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Quando fai tutto bene e non funziona… dov’è l’errore? E cosa fare?

Il punto è che per quanto possiamo essere orgogliosi e suscettibili, la maggior parte delle volte accetteremmo di buon grado qualcuno che ci dica che sbagliamo. Che ci indichi un errore grossolano. Un errore che ci faccia sentire degli imbecilli ma che al tempo stesso suggerisca la soluzione.

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Sbaglio qualcosa?

No.

E allora?

Nel mio lavoro di consulenza è la domanda alla quale ho dovuto rispondere più spesso.

Una domanda con la quale avevo già avuto a che fare nella mia vita e con la quale, in un certo senso, continuo a confrontarmi ogni santo giorno.

Il punto è che per quanto possiamo essere orgogliosi e suscettibili, la maggior parte delle volte accetteremmo di buon grado qualcuno che ci dica che sbagliamo. Che ci indichi un errore grossolano.

Un errore che ci faccia sentire degli imbecilli ma che al tempo stesso suggerisca la soluzione.

“Ok non funzionava perché non c’era la presa attaccata, attacco la spina e funzionerà”.

Ecco questo genere di cose è maledettamente rassicurante. Solo che non sempre è questo genere di situazione.

Soprattutto nella vita e nella vita di chi si è dato un obiettivo ambizioso, una strada da seguire verso una meta… specie se la meta e la strada sono del tipo “cose non convenzionali”.

La grande sfida

Quando fai tutto bene, o così pare, e non funziona è un inferno personale. Un sentiero apparentemente lineare dove pare non ci sia mai un arrivo. E dove il vento che tira è quello peggiore: la pressione.

La pressione di chi accanto a te inizia a dire “te l’avevo detto” e pare abbia ragione.

La pressione data dalla stanchezza, dai piedi che iniziano a farti male… che poi, fuor di metafora, stiamo parlando di fattori molto concreti come affitto, mutuo, bollette, cosa mangiare e cosa dare da mangiare ai tuoi figli.

La pressione che ti metti tu, quella della peggiore specie. Quella vocina interiore che ti mette davanti solo i risultati (del momento) e ti fa dire “sono un coglione”.

Pressione.

Quando pare stai facendo tutto bene, quando sei sicuro di seguire la tua strada, il tuo scopo, e le cose non girano, la pressione è massima. Della peggiore specie.

Piaccia o no. Molte volte no. Ma è così.

E dunque che fare?

Quando la pressione è di questo tipo qui, quando la domanda è di questo tipo qui, la mia risposta è stata sempre la stessa: tempo.

Questione di tempo.

Ma non tempo come aggiustatore di tutto ma come giudice della tua capacità, forza e anche della correttezza della tua strada.

Solo che dire “tempo” è una risposta ancora peggiore del dire “non sbagli niente”.

Perché significa che l’antibiotico non c’è, il vaccino non è ancora stato inventato. Come se stessi percorrendo una strada senza indicazioni e senza navigatore e saprai se la strada è giusta solo una volta arrivato.

Non nascondo di essermi odiato per aver dato questa risposta, a me e agli altri. Però un’altra risposta non c’è.

Problemi da eroi

L’altra immagine che mi viene in mente, per rispondere, è quella dell’eroe. Secondo gli archetipi è il tizio che si mette in viaggio accompagnato dalla pressione e dalle avversità.

Quello che le cose stavano andando da favola e poi precipitano, si ingarbugliano a tal punto da sembrare senza scioglimento.

Ma un’altra caratteristica comune è quella del dubbio.

Il suo, l’eroe che inizia a dubitare della propria forza. Il dubbio, il pregiudizio, i risolini della gente e il coro “te l’avevo detto”.

Reali e non, gli eroi vivono queste situazioni qua: hanno riso di Galileo come di Reed Hastings (fondatore di Netflix), della Rowling (ideatrice di Harry Potter)…

Hanno riso di me e di te.

Anche questa è pressione, della peggiore specie. Ma gli eroi vanno avanti e sanno che le idee, e le strade, sono come le viti: necessitano di almeno un po’ di resistenza.

Se inizi a girare e incontri resistenza, e ti fermi…non saprai mai se avrebbe funzionato. E con il senno di chi sa come funziona la dinamica è qualcosa di sciocco.

