma perché tu meriti la pace.”

Ecco, allo stesso modo, con lo stesso senso, ogni tanto evita di resistere per il tuo bene. Non perché non saresti all’altezza ma semplicemente perché non è così importante.

Certo ci sono le eccezioni ma penso che quelle sappiamo riconoscerle.

Quando ne vale la pena, non resistere

Da anni evito di utilizzare termini militari ma anche qui trattasi di eccezione. Quando le cose sono davvero importanti, quando in gioco c’è la tua vita, in questo caso evita di resistere. Guardatene bene.

In questi casi combatti. Petto in fuori e carica.

Con tutta la forza che hai. Non tenendo lo scudo per parare i colpi ma dandone di belli e buoni, nei punti giusti.

Chiaro che non parlo di violenza o risse. Ma quando le cose ne valgono davvero la pena bisogna attaccare.

Lì resistere non serve più. Non bisogna neanche pensare di provare a farlo. E se proprio ci sono momenti in cui pare che vada così, intendiamoli come una tattica premeditata.

Come il caro catenaccio all’italiana. Non perché scarsi ma perché soprattutto furbi.

Resistere non serve a niente > è vero, è buono.

Infine c’è un’interpretazione che potrebbe essere vera quanto buona. Non possiamo resistere a ciò che siamo, nessuno può farlo.

Un messaggio che mi sento di ripetere quasi ogni giorno, parlando con persone che seguono strade disegnate da altri. Per giorni, per anni, per una vita. Resistono.

Ma resistono a cosa?  A ciò che sono, alla propria natura, alla propria integrità.

“Sono fatto così” a volte è una banale scusa, altre volte è una sacra verità. Abbiamo un destino. Abbiamo una strada anche quando non sappiamo qual è.

Però anche i confusi hanno sempre segnali. Sentono che qualcosa li porterebbe in una direzione e altri che indicano di scappare da altre.

Per anni ho resistito all’idea di essere un tizio strano. Uno confusionario che pare non essere nato per lavorare. Uno che ogni giorno vuole farne una nuova e raccontarne una nuova.

Ho resistito all’idea che avevo da bambino… scrivere.

Ho resistito pensando fosse giusto. Pensando che resistere non servisse a niente.

Appunto, resistere non serve a niente.

Non puoi resistere a ciò che sei.

A volte è una banale scusa, a volta una sacra verità.

 

Auguri

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Crescita

Non devi cambiare, se non vuoi

Il punto è lì, non devi cambiare se non vuoi veramente farlo. Se non ci sei arrivato con le tue gambe a quel bivio, a quell’esigenza di fare una scelta, di piazzare un “basta” al posto giusto. No davvero, non devi.

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“Così non va bene”. Può essere una flebile vocina interiore o un urlo disperato che ormai non riesci più ad ignorare. Può essere solo dentro di te oppure può arrivare dagli altri. Famigliari, amici, colleghi. Non si tratta di una semplice affermazione, ma di una richiesta, e a volte parecchio insistente. “Fai qualcosa per favore. Cambia!”.

Può essere da parecchio tempo che ti dici e che ti senti dire che devi cambiare. Che così non va bene, che così non stai bene. L’hai sentito talmente tante volte che ormai il concetto ti è chiaro, quello che non ti è chiaro è cosa, esattamente, devi cambiare. E diventa frustrante. Maledettamente frustrante e scoraggiante, ti senti un criceto che corre sulla ruota sapendo che tutta quella fatica ha una buona probabilità di essere inutile.

Il punto è in quelle quattro lettere, in quel “devi”.

Hai presente quando eri adolescente, i tuoi genitori ti dicevano che dovevi fare una cosa e a te saliva una tremenda voglia di farne una completamente diversa? È lo stesso meccanismo. Funziona anche da adulti, ebbene sì. Agli esseri umani non piace essere forzati a fare qualcosa, anche se sanno che potrebbe essere la cosa giusta. Non importa. Quando abbiamo l’impressione che qualcuno, chiunque, minacci la nostra libertà e si arroghi il diritto di dirci quello che dobbiamo fare la reazione è talmente immediata da sembrare inconscia.

