Connect with us

In primo piano

“Voce Amica Firenze”: da 50 anni, la linea telefonica che ascolta i disagi degli altri

Iperconnessi eppure soli: sono in molti a fare ricorso all’ascolto sincero, anonimo e gratuito di un gruppo di volontari che assicura una presenza costante nelle ore di maggiore vulnerabilità, dalle 16 alle 6 del mattino.

Pubblicato

il

Alle volte tutto ciò di cui abbiamo bisogno è qualcuno che ci ascolti. Una persona “amica ma non troppo”, imparziale, che non giudichi e non sia condizionata dall’affetto che prova nei nostri confronti o da ciò che sa di noi e della nostra storia. Qualcuno senza troppi “titoli da strizzacervelli” (che poi, benedetti siano gli “strizzacervelli”, andateci e andiamoci tutti da psicologi e psichiatri, se necessario, che senza di loro il mondo girerebbe davvero peggio di così). Una persona che sappia soltanto darci calore, anche se a distanza, rassicurandoci quanto basta da sentirci meno soli.

È quello che mette a disposizione ormai da cinquant’anni “Voce Amica Firenze”, un’associazione che poi è la prima linea telefonica in Italia di aiuto attraverso l’ascolto attivo. Ad oggi, la sua organizzazione vanta 70 volontari che, gratuitamente, mettono a disposizione il loro tempo svolgendo turni a rotazione che permettono alla linea di essere attiva tutti i giorni dell’anno (feste comprese!) dalle 16:00 del pomeriggio fino alle 6:00 del mattino.

Ciascun volontario viene formato attraverso un corso iniziale di circa tre mesi dove si impara ad ascoltare davvero, con rispetto e attenzione, seguito poi da un tirocinio pratico affinché l’accoglienza di chi chiama sia totale e venga vissuta al meglio, senza disagi. Resta comunque costante l’affiancamento dei volontari, a prescindere dall’anzianità del servizio: nessuno di loro ha qualifiche particolari, anzi, i professionisti in ambito psicologico o psichiatrico difficilmente si riconoscono in questo tipo di attività dato che non è possibile stabilire un rapporto “terapeutico” vero e proprio con l’utente, essendo il servizio svolto in anonimato e prevedendo un mero contatto telefonico, non programmato e non ripetibile, di durata variabile. Tutto ciò che occorre per essere parte a “Voce Amica Firenze” è dunque la buona volontà di mettersi a disposizione per gli altri.

L’anonimato diventa così non qualcosa di negativo o limitante, ma un valore e un’opportunità di contatto e di relazione. Come ricorda Marco, uno dei membri dell’associazione: “L’anonimato totale permette a persone che altrimenti non avrebbero la possibilità di parlare con altri e di trasmettere le loro emozioni e sensazioni, le loro preoccupazioni e i loro dubbi, di trovarsi protetti, e così di sentirsi liberi per quanto vogliono, smettendo di essere degli invisibili parlando della loro solitudine con un altro essere umano.”

Un diritto di parola, un momento di libertà assoluta che tocca cifre incredibili: 70.000 squilli di telefono all’anno, circa 20.000 telefonate effettive (una media di cinquanta al giorno). Un risultato che parte da lontano, dal 1980, quando l’“Associazione Telefono Voce Amica Firenze” si costituisce in modo autonomo staccandosi da un precedente progetto risalente al 1964, un’associazione civile denominata “Centro di Incontro e di Collaborazione”, il cui obiettivo era quello di fornire occasioni di incontro fra persone che avevano desiderio o necessità di stabilire contatti sociali. Una necessità dovuta ai tempi cambiati: ci si incontra sempre di meno, si telefona sempre di più.

Un servizio simile, però, ha un rovescio di medaglia non facile da digerire: il totale anonimato implica una partecipazione ad eventi e collaborazioni pubbliche limitatissima, così come ridotta è la presenza sui social network perché se si scoprisse chi sono i volontari, poi, nessuno avrebbe il coraggio di telefonare con il rischio di essere riconosciuto. Così, anche reclutare volontari o raccogliere fondi per mantenere attivo il servizio (che ricordiamo essere completamente gratuito) diventa complicato. 

