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Resistere non serve a niente (probabilmente è vero)

Resistere o non resistere? Resistere all’idea che si può o che non si può? Accettare che resistere non serve a niente o ricamarci una storia diversa con un lieto fine?

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Il 28 Luglio di 6 o7 anni fa, il mio amico ebbe la splendida idea di regalarmi un libro. Un libro che penso di non aver letto mai completamente ma ricordo bene come se ce l’avessi ancora oggi sul comodino.

Il libro che pensò di regalarmi si intitolava: “Resistere non serve a niente”.

E chi se lo scorda?

Un libro del genere per il compleanno. Un compleanno parecchio complicato in un momento che sembrava senza uscita. Io però andavo ugualmente avanti, resistevo.

Mi chiedo ancora se il suo gesto sia da etichettare alla voce “grandi consigli” o “grandi cattiverie”.

Tu se lì che cerchi di non farti schiacciare dagli eventi e ti vedi recapitare un tomo che ti dice che no, resistere non serve a niente.

Gli anni che seguirono furono sempre all’insegna di questa resistenza. Resistere o non resistere? Resistere all’idea che si può o che non si può? Accettare che resistere non serve a niente o ricamarci una storia diversa con un lieto fine?

Per lungo tempo ho visualizzato la copertina di quel libro per qualsiasi avvenimento. Sbattevo l’alluce scalzo in un mobiletto ed era naturale guardare in alto e ripetermi la fatidica frase: resistere non serve a niente.

Come un Bart qualunque, potrei descrivermi come quello alla lavagna che deve scrivere 100, 1000 volte la stessa frase: resistere non serve a niente.

Il che è esattamente un gioco di resistenza.

Anche le persone più rassegnate non si rassegnano.

Anche quelli che vorrebbero finisse tutto non si rassegnano quando sta davvero finendo. Anche chi pare non si voglia bene non si rassegna mai completamente, resiste.

In alcuni casi no ma è un tasto troppo delicato per parlarne e va bene come eccezione che conferma la regola.

La maggior parte delle persone, di norma, è del tipo “resisto”. Anche se non serve a niente.

Il Karma, il “siamo fatti così”, l’inevitabile

L’idea che resistere non serve a niente ha una sua logica. Un fondo di verità non scientifica ma abbastanza pratica, empirica potremmo dire.

Ciò al quale resisti persiste non è soltanto filosofia.

Di norma se una cosa ti sta venendo incontro e opponi resistenza prima o poi ti arriva in faccia con ancora più veemenza. Come fosse un tiro alla fune: o ti lasci trascinare o, anche vincendo, quando l’avversario lascia la corda, finisci comunque a terra.

Così, specie nei momenti in cui le cose girano pochino, diciamo nei momenti in cui le cose vanno male, non puoi fare altro che prenderne atto: resistere non serve a niente.

Che poi è ciò che ho sperimentato all’indomani di quel regalo tanto cortese. Negli anni in cui ne ho sperimentato di tante, troppe, per resistere. E no, non è servito a niente.

Perché resistere a volte significa trovare alternative sbagliate più che adeguate contromosse. Metterci forza ma per scappare più che per resistere davvero.

Uno strano karma, un inevitabile “è inevitabile”. Perché sì, ci sono cose che davvero sono inevitabili. O così pare.

Resistere non serve a niente (visione positiva)

6 o 7 anni dopo, è ancora il 28 Luglio. Il mio compleanno. Torno a ragionare sul titolo di quel libro che mi ha fatto compagnia negli anni. Provo a ragionarci in modo diverso. Ci sono alcune idee che penso possano essere interessanti e utili, e buone.

Resistere non serve a niente > ok, non resistiamo

Forse allora potremmo fare altro? Trovare soluzioni, scansarsi, spostarsi un po’ più in là. Nella mia storia la maggior parte delle volte che ho provato a resistere l’ho fatto per quel perverso principio di coerenza. Non dovevo abbandonare, non dovevo contraddirmi, non dovevo darla vinta.

