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Quando Simon parlava dei millennials forse aveva ragione (e forse quasi tutti abbiamo torto)

Non dite a uno nato nel 1998 che è uguale a uno nato nel 2001, perché c’è una mega differenza.

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Nei primi mesi del 2017, la popolarità di Simon Sinek è esplosa grazie a un video divenuto virale in cui parlava della generazione dei millennials.

Lo avevo condiviso anche io, con il piacere sottile di aver trovato conferma di ciò che pensavo, mentre mi ero invece interessato poco ai suoi detrattori,  specie quelli che lo accusavano di generalizzare in maniera troppo semplicista. A seconda della fazione, il suo background in antropologia era considerato una credenziale o un’aggravante, e la questione alla fine girava tutta intorno a Sinek ha ragione o Sinek ha torto?

Penso che certe cose non siano certe per niente, e che Sinek avesse ragione e torto allo stesso tempo: è vero che alcuni tratti comportamentali dei millenials sono disfunzionali, ma è anche vero che il mondo di riferimento in cui questi comportamenti non funzionano è quello costruito dai baby boomers e dai Gen X.
Scandalizzarsi che un giovane di 25 anni non capisca come muoversi in una società finanziaria gestita da cinquantenni, è come stupirsi che una chiavetta USB non entri in un personal computer IBM del 1989. È più fuori posto la chiavetta che non trova un’entrata o la macchina che non accetta le chiavette USB?

Scandalizzarsi che un giovane di 25 anni non capisca come muoversi in una società finanziaria gestita da cinquantenni, è come stupirsi che una chiavetta USB non entri in un personal computer IBM del 1989. Chi è fuori posto?Click To Tweet

Viviamo in un’epoca in cui la trasformazione e lo sviluppo tecnologico sono esponenziali, e questo sta creando dei divari sempre più importanti tra le generazioni. O forse sta frammentando il concetto stesso di generazione in micro-periodi di pochi anni: non dite a uno nato nel 1998 che è uguale a uno nato nel 2001, perché c’è una mega differenza.
Questo ha un impatto su tutta la società, che cambia, si adatta, evolve, forse più velocemente di quanto le organizzazioni riescano a fare.

Pensiamo ad esempio alla dematerializzazione dei supporti multimedia: ieri ho mandato a un’amica sudafricana un link YouTube e lei, delusa, mi ha risposto che il contenuto non era disponibile nel suo Paese. O un altro esempio: io ho un cellulare con una doppia SIM, una svizzera e una italiana. Il mio conto Google/Apple è legato alla mia carta di credito svizzera. La maggior parte delle app del mio operatore italiano non le posso scaricare, perché sono previste solo per il mercato italiano. Ho un numero italiano, lavoro spesso in Italia, ma non ho accesso ai servizi di cui ho bisogno: perché?

Perché il diritto d’autore, i legislatori, e in generale il concetto stesso di mercato sono in ritardo rispetto alle nostre abitudini di vita e alle nostre necessità reali.

Allo stesso modo le aziende oggi sono in ritardo sui bisogni dei millenials. È un concetto che sta cominciando a emergere in modo prepotente anche alle nostre latitudini. La risposta a questo fenomeno consiste in formazioni e manuali su come comprendere i gap generazionali, che spuntano come funghi. L’obiettivo: aumentare l’attrattività delle aziende e trovare la chiave per incrementare la produttività dei millenials.

C’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato in questo ragionamento ed è il risultato del modo di pensare della nostra generazione, abituata a credere che la felicità, che il senso stesso della vita passi unicamente dall’essere utili professionalmente. In pratica, la nostra risposta al fatto di non capire come rendere produttivi i millennials è cercare di identificare le loro leve motivazionali e portarli quindi a essere produttivi, nel modo che noi riteniamo giusto.

Insomma, applichiamo ai millennials il nostro modo di pensare, il nostro paradigma, persino le nostre aspirazioni. Un po’ come hanno fatto i nostri genitori con noi. Un esempio: mio padre appartiene ancora alla Greatest Generation, quella nata fra le due guerre mondiali, e ha lavorato 30 anni nella stessa azienda: mai e poi mai si sarebbe sognato di lasciare il posto di lavoro, neanche per qualcosa di migliore (l’adagio preferito della sua generazione è “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa cosa lascia, ma non sa cosa trova”).
Come pensate che si sia sentito, quando ho iniziato a cambiare lavoro ogni 3 anni? Per me che sono un Gen X è normale: siamo spinti dal nostro bisogno di riuscire professionalmente, per cui cerchiamo nuove opportunità e le cogliamo al volo. Anzi: è segno di flessibilità, aver cambiato lavoro più volte.

Quindi come potremmo affrontare la questione dei Millennials in maniera meno condizionata culturalmente? Prima di tutto, ascoltandoli. Cercando di capire quali sono le priorità delle nuove generazioni, ma non con l’idea di convertirle al nostro modo di vedere le cose, ma semplicemente per prendere spunto. Imparare qualcosa sul modo di concepire il loro ruolo, anche perché sarà la loro visione a costruire il mondo di domani. In cui dovremo invecchiare anche noi.

Diamo sempre per scontato che il nostro sistema economico sia imperituro, ma alla fine esiste solo da 150 anni. Se la storia dell’uomo dal momento della scoperta della scrittura a oggi durasse un minuto, il capitalismo post-rivoluzione industriale si esaurirebbe in soli 1.2 secondi.