Per questo motivo, se qualcuno fosse interessato a dare una mano e provare a far parte del loro staff, può andare sul sito internet dell’associazione e trovare i contatti per proporsi. Chi invece volesse contattare “Telefono Voce Amica Firenze” come utente, per prendersi un po’ di tempo per sé e raccontare qualsiasi cosa a qualcuno che voglia veramente supportarlo, può telefonare da tutta Italia, dalle 16:00 alle 6:00, al seguente numero: 055 2478 666. Di certo non verranno risolti i problemi alla radice, ma un amico in più disposto ad ascoltarci è un regalo prezioso che dovremmo valorizzare ogni giorno.

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

In primo piano

“Chiudi gli occhi e vola”: la storia di una pilota di aerei cieca

Un film-documentario racconta la storia straordinaria di Sabrina Papa, una donna cieca dalla nascita che ha realizzato il suo sogno di pilotare un aereo.

Pubblicato

il

Arriva dritto in finale della 59esima edizione del Globo d’Oro il docu-film “Chiudi gli occhi e vola” (con la regia di Julia Pietrangeli). Si tratta della storia di Sabrina Papa, romana e cieca dalla nascita, che grazie alla sua tenacia ha imparato a pilotare gli aerei frequentando uno stage organizzato da Les Mirauds Volants, l’Associazione Europea di piloti ciechi.

“Il miglior modo di aiutare un disabile è quello di non aiutarlo, così ce la caviamo da soli”.
Questa è una delle frasi emblematiche del film, facendo intuire quale sia lo spirito che riveste questo documentario, dove il pietismo e la compassione lasciano il posto alla forza delle proprie ambizioni.
Io da piccola volevo essere l’aereo, non il pilota. – racconta la protagonista del documentario -. Volevo proprio essere qualcosa che volava, ma non gli uccelli perché secondo me gli uccelli volavano troppo piano.”

Per questo motivo “Chiudi gli occhi e vola” è un racconto in grado di andare ben oltre il semplice superamento della disabilità e dei propri limiti fisici e sensoriali: è uno scorcio che intende mostrare concretamente la forza di chi è riuscito a vivere all’altezza dei propri sogni, arrivando fino a toccare il cielo dove a quanto pare non esistono barriere.

“Io rifiutavo tutto quello che ha a che fare con la cecità, con i ciechi, perché quando vedi che c’è qualcosa che tu non puoi fare perché non ci vedi, ti inc**zi eccome… e di brutto, anche!”. È così che scatta qualcosa che spinge ad andare oltre una stupida etichetta, ribaltando la prospettiva di ciò che si è e di ciò che si può fare o meno. Perché come dice uno dei piloti intervistati, quando le persone da terra sentono passare un aereo non possono sapere se chi lo comanda è cieco o meno: ecco perché “Chiudi gli occhi e vola” vuole annullare qualunque differenza.

Il film è prodotto da Human Installations, con la sceneggiatura di Frida Aimme, Kyrahm e Julia Pietrangeli. Tra le prossime proiezioni, il film prenderà parte anche al Festival Cineglobo in Svizzera, organizzato dal CERN di Ginevra (il centro di ricerca nucleare mondiale).

Il Globo d’Oro è un prestigioso premio della stampa estera in Italia, ad oggi considerato fra i tre più importanti premi italiani insieme ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento. Quest’anno sono arrivati in finale, insieme a “Chiudi gli occhi e vola”, anche i documentari “Butterfly” (Alessandro Cassigoli, Casey Kauffman), “Pugni in faccia” (Fabio Caramaschi), “The disappearance of my mother” (Beniamino Barrese) e “Selfie” (Agostino Ferrente).

Continua a leggere

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Non capisco se le ‘bambole disabili’ siano un bene o un male.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Non so se hai avuto modo di leggere la notizia che la Barbie si è ‘rifatta il look’ e che quindi il prossimo giugno esordirà sul mercato con la protesi alla gamba, ma anche in una versione sulla sedia a rotelle (dovrebbe far parte se ho capito bene della linea 2019 ‘Barbie Fashionista’).

