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Lo strupro nei videogiochi: banalizzazione della violenza sessuale. Lo strupro nei videogiochi: banalizzazione della violenza sessuale.

In primo piano

“Rape Day”, il videogioco sullo stupro che ci ha tolto il paraocchi

Lo stupro fa il suo debutto nel mondo dei videogiochi, travestito da intrattenimento e creando un senso di pericolosa banalizzazione della violenza sessuale.

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“Rape Day” (tradotto “giorno dello stupro”) è un videogioco online sviluppato dalla statunitense Valve Corporation per la piattaforma Steam. Immediatamente attaccato da migliaia di utenti, autorità politiche e non solo, ha dato vita a una vera bufera mediatica a causa dei contenuti ben oltre la violenza alla quale, in passato, eravamo (qualcuno dirà “purtroppo”) abituati con altri titoli molto famosi.

Hannah Bardell, deputata del Partito Nazionale Scozzese, lo ha descritto come “materiale terribilmente ripugnante” proprio per i suoi contenuti perversi. Allo stesso modo, il primo Ministro del Parlamento scozzese Shona Robison ha richiesto “un intervento del Governo per rafforzare la legislazione per il tema in questione”. 

Il gioco è una visual novel di tipo “dark” per adulti dove, in mezzo ad un’apocalisse zombie, è possibile controllare le scelte di un terrificante killer sociopatico, condizionando gli eventi della storia nei quali sarebbe permesso addirittura stuprare donne. La casa produttrice si è difesa sostenendo che la scelta di adottare un personaggio sociopatico è stata voluta proprio per “alleggerire” l’ispirazione violenta del gioco. Giustificazione più che imbarazzante, inconcepibile.

Ma davvero c’è chi sente il bisogno di soddisfare “fantasie” ben precise (già di per sé disumane) attraverso un contenuto “di intrattenimento”? Davvero si può definire un videogioco simile addirittura un aiuto per prevenire reali disastri nella vita vera? Assolutamente no, anzi, l’effetto previsto è proprio opposto, cioè quello dell’assuefazione all’abuso sessuale. Proprio per questo Steam ha rimosso il gioco, nonostante qualcuno abbia gridato allo scandalo definendo questa decisione “censura”.

Dobbiamo perciò chiederci dove stia il confine tra gioco e realtà, ma soprattutto in che modo le persone (soprattutto gli adolescenti che, ormai, giocano abitualmente a titoli vietati ai minori pur non avendo ancora compiuto diciotto anni) assimilino e gestiscano certi comportamenti virtuali. Perché sebbene la libertà di espressione (anche quella degli sviluppatori di un videogioco) dovrebbe essere tutelata, come ricorda Steam, è anche vero che ci sono messaggi eticamente e civilmente ingiustificabili. Che poi, per me, se crei un videogioco e la tua idea “geniale” è quella di basarlo proprio su degli stupri, il primo ad avere dei seri problemi sei proprio tu… Ma sorvoliamo. 

In tutto questo, però, è anche giusto ricordare che “assuefazione” non significa necessariamente “emulazione”. La questione resta certo controversa, soprattutto dal punto di vista morale, ciò che però è sempre sbagliato fare è generalizzare, demonizzando ogni tipo di videogioco violento. 

“Rape Day” ci ha infatti tolto per un attimo il paraocchi, ricordando ai “noi adolescenti” che abbiamo giocato almeno una volta in vita nostra a “Virtual Fighter”, “Resident Evil”, “Call of Duty” o “Grand Theft Auto”, storica saga vietata ai minori dove quasi tutto era concesso. Eppure, non credo che ogni giocatore sia poi diventato realmente un boss mafioso, un drogato, un pappone, un guerrigliero o un violento. Ma allora perché tanto scandalo? È necessario attaccare per prima cosa il videogioco in sé, oppure la complicità di quella parte della società che, ad esempio, anziché condannare il carnefice accusa la vittima di uno stupro per “averlo provocato”?

Non so, saranno gli studi di settore a dirci con il tempo se certi videogiochi portino realmente a degli effetti pericolosi anche laddove non ci sia una patologia mentale riscontrabile (in quest’ultimo caso, ovviamente, basta poco, anche solo un film di Stanley Kubrick per accendere la miccia). Una cosa è certa: una violenza sessuale è qualcosa di ripugnante e intollerabile in un Paese civile, così come lo è tutto ciò che la promuove. Forse, però, un enorme passo avanti lo si farebbe iniziando a capire che lo è altrettanto un fischio per strada o un “non sono geloso” come risposta ad un secco “no, sono fidanzata”. Perché se vogliamo estirpare il male di questa cultura maschio-centrica, dobbiamo partire prima di tutto dalla nostra ipocrisia.

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Granelli Zen

[interludio uno] Abbiamo case di cemento armato

La vita è fatta di cicli: dalla semina al raccolto del grano passano 9 mesi; la Luna compie una rivoluzione attorno alla Terra in 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 11 secondi; un pitone digerisce un topo in 132 ore; un sabato ogni sei, i racconti Zen di Fabio Martinez diventano interludi, sempre gustosi e ugualmente graffianti.

