Connect with us
"Salviamo Salvini": un'iniziativa culturale "Salviamo Salvini": un'iniziativa culturale

In primo piano

“Salviamo Salvini”: quando i libri sono la migliore risposta

Ogni dittatura della storia se l’è presa prima o poi con i mezzi di diffusione del sapere per eccellenza: i libri. Questo perché da sempre le battaglie si combattano anche con la cultura. In questa intervista realizzata dall’attivista dei diritti umani Iacopo Melio scopriamo un’iniziativa “bellica” che si sta tenendo proprio oggi in Italia.

Pubblicato

il

Viviamo in un periodo storico particolarmente carico di intolleranza per il nostro Paese, soprattutto verso ciò che appare “diverso” da noi o da quello che la società ritiene essere la “norma”. Diverso e norma, già di per sé ambigui come termini, tirano fuori dalle persone il massimo dell’astio quando si tocca il tema dell’immigrazione. In mezzo a tanto odio, però, c’è chi ha scelto di usare il dialogo per rimettere al centro l’importanza della cultura, unico vero strumento di inclusione per combattere la povertà morale di chi alza muri.

“Salviamo Salvini” è l’iniziativa dal basso che intende manifestare dissenso verso le attuali politiche nazionali in tema di migrazione e diritto d’asilo. L’obiettivo è quello di inviare al Ministro degli Interni quanti più libri possibili, selezionati da una lista ben precisa costituita da dieci titoli a tema. Un libro, attraverso questa sorta di campagna, diventa così un vero e proprio appello, un gesto simbolico, un’azione concreta di tolleranza e apertura oggi più che mai necessaria.

Quelli selezionati all’interno della lista sono libri diventati ormai messaggeri di solidarietà, di accoglienza, integrazione, rispetto dei diritti e di quel senso di umanità che non dovremmo mai perdere. Per questo ho deciso di intervistare Alessandra, una delle ideatrici di questa forma “di ribellione gentile”, per citare Saverio Tommasi.

Purpletude: Ciao Alessandra! Quando, a chi e come è nata l’idea di realizzare questo progetto?

Alessandra: “L’idea iniziale è stata mia. Da molto tempo sono iscritta ad Amnesty International e, nel tempo, ho firmato centinaia di appelli, credendo sempre fortemente nel potere di un piccolo gesto che, moltiplicato innumerevoli volte, produce effetti potenti. Firmare un appello mi dà la possibilità di fare qualcosa, di non sentirmi totalmente impotente di fronte a un problema. Ho pensato che fosse necessario dimostrare al Ministro Salvini che ci sono italiani e italiane che non condividono le sue idee e la sua politica e che non si sentono rappresentati da lui. Ho pensato anche, però, che una lettera, cartacea o virtuale, questa volta non sarebbe stata abbastanza efficace. Desideravo che l’appello a un governo più umano fosse visibile, che fosse qualcosa che occupa uno spazio e che non è facile ignorare. L’idea dei libi viene da qui. I libri selezionati contengono le verità che Salvini nega, propongono un’umanità alla quale non viene riconosciuto valore. I libri sono oggetti, pesano, si vedono, è molto più difficile nasconderli di quanto si possa fare con un foglio di carta o una firma online. Ho condiviso l’idea con un gruppo di amiche che sapevo sensibili alle stesse tematiche che mi appassionano. Insieme abbiamo creato la pagina Facebook e insieme, adesso, stiamo progettando un lancio vero e proprio dell’ iniziativa.”

P: Cosa pensi della situazione italiana riguardo all’immigrazione e all’accoglienza?

A: “Penso che l’immigrazione e l’accoglienza siano sempre state considerate come problemi da affrontare con paura. Non sono mai state viste come fenomeni da capire, da gestire, risorse possibili. Credo che all’Italia manchi la coerenza nell’applicazione dei valori costituzionali e che, per incoscienza o calcolata indifferenza, parecchi Governi abbiano tralasciato di promulgare leggi giuste e dovute, come quella sul diritto d’asilo. Con il termine immigrazione, infatti, si intendono categorie molto diverse tra loro, come appunto quella dei richiedenti asilo, che hanno diritto a considerazioni e strategie differenti. Credo che i governi, e questo più di tutti i precedenti, abbiano vigliaccamente rinunciato a progettare l’accoglienza. Hanno scelto vie molto più facili: la detenzione nei Centri di Accoglienza, la cecità di fronte allo sfruttamento e, infine, l’allontanamento in Libia, perché sia più facile fingere di non sapere. Questo governo, ha, in più, la responsabilità di avere deliberatamente fomentato la paura del diverso e il timore dell’invasione allo scopo di moltiplicare il consenso. Una scelta le cui conseguenze disastrose saranno evidenti nel prossimo futuro.”

