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Idee

Quando Simon parlava dei millennials forse aveva ragione (e forse quasi tutti abbiamo torto)

Non dite a uno nato nel 1998 che è uguale a uno nato nel 2001, perché c’è una mega differenza.

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Nei primi mesi del 2017, la popolarità di Simon Sinek è esplosa grazie a un video divenuto virale in cui parlava della generazione dei millennials.

Lo avevo condiviso anche io, con il piacere sottile di aver trovato conferma di ciò che pensavo, mentre mi ero invece interessato poco ai suoi detrattori,  specie quelli che lo accusavano di generalizzare in maniera troppo semplicista. A seconda della fazione, il suo background in antropologia era considerato una credenziale o un’aggravante, e la questione alla fine girava tutta intorno a Sinek ha ragione o Sinek ha torto?

Penso che certe cose non siano certe per niente, e che Sinek avesse ragione e torto allo stesso tempo: è vero che alcuni tratti comportamentali dei millenials sono disfunzionali, ma è anche vero che il mondo di riferimento in cui questi comportamenti non funzionano è quello costruito dai baby boomers e dai Gen X.
Scandalizzarsi che un giovane di 25 anni non capisca come muoversi in una società finanziaria gestita da cinquantenni, è come stupirsi che una chiavetta USB non entri in un personal computer IBM del 1989. È più fuori posto la chiavetta che non trova un’entrata o la macchina che non accetta le chiavette USB?

Scandalizzarsi che un giovane di 25 anni non capisca come muoversi in una società finanziaria gestita da cinquantenni, è come stupirsi che una chiavetta USB non entri in un personal computer IBM del 1989. Chi è fuori posto?Click To Tweet

Viviamo in un’epoca in cui la trasformazione e lo sviluppo tecnologico sono esponenziali, e questo sta creando dei divari sempre più importanti tra le generazioni. O forse sta frammentando il concetto stesso di generazione in micro-periodi di pochi anni: non dite a uno nato nel 1998 che è uguale a uno nato nel 2001, perché c’è una mega differenza.
Questo ha un impatto su tutta la società, che cambia, si adatta, evolve, forse più velocemente di quanto le organizzazioni riescano a fare.

Pensiamo ad esempio alla dematerializzazione dei supporti multimedia: ieri ho mandato a un’amica sudafricana un link YouTube e lei, delusa, mi ha risposto che il contenuto non era disponibile nel suo Paese. O un altro esempio: io ho un cellulare con una doppia SIM, una svizzera e una italiana. Il mio conto Google/Apple è legato alla mia carta di credito svizzera. La maggior parte delle app del mio operatore italiano non le posso scaricare, perché sono previste solo per il mercato italiano. Ho un numero italiano, lavoro spesso in Italia, ma non ho accesso ai servizi di cui ho bisogno: perché?

Perché il diritto d’autore, i legislatori, e in generale il concetto stesso di mercato sono in ritardo rispetto alle nostre abitudini di vita e alle nostre necessità reali.

Allo stesso modo le aziende oggi sono in ritardo sui bisogni dei millenials. È un concetto che sta cominciando a emergere in modo prepotente anche alle nostre latitudini. La risposta a questo fenomeno consiste in formazioni e manuali su come comprendere i gap generazionali, che spuntano come funghi. L’obiettivo: aumentare l’attrattività delle aziende e trovare la chiave per incrementare la produttività dei millenials.

C’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato in questo ragionamento ed è il risultato del modo di pensare della nostra generazione, abituata a credere che la felicità, che il senso stesso della vita passi unicamente dall’essere utili professionalmente. In pratica, la nostra risposta al fatto di non capire come rendere produttivi i millennials è cercare di identificare le loro leve motivazionali e portarli quindi a essere produttivi, nel modo che noi riteniamo giusto.