L’idea di essere sempre troppo esposto, troppo chiamato in causa, committed come dicono gli americani. E come si dice anche in certi giochi.

Però se il piatto non è abbastanza ricco, se le conseguenze sono troppo gravi, se il beneficio non è il tuo… lascia.

Resistere non serve a niente se in gioco c’è qualcosa di negativo: “non succede che” al posto di “succede che”.

Nel primo caso non ha quasi mai senso resistere e spesso non ne vale la pena. Come nella frase di Buddha: “Perdona gli altri, non perché essi meritano il perdono, ma perché tu meriti la pace.”

Ecco, allo stesso modo, con lo stesso senso, ogni tanto evita di resistere per il tuo bene. Non perché non saresti all’altezza ma semplicemente perché non è così importante.

Certo ci sono le eccezioni ma penso che quelle sappiamo riconoscerle.

Quando ne vale la pena, non resistere

Da anni evito di utilizzare termini militari ma anche qui trattasi di eccezione. Quando le cose sono davvero importanti, quando in gioco c’è la tua vita, in questo caso evita di resistere. Guardatene bene.

In questi casi combatti. Petto in fuori e carica.

Con tutta la forza che hai. Non tenendo lo scudo per parare i colpi ma dandone di belli e buoni, nei punti giusti.

Chiaro che non parlo di violenza o risse. Ma quando le cose ne valgono davvero la pena bisogna attaccare.

Lì resistere non serve più. Non bisogna neanche pensare di provare a farlo. E se proprio ci sono momenti in cui pare che vada così, intendiamoli come una tattica premeditata.

Come il caro catenaccio all’italiana. Non perché scarsi ma perché soprattutto furbi.

Resistere non serve a niente > è vero, è buono.

Infine c’è un’interpretazione che potrebbe essere vera quanto buona. Non possiamo resistere a ciò che siamo, nessuno può farlo.

Un messaggio che mi sento di ripetere quasi ogni giorno, parlando con persone che seguono strade disegnate da altri. Per giorni, per anni, per una vita. Resistono.

Ma resistono a cosa?  A ciò che sono, alla propria natura, alla propria integrità.

“Sono fatto così” a volte è una banale scusa, altre volte è una sacra verità. Abbiamo un destino. Abbiamo una strada anche quando non sappiamo qual è.

Però anche i confusi hanno sempre segnali. Sentono che qualcosa li porterebbe in una direzione e altri che indicano di scappare da altre.

Per anni ho resistito all’idea di essere un tizio strano. Uno confusionario che pare non essere nato per lavorare. Uno che ogni giorno vuole farne una nuova e raccontarne una nuova.

Ho resistito all’idea che avevo da bambino… scrivere.

Ho resistito pensando fosse giusto. Pensando che resistere non servisse a niente.

Appunto, resistere non serve a niente.

Non puoi resistere a ciò che sei.

A volte è una banale scusa, a volta una sacra verità.

 

Auguri

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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Accenditi, avviati, connettiti (e ritrova te stesso)

Dobbiamo riconnetterci con le nostre radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali. Profondamente umane.

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Esiste uno specifico termine inglese per definire gli studenti che abbandonano gli studi: drop out.

Faccio parte anch’io di questo gruppo di studenti: quasi al traguardo, – mancavano un po’ di ore di tirocinio, alcuni esami e la tesi,- mi sono fermata. Ho abbandonato il corso triennale in musicoterapia, anche se mi aveva stimolata verso una crescita e una dimensione molto umana.

Lo stesso termine, drop out, lo utilizzò anche Timothy Leary (scrittore, psicologo ed attore nonché sostenitore dell’utilizzo dell’LSD negli anni ’60).

Leary però modificò il senso del termine drop out grazie al suo famoso motto “Turn on, tune in, drop out” che significa: accenditi, sintonizzati, abbandonati.

In sostanza (è il caso di dirlo) una sorta di bisogno di risvegliare la mente aprendo le porte alla percezione, entrando in sintonia con l’universo, cercando di ascoltarlo e comprenderlo per finire in uno stato di abbandono verso una più profonda coscienza di sé, scoprendo la propria unicità e quella necessità di muoversi da un immobilismo verso un cambiamento possibile.

