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Le tre regole sacre del rispetto (delle altre persone e di sé)

Le tre regole sacre del rispetto (delle altre persone e di sé)

Daniela Cadeddu
rispetto per sé e gli altri

Ci sono leggi – che valgono per un certo tempo in un certo luogo –, ci sono tradizioni – che valgono per determinate culture –, ci sono le regole educative, e poi ci sono regole di umanità che dovrebbero venirci naturali, senza bisogno di essere codificate.

Attengono a quei comportamenti che vorremmo vedere nelle altre persone, a ciò che vorremmo ricevere.

Nei millenni, però, abbiamo realizzato che – a volte, spesso – il nostro egoismo supera la coerenza; e così le leggi umane hanno dovuto codificare le leggi naturali, per non correre il rischio che venissero violate.

Qualcosa, però, non ha mai potuto essere codificato: i sentimenti e – fatta eccezione per gli aspetti patologici – i comportamenti conseguenti.

Si ritiene, a ragione, che questi ultimi rientrino nella libertà di scelta di ciascuna persona, e che le loro conseguenze impattino sostanzialmente solo sulla sfera strettamente personale, senza ripercussioni per la comunità.
La realtà è un po’ più complessa, soprattutto se consideriamo che gli stati d’animo, le esperienze e le convinzioni di una persona, e i comportamenti che ne conseguono, impattano sulla sua comunità – familiare, lavorativa, amicale –, e tanto.

Prendiamo, per esempio, il principio del rispetto.

Se escludiamo i casi patologici, chiunque di noi pensa di meritare rispetto e, a un’analisi superficiale, pensa probabilmente di darne sempre.

Ma facciamo un passo indietro e cominciamo dalla parola: rispetto.

Una definizione di rispetto è “sentimento che porta a riconoscere i diritti, il decoro, la dignità e la personalità stessa di un individuo e quindi ad astenersi da ogni manifestazione che possa recare offesa”.
Quindi, siamo ben oltre la buona educazione.
Siamo ben oltre anche il principio secondo il quale il rispetto ce lo dobbiamo saper meritare con i nostri comportamenti.
Se una persona riconosce la nostra personalità, riconosce le luci e le ombre, i pensieri e i comportamenti che condivide e che non condivide, e li rispetta tutti, in quanto nostri e rappresentativi, complessivamente, di noi.

Proseguiamo: “… astenersi da ogni comportamento che possa arrecare offesa”.
Qui la questione si complica: perché non riguarda più solo me, ma la mia interazione con l’altra persona.
Se si offende è per un mio comportamento errato o perché è troppo suscettibile?
E torno nella sfera del mio giudizio, della mia capacità di autoanalisi.

Il circolo può essere virtuoso o vizioso a seconda di come scegliamo di comportarci, a seconda di cosa vorremmo ricevere se fossimo nei panni dell’altra persona.

Per spiegarmi meglio, vi condivido tre regole che considero ‘sacre’:

1. Rispettare il tempo

Il tempo è un bene prezioso perché è un bene finito – di cui, per altro, non conosciamo il preciso ammontare – e che, una volta speso, non può essere recuperato.

Se sono sistematicamente in ritardo, rubo tempo a chi mi deve aspettare. Chi mi aspetta non sa esattamente quanto dovrà farlo e comunque, mentalmente ed emotivamente, aveva deciso di dedicare quel tempo a me: perciò, difficilmente occuperà l’attesa con attività che reputi significative.

Lo stesso accade, in ambito professionale, con i lavori di gruppo.

“Avrai il documento / l’informazione / il feedback / la risposta/ ecc., domani” e ‘domani’ è sempre domani…

Non è tanto un tema di efficienza quanto – soprattutto – di rispetto per le persone con le quali lavoriamo.
Anche se le scadenze obbligate fossero comunque rispettate, il nostro comportamento trasferisce, anche involontariamente, il messaggio che il nostro tempo sia più prezioso, che abbiamo cose più importanti a cui dedicarlo.

Chi ci sta aspettando, rimarrà in sospeso, non sapendo quando potrà ricevere il nostro contributo, e dovrà riprogrammare le proprie attività perché noi non abbiamo saputo farlo con le nostre.

A margine, ma non troppo, abbiamo deluso un’aspettativa, per giunta legittima, perché generata da noi.

2. Rispettare la fiducia

 ‘Fiducia’ deriva da ‘fede’; ha a che fare con il credere incondizionatamente e fino a prova contraria nell’onestà di ciò che facciamo e diciamo.

Chi di noi non vuole ricevere fiducia?

La difficoltà non sta tanto nel conquistarla, quanto nel mantenerla.

E non servono gravi tradimenti o cattiverie per perderla.