Insomma, applichiamo ai millennials il nostro modo di pensare, il nostro paradigma, persino le nostre aspirazioni. Un po’ come hanno fatto i nostri genitori con noi. Un esempio: mio padre appartiene ancora alla Greatest Generation, quella nata fra le due guerre mondiali, e ha lavorato 30 anni nella stessa azienda: mai e poi mai si sarebbe sognato di lasciare il posto di lavoro, neanche per qualcosa di migliore (l’adagio preferito della sua generazione è “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa cosa lascia, ma non sa cosa trova”).
Come pensate che si sia sentito, quando ho iniziato a cambiare lavoro ogni 3 anni? Per me che sono un Gen X è normale: siamo spinti dal nostro bisogno di riuscire professionalmente, per cui cerchiamo nuove opportunità e le cogliamo al volo. Anzi: è segno di flessibilità, aver cambiato lavoro più volte.

Quindi come potremmo affrontare la questione dei Millennials in maniera meno condizionata culturalmente? Prima di tutto, ascoltandoli. Cercando di capire quali sono le priorità delle nuove generazioni, ma non con l’idea di convertirle al nostro modo di vedere le cose, ma semplicemente per prendere spunto. Imparare qualcosa sul modo di concepire il loro ruolo, anche perché sarà la loro visione a costruire il mondo di domani. In cui dovremo invecchiare anche noi.

Diamo sempre per scontato che il nostro sistema economico sia imperituro, ma alla fine esiste solo da 150 anni. Se la storia dell’uomo dal momento della scoperta della scrittura a oggi durasse un minuto, il capitalismo post-rivoluzione industriale si esaurirebbe in soli 1.2 secondi.

Se la storia dell’uomo dal momento della scoperta della scrittura a oggi durasse un minuto, il capitalismo post-rivoluzione industriale si esaurirebbe in soli 1.2 secondi.Click To Tweet

La domanda da porsi è quindi cosa possiamo cambiare nel concetto stesso di produttività? La società che abbiamo costruito è realmente sostenibile?

L’equazione io sono ciò che faccio di lavoro è ancora sensata?

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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Career

Ipocrisia, verità e potenza del “c’è chi sta peggio”

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose. Fare qualcosa, davvero.

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Mi è passata davanti la foto di un vecchietto, avrà avuto un centinaio di anni o anche più. E invece non è vero: è un ragazzino di ventitré anni. Si chiama Sammy e si è appena laureato in Fisica, 110 con lode. Soffre di una malattia nota come sindrome da invecchiamento precoce.

Il termine scientifico pare sia Progeria. Uno di quei termini che per il mondo non significa niente. Una di quelle parole che non incontriamo per strada, non fa parte della nostra strada, e non ci serve mica.

Però se vedi una foto di un vecchietto e scopri che è un ragazzo… salti dalla sedia. E vorresti applaudire.
Quasi sempre lo fai. L’appeal di storie del genere è scontato.

Siamo buoni? No.
Fossimo buoni non avremmo bisogno di un post su Twitter per conoscere Sammy, la Progeria ed un’altra sfilza di parole e persone “più sfortunate di noi”.
Forse siamo davvero buonisti. O forse siamo semplicemente umani. Non fatti male o bene, fatti così.

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose.

Dire ad alta voce “Sinceramente non ne sapevo un cazzo, non me ne fotte un cazzo e la mia vita continua…” sia un atto di coraggio e grande rispetto. Per noi e loro.

Il punto di partenza per fare qualcosa. Per noi e loro, per NOI.
Quando scopri certe storie, e ce ne sono tante e di ogni genere, puoi fare solo un paio di cose:
Essere sincero.
Fare qualcosa.
Fare qualcosa.

Dell’essere sincero ne ho già parlato. Del fare qualcosa (a) significa aprire il portafogli e sostenere una ricerca o un progetto umanitario, o aiutare in qualche modo se lo puoi fare.
(Anche questo potrebbe però essere lavarsi la coscienza per sentirsi meglio noi!)

E poi c’è il fare qualcosa, variante b. Schifosamente egoistica come soluzione ma forse anche giusta.