Provare che sia la strada giusta oppure no

Dunque, dopo tante parole, siamo ancora qua: c’è da provare e ci vuole tempo. Possibile non ci sia di qualcosa di più accettabile e sensato? Possibile non ci sia qualche idea più razionale?

Penso che c’è. Non cambia di molto il senso, ma penso che c’è.

Mi vengono in mente ancora alcuni esempi.

Il primo è un tavolo verde.

Anno 2010. Matt Affleck affronta Jonathan Duhamel al tavolo finale delle WSOP 2010. Il vincitore prenderà la discreta somma di 8,5 milioni di dollari.

Affleck spizzica le sue carte: due assi benedetti. Il suo avversario, lui non può chiaramente saperlo, ha invece una coppia di J.

Rilancio, contro rilancio, all in.

Manca una carta.

Affleck ha il 79% di probabilità di vincere il piatto. 79 volte su 100.

Jonathan Duhamel ha un misero 21%. 21 volte su 100 vince lui.

E così accade.

La vita è ingiusta. Sfortuna. Anzi no.

A leggere bene, il 79% sta a indicare non solo quanto è probabile la vittoria ma anche quanto lo è la sconfitta. C’è quel 21% che in confronto pare rarissimo ma non lo è.

C’è che 21 volte su 100 perdi la mano.

Ogni tanto succede. 21 volte su 100 va così.

Cosa voglio dire?

Dimentichiamo la posta in gioco, per il discorso non è così rilevante. Ciò che conta è che per vincere, per incassare, anche quando fai tutto giusto, anche quando le probabilità sono dalla tua, bisogna insistere, andare avanti, avere il tempo e altre cose che ti permettono di andare avanti.

Per chi non è abile con il gioco del poker, c’è un esempio ancora più semplice.

Testa o croce?

La statistica dice che 50 volte vinci e 50 volte perdi. Ma dice anche altro.

Dice che succede su un campione di 100 lanci. A volte ci vuole di più per avere valori nella norma.

Se hai scelto testa e lanci 30 volte le puoi perdere tutte. Se ti fermi, ti sei fermato poco prima di ottenere la tua dose di “fortuna”, o giustizia.

Torniamo sempre lì: ci vuole tempo. Ma non perché il tempo aggiusta miracolosamente tutto ma perché scientificamente succede così.

Può essere il tempo per farti conoscere e riconoscere, il tempo per fare percepire il tuo cambiamento, il tempo perché cambino e si consolidino certe dinamiche.

La varianza della vita

In statistica questo concetto si chiama varianza, nella vita si chiama invece… vita.

Per andare avanti sulla tua strada, quando fai bene o quando senti che la strada è la tua, ci vogliono alcune cose precise. Direi due su tutte.

Una è la passione. Come dice Sebastiano Zanolli, “La passione serve quando le cose si fanno serie…mica negli hobby”.

Senza passione non reggi le critiche che ti fanno gli altri, e quelle che ti fai tu.

Non riesci ad incassare le sconfitte una dietro l’altra.

Poi serve quella che mi piace chiamare sostenibilità.

Torniamo al discorso delle monetine. Se si scommette un centesimo ogni lancio, devi avere 100 centesimi per affrontare il gioco. Altrimenti se le prime volte esce croce, e tu avevi scelto testa, non puoi aspettare che la fortuna, o la giustizia, pareggi il conto.

Come quando si apre un’impresa… devi mettere in conto il periodo di startup e più uscite che entrate.

Se stai lanciando la tua idea, devi sapere come campare sino a quando non si palesi che è davvero giusta.

Ma non è mica solo questione di soldi.

La sostenibilità è soprattutto qualcosa di intimo.

Immaginiamo ti diano 1.000.000 di euro per correre ogni giorno 20 o 30 km. Ma ti pagano solo al trentesimo giorno.

Non ha senso spaccarsi le gambe se al quinto giorno sarai fermo a letto…

Conosco persone che hanno sacrificato i loro valori per denaro o per una presunta tranquillità. Ma presto o tardi si svegliano stanchi, non si ritrovano più, non hanno l’energia per correre e andare avanti.

