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Saper dire no!

Dire di no al capo o a un cliente può essere difficile. È più facile scendere a compromessi, ma si rischia di fragilizzare la propria identità.

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Ho letto un libro tempo fa, uno di quei libri classici, ma comunque meno noti al grande pubblico. L’autore è un grandissimo scrittore dell’Ottocento, che ha scritto uno dei più imponenti libri della storia dell’uomo, Moby Dick. Sto parlando di Herman Melville. Il racconto in questione è Bartleby, lo scrivano.

Un libro che fonda la sua forza narrativa nell’opporsi, ma anche nella umile solerzia nei confronti del lavoro del protagonista.

La storia è semplice: il titolare di uno studio legale assume un nuovo dipendente, all’apparenza molto umile, educato e con grande dedizione al lavoro, il quale alle richieste del capo risponde sempre con la frase ormai diventata iconica “I would prefer not to!” ovvero “Preferirei di no!”. Una negazione che spiazza perché è educata e al contempo risoluta. Ma la cosa che stupisce è l’impegno che il dipendente, Bartleby, mette nello svolgere il suo lavoro. Si trattiene fino a tardi, vive nello studio per portare avanti i suoi compiti. E ad ogni richiesta dell’avvocato la sua risposta è sempre “Preferirei di no!”

Cosa si cela dietro questa risposta? Perché ha condotto numerosi critici e filosofi a ragionare sul vero significato che questa affermazione porta con sé? Un rifiuto detto con gentilezza e che sembra dettato dalla mancanza di tempo di svolgere un determinato lavoro (trovi qui una mia recensione, se vuoi saperne di più sul libro).

Il no necessario per la tua dignità

E noi, quando diciamo di no?
E soprattutto siamo in grado, nel lavoro, di dire di no con lo stesso tatto e gentilezza? Nel passato ho svolto un’attività da libero professionista e, specialmente nella fase iniziale, era diventato per me quasi impossibile dire di no, perché c’era la volontà di farmi conoscere, di dare visibilità al mio brand e soprattutto al mio stile di lavoro.
Scendevo a compromessi e offrivo il mio servizio a una cifra molto più esigua se corrisposta al tempo e alla qualità che impiegavo a svolgere quell’attività. Perché oltre a dire di sì dovevo eseguire bene il lavoro richiesto e come se venissi pagato profumatamente. Dovevo farmi valere. Dire no però equivaleva a perdere delle opportunità, a non guadagnare proprio niente, nemmeno quel piccolo riconoscimento. 

Se in una prima fase poteva essere un giusto modo di porsi sul mercato, successivamente questo fatto mi ha creato qualche problema, specialmente con le persone che mi avrebbero potuto diventare clienti abituali. Perché l’ultima volta mi hai chiesto tot e ora mi richiedi due volte tanto? Vaglielo a spiegare che cercavi di farti conoscere… come minimo non lo rivedevi più, solo perché a un certo punto della tua carriera DEVI chiedere di più.

Allora diventa una selezione, diventa un’occasione di farti i clienti che vuoi, di lavorare con persone simili al tuo ideale di cliente, e soprattutto che pensi essere degni del tuo lavoro. Cominci a metterti in posizione eretta, conquisti una professionalità (= dignità) e il tuo lavoro assume una qualità riconosciuta (almeno dalla maggioranza delle persone perché i tuoi primi clienti continueranno a sentirsi offesi del mancato sconto).

Il coraggio di dire di no

Talvolta però dire di no è un atto di coraggio, sì come quello della scelta: scelgo questa cosa e non scelgo l’altra, seleziono, innalzo e scarto. È quando il no diventa principio morale: io questa cosa non la faccio perché NON la voglio fare. L’etica entra in gioco e può comportare molte complicazioni.

Il no detto con convinzione, ma sempre con la giusta educazione, è anch’esso una scelta di vita: voglio essere in un determinato modo, voglio essere riconosciuto per questo modo di agire, voglio fare la differenza in un mondo di yes man. 

Il personal branding insegna che nel prendere una posizione, nel dire di no a determinate azioni, costruisco la mia identità. Nel non trovarmi d’accordo e nell’esprimere il mio punto di vista senza remore, senza paure e senza falsità sta tutto il mio potenziale e la narrazione della mia vita professionale.

E allora il no diventa il più alto segno di ribellione, è lo strumento che rende gli umani liberi e capaci di agire, nella vita, nella società e nel lavoro. La mamma dice al bambino di andare a letto, e il bimbo risponde con un sonoro NO! Ecco il segnale che avvia il processo di educazione, della riflessione, del trovarsi suscettibili a una risposta che non ci aspettavamo.