Vogliamo decidere noi per noi stessi, preferiamo farci del male piuttosto che rinunciare alla nostra capacità di autodeterminarci così faticosamente conquistata.

È meglio continuare a correre disperati su quella ruota ma poter affermare con forza che sono io e solo io a scegliere di farlo. “Il bisogno di credere che siamo i migliori giudici di noi stessi supera il bisogno di stare bene con noi stessi”, per citare Allan Zuckoff, psicologo motivazionale statunitense. Tendiamo a proteggerci, a qualunque costo.

Il punto è lì, non devi cambiare se non vuoi veramente farlo. Se non ci sei arrivato con le tue gambe a quel bivio, a quell’esigenza di fare una scelta, di piazzare un “basta” al posto giusto. La pressione esterna può solo renderti più resistente e aumentare il tuo senso di godimento nel ribellarti ai diktat altrui. È una reazione umana e anche tu sei umano, non puoi farci niente.

Però c’è qualcosa che puoi fare. Smettere di ascoltare fuori e iniziare ad ascoltare dentro. Iniziare a porre domande a te stesso anziché agli altri. Continuare a correre su quella ruota, ma con la consapevolezza di ogni passo.

Solo tu puoi decidere che è il momento di cambiare e solo tu puoi volerlo davvero.

A volte sono le cose più semplici a fare la differenza. Ci sono tre semplici azioni che possono aiutarti a fare il punto della situazione. Banali, mi dirai. Ma scommetto che sono proprio quelle a cui dedichi meno tempo nella tua giornata. Vediamo se ho ragione:

  • Ascolta: ascolta quello che provi mentre fai le cose, mentre lavori, mentre parli con certe persone. Ascolta le vocine interiori, le reazioni del tuo corpo, il battito del tuo cuore. Ascolta i tuoi pensieri, prendine nota. Ascolta il tuo respiro. No, non è una fissazione new age. Non sai quante persone passano minuti interi in apnea o in affanno quando fanno qualcosa che non amano.
  • Descrivi: fai la tua diagnosi, descrivi tutto nella maniera più precisa possibile. Usa le metafore, descrivi di che colore sono le sensazioni che provi, che ritmo hanno, a che ambientazione somigliano. Descrivi la tua situazione presente e descrivi ciò che vuoi per te stesso. Cosa provi oggi e cosa invece vuoi provare da domani. Sii preciso, autentico e soprattutto onesto.
  • Rifletti: rifletti su tutto questo, prenditi il tempo per farlo, sceglilo come priorità. Come fosse un trattamento medico imprescindibile per la tua salute. Rifletti davvero, non darti subito risposte, non censurarti. Riflettere significa letteralmente “rimandare indietro”, è l’azione della superficie che restituisce la luce, è quello che fa l’anima quando rispecchia la vita intorno.

E infine accetta. Questo farà tutta la differenza.

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Abc...lavoro

Quando l’inquietudine è il tuo punto di forza (nella vita, come nel lavoro)

Inquietudine…uno stato di ansia e smarrimento, qualcosa di inevitabilmente negativo. Eppure, a pensarci bene, potrebbe anche essere la voglia di chi non si accontenta, scruta l’orizzonte e cerca la consapevolezza necessaria per agire.

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L’inquietudine viene spesso accostata all’incertezza, ma può essere letta nelle sue mille declinazioni: c’è chi teorizza che è insoddisfazione, un ripiegarsi su se stesso, chi le dà un significato spirituale/religioso affermando che è la prova del peccato originale nell’uomo, chi invece la paragona a un dono di Dio per la sua forte carica misteriosa.

Tutti sono d’accordo nell’individuare nell’inquietudine uno status in bilico, quello di un animo errante, mai fermo, che non trova mai pace. L’inquietudine esce fuori da noi sotto forma di tic, ansie, vibrazioni del nostro corpo che cercano di esprimere il malessere. Qualcosa, insomma, che si muove.