Un po’ il discorso che faccio sempre a proposito del Personal Branding. Non ha senso creare un’immagine che non è la tua, che non senti tua. Anche se il mercato pare apprezzarla e anche se in un primo momento ti pagherà per quello, prima o poi ti svegli e non ti ritrovi più.

È sostenibile? Se non è sostenibile allora non va bene.

La scommessa più difficile e come affrontarla

Adesso dico un ultima cosa che un senso pare ce l’abbia poco. Le scommesse importanti, quelle della vita, quelle in cui punti su di te, hanno poco di razionale.

Non hanno i valori oggettivi come una scommessa alla Snai o su un tavolo da gioco.

Difficilmente sai se hai il 79% di probabilità o solo l’1%.

La quotazione la dai tu.

Spesso è un vero e proprio atto di fede.

Sapere che puoi perdere, che tu parta in vantaggio oppure no.

Ma sapere anche che non potresti fare altrimenti. Perché è troppo importante.

Perché alla fine, per dirla con Hugo: Non è perdere, non è morire che è spaventoso. La cosa peggiore è non vivere davvero.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Ecco perché l’ambizione è una cosa buona

L’ambizione è un’ingrediente vitale di tutte le vite coraggiose: nessuno ha compiuto grandi imprese solo perché se le è guadagnate.

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In questi giorni ho spesso a che fare con persone affette da una carenza di “ambizione”. Anche se so bene come instillarla dove manchi, devo dire che a volte si tratta proprio di situazioni resistenti! Così ho deciso di affrontare questo tema. È un avvertimento: coltivate l’ambizione, un giorno potrebbe servirvi.

Cos’è l’ambizione?

L’ambizione è un po’ come la storia di quel giovane contadino che voleva imparare l’arte della spada.
Si recò tutti i giorni sulla collina per sollecitare un maestro ad insegnargliela. Il maestro, dopo alcune settimane, gli disse “Sì, te la insegnerò, anche perché hai già fatto il 50% del lavoro da solo”.

Quel giovane era solo un ambizioso contadino quando si recò sulla montagna. Nulla in lui faceva sospettare un animo da raffinato spadaccino. Tuttavia, il maestro gli aveva detto “Torna domani, devo pensarci su”. Il giorno dopo lo sfacciato aspirante era tornato e si era sentito rispondere nello stesso modo. La scena si era ripetuta per settimane. Fino a che un giorno, il maestro, vedendolo trasformato, aveva acconsentito alla sua richiesta.

L’ambizione plasma e rende capaci

In effetti l’ambizione aveva portato quel giovane uomo su e giù per boschi e torrenti, salite e discese, e così facendo aveva già prodotto i primi effetti. Mentre tutti i giorni si recava dalla sua casa in pianura al tempio dove risiedeva il maestro, il nostro ambizioso e sfacciato aspirante aveva risvegliato e rinforzato i suoi muscoli.
Per trovare il tempo di salire in vetta e ascoltare ogni giorno il verdetto, aveva riorganizzato la sua vita. Aveva fatto delle scelte e imparato ad essere efficace ed efficiente in ogni ambito della sua vita. Insomma, nel darsi da fare per avere un’opportunità se l’era creata (leggi qui, ne aveva parlato anche Enrico Chiari!).

Per ottenere ciò che voleva, aveva dovuto comportarsi come se lo avesse già ottenuto.

All’inizio quel giovane era come un vaso pieno e in un vaso pieno non è possibile introdurre nulla di nuovo. Assecondando la sua ambizione, si era reso un vaso vuoto, pronto per essere riempito. E quel maestro aveva avuto l’acume di cavalcare l’ambizione, di lasciarla agire.

L’ambizione è un modo per ottenere le cose

Per qualcuno l’ambizione è un modo sleale di comportarsi.
Per chi la osserva in azione da fuori, infatti, appare basata su una spudorata insistenza condita con una buona dose di sfacciataggine e, diciamolo pure, di impertinenza. Come si può osare chiedere di avere un’opportunità prima di essersela guadagnata?

Tuttavia, chi abbia la curiosità di osservare l’ambizione per i suoi effetti, noterà che è un’ingrediente vitale di tutte le vite coraggiose.