P: Credi che l’attuale politica abbiamo incentivato il razzismo?

A: “Credo di sì. Sono convinta che le scelte del governo abbiano avuto sia concrete e drammatiche conseguenze sulla vita di molte persone, sia una ricaduta in termini di diseducazione di cui ci renderemo pienamente conto solo più avanti, guardando le generazioni future. Il linguaggio usato per identificare gli immigrati, la negazione di qualsiasi forma di compassione, lo sprezzo nei confronti di alcune categorie, l’uso di un linguaggio volgare, hanno, a mio parere, una terribile forza di educazione negativa. L’efficacia di questa educazione “al contrario” è tale che in breve tempo si è estesa non solo al mondo dell’immigrazione, ma è diventata la modalità di approccio ad ogni forma di diversità, ha inquinato la capacità di un vero dialogo tra le persone, ha negato bisogni di tolleranza e integrazione, ha sbeffeggiato l’empatia chiamandola buonismo.”

P: Perché hai scelto proprio i libri come mezzo e come forma di protesta?

A: “Abbiamo scelto i libri fondamentalmente perché li amiamo. Sono vivi, emozionano, ci fanno scoprire tanti tipi di verità, ci portano in viaggio, insegnano, stupiscono. Abbiamo deciso, in un certo senso, di “sacrificare” i libri per uno scopo importante. Ai dieci della lista è stato affidato il compito di mostrare la realtà e di ricordare che esiste un’istintiva capacità di essere umani e di distinguere senza incertezza tra il bene e il male. Infine, come detto sopra, i libri si vedono e occupano spazio.”

P:  Qual è al momento la risposta delle persone al progetto?

A: “Abbiamo notizie di persone pronte a spedire il libro che hanno scelto. Nella realtà, però, non c’è stata ancora una vera e propria partenza. In questi giorni stiamo preparando l’evento che segnerà l’inizio della prima ondata di spedizione, dal 25 aprile al 1° maggio. Non appena la comunicazione sarà pronta, cominceremo la diffusione.”

P:  Che importanza dai alla cultura per la lotta al razzismo?

A: “Un’importanza fondamentale. Penso alla cultura legata all’educazione, ad un’esperienza scolastica di valore. Avere una cultura significa essere desiderosi di conoscere il mondo e la storia. Significa apprezzare le risposte multiple piuttosto che quelle univoche, ricercando la propria verità, in maniera libera, diffidando di verità precostituite. Fa parte della formazione culturale essere educati al dibattito e al confronto con le idee altrui. Avere una cultura, a mio parere, significa essere capaci di decidere in piena libertà quale via scegliere, avendo la consapevolezza che tante sono le vie possibili. Vorrei aggiungere, però, infine, che già oggi è necessario puntare più in alto e che non è sufficiente un’educazione culturale. Diventa imprescindibile, per la costruzione del mondo futuro, progettare un’educazione con una prospettiva interculturale, che sia davvero adeguata ai tempi e alle possibilità di conoscenza e di scambio.”

P:  Di tutti i dieci libri nella lista, qual è il tuo preferito e perché?

A: “Vorrei segnalarne due, anzi tre. Il primo è “Nel mare ci sono i coccodrilli – storia vera di Enejatollah Akbari” perché a questo libro è legato il ricordo di un’attività teatrale realizzata a scuola (sono un’insegnante).
Gli altri due sono i libri del dottor Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa. Ho incontrato il dottor Bartolo e non posso dimenticare il suo viso e le sue parole. La verità descritta nei suoi libri è intrisa di un nobile e innato senso di umanità, tale da rendere questo medico un gigante.”

Volete partecipare a “Salviamo Salvini”?

