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Produttività e Scopo non sono in concorrenza ma per molto tempo sembrerà di sì (oppure stai mentendo)

Non hai combinato ancora niente di buono? Evviva, probabilmente sei sulla buona strada!

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“Che fai?”

Mia moglie continua a non abituarsi alle mie stranezze.

Ad un certo punto della mattina, ci sono sempre io che mi trascino in giardino calciando un pallone da una parte all’altra.

Che faccio? Scrivo.

No, non è vero. Rispondo sempre “Ho staccato qualche minuto”.

In realtà sto scrivendo. Quel pallone sul prato è il mio modo di mettere in ordine i pensieri e provare a separare quelli buoni da quelli scarsi.

Solo che penso che a guardare da fuori non viene l’immagine di “persona che scrive” ma più verosimilmente quella di “uomo che cazzeggia”.

E la sensazione potrebbe complicarsi a dismisura se ad assistere alla scena ci fosse qualcuno che non sa niente di me.

Ma i problemi principali vengono quando siamo noi a chiederci cosa stiamo davvero facendo. Puoi anche pensare di essere sicuro di come sfrutti il tuo tempo ma all’angolo della strada troverai sempre qualche cartello che dice “Hey pirla, produci. Gli altri lo stanno facendo!”

Soprattutto nell’era della produttività

Basta guardare in casa. Abbiamo centinaia di cose che in teoria ci aiutano a produrre di più o meglio a essere produttivi. Scrivo su un pc che riduce il tempo che ci metterei utilizzando una macchina da scrivere. E la macchina da scrivere ha fatto altrettanto nei confronti della penna. E la penna, la classica biro, ha a sua volta fatto lo stesso con il calamaio…

Siamo pieni zeppi di cose per produrre. Produrre di più e con meno sforzo. Solo che il risultato è quello di farci sentire costantemente improduttivi.

Fai, fai, fai…

Perché poi, ad essere chiari, non si tratta davvero di produrre ma di produttività, che è peggio.

Produttività, il termine che di solito si usa con le macchine, con le cose. E che invece in quest’era digitale ci appiccicano costantemente addosso ed anzi siamo noi a cercare di farcelo stare meglio – basta guardare quanti libri e parole si producono sull’argomento.

Se non produci non sei

Torno a usare in maniera generale i termini. Produrre qualcosa nella nostra società è diventato imperativo. Rispetto al passato, e contrariamente alla crisi economica che tutti riconosciamo, siamo convinti che ci sia sempre un mezzo e modo per produrre qualcosa.

Come ha osservato Alain De Botton c’è un grave cambio di paradigma a proposito delle persone che non producono. Un tempo vedevi un poveraccio all’angolo della strada e pensavi fosse appunto un poveraccio, un tizio sfortunato. Adesso è più facile pensare sia uno scansafatiche, uno che non si impegna, un bamboccione o choosy se preferite.

Per quanto, ancora per via della crisi, aleggia sempre una certa dose di vittimismo, siamo fondamentalmente pregni di un sogno americano in versione globale: tutti possono produrre.

I social hanno amplificato incredibilmente il concetto. I successi di Mark e dei ragazzini terribili (startupper che escono e entrano facendo miliardi con app e altre stupidate), ma anche i successi del compagno di banco delle elementari ci infondono continuamente disagio e allo stesso tempo la voglia, necessità, di divenire produttivi.

Produttività in che senso?

Produttività che poi è chiaramente faccenda complicatissima da decifrare. A meno che, come succede, non la riportiamo al classico criterio finanziario. Auto, casa, villa, soldi.

Lavoro di prestigio.

Auto più grande, casa più grande, villa con mega piscina, più soldi.

Produttività intesa alla lettera per quanto sia un termine che sta molto meglio con le macchine. Produttività, vocabolario alla mano, “L’attitudine a conseguire un risultato superiore ai mezzi impiegati, spec. dal punto di vista economico: la p. di un bene, di un’impresa; più specificamente, in un’attività economica, il rapporto tra la quantità prodotta in una data unità di tempo e i mezzi impiegati per produrla, o il rapporto tra il prodotto e l’insieme dei fattori di produzione che hanno concorso a produrlo.”