Smettere di lamentarsi per niente. Smettere di mettersi nella cerchia degli sfortunati quando non lo siamo.
Ok ti fa male la schiena, devi seguire una dieta, non hai le curve giuste. Ok, il tuo lavoro fa schifo. Ok, hai scelto una svolta e sei fermo al palo…
Ok. Ok tutto.
Dunque?
C’è chi sta peggio di noi. Davvero. E non si lamenta. E va avanti.
Ecco, un segno di umanità è anche rispettare ciò che abbiamo e non abbiamo. Essere schifosamente sinceri da godersi la fortuna sfacciata che quasi sempre abbiamo.
Ok il tuo lavoro fa schifo…
E allora?
Cambia. Vai avanti. Non ti accontentare. Quasi sempre puoi, puoi scegliere, puoi scrivere la tua storia.

E se poi succede che qualcosa non va nel senso desiderato?
Fa niente. Anzi, metti già in conto che succederà, che andrà così.
Poi riparti e si ricomincia, la chiamano vita.
E noi fortunati e privilegiati abbiamo non solo il diritto ma soprattutto il dovere di viverla, pienamente. Rischiando e raschiando ogni emozione possibile.

Perché quando vedi un ragazzino come Sammy puoi fare solo questo. Ringraziarlo. E ringraziare Dio o chiunque tu voglia considerare responsabile di trovarti qui e così.

Quando vedi un vecchietto di soli 23 anni pieno di entusiasmo, puoi fare solo questo.
Sentirti schifosamente in colpa di tutte le tue paure e le tue seghe mentali.
Ad essere sinceri penso dovrebbe andare così.

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Career

Perché scrivere può farti ottenere un lavoro migliore e fare carriera (ma in modo diverso da quanto si dice in giro)

Scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

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Sono le 6 del mattino e sono qui alla mia scrivania. Una tazza di caffè (una tazzina non basta), una sigaretta ancora da accendere (ma un giorno smetto), le mani proiettate verso la tastiera del pc. Uno sguardo al foglio bianco, uno al mare, uno a me stesso. Sono qui per scrivere.

Ancora una volta.

Sono ormai tre anni che è il mio appuntamento quotidiano, quelli bravi direbbero la mia morning routine. Uno dei pochi esempi di disciplina della mia vita. Ferrea. Da tre anni avrò saltato una ventina di appuntamenti.

Mi trovo qui anche a Natale e il primo dell’anno o quando c’è così caldo che anche il pc vorrebbe essere lasciato in pace.

Ciò che viene fuori finisce on line: su questo blog, su riviste on line, da altre parti. O rimane su una cartella che non guarderà nessuno, “bozze Davi”.

Ma non è questo il punto: ogni giorno sono qui, scrivo.

Ho iniziato per il motivo sbagliato

Quando ho iniziato a scrivere l’ho fatto per il motivo sbagliato. Uscivo da uno dei momenti più complicati di sempre. E avevo bisogno di soldi. Di vendere. E in giro, nel web, si diceva che scrivere poteva portare soldi.

Al grido di content marketing ho iniziato a scrivere per farmi vedere, conoscere e comprare.

La verità? Ha funzionato pochissimo.

Ho passato mesi scrivendo cose noiose scritte per persone tutto sommato noiose, persone che poi non leggevano mai ciò che avevo da dire.

Ho iniziato con la grinta di chi vuole ottenere qualcosa, ha bisogno di ottenere qualcosa, e mi sono ritrovato con l’incazzatura di chi qualcosa non l’ha ottenuta seppur altri dicevano avrebbe funzionato.

Mi sono fermato. Poi ho ripreso.

Ho iniziato a scrivere per come faccio adesso. Di quel che mi passa per la testa, di sfide, le mie e le tue, di progressi e insuccessi. Di vita.

Ha funzionato? Si ma diversamente da come si possa pensare.

Negli ultimi anni ho acquisito centinaia di clienti, sbloccato opportunità come bonus dei videogames degli anni ’90, incontrato e parlato con persone che parevano giocare a un livello diverso e superiore.

Chi vede la storia da fuori potrebbe dire che scrivere allora porta davvero clienti e soldi ma è il giudizio di chi non ne sa niente, legge la storia solo in teoria e sconosce la pratica.

