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Produttività e Scopo non sono in concorrenza ma per molto tempo sembrerà di sì (oppure stai mentendo)

Non hai combinato ancora niente di buono? Evviva, probabilmente sei sulla buona strada!

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“Che fai?”

Mia moglie continua a non abituarsi alle mie stranezze.

Ad un certo punto della mattina, ci sono sempre io che mi trascino in giardino calciando un pallone da una parte all’altra.

Che faccio? Scrivo.

No, non è vero. Rispondo sempre “Ho staccato qualche minuto”.

In realtà sto scrivendo. Quel pallone sul prato è il mio modo di mettere in ordine i pensieri e provare a separare quelli buoni da quelli scarsi.

Solo che penso che a guardare da fuori non viene l’immagine di “persona che scrive” ma più verosimilmente quella di “uomo che cazzeggia”.

E la sensazione potrebbe complicarsi a dismisura se ad assistere alla scena ci fosse qualcuno che non sa niente di me.

Ma i problemi principali vengono quando siamo noi a chiederci cosa stiamo davvero facendo. Puoi anche pensare di essere sicuro di come sfrutti il tuo tempo ma all’angolo della strada troverai sempre qualche cartello che dice “Hey pirla, produci. Gli altri lo stanno facendo!”

Soprattutto nell’era della produttività

Basta guardare in casa. Abbiamo centinaia di cose che in teoria ci aiutano a produrre di più o meglio a essere produttivi. Scrivo su un pc che riduce il tempo che ci metterei utilizzando una macchina da scrivere. E la macchina da scrivere ha fatto altrettanto nei confronti della penna. E la penna, la classica biro, ha a sua volta fatto lo stesso con il calamaio…

Siamo pieni zeppi di cose per produrre. Produrre di più e con meno sforzo. Solo che il risultato è quello di farci sentire costantemente improduttivi.

Fai, fai, fai…

Perché poi, ad essere chiari, non si tratta davvero di produrre ma di produttività, che è peggio.

Produttività, il termine che di solito si usa con le macchine, con le cose. E che invece in quest’era digitale ci appiccicano costantemente addosso ed anzi siamo noi a cercare di farcelo stare meglio – basta guardare quanti libri e parole si producono sull’argomento.

Se non produci non sei

Torno a usare in maniera generale i termini. Produrre qualcosa nella nostra società è diventato imperativo. Rispetto al passato, e contrariamente alla crisi economica che tutti riconosciamo, siamo convinti che ci sia sempre un mezzo e modo per produrre qualcosa.

Come ha osservato Alain De Botton c’è un grave cambio di paradigma a proposito delle persone che non producono. Un tempo vedevi un poveraccio all’angolo della strada e pensavi fosse appunto un poveraccio, un tizio sfortunato. Adesso è più facile pensare sia uno scansafatiche, uno che non si impegna, un bamboccione o choosy se preferite.

Per quanto, ancora per via della crisi, aleggia sempre una certa dose di vittimismo, siamo fondamentalmente pregni di un sogno americano in versione globale: tutti possono produrre.

I social hanno amplificato incredibilmente il concetto. I successi di Mark e dei ragazzini terribili (startupper che escono e entrano facendo miliardi con app e altre stupidate), ma anche i successi del compagno di banco delle elementari ci infondono continuamente disagio e allo stesso tempo la voglia, necessità, di divenire produttivi.

Produttività in che senso?

Produttività che poi è chiaramente faccenda complicatissima da decifrare. A meno che, come succede, non la riportiamo al classico criterio finanziario. Auto, casa, villa, soldi.

Lavoro di prestigio.

Auto più grande, casa più grande, villa con mega piscina, più soldi.

Produttività intesa alla lettera per quanto sia un termine che sta molto meglio con le macchine. Produttività, vocabolario alla mano, “L’attitudine a conseguire un risultato superiore ai mezzi impiegati, spec. dal punto di vista economico: la p. di un bene, di un’impresa; più specificamente, in un’attività economica, il rapporto tra la quantità prodotta in una data unità di tempo e i mezzi impiegati per produrla, o il rapporto tra il prodotto e l’insieme dei fattori di produzione che hanno concorso a produrlo.”

Produttività che spinge inevitabilmente ogni giudizio e decisione (?) sugli output a danno degli input.

Leggevo un articolo di Curt Mercadante che parlava proprio di questo. Diceva Curt che la produttività non riguarda gli input ma esclusivamente gli output. L’accento è sugli output, la produttività si misura sugli output… mica sugli input.

Le persone invece continuano a modificare gli input e riempirsi dei più improbabili input. E non cambia mai niente.

Così non sei produttivo, sei solo affaccendato.