Produttività che spinge inevitabilmente ogni giudizio e decisione (?) sugli output a danno degli input.

Leggevo un articolo di Curt Mercadante che parlava proprio di questo. Diceva Curt che la produttività non riguarda gli input ma esclusivamente gli output. L’accento è sugli output, la produttività si misura sugli output… mica sugli input.

Le persone invece continuano a modificare gli input e riempirsi dei più improbabili input. E non cambia mai niente.

Così non sei produttivo, sei solo affaccendato.

Curt ha ragione ma cresce il rischio di finire ancora di più nella trappola della quale parliamo. Finire per cercare di essere produttivi indipendentemente dal come, cosa e perché.

Il concetto di produttività applicato agli uomini

Dire che contano i risultati dei tuoi sforzi è logico. Ma potrebbe non essere giusto. La situazione è molto più complessa.

Puoi anche spostare i pacchi da una parte all’altra della stanza, o scalare posizioni in azienda, o nel mercato. È produttivo. Ma non sempre ha senso.

E il punto è che le persone hanno bisogno di senso. Di significato. Di scopo.

Significato e scopo che sono assolutamente valori soggettivi. Come ha detto un tale che non ricordo (chiedo scusa): non c’è la taglia unica per lo scopo!

Il 21 Agosto mia figlia ha fatto 6 anni ad esempio e se ci penso è stata una giornata in cui, cosa rara, mi sono sentito produttivo.

Mi sono svegliato alle 5:20. Ho dato da mangiare al mio cucciolo, annaffiato il giardino, sistemato due cosucce di lavoro, montato una scrivania in legno che le abbiamo regalato (roba peggio dell’Ikea da montare…), attaccato cento palloncini al tetto, preparato da mangiare e prima comprato adeguate bibite e stuzzichini…

E la sera ho intrattenuto, spero bene, una ventina di ospiti.

Tutti contenti. Mia figlia contenta. Io contento. Dunque produttivo? O No?

Per quanto mi riguarda sì. A sentire mia moglie pure (anzi, era felicissima mica come quando “scrivo sul prato”!) ma per il resto del mondo?

Nella stessa giornata di produttività sono stato inadempiente rispetto almeno 5 o 6 azioni lavorative. Azioni lavorative che avrebbero portato un guadagno finanziario ma anche in termini di produttività (vogliamo dire effort?) per altre attività collegate.

Questa storia della produttività applicata agli uomini, che cercano senso, è insomma un bel problema. Sant’Agostino diceva fosse peccato giudicare un uomo dal suo impiego, lo è ancora di più farlo dalla su produttività!

Non un problema filosofico ma concreto

Su Fast Company di qualche anno fa si ragionava ad esempio sul ruolo e contributo delle cosiddette “persone generaliste”, quelle che sanno un po’ di tutto ma non sono tecnicamente ferrate in niente. Ecco, queste persone, sono un chiaro esempio del rischio di osservare la produttività e giudicare le persone in base a tale fattore.

Una persona “generalista” può essere determinante quando si tratta di dare forma a un’idea o un parere strategico generale ma sino a quando non vi è l’occasione… potrebbe essere semplicemente una persona scarsamente produttiva.

Che poi è il destino tanto dei “creativi” quanto di coloro che cercano di creare il loro (dico loro) destino.

Persone che poi, guarda che situazione paradossale, ci ritroviamo spiattellate in un manuale come esempio di produttività.

Michael Jordan, Bill Gates, Zuckerberg, la Rowling di Harry Potter, il blogger che ti piace tanto e ha tanto consenso…

In foto: JK Rowling… una fallita per eccellenza prima di miliardi di vendite derivate da Harry Potter

In realtà a guardare bene sono l’emblema dell’esatto contrario. Se pensiamo la produttività come output o come la produzione di cose (risultati) concreti, la massimizzazione del vantaggio, la scelta della strada più veloce, dobbiamo ammettere che stiamo prendendo un clamoroso abbaglio.