Se caliamo queste considerazioni in ambito professionale ne viene fuori uno dei sentimenti più importanti da saper gestire per dare valore alla nostra carriera.

L’inquietudine diventa non più qualcosa che ci rende “instabili”, ma diventa la vera forza propulsiva della nostra crescita professionale.  Forse addirittura dovremmo iniziare a pensarla come a una competenza, qualcosa da stimolare dentro di noi che ci aiuti a non vivere mai tranquilli, ma sempre desiderosi di ricercare il meglio di noi e del nostro lavoro.

Duende

Federico Garcia Lorca ci parla di duende, come qualcosa da ricercare dentro di noi e che ci aiuta nell’esercizio delle nostre arti, ovvero quando utilizziamo la nostra creatività. «Quando un artista mostra il duende non ha più rivali» dice Lorca nel testo in cui lo teorizza. Il duende è quindi questa spinta creativa, un’energia che si trova dentro di noi, quel qualcosa che anche gli altri riconoscono come per il talento.

Il duende è ciò che dà voce alla nostra inquietudine, ciò che la rende attiva e viva.

Essere inquieti vuol dire avere consapevolezza di sé e saper agire nel modo giusto nelle varie situazioni che si possono presentare. Non è come il problem solving, è molto di più. Nel problem solving si attua un comportamento per fronteggiare una crisi immediata. C’è un problema e si risolve. Se non si risolve nel breve tempo entra in gioco la resilienza, altra fondamentale competenza dell’individuo. L’inquietudine invece si differenzia da tutto ciò: è la condizione che non ti permette di sedere sugli allori, o crogiolarsi in situazioni vincenti e di successo.

Esercitare il proprio animo all’inquietudine è dare agio alla nostra curiosità intellettuale, mettersi in ascolto degli altri e cercare veramente di comprenderli senza dare giudizi affrettati, buttare lo sguardo a ciò che ci sta intorno, ma anche a ciò che ci è sconosciuto.

È come stare sul chi va là, non per controllare se qualcuno stia rubando qualcosa a noi prezioso, ma per conoscere in anticipo eventuali sviluppi del proprio lavoro, opportunità di crescita, cambi di direzione, possibilità di scovare la novità e adottarla prima di altri. Oltre che sentirsi leader della propria vita, esercitare la leadership in primis su se stessi.

Che poi non è altro che il sentirsi vivi.

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Crescita

Quando fai tutto bene e non funziona… dov’è l’errore? E cosa fare?

Il punto è che per quanto possiamo essere orgogliosi e suscettibili, la maggior parte delle volte accetteremmo di buon grado qualcuno che ci dica che sbagliamo. Che ci indichi un errore grossolano. Un errore che ci faccia sentire degli imbecilli ma che al tempo stesso suggerisca la soluzione.

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Sbaglio qualcosa?

No.

E allora?

Nel mio lavoro di consulenza è la domanda alla quale ho dovuto rispondere più spesso.

Una domanda con la quale avevo già avuto a che fare nella mia vita e con la quale, in un certo senso, continuo a confrontarmi ogni santo giorno.

Il punto è che per quanto possiamo essere orgogliosi e suscettibili, la maggior parte delle volte accetteremmo di buon grado qualcuno che ci dica che sbagliamo. Che ci indichi un errore grossolano.

Un errore che ci faccia sentire degli imbecilli ma che al tempo stesso suggerisca la soluzione.

“Ok non funzionava perché non c’era la presa attaccata, attacco la spina e funzionerà”.

Ecco questo genere di cose è maledettamente rassicurante. Solo che non sempre è questo genere di situazione.

Soprattutto nella vita e nella vita di chi si è dato un obiettivo ambizioso, una strada da seguire verso una meta… specie se la meta e la strada sono del tipo “cose non convenzionali”.