Scegliete uno o più dei seguenti libri:

1. LACRIME DI SALE – Pietro Bartolo e Lidia Tilotta – Mondadori
2. LE STELLE DI LAMPEDUSA – Pietro Bartolo – Mondadori
3. NAUFRAGHI SENZA VOLTO – Cristina Cattaneo – Raffaello Cortina
4. I DIRITTI ANNEGATI – i morti senza nome nel Mediterraneo – Marilisa D’amico e Cristina Cattaneo – Franco Angeli
5. LA FRONTIERA – Alessandro Leogrande – Feltrinelli
6. 5 COSE CHE TUTTI DOVREMMO SAPERE SULL’IMMIGRAZIONE E 1 DA FARE- Stefano Allievi – Laterza
7. IL MARE DI MEZZO – Gabriele Del Grande – Infinito
8. NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI storia vera di Enejatollah Akbari – Fabio Geda – Baldini & Castoldi
9. LA RIVA INVISIBILE DEL MARE – Salvatore Di Maggio – San Paolo
10. IO KHALED VENDO UOMINI E SONO INNOCENTE – Francesca Mannocchi – Einaudi

Mettete il libro o i libri in una busta senza aggiungere nessun tipo di messaggio, e spedite il tutto a:

Ministro Matteo Salvini
Ministero degli Interni
Piazza del Viminale 1
00184 Roma

Se poi volete, potete prima scattarvi una foto con il libro e pubblicarla sui social network per alimentare un pacifico passaparola a colpi di cultura!

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

In primo piano

Assistere una persona con disabilità è un mestiere

Non ci si può improvvisare a fare l’assistente per una persona con disabilità. Ma è vero anche che non tutti i professionisti socio-sanitari sono adeguati a svolgere questo tipo di mestiere. E non è una colpa, a condizione di essere onesti con se stessi.

Pubblicato

il

Una delle paure più ricorrenti quando si è una persona con disabilità è quella di non trovare un’assistenza adeguata. Il tema del “Dopo di Noi” conosce bene questo tormento: “a chi lascerò mio figlio quando non ci sarò più? Chi si prenderà cura di lui come farebbe un genitore?” sono le domande che le famiglie si pongono. Ma anche per un giovane come me, che vorrebbe staccarsi dal “nido” come qualunque coetaneo, la situazione non è meno complicata.

Una ricerca sorprendente (e allucinante)

Qualche mese fa feci un test: pubblicai un annuncio nel quale ricercavo un “assistente domiciliare qualificato” (per cui operatore socio sanitario o assistenziale, ma volendo anche infermiere) disposto a vivere 24 ore su 24 con me, badando alla mia persona e alle faccende di casa, garantendo ciò che un regolare contratto prevede (stipendio, vitto e alloggio, giorno libero…). Il risultato è stato allucinante: solo un terzo delle risposte proveniva da persone che avevano realmente studiato o avuto esperienze nel socio-sanitarie, mentre tutti gli altri erano candidati improbabili. Si andava dal giardiniere “con esperienza in famiglia di disabilità” alla segretaria “molto molto sensibile”, fino all’animatore di villaggi turistici “con spiccata empatia e grandi doti di socializzazione” (giuro, tutti esempi reali).

Partiamo dal presupposto che nessuno sa fare tutto e nessuno è portato per fare tutto. Io, ad esempio, non potrei mai fare il calciatore per ovvi motivi, ma non riuscirei neanche a stare ore in ufficio per tenere il bilancio di un’azienda, nonostante il cervello e la calcolatrice li possa usare bene, al contrario delle gambe. Questo perché, oltre agli strumenti visibili, ci sono requisiti “nascosti” come capacità e competenze da mettere in gioco. Sia chiaro, non che una laurea o un attestato siano garanzia di competenza, anzi! Ma il sentirsi al posto giusto è fondamentale quando si lavora, tanto quanto la preparazione professionale.