Di se stesso, Leary scrive di essere stato: “un anonimo impiegato istituzionale che ogni mattina guidava la propria auto fino al lavoro, in una lunga colonna di auto pendolari per poi tornare, ogni notte, a casa a bere martini… come molti milioni di borghesi, liberali, robot intellettuali”.

Sicuramente l’incontro con sostanze psichedeliche ha molto influito sul suo successivo percorso di vita fino a portarlo a definire la nascita dei primi personal computer come la nuova LSD, tanto da trasformare il motto “Turn on, tune in, drop out” in Turn on, boot up, jack in che significa accenditi, avviati, connettiti.

A ben pensarci, Leary ci ha visto giusto: oggi viviamo proprio così.
Accesi, avviati e connessi, spesso 24 ore su 24.

Un bene o un male?

Non credo sia necessario un giudizio, in fondo ciascuno ha il proprio metro di misura su come spendere il proprio tempo e la propria vita nel modo che ritiene migliore.

Sicuramente l’arrivo dei personal computer, di tablet, di smartphone hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione e dell’informazione fake, della connessione immediata e della realtà digitale e virtuale.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra.

Per quanto mi riguarda oltre i molti pro ci sono anche i contro.
Stiamo perdendo contatto con le persone perché ci affidiamo a messaggi online, videochiamate, messaggini vocali accompagnati da emoticons e gif di vario genere e per quanto possa essere immediato e veloce ed utile in molte circostanze, stiamo perdendo il senso dell’essere fisicamente uno di fronte all’altro, di conoscerci attraverso quello spazio vitale che ci fa tenere la giusta distanza e la giusta vicinanza, di annusarci, di dare credito o meno alla prima impressione, di stringerci la mano, di vedere se siamo alti o bassi, magri e tonici, di scoprire che abbigliamento ci contraddistingue, di scorgere micro espressioni e gesti che ci possono aiutare nel decifrare il nostro interlocutore, di entrare in uno stato empatico, di recarci in un bar seduti ad un tavolino con un caffè davanti e parlare di lavoro, di vita, di noi stessi, di progetti e sogni, di fatica e difficoltà.

Recuperare una dimensione più a misura d’uomo è necessario e credo faccia anche bene. In fondo siamo e saremo sempre animali sociali che senza gli altri non possono riprodurci, progredire, crescere, imparare, evolvere.

Ma anche questo non basta. Serve una profonda capacità di sapersi sintonizzare gli uni negli altri e di saper creare relazioni e connessioni profonde, a tu per tu.
In fondo il più grande progresso e la più grande innovazione non è data da tecnologie sempre più raffinate in 4G e 5G o da creazione di robot simili all’uomo, ma dalla capacità di ritrovare se stessi in questa società ultra veloce. Sapersi riconnettere con le proprie radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali e profondamente umane.

La vera rivoluzione del XXI secolo sta tutta qui: saper “abbandonare”, (o trovare il giusto punto di equilibrio, almeno in parte) quello che è il futuro ipertecnologico, per ritrovare una dimensione più intima ed umana che porti ad una coscienza più profonda del grande potenziale che ogni essere umano racchiude in sé. Il solo modo per vivere una vita più serena e pacifica, meno stressata e orientata al potere/successo, più consapevole, più cooperativa e meno individuale.

E si può così leggere il mantra di Leary Turn on, boot up, jack in in una chiave nuova.

Accenditi, avviati, connettiti per ritrovare te stesso prima di tutto, per dare così spazio a quell’essere umani di cui oggi abbiamo decisamente bisogno. Esseri umani buoni, attenti alle proprie necessità e a quelle degli altri, che credono nell’importanza della collaborazione e dell’interdipendenza, che vivono per rendere il mondo quel “posto migliore” che in fondo ognuno desidera.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra… ma forse è proprio un bene necessario.

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