Nessuno ha compiuto grandi imprese solo perché se le è guadagnate.
Gli eroi hanno sempre osato, si sono sempre attribuiti una potenzialità che non avevano già dimostrato di avere. Anche nella guarigione c’è spesso ambizione: la sfacciata ambizione di comportarsi come se il problema fosse risolto.

Osserviamo l’ambizione in azione

Facciamoci una semplice domanda: come fanno gli ambiziosi a ottenere quello che non hanno mostrato di meritare?

Molto semplice: ci ronzano attorno. Ronzano attorno al loro obiettivo.
È questo il significato del verbo ambire: ronzare attorno. In latino infatti la parola “ambire”, da cui deriva ambizione, è composta dal suffisso amb- che suggerisce l’idea di “attorno” e dal verbo -ire che significa andare, muoversi. Quindi “muoversi attorno” o, in modo più pittoresco, “ronzare attorno”.

I tre vantaggi dell’ambizione

  • Il primo è che chi ronza attorno al suo obiettivo ha più probabilità di trovare una fessura in cui infilarsi, di sfruttare la circostanza, l’ “occasione” per fare una mossa, cogliere un’opportunità per balzare dentro e mettersi in gioco. A chi non è ambizioso, basterà l’idea di non aver saputo che un giorno un’opportunità per lui in realtà c’è stata!
  • Il secondo è che a forza di ronzare attorno a ciò che si desidera, ci si modella sul proprio desiderio. Il cuore dell’ambizioso comincia a battere al ritmo di ciò che ambisce. Il suo respiro diventa profondo al punto giusto per sostenere lo sforzo che sarà richiesto; i suoi muscoli e le sue ossa si allungano e si plasmano per diventare capaci di generare la forza giusta. Il pensiero si arricchisce di dettagli, di elementi che al momento opportuno saranno decisivi. A chi non è ambizioso basterà l’idea di essere stato “realistico” ed essersi fatto da parte”!
  • Il terzo è che ronzare attorno, sfianca. Così anche l’obiettivo più tenace e faticoso da raggiungere prima o poi cede alle lusinghe, all’insistenza, alla pervicacia e alle qualità di chi lo “corteggia”. Andò così anche per quel giovane contadino, che forse non convinse il maestro con i fatti, ma lo sfiancò con l’insistenza. A chi non è ambizioso basterà l’idea di essere stato “umile” e “ben educato”.

Come disse quel tale (Louis Pasteur): “Il caso aiuta le menti preparate”.
E forse prepararsi vuol dire anche essere ambiziosi. Ossia, ronzarci attorno.

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La vita è adesso (e altri pensieri sconnessi che sembrano canzoni)

Mindfulness, disciplina, serenità mentale: cerchiamo soluzioni immediate a problemi complessi, senza riuscire ad essere nel qui e nell’ora, dove la vita succede veramente.

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Iniziamo dalle cose difficili. Questo, almeno per il momento, è il mio ultimo articolo con Purpletude. Sono le 11 di sera, sono in ritardo con la consegna, a causa di un mio errore nell’annotarla sul calendario, ho bevuto una birra, e sto cercando di trovare un argomento di cui ragionare che in qualche modo possa lasciare un buon ricordo di me, o se non altro una chiusura in bellezza.

Anche se non sono mai stato un produttore seriale di contenuti. Sono convinto che il mio singolo articolo al mese fosse più che altro un punto di passaggio tra contenuti più interessanti, autori più ricchi di me. Di me, che ogni volta quando dovevo cercare un argomento di cui parlare non riuscivo mai a decidermi, e allora iniziavo 4 bozze contemporaneamente, salvo poi scartarle tutte e riscrivere da zero, su un nuovo argomento.

Eppure, mentre questo mio ultimo articolo si sta scrivendo da solo mi tornano vivide alla mente le parole di Ricardo Semler nel suo celebre Ted talk.

Per cosa voglio essere ricordato? […] Poi ho pensato ad un’altra domanda che mi ha fatto stare meglio: perché mai vorrei essere ricordato?