Sai, l’ho fatta vedere alla mia bimba Alice di nove anni dicendole ‘Guarda, ti piace questa bambola?’. E lei mi ha risposto con estrema naturalezza: ‘Certo, come tutte quante le Barbie!’.
Ed io che mi aspettavo delle domande da parte sua, delle richieste di informazioni riguardo quella evidente (concedimelo) ‘diversità’, e invece…

Vorrei sapere tu cosa ne pensi di questo tipo di giocattoli. Possono essere utili davvero per fini educativi e di sensibilizzazione? Credi possano in qualche modo insegnare che la bellezza la troviamo oltre l’aspetto esteriore nonostante la Barbie sia ritenuta la bambola ‘bella’ da sempre? Oppure può esser visto da qualcuno come un giocattolo pietistico, compassionevole, quasi politically correct dato che si tratta di una bambola ‘ad hoc’ per delle categorie ‘protette’? Grazie per la tua risposta, Laura!”

Cara Laura, quella che tu mi poni è una domanda che (devo dire suscitando un certo stupore da parte mia) ricorre spesso in chi mi segue. È interessante come una mossa di puro marketing, soltanto perché associata alla disabilità, possa quasi “destare sospetti” e lasciare intendere chissà quale dietrologia, quando in realtà dovrebbe essere presa come tale: una scelta di mercato più inclusiva, così come un’azienda produttrice di telefoni sceglie di sfornare più modelli in modo da coprire tutte le fasce di prezzo e soddisfare qualsiasi tipo di cliente (leggi a questo proposito l’articolo di Giulia Viti sul marketing inclusivo). Di per sé, già in questo, non ci trovo nulla di male. Ma facciamo prima una doverosa introduzione!

La linea Barbie Fashionistas non è qualcosa di nuovissimo ma nasce qualche anno fa con l’intento di creare delle bambole “più reali”, e quindi più “per tutti”: Barbie con la pelle diversa dal classico colore rosa, oppure con forme fisiche e strutture corporee di vario tipo. Adesso, la stessa Mattel (l’azienda americana produttrice) ha dichiarato con una nota ufficiale:

“Come brand, possiamo elevare la conversazione intorno alle disabilità fisiche includendole nella nostra linea di bambole, per portare avanti una visione ancora più multidimensionale della bellezza e della moda.”

La nuova Barbie non sarà poi così diversa da tutte le precedenti, ma avrà semplicemente un corpo più snodabile che le permetterà così di sedersi su una carrozzina, oltre ad essere dotata di una rampa come fosse un qualsiasi altro “gadget”, sottolineando in questo modo anche l’importanza di abbattere le barriere architettoniche (d’altra parte, la casa delle Barbie dev’essere una casa per tutti, no?).

Questo tipo di bambole, come dicevo, non sono una novità: sempre più frequente, infatti, è l’inserimento anche nelle scuole di bambolotti “diversi”: oltre a quelli di colore, adesso, ci sono quelli con sindrome di Down, quelli con qualche arto in meno, con impianti cocleari in testa o, magari, con deambulatori vari contenuti nella scatola. Salvo casi eccezionali, giochi di questo tipo stanno ottenendo un buon riscontro soprattutto tra i più grandi che, in qualche modo, sperano di poter rendere i loro figli più consapevoli e aperti alla diversità.

In base a quanto detto fino ad ora, non posso che essere favorevole alla realizzazione di giocattoli con qualche disabilità, purché questa loro “caratteristica” non venga enfatizzata eccessivamente. Non sarebbe bello, anche in questo caso, stracciare “le etichette”? Quanto sarebbe figo se la neo-Barbie si chiamasse “Barbie” e basta, come tutte le altre sue sorelle? Allora sì che avremmo davvero incluso la disabilità nella società, accogliendola al punto da non notarla più!

In questo, tua figlia Alice ci fa sbattare dritto in mezzo agli occhi la realtà più bella: il fatto che alla fine i bambini sono i primi a dimenticarsi, dopo due secondi, di ciò che è distante da loro, trovando connessioni magiche. Senza dubbio, la lezione più educativa di qualsiasi marketing sociale (sempre e comunque apprezzabile).

E chissà, magari, per lo stesso motivo, molto presto vedremo reclamizzati alla televisione, sui giornali oppure online, questi (ma soprattutto altri) giocattoli, proprio da un bambino in carrozzina o con sindrome di Down. E sempre magari, in quel preciso istante, la prima cosa che ci verrà in mente sarà: “Guarda che bel gioco, questo Natale lo regalo a mia figlia!”.

Continua a leggere

Treding