La verità è che a funzionare è stato più scrivere per me che per gli altri. Più l’arte di comprarsi, scegliersi, ogni giorno, che quella di vendersi come fossimo al supermercato.

Scrivere per ritrovarsi

Perché scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

Ogni giorno sei il tizio che non vuole fare gli errori del giorno prima e vuole fare qualcosa di più. Il tizio che ricorda, perché sono lì su un foglio, i suoi obiettivi, i suoi valori, dove sta andando.

Scrivere funziona perché ti obbliga a diventare una persona migliore, non perché aiuta gli altri a pensare che tu sia migliore.

Occhio alla differenza.

Per chi frequenta con regolarità il mondo digitale ed avrà sentito parlare di inbound marketing o personal branding, è una differenza fondamentale.

Viene sempre detto che scrivere (o postare qualcosa, o fare un video, insomma creare e diffondere contenuti) ti faccia trovare ma è un messaggio sbagliato.

Parte dal presupposto che tu vada già bene così ma non è vero. Siamo tutti destinati a migliorare, provarci. Sfidarci e crescere ogni giorno. Se non lo facciamo cos’altro siamo impegnati a fare?

Quale altro potrebbe essere il gioco?

E quale potrebbe essere lo scopo?

Ecco, scopo, parola per me preziosa che ha molto a che fare con la scrittura. Scrivere è innanzitutto cercare il tuo scopo.

Te lo chiede il foglio bianco.

Non esiste il blocco dello scrittore, non in questo caso. Esiste il blocco della vita.

Quando non ti escono le parole non è un problema tecnico, la pratica c’entra pochissimo. È più probabile che tu sia semplicemente confuso.

Non sai dove stai andando e dove andare, non cosa scrivere.

E quel foglio ti obbliga ad alcune decisioni:

  • Ammetterlo
  • Cercare di capire e trovare una strada
  • Seguire una strada
  • Fermarsi (un altro giorno nel quale non sai cosa scrivere) e ragionare se la strada era quella giusta o vada ancora bene
  • Trovarne una nuova
  • Seguire la strada

Un giochino che non finisce mai e va bene così. La vita è cercare significato più che trovarlo.

Il Roi della Scrittura

La cosa che vorrei aver capito prima è che scrivere ha un roi di tipo particolare, poco lineare e anche poco inquadrabile per come siamo abituati a pensare.

È come chiedere “Qual è il Roi di tuo figlio? O di tua madre? O di essere una brava persona, provare ad essere una brava persona?”

Se penso ai miei due figli vedo un sacco di spese e sacrifici. Però posso giurare che mi abbiano fatto guadagnare un sacco di soldi che non avrei guadagnato diversamente.

Perché? Perché negli occhi di tuo figlio vedi il desiderio, l’obbligo, di essere una persona migliore.

Come vuoi quantificare un Roi di questo tipo?

Tutto ciò che vuoi raggiungere passa dalla crescita, non dalle tattiche

Quasi ogni giorno mi scrivono persone chiedendomi consigli su come iniziare a scrivere o lamentandosi per la mancanza di risultati: “Non mi legge nessuno!”, “Non mi chiama nessuno!”.

Spiazzati dal silenzio, sommersi dalle aspettative di raccogliere visualizzazioni e consensi.

Questo lungo pezzo serve come risposta: non riguarda gli altri, riguarda innanzitutto te.

Tutto ciò che si può immaginare, desiderare, del quale si ha bisogno (un lavoro, clienti, carriera) passa dal miglioramento di noi e non da quanto ci facciamo vedere in giro o da quanto ci facciamo vedere interessanti.

So che sembra una bestemmia in questo mondo digitale ma è quello in cui credo e che ho sperimentato. E quello che penso puoi sperimentare anche tu iniziando a scrivere.

Come diventare una persona migliore con la scrittura

Ci sono ampi studi che dimostrano l’impatto della scrittura sulle nostre vite, qui alcuni vantaggi che posso dire di aver sperimentato in prima persona.

