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Live Social su Radio Lombardia: la nostra No-Agency ha detto no, grazie! | Purpletude
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Live Social su Radio Lombardia: la nostra No-Agency ha detto no, grazie!

Per i freelance e le piccole imprese la visibilità è fondamentale. Ci sono format che propongono dei pacchetti interessanti a costi contenuti, ma bisogna capire se la tipologia di comunicazione è adatta al proprio brand.

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Qualche settimana fa abbiamo ricevuto un invito da Live Social per un’intervista dedicata alla nostra No-Agency su Radio Lombardia.

Detta così fa figo e suona bene: un’emittente che ti contatta per intervistarti fa pensare subito che il tuo lavoro sia apprezzato.
La destinataria della mail è stata la mia socia Vanessa Vidale, quindi non vi so dare i dettagli precisi del testo, ma il sunto della sua telefonata quando me l’ha comunicato è stata “Maran, Radio Lombardia mi ha contattata per un’intervista. Vieni con me che io ho già ansia?”
Ovviamente le ho detto sì e il focus dell’intervista sarebbe stata l’attività di comunicazione, il portfolio e la nostra carriera in No-Agency, la piccola agenzia che abbiamo creato.

Fin qui tutto bene, nessuna delle due si è premurata di approfondire: io ero appena stata in piedi di notte per farmi intervistare da Chicco Giuliani a Night Live su Radio Deejay nella mia attività di sexblogger, quella poteva essere un’altra ottima occasione per parlare dell’agenzia.

Vanessa mi dice che gireranno anche un video dell’intervista e che volendo ci daranno il montato da utilizzare sui social per 65 euro. Nella mail chiedono eventualmente di portare immagini dei propri lavori nel caso servissero.
Portiamo una chiavetta USB con una selezione dei nostri migliori lavori e andiamo alla sede dell’appuntamento che non è presso una radio ma in un grande albergo milanese.

Una radio che però non registra in radio

È questa la cosa che ci ha fatto dire “Ma siamo sicure?”
Abbiamo deciso di capire un po’ meglio la situazione. Siamo salite nella hall e una signorina gentilissima ci ha dato un foglio da compilare con le liberatorie. Ad aspettare la fatidica intervista una serie di altre persone di diversissime professioni alle quale veniva raccontato man mano il pacchetto della promozione. A quel punto abbiamo googlato e abbiamo capito.

Funziona così: Live Social è un contenitore social creato a marzo 2018 e ha raccolto più di 14’000 follower. Non è un prodotto di Radio Lombardia, ma è una specie di trasmissione che ha acquistato uno spazio, nella notte di sabato e domenica, dalle 24 alle 3 del mattino, dove mettono in onda questi contenuti registrati – o meglio: l’audio di questa intervista radiofonica che prettamente radiofonica non è.

Non ho visto la stanza in cui avviene la ripresa, ma Live Social non viene registrato in una sala di incisione: viene prodotto all’interno di una sala di questi alberghi dove pianificano gli incontri (ma immagino abbiano ottimizzato in qualche modo l’audio).

Attenzione: non sto dicendo che sia una bufala, sto dicendo che è diverso da quello che si potrebbe pensare.

Una forma di business intelligente per chi l’ha creata, ma serve a tutti?

Trovo che l’idea sia furba e sensata: tanto di cappello perché Live Social è un contenitore che raccoglie interviste di professionisti e fa andare l’audio in radio.
Agli intervistati viene proposto il video dell’intervista modello base – che possono acquistare per 65 euro, altrimenti verrà semplicemente mandato in onda l’audio di notte, nello spazio che hanno acquistato.
Per chi è interessato al video vengono fornite opzioni di costi e montaggi con contenuti e tempistiche di pubblicazione.

A chi è utile Live Social?

Se avete una piccola attività, avete pochi fondi e volete un breve video che vi veda protagonisti può essere un’opportunità sensata, non tanto per la piattaforma dove finirà, ma come materiale. Certo, dipende dal tono di voce della vostra azienda.
Se avete un’attività risicata, vi siete adattatati a fare un po’ tutto da soli, tra logo e sito vi siete arrangiati alla buona, come produzione potrebbe starci.
Diciamo che si rientra nell’ambito del “fai da te”, ma basta dare un’occhiata ai social per capire che tipo di estetica contraddistingue la produzione.

Per noi che abbiamo un’agenzia di comunicazione quello non sarebbe stato un buon risvolto: la scenografia non è particolarmente premiante e soprattutto vedere un proprio contenuto tra milioni di altri simili, presentati tutti con la stessa metodologia non ci avrebbe fatto gioco.
Non è Radio Deejay, non è un programma conosciuto, non è una vera e propria trasmissione nel vero senso della parola con ospiti e tematiche sviscerate. È un contenitore. Dipende se vi serve stare lì dentro o no.