Ci obbliga a reagire, nel bene e nel male.
Il no è un segno di rivoluzione che si trasforma col tempo in segno tangibile di evoluzione. 

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

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La lettura: un atto di ribellione

Quanto si legge in Italia? Cosa si legge? E su quale supporto? I dati ISTAT descrivono una realtà in cambiamento, dove il libro sta diventando uno strumento di ribellione.

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I ribelli leggono i libri

Si sa, la lettura è una di quelle azioni che, all’inizio della nostra storia, viene insegnata prevalentemente a scuola, con i grossi e noiosi libri di storia, italiano, arte e tante altre materie.

Rimane così impressa nella nostra mente l’idea che lettura sia solo per scopi professionali ed accademici; di conseguenza, se prendo in mano un libro, è solo per un esame o una reale necessità.

Oltre a questo, fortunatamente, la lettura da semplice attività di insegnamento,potrebbe divenire una vera passione, un modo per continuare, detta in maniera semplicistica, ad allenare la mente.

Secondo l’ISTAT

Secondo dati ISTAT nel 2017 il 41% della popolazione italiana, dai 6 anni in su, ha letto almeno un libro per motivi che non derivano per forza dal sistema scolastico e lavorativo.

Gli stessi dati dimostrano quanto sia maggiormente interessata, e quindi lettrice, la popolazione femminile (47,1%) rispetto a quella maschile (34,5%).

La prima vera istituzione che insegna l’arte della lettura è proprio la famiglia: laddove ci sono entrambi i genitori che amano i libri e perseguono nella lettura anche i/le propri* figli* continuano questa tradizione con una percentuale dell’80% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni; se non si hanno entrambe le figure che dedicano del tempo a leggere la percentuale si dimezza del 39,8%.

Libro cartaceo o eBook?

In tempi di rivoluzione digitale, gli italiani preferiscono un libro cartaceo o un eBook?

Prima di passare alle statistiche, fermiamoci a capire cos’è e cosa significa avere un libro elettronico: un eBook è un libro in formato digitale e permette di essere letto in tutti quei dispositivi che ne supportano quella tipologia di file.

Per fare un esempio pratico: un eBook, per poter essere letto in un dispositivo Kindle di Amazon, deve essere nel formato mobi, a differenza di altri competitor che possono leggere gli eBook in formato epub.

Ci sono quindi diverse possibilità di leggere in maniera “paperless”, ovvero senza carta.

Sempre secondo i dati ISTAT, un/una ragazz* su 5 con età varia dai 15 e 24 anni, legge questa tipologia di libri, dovuta proprio al fatto di essere un “nativo digitale” e quindi considerare più immediato e comodo il fattore libro elettronico.

Libri contro social

I dati dimostrano un risultato certo: gli/le italian* leggono poco e lo fanno sempre meno.

Non si tratta più della questione formato del libro, cartaceo o digitale che sia, ma da qualcos’altro che ha catturato la nostra attenzione e ci ha letteralmente rapit*, sto parlando della tecnologia e dei social.

Infatti, i dati di wearesocial.com, in collaborazione con Hootsuite, dimostrano statistiche nettamente diverse rispetto alla lettura citata nelle righe precedenti.

Quasi 55 milioni di italiani hanno la connessione ad Internet, quindi 9 persone su 10 accedono alla rete.
35 milioni sono le persone del Bel Paese registrate ad un social network e attive tramite le stesse piattaforme.
E i social sono la fonte d’informazione primaria dei più giovani (il 43% della generazione Z si informa esclusivamente sui social contro il 35% che legge le notizie sui siti di informazione).

Fotti il sistema, leggi

I numeri parlano chiaro, più persone accedono alla rete e meno si dedicano alla lettura; d’altronde leggere è un qualcosa che conviene fare in posizione ferma, comoda e rilassata mentre i social sono l’antitesi dell’immobilismo, rappresentano la velocità, l’immediatezza con una validità dei post che può realmente “scadere” dopo pochi minuti.

Sono una enorme macchina “mangia dati” che ne richiede sempre di più; io la immagino simile alla grande struttura che sfrutta i lavoratori presenti nel fim Metropolis del 1927.

Tutto questo discorso mi fa scattare in mente una scritta su un muro per me molto rappresentativa, per quanto questo genere di street art, se così vogliamo chiamarla, a me proprio non piaccia: “fotti il sistema, studia”.
Una frase così, scritta su un muro, cioè l’immagine opposta a quella che può essere la rappresentazione collettiva dello studio in una biblioteca o dentro una classe, mi ha rapito e l’ho fatta mia.