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Abbiamo case di cemento armato, macchine elettriche e poi, per arrivare a fine mese, devi chiedere aiuto a mamma e papà. Il venerdì più bello dell’anno è anche quello più nero. La Chiesa non vuole che lavoriamo di Domenica ma si compiace di quando i seguaci di Cristo raccoglievano spighe di grano di Sabato. Il giovedì c’è X-Factor, Cattelan mette le Jordan col vestito e l’occupazione femminile Italiana è la più bassa d’Europa. A me piacciono un mare, le Jordan e anch’io le metterei col vestito e di uscire la sera con chi ha capito tutto della vita non ne ho voglia. Io della vita non so nulla se non che voglio un figlio e potergli dire che va tutto bene. Riesco ad andare a mangiarmi la pizza da Clara, ascoltando Celine Dion e a ritorno Marilyn Manson senza alcun cd, ma tutti dicono che ormai siamo grandi e che non possiamo fare il lavoro dei nostri sogni, che è lavoro e quindi deve essere brutto. Il mio amico fa il medico, perché lo ha voluto sua madre, per un’autopsia prende quasi quanto me in un mese, se lavoro, e io sorrido e lui si lamenta. Guardo le mie mani, sono nude, come quando mi sentivo solo un povero ma stavo scrivendo un romanzo. Guardo le mie mani e guardo il tuo petto, ti manca un seno, perché hai avuto un tumore a 30 anni ma non trovi un lavoro. E io mi sento ricco. Ho sempre le mani nude e mi sento ricco, perché guardo il tuo petto, il tuo sorriso e sorrido anch’io, anche se sto piangendo.

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La dura vita di chi vuole farcela sul serio

Bilanci di fine anno e buoni propositi: come fissare gli obiettivi professionali per cominciare gennaio col piede giusto?

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obiettivi raggiunti

È tempo di bilanci (di nuovo!) e di scrivere gli obiettivi (di nuovo!), ma serve?

Quando per mestiere aiuti le persone che si affidano a te come formatrice e coach, a individuare strategie funzionali alla soluzione dei loro problemi o al raggiungimento dei loro obiettivi, devi essere credibile.

E per essere credibile è consigliabile che abbia sperimentato tu stessa, nel tuo lavoro e nella vita, le strategie che proponi. Il più possibile. Se predichi bene e razzoli male, la gente se ne accorge.

Prove tecniche di credibilità

Ogni anno, da parecchi anni, il primo gennaio scrivo i miei obiettivi per il nuovo anno.
Al di là delle più affermate teorie, per me è un modo per dare forma ai pensieri, per rendere concrete le mie aspirazioni, per tracciare il sentiero.

Ogni anno cerco di affinare la tecnica, seguendo a mia volta consigli di altri formatori e formatrici e coach, affinché i miei obiettivi siano realmente “smart”: specifici, misurabili, raggiungibili (achievable, in inglese), rilevanti e tempificati.

Quest’anno mi è costato più fatica del solito

Sono arrivata allo scorso Natale così stanca e spremuta che anche pensare a cosa mi sarebbe piaciuto ottenere dal nuovo anno mi sembrava uno sforzo erculeo. Ero svuotata, di energia e di pensieri. Allora mi sono fatta un regalo: ho rinunciato a una settimana in montagna con la famiglia per starmene a casa da sola, senza orari, senza vincoli, senza richieste, senza pretese, senza obiettivi. Che meravigliosa libertà!

Dovremmo farceli spesso questi regali: vivere fuori dal tempo, per qualche giorno, in compagnia di noi stessi, se ci va, o in anestesia di pensiero, se serve.
Infatti è servito e nel giro di poco, le muse sono tornate.

Il primo gennaio 2019, prima di iniziare l’elenco, mi sono guardata un video di Luca Mazzucchelli che mi era arrivato via mail qualche giorno prima e ho seguito le sue indicazioni, che – a memoria – erano queste:
Scrivi 25 obiettivi che vorresti raggiungere nella vita. Scrivili tutti, uno dietro l’altro. Sono tanti venticinque, ma non devi saltarne nemmeno uno.

Una volta scritti, seleziona i cinque obiettivi più importanti, quelli che hanno maggior valore per te, gli obiettivi Game Changing.

Ora – passaggio fondamentale – devi dire addio agli altri venti.
Mettili da parte, perché altrimenti ti distrarranno dalle tue cinque priorità.

Mira alla Luna, perché anche se la manchi ti troverai tra le stelle (Norman Vincent Peale)

Non è sempre facile individuare gli obiettivi smart, perché quando scrivi ci metti sempre dentro anche un po’ di desideri, di voglia di fare di più, di ambizione, di speranza, di sogno, quindi c’è il rischio di alzare troppo l’asticella. Nel tempo, però, impari e trovi una misura; anche se a volte capita che assecondi il desiderio e punti troppo in alto, e già solo per questo finisce che ottieni più di quanto avresti fatto puntando in basso.