Curt ha ragione ma cresce il rischio di finire ancora di più nella trappola della quale parliamo. Finire per cercare di essere produttivi indipendentemente dal come, cosa e perché.

Il concetto di produttività applicato agli uomini

Dire che contano i risultati dei tuoi sforzi è logico. Ma potrebbe non essere giusto. La situazione è molto più complessa.

Puoi anche spostare i pacchi da una parte all’altra della stanza, o scalare posizioni in azienda, o nel mercato. È produttivo. Ma non sempre ha senso.

E il punto è che le persone hanno bisogno di senso. Di significato. Di scopo.

Significato e scopo che sono assolutamente valori soggettivi. Come ha detto un tale che non ricordo (chiedo scusa): non c’è la taglia unica per lo scopo!

Il 21 Agosto mia figlia ha fatto 6 anni ad esempio e se ci penso è stata una giornata in cui, cosa rara, mi sono sentito produttivo.

Mi sono svegliato alle 5:20. Ho dato da mangiare al mio cucciolo, annaffiato il giardino, sistemato due cosucce di lavoro, montato una scrivania in legno che le abbiamo regalato (roba peggio dell’Ikea da montare…), attaccato cento palloncini al tetto, preparato da mangiare e prima comprato adeguate bibite e stuzzichini…

E la sera ho intrattenuto, spero bene, una ventina di ospiti.

Tutti contenti. Mia figlia contenta. Io contento. Dunque produttivo? O No?

Per quanto mi riguarda sì. A sentire mia moglie pure (anzi, era felicissima mica come quando “scrivo sul prato”!) ma per il resto del mondo?

Nella stessa giornata di produttività sono stato inadempiente rispetto almeno 5 o 6 azioni lavorative. Azioni lavorative che avrebbero portato un guadagno finanziario ma anche in termini di produttività (vogliamo dire effort?) per altre attività collegate.

Questa storia della produttività applicata agli uomini, che cercano senso, è insomma un bel problema. Sant’Agostino diceva fosse peccato giudicare un uomo dal suo impiego, lo è ancora di più farlo dalla su produttività!

Non un problema filosofico ma concreto

Su Fast Company di qualche anno fa si ragionava ad esempio sul ruolo e contributo delle cosiddette “persone generaliste”, quelle che sanno un po’ di tutto ma non sono tecnicamente ferrate in niente. Ecco, queste persone, sono un chiaro esempio del rischio di osservare la produttività e giudicare le persone in base a tale fattore.

Una persona “generalista” può essere determinante quando si tratta di dare forma a un’idea o un parere strategico generale ma sino a quando non vi è l’occasione… potrebbe essere semplicemente una persona scarsamente produttiva.

Che poi è il destino tanto dei “creativi” quanto di coloro che cercano di creare il loro (dico loro) destino.

Persone che poi, guarda che situazione paradossale, ci ritroviamo spiattellate in un manuale come esempio di produttività.

Michael Jordan, Bill Gates, Zuckerberg, la Rowling di Harry Potter, il blogger che ti piace tanto e ha tanto consenso…

In foto: JK Rowling… una fallita per eccellenza prima di miliardi di vendite derivate da Harry Potter

In realtà a guardare bene sono l’emblema dell’esatto contrario. Se pensiamo la produttività come output o come la produzione di cose (risultati) concreti, la massimizzazione del vantaggio, la scelta della strada più veloce, dobbiamo ammettere che stiamo prendendo un clamoroso abbaglio.

Sono tutte persone che per buona parte della loro vita non sono state affatto produttive. Sono persone che di fronte al “produco” hanno scelto “credo”, “investo”, “insisto”.

Persone che per buona parte della loro vita, come dice Sinek, hanno seguito un perché più che il cosa o il come.

Persone che hanno immaginato più che razionalizzato.

Sono campioni della disciplina opposta. Una disciplina basata sugli input. E sull’immaginazione. Sul rifiuto di comodità, velocità e produttività.

Maestri nella gestione degli input e non degli output.

Rinunciare alla produttività e abbracciare il significato

James Altucher una volta ha detto “Se ti siedi davanti a uno schermo bianco ogni giorno e semplicemente non fai nulla, allora sei uno scrittore. Se scrivi una parola, ancora meglio.”

Un pensiero grandioso ma che è difficile da accettare. Non tanto per gli altri – alcuni non capirebbero neanche a fargli un disegnino – ma per noi stessi.

Il problema è capire se davvero siamo, ci sentiamo scrittori (o qualunque cosa crediamo). Il problema è slegare il risultato immediato e cercare di trovare un senso, un senso che è troppo soggettivo per trovarlo in qualche libro o in qualche guida on line.