La grande sfida

Quando fai tutto bene, o così pare, e non funziona è un inferno personale. Un sentiero apparentemente lineare dove pare non ci sia mai un arrivo. E dove il vento che tira è quello peggiore: la pressione.

La pressione di chi accanto a te inizia a dire “te l’avevo detto” e pare abbia ragione.

La pressione data dalla stanchezza, dai piedi che iniziano a farti male… che poi, fuor di metafora, stiamo parlando di fattori molto concreti come affitto, mutuo, bollette, cosa mangiare e cosa dare da mangiare ai tuoi figli.

La pressione che ti metti tu, quella della peggiore specie. Quella vocina interiore che ti mette davanti solo i risultati (del momento) e ti fa dire “sono un coglione”.

Pressione.

Quando pare stai facendo tutto bene, quando sei sicuro di seguire la tua strada, il tuo scopo, e le cose non girano, la pressione è massima. Della peggiore specie.

Piaccia o no. Molte volte no. Ma è così.

E dunque che fare?

Quando la pressione è di questo tipo qui, quando la domanda è di questo tipo qui, la mia risposta è stata sempre la stessa: tempo.

Questione di tempo.

Ma non tempo come aggiustatore di tutto ma come giudice della tua capacità, forza e anche della correttezza della tua strada.

Solo che dire “tempo” è una risposta ancora peggiore del dire “non sbagli niente”.

Perché significa che l’antibiotico non c’è, il vaccino non è ancora stato inventato. Come se stessi percorrendo una strada senza indicazioni e senza navigatore e saprai se la strada è giusta solo una volta arrivato.

Non nascondo di essermi odiato per aver dato questa risposta, a me e agli altri. Però un’altra risposta non c’è.

Problemi da eroi

L’altra immagine che mi viene in mente, per rispondere, è quella dell’eroe. Secondo gli archetipi è il tizio che si mette in viaggio accompagnato dalla pressione e dalle avversità.

Quello che le cose stavano andando da favola e poi precipitano, si ingarbugliano a tal punto da sembrare senza scioglimento.

Ma un’altra caratteristica comune è quella del dubbio.

Il suo, l’eroe che inizia a dubitare della propria forza. Il dubbio, il pregiudizio, i risolini della gente e il coro “te l’avevo detto”.

Reali e non, gli eroi vivono queste situazioni qua: hanno riso di Galileo come di Reed Hastings (fondatore di Netflix), della Rowling (ideatrice di Harry Potter)…

Hanno riso di me e di te.

Anche questa è pressione, della peggiore specie. Ma gli eroi vanno avanti e sanno che le idee, e le strade, sono come le viti: necessitano di almeno un po’ di resistenza.

Se inizi a girare e incontri resistenza, e ti fermi…non saprai mai se avrebbe funzionato. E con il senno di chi sa come funziona la dinamica è qualcosa di sciocco.

Provare che sia la strada giusta oppure no

Dunque, dopo tante parole, siamo ancora qua: c’è da provare e ci vuole tempo. Possibile non ci sia di qualcosa di più accettabile e sensato? Possibile non ci sia qualche idea più razionale?

Penso che c’è. Non cambia di molto il senso, ma penso che c’è.

Mi vengono in mente ancora alcuni esempi.

Il primo è un tavolo verde.

Anno 2010. Matt Affleck affronta Jonathan Duhamel al tavolo finale delle WSOP 2010. Il vincitore prenderà la discreta somma di 8,5 milioni di dollari.

Affleck spizzica le sue carte: due assi benedetti. Il suo avversario, lui non può chiaramente saperlo, ha invece una coppia di J.

Rilancio, contro rilancio, all in.

Manca una carta.

Affleck ha il 79% di probabilità di vincere il piatto. 79 volte su 100.

Jonathan Duhamel ha un misero 21%. 21 volte su 100 vince lui.

E così accade.

La vita è ingiusta. Sfortuna. Anzi no.

A leggere bene, il 79% sta a indicare non solo quanto è probabile la vittoria ma anche quanto lo è la sconfitta. C’è quel 21% che in confronto pare rarissimo ma non lo è.