Il bello però inizia dopo, dopo averli scritti e scremati e selezionati questi benedetti obiettivi!
Dopo, che si fa? Come si traduce il pensiero in azione? Come si tiene alta la motivazione nei dodici mesi a venire?

Eventi precipitanti che sovvertono la scaletta

Non tutto dipende da noi, mettiamocela via.
In un’epoca in cui il delirio di onnipotenza si impossessa di molti, restare lucidi e ancorati al piano di realtà può essere complicato.
La vita ha i suoi accadimenti e non sempre coincidono con le nostre aspettative o bisogni o desideri.

Sono rientrata al lavoro il 7 gennaio, carica di voglia di fare, con un progetto annuale scritto o almeno abbozzato, con i miei 5 obiettivi “game changing”, con il chi fa cosa ben impresso nella mente. Avevo già fissato la riunione con i miei colleghi e partner per la settimana, ero tutta orientata a farcela.
A partire con il piede giusto.

Non sapevo che ci fosse una buca profonda ad attendermi dietro l’angolo.

Una mia cara amica e collega, nei gelidi giorni che hanno dato avvio al nuovo anno, ha deciso di lasciarci. Tutto era diventato troppo e il peso le dev’essere parso insostenibile. La notizia mi ha raggiunto di prima mattina e mi ha stordita. La parole mi rimbalzavano nella testa come una pallina impazzita in un flipper. Alcune le capivo, altre le perdevo, altre ancora le immaginavo, le traducevo in angoscianti immagini. È l’effetto dello shock, quando il trauma irrompe nella tua vita e tu non sei preparata.

Il tempo si è di colpo fermato. La lista delle priorità, dei bisogni, dei desideri, dei pensieri, delle aspettative si è azzerata. Un’unica domanda riempiva ogni spazio: perché? A cui seguiva: come ho fatto a non capire? A non cogliere? Non sentire?

La verità è che il disagio l’ho avvertito, ma mai avrei immaginato. Proprio mai.
Il susseguirsi di emozioni, forti e contrastanti e violente, che mi hanno attraversato in quei giorni, mi ha impedito di pensare o fare qualsiasi cosa. Nulla mi pareva avesse più senso. I miei obiettivi mi sembravano così ridicoli, che quasi me ne vergognavo.
Mi sentivo travolta da una verità troppo grande, troppo scomoda.

Uno dei vantaggi di fare il mio mestiere e che sei immersa in una rete di professionist* dell’aiuto, che puoi chiamare quando hai bisogno di affidarti in mani sicure e così ho iniziato a elaborare. Una improvvisa forza propulsiva è riapparsa in me e ho preso una decisione: avrei portato gli obiettivi prefissati. Lo dovevo a me e anche a lei, che ne faceva parte.

Il magico potere delle abitudini

Non riuscendo a fare leva solo sulla motivazione, che, in quanto fattore dinamico della personalità, non è costante, ho scelto di puntare sulle abitudini. Mi sono obbligata alla disciplina, più di quanto avessi mai fatto prima. Cose banali forse, come continuare ad andare in palestra due volte alla settimana, essere sempre ben vestita, curata e truccata anche quando sarei uscita in pigiama, andare in studio a scrivere e progettare anche quando le muse non si presentavano alla porta, fare telefonate “muovi energia” anche se avevo la carica al contrario, accettare nuovi incarichi, aprire un gruppo Facebook e gestirlo quotidianamente, continuare a leggere, studiare, scrivere. Ogni giorno. Voglia o non voglia.

“Tutta la nostra vita, in quanto ha una forma definita, è soltanto una massa di abitudini pratiche”, scriveva William James nel 1892, e una ricerca del 2006 della Duke University conferma che oltre il 40% delle azioni compiute dalle persone ogni giorno non sono frutto di decisioni, ma di abitudini. Tanto vale sfruttare questo nostro automatismo.

Più che creare nuove abitudini – sappiamo bene quanto, come essere viventi, siamo resistenti al cambiamento, ancorché desiderato -, si tratta di cambiare vecchie abitudini, palesemente disfunzionali, e sostituirle con altre più funzionali. Ciò che va modificata è la routine, il comportamento, fino a farlo diventare una nuova abitudine. Senza alibi.

Previsioni e bilanci: il prima e il dopo

Se li guardo ora, dodici mesi dopo, i miei 5 obiettivi game changing, mi faccio qualche domanda: erano veramente quelli o ho confuso i bisogni con i desideri e le ambizioni? Com’è successo che li ho realizzati solo in parte e ne ho invece portati a termine altri dei 25 iniziali?

Mi sono distratta e ho disperso tempo e risorse o ho sbagliato qualcosa nella selezione? Oppure gli accadimenti della vita spostano le leve della motivazione, del coraggio, della paura, della determinazione, a prescindere da noi?

In questo momento non so rispondere. Ci devo pensare.
Ho ancora qualche giorno, giusto?

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