Sono tutte persone che per buona parte della loro vita non sono state affatto produttive. Sono persone che di fronte al “produco” hanno scelto “credo”, “investo”, “insisto”.

Persone che per buona parte della loro vita, come dice Sinek, hanno seguito un perché più che il cosa o il come.

Persone che hanno immaginato più che razionalizzato.

Sono campioni della disciplina opposta. Una disciplina basata sugli input. E sull’immaginazione. Sul rifiuto di comodità, velocità e produttività.

Maestri nella gestione degli input e non degli output.

Rinunciare alla produttività e abbracciare il significato

James Altucher una volta ha detto “Se ti siedi davanti a uno schermo bianco ogni giorno e semplicemente non fai nulla, allora sei uno scrittore. Se scrivi una parola, ancora meglio.”

Un pensiero grandioso ma che è difficile da accettare. Non tanto per gli altri – alcuni non capirebbero neanche a fargli un disegnino – ma per noi stessi.

Il problema è capire se davvero siamo, ci sentiamo scrittori (o qualunque cosa crediamo). Il problema è slegare il risultato immediato e cercare di trovare un senso, un senso che è troppo soggettivo per trovarlo in qualche libro o in qualche guida on line.

O crediamo in ciò che stiamo facendo… oppure niente. L’unico modo per sfuggire alla trappola della produttività ad ogni costo non è tanto ignorare il giudizio degli altri quanto imparare ad ascoltare il nostro.

Sei uno scrittore? Grande. Non hai scritto neanche una parola oggi? Fa niente.

Credi di essere sulla strada significativa? Si o no. Non ci sono terze opzioni e non è consentito il NI.

Parallele e perpendicolari

Per riuscire ad accettarsi bisogna però abbandonare ciò che ci hanno insegnato e che continuamente inseguiamo, le strade comode. Le strade in cui c’è il bello e il bello, il significato e il produttivo.

Purtroppo, ma forse va bene così, la vita, la carriera, non è fatta da linee parallele. Non c’è quasi mai la gratificazione immediata (soldi, consenso, ecc.) e il significato.

Spesso anzi il significato è inseguire il successo o la risoluzione dei problemi.

La vita è più che altro un incastro di perpendicolari. Da una parte i tuoi sacrifici, i tuoi sforzi, tu che fai a pugni con la mancanza di produttività. Dall’altra ciò che vuoi davvero raggiungere.

Per semplicità chiamiamo la prima linea significato e la seconda produttività, come se la seconda fosse la ricompensa.

Linee perpendicolari che se ti fermi a guardare oggi pare non si incontrino e prendano strade diverse. Ma linee che, per definizione, sono destinate a incontrarsi.

Mi piace pensare che scopo e produttività siano destinate a… un incidente. Mentre avere “tutto” significherà per sempre non avere mai niente.

Per lungo tempo non ci sarà alcuna produttività… e va bene così. Ma è così che si raggiungono le cose che valgono davvero la pena.

In questi casi serve tanta passione. Come mi dice sempre Sebastiano Zanolli: la passione serve quando le cose sono serie, mica negli hobby!

Ultima cosa che forse ci potrà aiutare è non avere paura di fronte al caos, a un sentiero che pare sempre troppo incerto. È chiaro che è diverso da chi consegue la produttività (senza chiedersi come e perché).

Chi insegue un vantaggio immediato, chi massimizza lo sforzo ogni momento, chi insegue sempre e solo la produttività, in realtà sta semplicemente ricalcando vecchie impronte di altri per andare nella meta di altri. Segue una mappa vecchia, belle e pronta ma siccome non è la sua robabilmente a lungo andare non gli piacerà.

Il percorso “degli improduttivi” invece è un casino.

Ma come disse Joseph Campbell: “Se riesci a vedere il tuo percorso tracciato di fronte a te passo dopo passo, sai che non è il tuo percorso. Il tuo percorso è ogni passo che fai. Ecco perché è il tuo percorso.” Joseph Campbell

Insomma, per chiuderla… Non hai combinato ancora niente di buono? Evviva, probabilmente sei sulla buona strada!