Unire i puntini

Torniamo al foglio bianco e al blocco dello scrittore… può essere che non sai bene cosa vuoi?

Per trovare qualcosa devi sapere innanzitutto cosa. Vale per trovare un lavoro così come per trovare clienti o partire con un progetto imprenditoriale.

Superare il foglio bianco significa iniziare a comprendersi. E tutto si avvicina. Non nel senso che all’improvviso accade ma sarai comunque più vicino.

Mi piace parlare spesso di “unire i puntini”, cercare di trovare un senso al momento e ciò che stiamo facendo per uno nuovo, futuro e più buono.

Fare carriera

Penso che fare carriera significhi fare un salto di qualità e che un salto di qualità sia fattibile solo se c’è crescita e se questa crescita è lungo una strada sostenibile, dove sarai ancora stimolato ad andare avanti e crescere.

E come si può crescere se non fermandosi a riflettere, sperimentando, pensando. E leggendo.

Perché la prima regola è che per scrivere devi essere un lettore avido e attento.

O, ancora più importante, devi essere pronto ad addentrarti anche fuori da quello che pare sia il tuo territorio. La scrittura, scrivere, così come la vita, è innanzitutto contaminazione.

Relazioni

Trovare lavoro, clienti, fare carriera, riguardano sempre le relazioni. E scrivere è innanzitutto una crescita in questa direzione.

Quando ho iniziato a scrivere ero una persona rancorosa che ce l’aveva con il mondo e con quanto non mi era stato dato. Oggi mi piace pensare di esserlo un po’ meno.

Perché un foglio bianco ti mette davanti ai tuoi limiti e ti chiede di guardare un po’ più in là. Sapere che devi crescere significa anche che forse non lo devi avere ma lo potrai avere.

Un ottimismo razionale per il quale inizi ad accettare i tuoi limiti e abbandonarli allo stesso tempo, trattare gli altri senza mettere in mezzo le tue frustrazioni e il peso delle tue sfide. In altre parole: non è davvero sempre colpa degli altri!

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.Click To Tweet

Ti ricorda la cosa più importante

Ogni giorno quel foglio bianco mi ricorda una cosa che per anni avevo sottovalutato: è sempre un giorno nuovo. Non importa che tu abbia scritto cazzate il giorno prima, che non sia riuscito ad andare oltre due righe per tutta la settimana. Quel foglio bianco è uguale a quando hai fatto bene.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.Click To Tweet

Tornando dunque al titolo di questo pezzo: credi che una persona che si faccia domande, provi a crescere ogni giorno, trasformi la rabbia e le frustrazioni in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa, abbia o no più possibilità di trovare un lavoro o fare carriera?

 

Tra un anno ti auguro di aver iniziato oggi.

p.s. Se hai bisogno di un incoraggiamento, un consiglio o vuoi raccontarmi la tua esperienza, scrivimi su LinkedIn

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Idee

I robot non licenziano le persone. Le persone (sbagliate) licenziano le persone

Notizie che si sono lette negli ultimi mesi e che temo potremo leggere anche in futuro. Notizie che sembrano dire che i robot licenziano le persone. E invece non è mica vero: le persone licenziano le persone.

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Notizie che si sono lette negli ultimi mesi e che temo potremo leggere anche in futuro. Notizie come queste due in particolare:

1) un operaio disabile è stato licenziato dopo trent’anni di attività perché sostituito da un robot; 2) un’azienda del triveneto sta perdendo importanti commesse perché non trova operai specializzati in grado di far funzionare le modernissime macchine che ha acquistato.

Due notizie agli antipodi: da un lato un operaio che vorrebbe lavorare e non può, dall’altro un’azienda che vorrebbe operai e non li trova.

In entrambi i casi, le macchine che “ostacolano” i normali processi di assunzione e l’inadeguatezza delle competenze del personale.

È colpa dell’uomo o della macchina?

Industry 4.0, la quarta rivoluzione industriale

Ne contiamo solo quattro ma è un processo iniziato con l’invenzione della ruota, passando per i mulini del medioevo.