C’è che 21 volte su 100 perdi la mano.

Ogni tanto succede. 21 volte su 100 va così.

Cosa voglio dire?

Dimentichiamo la posta in gioco, per il discorso non è così rilevante. Ciò che conta è che per vincere, per incassare, anche quando fai tutto giusto, anche quando le probabilità sono dalla tua, bisogna insistere, andare avanti, avere il tempo e altre cose che ti permettono di andare avanti.

Per chi non è abile con il gioco del poker, c’è un esempio ancora più semplice.

Testa o croce?

La statistica dice che 50 volte vinci e 50 volte perdi. Ma dice anche altro.

Dice che succede su un campione di 100 lanci. A volte ci vuole di più per avere valori nella norma.

Se hai scelto testa e lanci 30 volte le puoi perdere tutte. Se ti fermi, ti sei fermato poco prima di ottenere la tua dose di “fortuna”, o giustizia.

Torniamo sempre lì: ci vuole tempo. Ma non perché il tempo aggiusta miracolosamente tutto ma perché scientificamente succede così.

Può essere il tempo per farti conoscere e riconoscere, il tempo per fare percepire il tuo cambiamento, il tempo perché cambino e si consolidino certe dinamiche.

La varianza della vita

In statistica questo concetto si chiama varianza, nella vita si chiama invece… vita.

Per andare avanti sulla tua strada, quando fai bene o quando senti che la strada è la tua, ci vogliono alcune cose precise. Direi due su tutte.

Una è la passione. Come dice Sebastiano Zanolli, “La passione serve quando le cose si fanno serie…mica negli hobby”.

Senza passione non reggi le critiche che ti fanno gli altri, e quelle che ti fai tu.

Non riesci ad incassare le sconfitte una dietro l’altra.

Poi serve quella che mi piace chiamare sostenibilità.

Torniamo al discorso delle monetine. Se si scommette un centesimo ogni lancio, devi avere 100 centesimi per affrontare il gioco. Altrimenti se le prime volte esce croce, e tu avevi scelto testa, non puoi aspettare che la fortuna, o la giustizia, pareggi il conto.

Come quando si apre un’impresa… devi mettere in conto il periodo di startup e più uscite che entrate.

Se stai lanciando la tua idea, devi sapere come campare sino a quando non si palesi che è davvero giusta.

Ma non è mica solo questione di soldi.

La sostenibilità è soprattutto qualcosa di intimo.

Immaginiamo ti diano 1.000.000 di euro per correre ogni giorno 20 o 30 km. Ma ti pagano solo al trentesimo giorno.

Non ha senso spaccarsi le gambe se al quinto giorno sarai fermo a letto…

Conosco persone che hanno sacrificato i loro valori per denaro o per una presunta tranquillità. Ma presto o tardi si svegliano stanchi, non si ritrovano più, non hanno l’energia per correre e andare avanti.

Un po’ il discorso che faccio sempre a proposito del Personal Branding. Non ha senso creare un’immagine che non è la tua, che non senti tua. Anche se il mercato pare apprezzarla e anche se in un primo momento ti pagherà per quello, prima o poi ti svegli e non ti ritrovi più.

È sostenibile? Se non è sostenibile allora non va bene.

La scommessa più difficile e come affrontarla

Adesso dico un ultima cosa che un senso pare ce l’abbia poco. Le scommesse importanti, quelle della vita, quelle in cui punti su di te, hanno poco di razionale.

Non hanno i valori oggettivi come una scommessa alla Snai o su un tavolo da gioco.

Difficilmente sai se hai il 79% di probabilità o solo l’1%.

La quotazione la dai tu.

Spesso è un vero e proprio atto di fede.

Sapere che puoi perdere, che tu parta in vantaggio oppure no.

Ma sapere anche che non potresti fare altrimenti. Perché è troppo importante.

Perché alla fine, per dirla con Hugo: Non è perdere, non è morire che è spaventoso. La cosa peggiore è non vivere davvero.

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