O crediamo in ciò che stiamo facendo… oppure niente. L’unico modo per sfuggire alla trappola della produttività ad ogni costo non è tanto ignorare il giudizio degli altri quanto imparare ad ascoltare il nostro.

Sei uno scrittore? Grande. Non hai scritto neanche una parola oggi? Fa niente.

Credi di essere sulla strada significativa? Si o no. Non ci sono terze opzioni e non è consentito il NI.

Parallele e perpendicolari

Per riuscire ad accettarsi bisogna però abbandonare ciò che ci hanno insegnato e che continuamente inseguiamo, le strade comode. Le strade in cui c’è il bello e il bello, il significato e il produttivo.

Purtroppo, ma forse va bene così, la vita, la carriera, non è fatta da linee parallele. Non c’è quasi mai la gratificazione immediata (soldi, consenso, ecc.) e il significato.

Spesso anzi il significato è inseguire il successo o la risoluzione dei problemi.

La vita è più che altro un incastro di perpendicolari. Da una parte i tuoi sacrifici, i tuoi sforzi, tu che fai a pugni con la mancanza di produttività. Dall’altra ciò che vuoi davvero raggiungere.

Per semplicità chiamiamo la prima linea significato e la seconda produttività, come se la seconda fosse la ricompensa.

Linee perpendicolari che se ti fermi a guardare oggi pare non si incontrino e prendano strade diverse. Ma linee che, per definizione, sono destinate a incontrarsi.

Mi piace pensare che scopo e produttività siano destinate a… un incidente. Mentre avere “tutto” significherà per sempre non avere mai niente.

Per lungo tempo non ci sarà alcuna produttività… e va bene così. Ma è così che si raggiungono le cose che valgono davvero la pena.

In questi casi serve tanta passione. Come mi dice sempre Sebastiano Zanolli: la passione serve quando le cose sono serie, mica negli hobby!

Ultima cosa che forse ci potrà aiutare è non avere paura di fronte al caos, a un sentiero che pare sempre troppo incerto. È chiaro che è diverso da chi consegue la produttività (senza chiedersi come e perché).

Chi insegue un vantaggio immediato, chi massimizza lo sforzo ogni momento, chi insegue sempre e solo la produttività, in realtà sta semplicemente ricalcando vecchie impronte di altri per andare nella meta di altri. Segue una mappa vecchia, belle e pronta ma siccome non è la sua robabilmente a lungo andare non gli piacerà.

Il percorso “degli improduttivi” invece è un casino.

Ma come disse Joseph Campbell: “Se riesci a vedere il tuo percorso tracciato di fronte a te passo dopo passo, sai che non è il tuo percorso. Il tuo percorso è ogni passo che fai. Ecco perché è il tuo percorso.” Joseph Campbell

Insomma, per chiuderla… Non hai combinato ancora niente di buono? Evviva, probabilmente sei sulla buona strada!

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Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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Donne che odiano le donne e altri miti femminili

Molte donne dicono che è più difficile avere buone relazioni con altre donne. Alcune considerazioni.

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Tra donne le relazioni sono spesso complicate

Riprendendo gli argomenti del mio ultimo articolo sul Purpletude, è emerso un sotto-argomento: i rapporti fra Donne.

Lungi da me volervi dire di chi essere amiche o chi frequentare.
Ci sono comunque delle riflessioni importanti da fare per creare quella situazione ideale in cui le donne lavorano per il proprio benessere anche curandosi del benessere delle altre (e non a discapito di).

I rapporti personali o lavorativi sono tutte quelle frequentazioni che ci capita di avere nella vita quotidiana. Sono quindi in teoria interazioni che scegliamo e pensiamo per sostenere e migliorare il nostro universo di progetti, idee e aspirazioni.

La mia miglior nemica

Dopo il mio ultimo articolo, fra i commenti che mi sono arrivati (grazie, qualsiasi tipo di commento è una grande vittoria per me!) ce ne sono stati alcuni di donne che hanno rinunciato a frequentare delle loro simili da diversi anni, dopo varie scottature e tradimenti che gli amici maschi non le hanno mai riservato.

Da qui il denominatore comune che l’amicizia con un uomo crea meno drammi, meno gelosie e meno rompimenti di scatole. Ci sta.
Io mi sono fatta l’opinione, assolutamente contestabile, che questa tendenza derivi anche dal voler essere “uomini con le tette”, inclinazione della quale ho già parlato e sulla quale non mi dilungherò oltre.

Ora, io già vi sento.