Amicizia e lavoro: due ambiti diversi

Nel rapportarsi alla disabilità è necessario uno sforzo ulteriore: occorre distinguere tra un rapporto di amicizia, permettetemi “improvvisato”, e quello di tipo professionale. Uscire con i propri compagni di università, se ti sposti in carrozzina, è ben diverso dal farlo con il tuo assistente personale: cambia l’intesa e la complicità della relazione, ma anche il tipo di richieste che vengono fatte e gli sforzi necessari oltre alle accortezze “pretese”. Da un assistente devi ottenere il meglio, come ogni titolare si aspetterebbe da qualunque dipendente; allo stesso modo non è scontato che un “semplice amico”, magari privo di esperienza, possa – o voglia – aiutarci in ogni situazione (a suo buon diritto).

Tra i tanti messaggi che le persone mi indirizzano, c’è stato recentemente quello di una ragazza che lavora come assistente per una ragazza cieca. Nella sua lettera mi raccontava di come, nonostante stia con lei da qualche mese, si sia resa conto della difficoltà del suo ruolo: “mi sento una responsabilità molto grande, ho paura di non saperla guidare e che si faccia male, così mi viene l’ansia a mille ogni volta che dobbiamo uscire. So che possono sembrare problemi stupidi, ma ci sto male!”. No, non sono problemi stupidi e non dobbiamo vedere come una sconfitta quella di rendersi conto che, probabilmente, una certa strada non fa al caso nostro.

Premesso che ogni lavoro di responsabilità è in qualche modo fonte di ansia, e che occorre tempo per far pratica, imparare e diventare sempre più disinvolti e sicuri di sé, dovremmo però anche essere oggettivi e porci la domanda: è realmente la cosa che voglio fare e per la quale credo di essere portato? Perché il più delle volte ci sono problemi che non sono “problemi”: se un lavoro ci mette a disagio, perché farlo? Ammettere certi errori di valutazione è una tutela per noi stessi e per la persona con la quale dobbiamo stare a contatto (e non esiste nulla di più stretto di una quotidiana convivenza, spesso snervante nei suoi equilibri precari – lo è nelle relazioni di coppia, sentimentali, figuriamoci in quelle di lavoro!).

Essere onesti con se stessi

Non è colpa nostra. Non si tratta di fallimenti, si tratta di imparare a conoscersi. Capire che in certi casi “essere amici” varrebbe molto di più e sarebbe molto più giusto rispetto all’essere “collaboratori”. E poi, diciamolo, così come non siamo adatti per tutto, non siamo nemmeno adatti per tutti: le relazioni interpersonali sono complicate già di per sé, ma quando ci sono esigenze e necessità non da poco alle quali si deve badare, il tutto viene amplificato. Così come alle volte basterebbe cambiare persona per trovare il posto giusto dove stare, come vale in tutti i rapporti, altre ancora sarebbe meglio cambiare del tutto la direzione del nostro cammino. D’altronde, amici lo si può essere sempre e comunque, l’importante è che la professionalità prescinda da questo.

Insomma, un chirurgo che sviene alla vista del sangue non potrebbe mai fare il chirurgo. Però magari, col tempo e con i tentativi, riesce a comprendere che sarebbe un fantastico clown di corsia. E allora insegniamogli a trovare, sulla punta del suo naso, quella fantastica pallina di gomma rossa, e a saperla riconoscere.

Continua a leggere

Comunicare

L’economia dell’attenzione (o come mandare messaggi significativi)

Quando comunichiamo, dovremmo sempre tenere presente i bisogni del nostro interlocutore e chiederci se ciò che diciamo merita veramente la sua attenzione.

Pubblicato

il

Vi ricordate l’ultima lezione alla quale avete assistito?

Proviamo a riportare alla mente qualche dettaglio: di cosa si parlava? Dove eravamo? Che tipo di aula era? Ci ricordiamo chi era il/la docente?

E ora proviamo a fare un passo ulteriore: sono state distribuite delle dispense? Le abbiamo ancora? Dove sono? Abbiamo preso appunti?

Proviamo veramente a ricordarci. Prendiamoci ancora qualche secondo…


Che la lezione fosse lontana nel tempo o che risalga a qualche giorno fa, riportarne alle mente dei dettagli è un esercizio difficile. Questo perché il nostro cervello tende a filtrare le informazioni.

La nostra memoria funziona in modo simile a quella di una chiavetta USB: ha uno spazio limitato e per questo motivo non può registrare tutto.