Come nelle precedenti, l’evoluzione tecnologica toglie lavoro alla manodopera umana, almeno nella sua fase iniziale.

È nella natura stessa dello sviluppo tecnologico, e del genere umano verrebbe da dire, trovare soluzioni atte a rendere il lavoro più efficiente e meno faticoso. L’inconveniente, nella fase di transizione, è che chi “faticava” non è più necessario. Il risultato è che, nell’immediato, si registra un calo dell’occupazione nei settori coinvolti dall’innovazione tecnologica, progressivamente mitigato dall’ingresso di nuove professionalità sorte in virtù di quella stessa innovazione.

Lo sostiene l’imprenditore Paul Graham “Io credo che il fatto che alla fine il saldo dei posti di lavoro sarà positivo, è uno schema così antico e consolidato, che l’onere della prova del contrario spetta a chiunque lo contesti. E io francamente non vedo perché dovrebbe accadere” e lo conferma Leonardo Quattrocchi, docente di Business Development all’università LUISS Guido Carli “se è vero che il 28% dei lavori saranno sostituiti dai robot è altrettanto vero che industria 4.0 genererà il 35% in più di opportunità di lavoro nuove”

Perché ciò accada, come e più che nel passato, serve preparazione.

La globalizzazione ha portato l’industria 4.0 nel nostro Paese senza che questo si fosse preparato ad accoglierla. E la “rivoluzione” sta momentaneamente rischiando di travolgerci perché non eravamo preparati.

Uso il termine preparazione nel suo significato di formazione.

Ma la formazione di chi?

Del personale impegnato nelle imprese naturalmente, e anche – soprattutto – dei/lle titolari di quelle imprese che devono imparare ad affrontare le innovazioni e accoglierle come un’opportunità di sviluppo e crescita dei fatturati, in un’ottica di valorizzazione delle produzioni e dei/delle dipendenti.

E l’esigenza risulta evidente se Confindustria ha indicato al 4° di 10 punti del suo manifesto della “Responsabilità Sociale d’Impresa per l’industria 4.0” la formazione ed è confermata da una ricerca di “Fondirigenti” che ha rilevato un incremento della produttività pari al 12% medio nelle aziende che investono in formazione manageriale.

Ma le PMI italiane stanno reagendo lentamente e con grandi reticenze.

Perché l’essere umano si sente minacciato dal proprio ingegno?

C’è perfino chi profetizza scenari apocalittici in cui le macchine sostituiranno l’uomo in ogni attività produttiva e intellettuale e che le intelligenze artificiali si evolveranno autonomamente fino a sovrastarci e dominarci in una specie di Matrix in cui le persone saranno assoggettate alle macchine.

Non credo sarà possibile perché l’essere umano ha due caratteristiche peculiari che né la natura né la tecnologia sono mai riuscite a replicare: l’immaginazione e l’empatia.

Il genere umano è l’unico di tutto il mondo animale ad avere sviluppato la capacità di immaginare il futuro. È l’asso nella manica che ci ha consentito di dominare su tutte le altre specie, nonostante non fosse il più grande, il più forte o il più veloce.

È la caratteristica che ci ha consentito di sviluppare le arti, le scienze, la filosofia e la politica.

È stato rilevato che il nostro cervello dedichi la maggior tempo e delle energie nel tentativo di prevedere le conseguenze future di ogni azione del presente, così da organizzarsi per limitare al massimo i pericoli.

Le macchine elaborano dati ad una velocità esponenzialmente maggiore del cervello umano ma non esiste un algoritmo in grado di generare l’immaginazione.

Ciò rappresenta al momento l’ostacolo principale allo sviluppo delle autovetture senza conducente che non riescono a prevedere le reazioni umane.

L’empatia, o intelligenza emotiva, è la capacità di percepire le emozioni non primordiali delle altre persone.

È ciò che ci consente di entrare in relazione con gli altri “mettendoci nei loro panni”, capendo stati d’animo e sensazioni che possono scaturire da contesti esterni (ambiente, relazioni, comportamenti subiti, linguaggio).