Usare le stupende biblioteche che abbiamo nelle nostre città, fermarsi e perdersi nell’universo delle parole e delle frasi è la forma più scomoda e discostante che possiamo adottare nella nostra vita.

Ecco quindi che nell’era della globalizzazione, un atto molto più ribelle che uscire da tutti social, è proprio leggere.

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Lavorare per vivere (e non il contrario)

Scegliere la vita che si vuole significa prima di tutto decidere che spazio dare al lavoro e con che modalità affrontarlo. I consigli della Identity Coach.

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Donna al lavoro

Ogni giorno una freelance si sveglia e si fa in quattro per sbarcare il lunario.
Per molte persone l’azienda è uno one (wo)man show: non ci si può permettere di perdere neanche un colpo, neanche una deadline, neanche un cliente. Per lo meno, se si ha l’intenzione di chiudere l’anno in attivo.

Mi rivolgo soprattutto a queste persone che hanno fatto del lavoro indipendente la loro unica fonte di sostentamento, ma credo che anche molte altre possano ritrovarsi: infatti, vorrei riflettere con voi sul fatto che lavoriamo “perché bisogna farlo”.

Le mie clienti mi dicono spesso frasi come:
Lavoro un paio d’ore dopo cena e poi sono troppo stanca per fare altro e vado a letto” oppure “Sì, lo so, avevamo deciso che mi sarei svegliata prima per fare colazione con calma ma ne ho approfittato per rispondere a qualche e-mail”.

Come coach, io tendo a rispondere con un moderato “Parliamone…” che però, nella mia testa, era partito come un “No, no, no e poi no”.

La fregatura più grande: il lavoro nobilita l’uomo

Ah, perché? Mandare avanti una vita di coppia sana ed armoniosa non ci nobilita?
Passare del tempo a studiare, crescere, viaggiare, fare esperienze… non ci nobilita?

E di contro, se trasformiamo il lavoro che abbiamo scelto nella nostra arma letale, questo cosa fa di noi?
Personaggi del Cluedo, alla meglio. La signorina Giulia, in ufficio, con il Modello 730.

Questo vuol dire che il più bel lavoro del mondo non stufa mai? Certo che sì. Normalizziamo questo fatto: ogni attività comporta delle cose fastidiose da fare, ed è normale trovarsi a voler mandare a quel paese una decina di persone alla volta, ogni tanto. Enfatizziamo: ogni tanto.

In quale scenario vogliamo essere?

Bisogna trovare la quadra e capire in che scenario siamo o, per lo meno, vorremmo essere.

Scenario A:
Il lavoro è organico alla vita, e quindi include e facilita le cose che sono importanti per noi.

Un esempio di questo scenario può essere quello della mia cliente L, che ha lasciato un lavoro che detestava per dedicarsi ad un altro che sa fare bene, che le piace e che può fare da casa, facendo vedere ai suoi tre pargoli che si può scegliere!

Quando è venuta da me, L voleva un po’ di aiuto nel reintegrare le altre parti della vita che erano rimaste indietro: la vita di coppia con il marito, il tempo libero, i momenti di studio per migliorarsi nella sua attività. Insomma, un po’ tutto a parte il lavoro. E così abbiamo fatto.

Ci siamo riuscite non perché io l’abbia ipnotizzata con magici incantesimi, ma semplicemente perché L aveva capito la parte più importante: la vita è il nostro parco giochi, e sta a noi darle la forma che desideriamo.
Con i nostri giochi e insieme alle persone che scegliamo noi, e se qualcosa o qualcuno va bene per i parchi degli altri non è detto che debba andare bene per il nostro.

Scenario B:
Il lavoro è la nostra principale fonte di gioia e preoccupazione.

In questa situazione, spesso lasciamo che i risultati lavorativi ci definiscano come persone, facendo sì che la nostra immagine di noi stesse sia trascinata a destra e a manca da fattori sui quali non abbiamo il controllo.

Attenzione: in questo scenario si può anche avere successo. Talvolta molto, visto l’impegno e la mole di lavoro che si è disposte ad affrontare.
Peccato che il prezzo sia un’anima stracciata, che non ha posto per quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta e che il denaro potrebbe anche rendere più facili.

La buona notizia qui è: si può sempre scegliere.
La cattiva notizia invece è che si può sempre cambiare scenario, e se non stiamo attente il rischio e di ricascare sempre nel secondo.

E tu, in che scenario sei?

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