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Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

NowPlaying:
The Quiet Life, Dirty Gold 

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Lo spirito degli alberi può salvarci la vita

Il mondo ha bisogno di alberi per sopravvivere: l’emergenza climatica si può arginare piantando alberi e salvaguardando quelli che esistono, come si è prefissa di fare Wiki-Tree, un’app che permette di dare un’anima a ogni albero.

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Gli alberi sono alla ribalta della cronaca, in queste settimane estive particolarmente afose.

In Siberia, un territorio grande quanto la Grecia è andato in fumo sotto gli occhi impotenti del mondo; in Brasile, sull’egida climato-scettica del nuovo presidente Bolsonaro, sono stati disboscati 4’700 chilometri quadrati di foresta tropicale nei primi 7 mesi dell’anno, ovvero 67% in più rispetto al 2018.

Il cambiamento climatico è realtà

Gli esperti sono concordi nel considerare gli alberi gli unici alleati dell’uomo nella lotta contro il cambiamento climatico. Uno studio del Politecnico Federale di Zurigo ha stimato che al mondo c’è ancora spazio per far crescere 900 milioni di ettari di bosco.

Entro il 2050, queste foreste supplementari potrebbero assorbire 200 gigatonnellate di anidride carbonica, ovvero circa due terzi di quanto prodotto dall’attività umana dai tempi della rivoluzione industriale ad oggi.

Un record del mondo: 350 milioni di alberi piantati in un giorno

Va in questo senso l’iniziativa “Green Legacy” promossa dal governo etiope, in un paese che ha subito in maniera importante gli effetti della deforestazione selvaggia. In poco più di cent’anni, infatti, il territorio dell’Etiopia coperto da foreste è passato dal 30% a meno del 4%.

Nel 2017, il governo di Addis Abeba si è unito a un’altra ventina di nazioni africane nel sottoscrivere un progetto che prevede il ripristino del paesaggio forestale africano, con il ripristino di 100 milioni di ettari di terra.

“Possiamo contrastare gli effetti della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Ognuna delle nostre azioni, grandi e piccole, conta per le persone e per il pianeta”, ha scritto su Tweeter Amina J. Mohammed, ex ministra nigeriana dell’ambiente e attuale vice-segretaria generale delle Nazioni Unite.

Prevenire è meglio che curare

Porsi l’obiettivo di ripopolare le foreste è nobile ma ha un gusto di reazione tardiva.
Proattivamente, ci aspetteremmo delle azioni mirate a proteggere e preservare gli alberi che già esistono.

È quello che si prefigge di fare Wiki-Tree, una app ideata dall’imprenditrice italo-svizzera Chicca Pancaldi, che non è al suo primo tentativo di contribuire alla salvaguardia del clima.

Nel 2017 aveva infatti lanciato una pagina Facebook, “An Act a Day”, che, sotto forma di challenge, incoraggiava le persone a postare le proprie azioni positive per l’ambiente. Era stato un successo della durata di un battito di ciglia concentrato solo nei giorni immediatamente legati al lancio della iniziativa.
Questo aveva dimostrato, secondo la promotrice, come la gente sia disponibile a rispondere a iniziative simili solo sull’onda emotiva, ma non riesca a imprimere poi la necessaria costanza alla propria azione, preferendo inseguire mode sempre più veloci e temporanee.

Wiki-Tree, invece, sembra essere più nell’aria dei tempi ed anche più legata alle emozioni durevoli delle persone, forse anche grazie all’effetto Greta, che ha contribuito a sensibilizzare le persone sull’importanza del rispetto per il Pianeta. Per questo motivo, abbiamo contattato la sua promotrice per farci spiegare meglio in cosa consiste il progetto.

Con Wiki-Tree possiamo dare un’anima a ogni albero

“Ogni albero ha una sua storia. Anzi, ha più storie, con tante identità diverse.”, racconta Chicca Pancaldi. “L’idea è di dare un’anima all’albero, di dotarlo di una sua identità legata ai racconti delle persone. L’app serve a questo: è una specie di social network degli alberi, dove ognuno può condividere storie, foto e video. È un modo molto semplice, per rendere più difficile che quell’albero venga tagliato.”