Se la storia dell’uomo dal momento della scoperta della scrittura a oggi durasse un minuto, il capitalismo post-rivoluzione industriale si esaurirebbe in soli 1.2 secondi.Click To Tweet

La domanda da porsi è quindi cosa possiamo cambiare nel concetto stesso di produttività? La società che abbiamo costruito è realmente sostenibile?

L’equazione io sono ciò che faccio di lavoro è ancora sensata?

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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da Purple&People

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Crescere

Per andare oltre devi sentire di più (non sentirti di più…)

Il segreto per fare di più? Abbandonare le scarpe, il controllo e la presunzione!

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Alcune persone si distinguono in quanto capaci di azioni superiori alla norma. Tanto superiori che i più le ritengono impossibili. Chi le compie è considerato un eroe.
Di primo acchito pensiamo che quello che li rende eroi sia quello che fanno. Tuttavia, molti tentano di imitarli, ma senza gli stessi risultati. Fare come loro quindi non basta. Ci deve essere qualcos’altro! Ciò che li rende superiori infatti non è quello che fanno, ma quello che sentono.

L’eroe è tale perché sente di più.

E dal momento che sente di più va oltre la norma. Un mare di segnali stimolano i nostri organi di senso in ogni istante della vita. Suoni, luci, sensazioni, odori e gusti dal mondo esterno sollecitano reazioni che in fin dei conti sono la maggior parte delle nostre azioni. In questo mare di sensazioni e reazioni solo un rivolo giunge alla nostra coscienza e scomoda il pensare consapevole.

Una folata di vento freddo sollecita in noi numerose reazioni, ma l’unica che notiamo è il gesto del braccio che solleva il bavero della giacca. Gli aggiustamenti di postura, termoregolazione, metabolismo non li notiamo. Ma ci sono! La differenza tra noi Homo Sapiens e gli altri esseri viventi animali e vegetali è che in loro non c’è pensiero. La vita di animali e piante è un costante sentire e reagire al mondo esterno.

Ritorniamo per un attimo agli eroi, i protagonisti delle missioni impossibili. Penso ai ragazzi che praticano parkour e spiccano salti impensabili con il sorriso stampato sulle labbra. Penso a musicisti di eccellenza che suonano a velocità incredibili pur mantenendo colore ed espressione. Penso ai Taraumara che corrono nei deserti rocciosi sotto il sole cocente con l’eleganza di un modello che sfila su una passerella. Cosa gli consente di fare quello che fanno?

Sono le poche sensazioni consapevoli a cui reagiscono volontariamente o le moltissime sensazioni inconsapevoli a cui si concedono di reagire inconsapevolmente?
La risposta è uno schiaffo alla nostra presunzione di esseri intelligenti.

Quello che li rende superiori alla norma infatti è il fatto che riducono al minimo il controllo consapevole e aumentano al massimo la gestione inconsapevole. Insomma il loro segreto è scommettere su quello che sentono e non su quello che pensano.
Questi eroi si rendono conto di poter sentire molto più di quanto possono pensare di sentire. E così il gioco è fatto. Lasciarsi andare al sentire diventa l’unica via percorribile per chi ambisca ad una prestazione superiore alla norma.

Fate un esperimento

Infilatevi gli auricolari e avviate la vostra playlist preferita. Indossate gli occhiali scuri per filtrare la luce, un cappellino per limitare il riscaldamento della testa, uno scalda collo per filtrare l’umidità, l’inquinamento e riscaldare l’aria prima che venga inspirata. Infilatevi un paio di scarpe con suola morbida e spessa per attutire gli effetti delle asperità del terreno.

Mettete in tasca un numero sufficiente di gel energetici per garantirvi un apporto energetico adeguato. Indossate lo zainetto porta acqua e riempitelo di liquidi a sufficienza per garantirvi un apporto idrico adeguato. Guardate le previsioni del tempo e fate gli ultimi ritocchi al vostro equipaggiamento. Uscite di casa e cominciate a correre. Grazie agli alert dello smartwatch aggiustate la velocità in base al vostro livello di allenamento.

Procedete come da manuale, sperando in risultati da manuale. E adesso … cambio.
Mentre correte togliete auricolari e scalda collo. Sfilate occhiali e cappellino. Lasciate che i suoni, l’aria, la luce e i colori entrino dentro di voi. Consentite alle sensazioni che penetrano di regolarvi. Evitate di sforzarvi.

Se siete abbastanza temerari, abbandonate la strada asfaltata e prendete un prato. Quando vi siete ambientati, sfilate le scarpe da corsa e procedete senza. Lasciate che le sollecitazioni del terreno sulla vostra pelle entrino dentro di voi.

Silenziate lo smartwatch. Regolate la vostra velocità di crociera in base al respiro e al battito cardiaco. Anzi, lasciate che il corpo si autoregoli e limitatevi ad adeguare passo e ritmo.
Obbedite a quello che sentite.

Maggiore è il contatto che vi concedete con il mondo esterno, maggiore è il contatto che ottenete con il mondo interno.Click To Tweet

Diventate una sorta di sottile strato di cellule teso tra mondo esterno e mondo interno. Un filtro che non filtra, ma semplicemente si adatta. E così vi rendete conto che potete fare molto di più di quello che pensate. Il tutto grazie al fatto che sentite di più.

Più sentite, più efficace è il vostro agire e più grandi sono le vostre imprese.

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