Sto davvero scrivendo per essere ricordato? No, in effetti no. Se mi aspettassi che tra uno, o magari dieci anni tu, lettore, ti ricorderai di me per le cose che ho scritto starei solo illudendo me stesso. No, quello che mi interessa non è l’essere ricordato, ma l’impatto che ho prodotto. Per quanto piccolo, mi piace pensare che uno dei miei articoli ti abbia dato una piccola spinta, magari impercettibile, verso una nuova direzione, una in cui sei una persona migliore.

Il senso è un po’ quello del memento mori latino: se mi ricordo che devo morire, riesco a vedere la realtà da prospettive nuove. A vivere il mio tempo in maniera diversa.

Il tempo. La mia idea originale per questo articolo era scrivere del tempo, di come la società occidentale abbia una visione distorta del tempo, proiettata talvolta sul futuro, con ansia, preoccupazioni, speranze, talvolta sul passato, con ricordi, malinconia, rimpianti. Ma quasi mai sul presente, su quello che succede qui e ora. E visto che siamo la società della gratificazione spicciola abbiamo inventato una cosa come la mindfulness, facile, alla portata di tutti, che dà risultati subito.

Quello che chi ti vende il corso di mindfulness non ti dice è che se da una parte è vero che nel breve periodo aiuta a ridurre lo stress, dall’altra servono circa una decina d’anni di pratica costante perché il cambiamento arrivi a produrre effetti concreti sulla struttura di pensiero, a livello neurologico.

Dieci anni di pratica per raggiungere un obiettivo di serenità mentale. Saresti disposto ad investirli? Io l’ho fatto, anche se, lo ammetto, non con quest’obiettivo. Ho iniziato a praticare meditazione fai-da-te per stare meglio. Oggi la pratico da circa 12 anni, ed effettivamente mi rendo conto che spesso tra le mie reazioni e quelle degli altri c’è un abisso.

Perché il passato è passato, e da esso possiamo imparare. Il futuro è futuro, e lo possiamo immaginare. Ma è solo nel presente che riusciamo a vivere. E se non lo facciamo lo stiamo perdendo. Me ne resi conto in modo piuttosto traumatico quando rischiai di morire in un incidente d’auto: nei pochi istanti che mi ci vollero per accettare che sarei morto, attraversando tutte le cinque fasi del lutto, germogliò un percorso spirituale che mi insegnò a vivere solo nel presente: un luogo fuggevole, e aleatorio, dove però succedono le cose davvero importanti.

Importanti come mia figlia, che è di là e dorme. L’ho messa a letto poco fa, e probabilmente avrei potuto usare quella mezz’ora di dondolio per pensare a qualcosa di intelligente da scrivere in questo articolo, ma se l’avessi fatto non mi sarei goduto appieno quel momento, che si ripete sempre uguale tutte le sere, a tratti noioso ma delicato e importante.

Ripetere, ripetere, ripetere. Dopo anni di pratica di arti marziali ho iniziato ad apprezzare la morbida disciplina insita nell’atto della ripetizione. Prima è il cervello a definire il movimento, poi, con il tempo, è il corpo stesso ad apprenderlo. Anche di disciplina mi sarebbe piaciuto parlare stasera. Spesso si pensa alla disciplina come ad una lotta contro se stessi per raggiungere un obiettivo, ma per me è solo l’amore per il viaggio, più che per la destinazione.

Un altro Tedx che ho apprezzato molto è quello di Will Stephen, che parla per sei minuti buoni senza dire assolutamente niente. Eppure lo fa con una performance che tocca il pubblico, con un non verbale e un paraverbale ricchissimi, che smuovono delle emozioni, senza pur passare alcun contenuto. E in qualche modo mi sembra che la mia performance di stasera sia solo un lungo nonsense, forse mosso dalla birra, o forse da questa vaga emozione agrodolce che mi porto dietro mentre scrivo. E che mi sto gustando appieno.

E chissà, forse leggendo questo articolo anche tu avrai la sensazione di aver imparato qualcosa, o scoperto qualcosa di nuovo, ma alla fine non è così. Tutto ciò che ho scritto non ha alcun significato, siamo noi ad attribuirlo. Ecco, alla fine ho scritto un intero articolo sulla creazione di significati, ma mi serve ancora qualcosa per chiuderlo. Credo che prenderò in prestito il messaggio che, attraverso Douglas Adams, Dio lascia al Creato.

Ci scusiamo per il disturbo.

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