Non c’è ancora consenso accademico su quali siano i filtri che applichiamo nella selezione delle informazioni da “salvare”; gli studi di psicologia e neuroscienze che si dedicano a questi aspetti sono numerosi e ognuno mette l’accento su meccanismi che potrebbero spiegarne il mistero. Ma solo parzialmente.

Memoria e attenzione vanno a braccetto

Una delle teorie più accreditate, per lo meno dal punto di vista sperimentale, è che la memoria non possa operare in maniera indipendente rispetto all’attenzione.

Cosa significa? Semplificando all’estremo: è l’attenzione che dedichiamo a qualcosa a determinarne la codifica in qualità di ricordo all’interno della nostra memoria.

I ricercatori hanno notato che alcune parti del cervello importanti per la memoria (tipicamente l’ippocampo e il lobo temporale mediale) sono chiamati in causa anche durante i processi riconducibili all’utilizzo dell’attenzione.

Da questo si è ipotizzato che il flusso potesse essere bidirezionale: la nostra memoria e i nostri ricordi giocherebbero quindi un ruolo nella decisione di prestare attenzione a qualcosa.

Una reputazione… interessante

Se un professore ci ha fornito informazioni che abbiamo ritenuto di basso livello in passato, è possibile che tenderemo a prestargli meno attenzione. Sembra una teoria facilmente dimostrabile, vero?

Ora proviamo a traslare questa esperienza a un altro ambito: dalle aule scolastiche spostiamoci alla nostra casella di posta elettronica.

Molti di noi vivono la frustrazione di avere colleghi o clienti che non leggono i nostri messaggi. O che li leggono e li ignorano. O che sembrano non capirli, nonostante tutto sia scritto lì, nero su bianco.

Domanda: e se fossimo noi stessi come quel professore che forniva informazioni di poco valore?

Quale valore hanno i nostri messaggi?

Oggigiorno gli inbox sono rumorosi, straripanti e ricchi di messaggi che competono tra di loro per assicurarsi la nostra attenzione.

Secondo un report DMR ognuno di noi, al lavoro, riceve in media 121 messaggi al giorno. Sono un sacco di e-mail – e di ogni forma: inviti, newsletter, richieste, accordi, reclami, solleciti, per-nostra-conoscenza… ogni messaggio veicola delle informazioni che hanno più o meno valore per chi li riceve.

Ci siamo mai domandati, prima di inviare una e-mail, se stiamo veicolando qualcosa di valore per chi la leggerà?

Lo abbiamo visto poco fa: l’attenzione si attiva anche grazie ai ricordi. Se abbiamo la reputazione di essere una di quelle persone che mette in copia tutti per ogni cosa, è possibile che chi riceverà l’e-mail non ci presterà… attenzione.

Sembra improbabile?

Rifacciamoci la domanda dopo aver letto questo dato: secondo uno studio del 2016, solo il 34% dei messaggi viene aperto.

La buona notizia è che la percentuale è in costante rialzo, probabilmente grazie alla messaggeria mobile. Ma rimane il fatto che solo 1 un messaggio su 3 viene letto (che poi, a voler essere fiscali, l’apertura non ne garantisce la lettura).

Ma perché?

Buona domanda.
Dovremmo tutti cominciare col porci questo interrogativo prima di affrontare questioni più complesse, come il basso tasso di aderenza dei collaboratori a certi progetti aziendali o la sorprendente ignoranza dei clienti nei confronti di cambiamenti importanti che abbiamo introdotto.

La parola chiave, l’abbiamo capito, è attenzione. E il motore di questa attenzione è l’interesse. Ma la ragione per cui c’è interesse è il valore per chi riceve l’informazione.

Evidentemente, visti i risultati, la capacità di identificare questo valore sembra essere particolarmente ostica.

Too much information

L’importanza che dedichiamo al concetto di “attenzione” non è una novità, in quanto tutta la tradizione andro-pedagogica, a partire dai filosofi greci e passando dai conventi medievali, si è posta la domanda di come attirare e mantenere l’attenzione delle persone.

La digitalizzazione ha però rilanciato l’importanza del concetto, in un contesto che è profondamente cambiato rispetto al passato: tutta la produzione di informazioni create dall’uomo dalla sua apparizione della terra fino all’inizio dell’era digitale viene oggi prodotta in 2 giorni.