L’intento è lodevole per cui avremmo voluto scaricare l’app per provarla, ma è ancora in fase di sviluppo.
“Per poter funzionare, il progetto deve essere sostenuto da una community. Wiki-Tree è uno sforzo collettivo.”, ci spiega Chicca. “Sinora sono arrivata qui con le mie sole forze ma per finire lo sviluppo dell’app ho bisogno dell’aiuto di tutti e per questo ho deciso di lanciare una campagna crowd-founding, su Go Fund Me.”

Quanto costa creare un’app di questo tipo?
“Per terminare lo sviluppo ho bisogno di circa 15’000 Euro. Ma devo ammettere che la raccolta fondi si sta rivelando difficile. Moltissime persone apprezzano l’idea, la condividono sui social, mi scrivono in privato per raccontarmi la storia del loro albero… ma il sostegno pratico, quello economico, tarda a concretizzarsi. Forse le persone non si rendono conto che anche una piccola donazione di 5 Euro, per dire, può fare la differenza”.

La deforestazione in ambito urbano

In molte città, assistiamo al taglio di alberi secolari per delle questioni pseudo-ragionevoli, che possono essere legate a dei bisogni di economizzare sulla manutenzione del verde o semplicemente perché le foglie davano fastidio alle boutique di lusso.
Ma la maggior parte delle volte, si tagliano gli alberi per fare posto a nuove costruzioni.

Questo fenomeno è in controtendenza con gli studi più recenti in ambito urbanistico, che dimostrano come la presenza di alberi in città, in estate possa contribuire ad abbassare la temperatura dell’aria tra i 2 e gli 8 gradi. Questo permette di ridurre l’effetto forno tipico degli ambienti fortemente edificati, rendendo quindi la città più vivibile.

Inoltre, una buona pianificazione delle zone arborate in un contesto urbano può contribuire a incrementare il valore della proprietà, fino al 20% secondo alcuni analisti, oltre ad avere un effetto positivo sull’attrattività della città dal punto di vista turistico.

Riconoscere l’emergenza climatica

Alcuni media (e alcuni politici, primo fra tutti Donald Trump) non credono al cambiamento climatico.
Lo relativizzano per promuovere una crescita economica che, oggi più che mai, sembra rimare con estinzione di massa.

Sebbene ci siano studi sempre più dettagliati e sicuri sulle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico sul corto termine, non ci renderemo conto di cosa significa finché non lo vivremo.

Alle nostre latitudini, ricominceremo ad essere colpiti da malattie incurabili come la malaria, perché le zanzare anofele saranno endemiche tutto l’anno (e questo avrà una ripercussione anche su aspetti poco conosciuti, come ad esempio il costo delle trasfusioni di sangue, che aumenterà a causa dei controlli e dei filtri che dovremo introdurre).

La siccità renderà più difficile i raccolti, per cui ci sarà meno cibo a costi più elevata, mentre l’acqua sarà razionata e non potremo farne quello che vogliamo.

Le temperature saranno talmente elevate da aumentare il tasso di mortalità nelle persone più fragili, tipicamente gli anziani, e dall’altra parte aumenteranno i flussi migratori dai Paesi in cui le temperature saranno ormai invivibili.

Vedremo fenomeni meteorologi nuovi – oggi rarissimi – come trombe d’aria distruttrici, di cui abbiamo avuto una terribile anteprima proprio questa estate, con la morte di una giovane donna sollevata da terra con la sua auto dalla forza del vento.

Il tutto nei prossimi 20-30 anni. In termini di una vita umana, domani. Sulla scala della vita delle Terra, pochi millisecondi.
Per questo è necessario agire oggi per evitare i disastri domani.

O per dirla con le parole di Chicca Pancaldi, promotrice di Wiki-Tree, “Salvare gli alberi è qualcosa che si rivolge a tutti: per chi c’è adesso e per chi verrà”.

 

Per maggiori informazioni su Wiki-Tree o per contribuire alla raccolta fondi:

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