La fiducia è un sentimento che ci rende fragili, che ci espone al rischio di ferite.

Basta poco ad incrinarla.

E, come accade, alle cose fragili, può bastare veramente poco per passare da una piccola crepa a una rottura irreparabile.

Talmente poco che a volte non ce ne rendiamo nemmeno conto, e ci sentiamo vittime invece che carnefici.

Accade ogni volta che tradiamo la fiducia consapevolmente ma, siccome lo facciamo in buona fede, per il bene dell’altra persona, ci sentiamo nel giusto.

Se non puoi dire la verità, taci

Non esistono bugie a fin di bene. Una bugia per quanto pietosa, è una bugia.

Chi si fida di noi, si aspetta da noi la verità, per quanto dolorosa.

Se temiamo che dirla causerebbe ferite che non ci sentiamo di infliggere, evitiamo il tema.

Ma a richiesta dobbiamo rispondere con la verità.

È vero: a volte riceviamo domande retoriche, che sembrano implorarci la bugia.

La scelta è tra compiacere e mantenere la fiducia.

Se teniamo all’altra persona e alla fiducia che ripone in noi, dobbiamo scegliere la verità.

Io lo faccio e questo – a volte – genera scontento.

All’inizio mi facevo molti scrupoli, nel timore di incrinare le relazioni.

Oggi, quando capita, la mia reazione è “Se temi che la risposta possa non piacerti, non farmi la domanda”.

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(c) Marta Pilotto

A quel punto è l’altra persona che deve scegliere se vuole una persona di cui si possa fidare o che la compiaccia lasciandole cieco l’angolo che non vede.

Se dai la tua parola, mantienila

E se non puoi mantenerla, dichiaralo e – potendo – trova una soluzione alternativa.

Ha parecchio a che fare con il dire la verità e con la scelta di fondare la relazione – personale o professionale – sul rispetto o sul compiacimento.

E ha a che fare con il dire “no”.

Se ci si aspetta che facciamo qualcosa che già sappiamo che non sapremo, potremo o vorremo fare e non lo dichiariamo, stiamo mentendo.

Anche in questo caso, temiamo che dire la verità possa rovinare la relazione, e allora prendiamo impegni che non onoreremo nella speranza che – nel frattempo – l’altra persona si dimentichi o si stanchi di aspettare e faccia da sé o si rivolga altrove.

La rovina della relazione di fiducia che volevamo evitare è solo rimandata e – per di più – aggravata da una serie di altre sensazioni che, contro ogni nostra volontà, trasferiamo: inadeguatezza, incompetenza, e inaffidabilità, perché abbiamo preso un impegno che non abbiamo saputo onorare; nel peggiore dei casi infedeltà – in senso ampio – e raggiro perché abbiamo preso un impegno già sapendo che non lo avremmo onorato.

Esattamente come per il dire verità dolorose, secondo me, dire un ‘no’ gentile e motivato (non sono in grado, non posso, non voglio) all’inizio può generare smarrimento in chi aveva aspettative su di noi ma, dopo, trasmetterà onestà, coerenza e rispetto verso la fiducia che ci è stata data.

3. Rispettarsi

Per me è alla base di qualunque sana relazione – personale o professionale – con altre persone. Parafrasando Oscar Wilde, penso che il rispetto di sé sia la base di una sana relazione che dura tutta la vita.

Rispetta il tuo tempo

Sii consapevole dei tuoi ritmi, dei tuoi momenti di massima resa, concediti pause, trova tempo per te, per i tuoi affetti e le tue passioni.

Consapevole che anche il tuo tempo è un bene finito, investilo solo in attività che ti portino valore.

Quale valore, lo decidi tu.

Per me è: divertimento, apprendimento o denaro. Non sempre in questo ordine, ma il mio sforzo è che sia sempre più spesso almeno due di queste cose insieme.

Se sei rispettosamente consapevole del valore del tuo tempo, sarà più facile esserlo verso il tempo altrui.

Se ti fai una promessa, mantienila

Anche se mantenerla comporta dover di no a richieste che ti arrivano dall’esterno.

Non puoi essere utile fuori se non impari a esserlo dentro.

Sacrificandoti per il bene o il piacere altrui, a lungo andare, perderai energia e motivazione.

E se per farlo avrai dovuto rinunciare a qualcosa di veramente importante e significativo per te, presto o tardi, rovinerà anche la relazione che ti ha inizialmente spinto al sacrificio.

“Tu devi decidere quali siano le tue maggiori priorità ed avere il coraggio – piacevolmente, sorridendo, senza scusarti – di dire ‘no’ alle altre cose. Ed il modo in cui puoi farlo è nell’avere un grande ‘si’ che ti brucia dentro” (Stephen Covey)

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