Continuando con il ritmo attuale, nel 2025 produrremo 463 exabyte di dati al giorno, ovvero l’equivalente di 212 milioni di DVD. Quotidianamente. Se il DVD dice ancora qualcosa a qualcuno, come similitudine.

Dando per scontato che il nostro sistema mnemonico non è in grado di assorbire tutto questo flusso di informazioni, i meccanismi di selezione e di filtraggio di ciò che decideremo di salvaguardare assumono una importanza critica. E la resilienza di questi stessi meccanismi lo sarà ancora di più.

L’economia dell’attenzione

In altre parole, poiché le nostre capacità mentali sono limitate, anche il trattamento di queste informazioni ne risulta limitato.

Man mano che i contenuti aumentano e che diventano disponibili in modo immediato, l’attenzione diventa sempre più il fattore limitante nell’utilizzo di tutte queste informazioni. E, nel contempo, assumere il ruolo di principale filtro nel decidere che quali informazioni avranno valore e quali saranno invece spedite nel dimenticatoio (sia digitale che analogico).

Per questo oggi si parla di “economia” dell’attenzione, intesa come un approccio alla gestione delle informazioni nell’ottica dei limiti della mente umana, dove l’attenzione viene trattata come se fosse una materia prima particolarmente rara. E quindi preziosa.

Lo sanno bene le persone che si occupano di marketing: nel 2004 Patrick Le Lay, parlando del modello di business della televisione pubblica francese, aveva detto provocatoriamente che “Ciò che vendiamo alla Coca-Cola, è del tempo di cervello umano disponibile”.

Questa idea non si limita più soltanto alla pubblicità, ma ha inglobato la maggior parte delle nostre attività, in quanto permeate in permanenza dall’abbondanza di informazioni.

L’attenzione è preziosa perché limitata

La posta in gioco dell’economia dell’attenzione ha cominciato a delinearsi all’inizio del XX secolo: è stato il sociologo Gabriel Tarde a formulare le prime riflessioni sull’argomento, constatando che la sovrabbondanza della produzione industriale avrebbe avuto bisogno di forme di pubblicità in grado di “catturare l’attenzione e fissarla sul prodotto offerto”.

Nel 1971, il futuro premio Nobel per l’economia Herbert Simon formulò il concetto in termini più precisi:

“Ciò che l’informazione consuma è piuttosto evidente: consuma l’attenzione di chi la riceve. Quindi un’abbondanza di informazione crea una scarsità di attenzione e un bisogno di distribuire efficacemente questa attenzione tra le sovrabbondanti fonti di informazione che possono consumarla.” (la traduzione è mia)

Questa intuizione è alla base di tutta la letteratura sull’economia dell’attenzione ed è una citazione obbligata per chi si interessa al tema; tuttavia non è né la più recente né la più esplicita.

A mio avviso, è molto più illuminante la sintesi che ne dà Matthew Crawford nel 2015:
“L’attenzione è una risorsa – una persona ne ha soltanto un tot”.

Come scrivere messaggi di valore (e che attirano l’attenzione)

Già solo con questa infarinatura storica, ci è possibile trarre qualche conclusione utile su come dare valore ai messaggi che trasmettiamo.

Prima di tutto, le informazioni che sono nuove o sorprendenti devono essere legate a delle aree di interesse.
In altre parole, comunicare a tutti i collaboratori che le celle frigorifere del settore C saranno spente per manutenzione, interesserà unicamente gli addetti ai lavori. Ed è sbagliato pensare “poco importa, mando il messaggio a tutti, tanto chi non è interessato lo eliminerà”, perché nel cestinare quella comunicazione, la mente della persona non interessata cestinerà anche un po’ della nostra affidabilità informativa. In futuro, ci leggerà con meno attenzione.

Infatti, si dà più attenzione a una fonte fidata.
Se mando sempre email poco interessanti, verrò classificato come fonte non attendibile. Invece la reputazione si costruisce, di messaggio in messaggio. Il modo migliore è stimolare la discussione: quando una persona solleva una questione con il suo collega citando il messaggio che abbiamo inviato, siamo sulla buona strada. “Non lo sapevi? Lo diceva Trombin nella sua e-mail”. “Ah, non l’ho letta”. “Dovresti, ci sono informazioni interessanti”.