E qui sembra proprio che le macchine non potranno mai eguagliarci, per la semplice ragione che rappresenta una specie di “dono divino” che non siamo in grado di comprendere a pieno e quindi di replicare.

Come lega tutto questo con le notizie di apertura?

Proviamo ad approfondirle.

L’operaio licenziato (cui naturalmente va tutta la mia solidarietà) per trent’anni “ha applicato tappi provvisori sulle taniche prima della verniciatura”, anche dopo aver perso l’uso di una mano.

A 40 ore settimanali, lo ha fatto per 62mila ore della sua vita.

La colpa della sua azienda, secondo me, non nasce il giorno del licenziamento.

Dura da almeno 20 anni: perché lo ha fatto vivere come una macchina, mantenendogli il posto di lavoro fintanto che il costo del macchinario non è diventato più basso del suo salario.

Perché in trent’anni di rapporto di lavoro, e dopo un grave infortunio, non si è preoccupata di formarlo e riqualificarlo, magari insegnandogli ad usare quella macchina che lo avrebbe accompagnato al pensionamento (4 anni) senza drammi. Perché ora qualcun@ sta facendo funzionare la macchina al suo posto.

L’azienda sapeva che ad un certo punto quell’operaio non sarebbe servito e ha deliberatamente deciso di disinteressarsene, senza prevedere, però, la sua reazione e il danno di immagine che ne è derivato.

E poi c’è l’azienda evoluta, che ha investito decine di migliaia di euro in macchinari moderni e non trova chi sappia farli funzionare.

Come è possibile?

Nessuno li ha avvisati al momento dell’acquisto che sarebbe servito personale specializzato? Sono stati truffati?

L’azienda è in attività da anni, ha già operai e operaie nel suo organico e i macchinari non servono a lanciare nuove produzioni ma a migliorare quelle esistenti.

Nessun@ del personale interno potrebbe essere format@ ad usarle?

A sentire il titolare, non si è nemmeno posto la domanda. Lui vuole assumere neodiplomati/e e siccome nel suo territorio non ne trova, lamenta che in Italia c’è un’eccessiva scolarizzazione e i/le giovani non hanno voglia di lavorare (per la cronaca, in Italia meno del 43% della popolazione attiva è diplomata e meno del 16% laureata).

Perché non risolve formando chi è già assunt@?

Perché un/a neodiplomat@ entra con contratti agevolati (per il datore di lavoro) e perché le competenze richieste sono specialistiche per un operai@ con una certa anzianità mentre sono base per chi si è appena diplomat@; con il risultato che al/la prim@ dovrebbe aumentare lo stipendio mentre per l’altr@ non rilevano sulla retribuzione.

E allora, meglio che i macchinari restino spenti a prendere polvere, con il titolare che minaccia di chiudere (con relativi licenziamenti), sollecitando aiuti dalla Regione.

Se arrivassero in massa tutte le persone necessarie a far funzionare questi macchinari, che ne sarebbe di quelle che ora lavorano con quelli obsoleti?

Tra qualche mese leggeremmo che un esercito di robot ha licenziato decine di lavoratori e lavoratrici? Assisteremmo a servizi televisivi drammatici come se si fosse verificato uno tsunami?

Quanti di noi ricorderebbero che sarebbe stato il frutto di un’operazione pianificata e voluta e non responsabilità delle macchine fameliche?

E se invece quegli operai specializzati non arrivassero mai e l’azienda non riuscisse ad ammortizzare l’investimento?

Che ne sarebbe delle persone che ora ci lavorano?

La tecnologia è uno strumento straordinario per migliorare l’efficienza produttiva e la qualità della vita delle persone, operai inclusi.

Ma una macchina fa solo ciò per cui è stata progettata e costruita.

La scelta sul se e come utilizzare la tecnologia, la capacità di prevederne gli effetti sull’organizzazione del lavoro e la scelta di considerarne o meno le ripercussioni sul personale resta esclusivamente umana, così come la responsabilità.

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