“Ma Giulia, questo è un magazine serio non la posta di Sora Lella, chi se ne frega di chi frequenta chi? Che fai la prossima volta, ci insegni a fare le pesche sciroppate?” [E perché no? Nota del Direttore di redazione]

Dubbi legittimi, ed io rispondo con una domanda: cosa crea la storia?
“Eh va là, spara basso”

No, veramente.
La storia la creano le interazioni fra persone, che diventano interazioni fra gruppi, che si riflettono nelle tendenze poi riprese e utilizzate dai pochi che prendono le decisioni che “si vedono”.

Per questo motivo non mi pare più che tanto sparata nel vuoto l’ipotesi che consultarci di più con persone simili a noi e con problemi simili ai nostri possa fare bene alla storia di tutte. Perché spesso pare che essere donna ci dia accesso a tutti i misteri del genere femminile. Come se portassimo dentro il passato ed il futuro di tutte.

Prima di tutto, che fatica.
E poi, ancora più importante, non è possibile che sia cosi. Dove moltissime cose ci legano, altre ci separano: il vissuto, la storia familiare e lavorativa, anche la semplice personalità che ci fa vivere le stesse vicende in modi diversi.

Capisco comunque che tutto ciò debba essere preso per gradi, quindi ecco alcune cose che ho imparato negli ultimi anni  e che mi hanno consentito di frequentare delle compagnie femminili che mi hanno fatto bene, hanno accresciuto il mio potenziali e mi hanno fatto (e mi fanno tuttora) sentire parte di una comunità che può cambiare il mondo.

È questione di livelli

Capita spesso di passare, nella vita, attraverso lunghi periodi di apprendimento. Certe volte ce li andiamo a cercare, altre volte ci vengono imposti (ma credo comunque che non arrivino mai per caso). Alla fine di questi percorsi, soprattutto se affrontati con metodo, ci si ritrova “cresciute”.

Questo vuol dire che si sono acquisiti degli strumenti di vita che non si riescono ad ignorare e che ci fanno accedere ad una sorta di livello superiore della nostra esistenza.

A questo punto capita (soprattutto a chi il cambiamento lo cerca e lo nutre) che diventi frustrante stare a contatto con delle persone che non ricercano la propria crescita – o non nello stesso modo.

Se queste persone sono uomini, lo scontro si nota un po’ meno, perché l’amicizia fra uomo e donna, se vuole rimanere tale, ha bisogno di limiti più marcati per non cedere all’istinto e alla chimica.

Fra donne questi limiti non ci sono, e succede che si prendano strade diverse.
In alcuni casi, quando questo non è possibile perché si lavora o si vive nello stesso ambiente; questo dà luogo a dinamiche poco sane.

Degli esempi positivi

È dunque importante ricordare che:

  • Come dice il grande Tony Robbins “non ci arrabbiamo con una persona, ma con le sue regole”, e quindi si può voler bene a qualcuno pur non condividendo niente se non quel bene.
  • Per la nostra evoluzione personale è importante potersi circondare di donne che sono al nostro livello o, meglio ancora, a livello superiore nelle cose di cui ci importa, e diventare abbastanza umili da imparare da loro quello che sanno fare meglio.

Dove sono queste donne? Ovunque, ma anche loro non si fidano molto.

Un approccio che potrei consigliare in base alle esperienze è di essere sincere, sia dentro che fuori dai social, su quello che sappiamo e quello che non sappiamo; di imparare a fare un complimento sincero; e infine di chiede due consigli per ognuno che diamo. Che a sentirsi arrivate c’è sempre tempo.

Non aver paura di essere vulnerabili

Ed infatti la seconda questione è proprio la sincerità. O vulnerabilità, scegliete voi quale termine vi piace di più.

In ogni caso, si parla del fatto che – ci piaccia o no – abbiamo tutte dei momenti di sconforto. E non importa quanto bene riusciamo a nasconderli, trovano il modo di farsi sentire.

E fin qui ci siamo.

Il problema, e qui mi metto in prima linea perché è ancora molto un mio problema questo, è che si passa un messaggio negativo alle altre donne che ci leggono e ci ascoltano. Si passa il messaggio che “se vuoi avere i miei risultati, non devi piangere, devi essere inaccessibile e l’unica debolezza che puoi far vedere è quella di mangiare una scatola intera di biscotti perché quello lo fanno tutte”.

Ah. Che spasso. Peccato che stiamo passando, specialmente alle giovani donne, il messaggio di non essere se stesse mentre ricercano la propria versione migliore.

Concludo dicendo che sono grata a tutte le persone alle quali mi sono potuta ispirare per giungere a queste conclusioni, ed ancor di più a quelle che fanno parte della mia rete oggi. Fra queste, moltissime donne meravigliose che mi hanno insegnato e mi insegnano a non cedere sul terreno della mia femminilità, per quanto possa essere fuori moda.

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