La condizione, però, è che la fonte sia facilmente reperibile: l’informazione deve essere facile da trovare, non deve richiedere tre passaggi e 14 click sull’intranet aziendale. E deve contenere delle parole chiave che permettano di trovarla con dei motori di ricerca interni. Un vero e proprio SEO delle comunicazioni aziendali, con gli stessi principi che useremmo per dare visibilità a un articolo pubblicato in un blog.

Ed infine, ciò che comunichiamo avrà maggiore valore quando risponderà a un bisogno della persona che ci legge.
Ad esempio, non andremo a parlare di autorealizzazione a dei colleghi che in quel momento hanno un contratto di durata determinata. Una persona in situazione di precariato sarà maggiormente sensibile a dei bisogni più basici, come la sicurezza dell’impiego e gli aspetti salariali. L’autorealizzazione – Maslow docet – è molto più in alto nella gerarchia dei bisogni, e riguarderà un numero limitato di manager o di specialisti ai quali salario e sicurezza non bastano più per essere motivati.

Pensare sempre a chi riceve il messaggio

Uno degli aspetti ambivalente delle messaggerie elettroniche (tutte, dall’email a WhatsApp) è che ci ha abituati a una sorta di registro informale. È come se considerassimo questi canali di comunicazione più vicini all’ambito familiare che a quello professionale.

Anche quando usiamo paroloni e formule di cortesia, non soppesiamo le parole come quando scriviamo su un pezzo di carta.
Per diverse ragioni, probabilmente: da una parte è una questione di immediatezza (le e-mail sembrano patate bollenti, bisogna passarle di mano il prima possibile); dall’altra c’è una dimensione di intimità che si crea tra noi e le nostre app di messaggeria (tanto è vero che mandiamo messaggi, anche professionali, sia dal letto che dal bagno).

Questo, a mio avviso, ci distrae da un punto centrale: comunichiamo per essere capiti. Quindi quello che vogliamo dire dovrebbe essere pensato, sia nel contenuto che nella forma.

Attenzione: non sto dicendo che bisogna essere formali, anzi, a volte proprio tutto il contrario. Dobbiamo semplicemente pensare che il messaggio non è per noi, ma è per qualcun altro. E adattarci di conseguenza.

Un esempio: quando lavoravo in Ospedale, i messaggi che mandavo ai medici erano sempre in due parti, ben contraddistinte: VERSIONE BREVE e in seguito PER SAPERNE DI PIÙ (con tutte le informazioni del caso e qualche approfondimento). Questo perché se volevo essere letto, dovevo prima di tutto avere rispetto del loro tempo.

Impariamo dal marketing

Per estensione, può essere utile traslare certe tecniche che abbiamo imparato dal marketing anche nelle comunicazioni interne: parlavo poco fa di rendere i messaggi facilmente ricercabili, tramite parole chiave semplici e comuni. Questo è un esempio.

Ma il salto quantico a livello qualitativo sarebbe quello di essere in grado di “clusterizzare” i propri contatti e adattare i messaggi in base ai loro interessi, i loro bisogni e, soprattutto, rispetto al livello informativo che possono/vogliono gestire. E sarebbe possibile farlo con strumenti semplici come un CRM per i “clienti interni”.

C’è molta resistenza, ancora, ad applicare i modelli di gestione delle clientela esterna verso l’interno. Come se fosse una perdita di tempo, o un’eccessiva complicazione. Eppure non ci sentiamo dire tutti i giorni dai guru di LinkedIn che la più grande ricchezza di un’azienda sono i propri collaboratori?

Non sarebbe il caso, allora, di cominciare a conoscerli, questi collaboratori? Sapere quali sono i loro bisogni e i loro interessi? E non con strumenti spannometrici come potrebbero esserlo i colloqui annuali di valutazione, ma proprio dando un significato ai dati che ognuno di noi dissemina ogni giorni in azienda.

A ben pensarci, la saggezza popolare aveva già capito tutto… il segreto per una comunicazione significativa, alla fine, è soprattutto questo: conosci i tuoi polli.

Continua a leggere

Treding