Non ho idea di che pubblico ci sia in ascolto di notte su quelle frequenze, di fatto sono delle interviste preformate.
Idem per la pagina Facebook: i contenuti alla fine sono tutti identici e non c’è una settorializzazione o una possibilità di emergere. Si finisce in questa lunghissima timeline popolata dei professionisti più disparati e ogni video raccoglie al massimo una decina di like un po’ pochi per una pagina che vanta più di 14’000 follower.

Insomma: per noi è stato un enorme NO GRAZIE non sarebbe servito alla nostra immagine. Anzi: avrebbe rischiato di abbassare il tono della comunicazione No-Agency.

Per noi Live Social di Radio Lombardia non era il luogo giusto e la modalità adatta a noi e al nostro pubblico.

Complimenti a chi l’ha pensato

Live Social di Radio Lombardia si porta a casa i miei complimenti per chi l’ha pensato a livello di marketing: hanno comunque intercettato l’esigenza di piccole medie imprese, trovando una modalità scalabile di business (i pacchetti con vari tipi di montaggi) e hanno fatto leva sulla voglia di apparire delle persone.

Un format che sicuramente a loro porta fatturato a fronte di costi limitati di produzione e un meccanismo di “suggerimento amici” tra i partecipanti che permette anche un’alta generazione di contatti e lead.

L’hanno pensata bene.

Ribadisco: non è una truffa – dovete semplicemente guardare la loro pagina social e decidere se per voi quel format e il mostrarvi secondo quella modalità, con quello sfondo e parlando di voi a quel modo è utile o no.
Valutatelo.

Voi avete mai partecipato a Live Social di Radio Lombardia?
Che impressione ne avete avuto?
Se ve lo stanno proponendo vi domando: ne avete davvero bisogno?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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Gestire la comunicazione d’impresa attraverso lo storytelling

Scrivere o raccontare storie comporta creare una spaccatura nell’immaginario dell’altra persona, e un suo immediato riempimento.

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Saper vendere

Cosa significa gestire la comunicazione d’impresa attraverso lo storytelling? E questo storytelling che aspetti va a toccare, in fondo?

Questo è uno degli articoli più complessi che abbia mai scritto.

Non intendo qui su. Dico: in assoluto. Ne parlo da persona che ha nel proprio archivio non meno di seicento racconti (seicento), vari romanzi non pubblicati, una massa di articoli postati nel tempo su blog diversi, alcuni dei quali non ricordo nemmeno più; poesie, eccetera.

Sarà un mese circa che covo questo pezzo. E mi chiedo: cosa voglio dare di eccellente ai lettori di Purpletude? Cosa posso conferire loro, a quelle persone che hanno bisogno di confrontarsi con pareri diversi per cavalcare la differenza che hanno come persone per se e operatori di un mercato?

E ecco, ho pensato che posso far loro intuire ciò che stanno facendo nel profondo; in quella parte di mondo che si muove con estrema lentezza, come il fondale marino, e conserva valori, convinzioni innestate, e perché no, bugie che sono servite fino a questo momento e che ora, magari, iniziano a mostrare i segni del tempo.

Nel precedente articolo ho detto che quando vendiamo, non vendiamo un’emozione, ma un prodotto.

Oggi vi voglio convincere del contrario. Una volta che avete portato il vostro prodotto, o il vostro servizio, a livelli di assoluta eccellenza, e ne siete convinti, eccovi pronti per comprendere cosa potete dare al mondo: emozioni. Scrivere storie, così come raccontare storie – e raccontate storie alle caposala che vogliono sapere dei vostri guanti monouso, alle ferramenta quando vendete trapani che renderebbero orgoglioso Vernon Dursley o ai librai cui proponete un nuovo autore , comporta creare una spaccatura nell’immaginario dell’altra persona, e un suo immediato riempimento. Significa fare un atto d’amore nei confronti dell’interlocutore, fosse anche la persona meno dotata di intelligenza o sensibilità che conosciate: significa dirgli, in qualche modo, Entro a far parte del tuo mondo per questo quarto d’ora e ti prometto che alla fine della narrazione sarai una persona diversa, che decida di aprire i cordoni della borsa o meno.

Per poter fare questo, è necessario avere coscienza di tre aspetti diversi: cosa stiamo comunicando tacendo, cosa comunichiamo di noi parlando, cosa comunichiamo del nostro lavoro parlando.

Perché dicevo in apertura che è un articolo complesso? Perché mi sono concesso settecentocinquanta parole, non una di più, per elencarvi questi tre aspetti.

Conosco troppe persone che sottovalutano il primo aspetto. Non vi annoierò con le solite indicazioni su verbale, paraverbale, non verbale; preferisco parlare di quella mia amica, eccellente persona e molto simpatica, che non appena entra nel ruolo professionale e veste un tailleur che le sta d’incanto scarta tutti gli aspetti per i quali le voglio bene per poter essere in qualche modo accettata – secondo i suoi criteri; o gli agenti che lavoravano dietro le mie indicazioni, persone amabili quando si trattava di mangiare insieme uno stinco a Merano o bere una birra ma improvvisamente noiose se dovevano parlare di un prodotto. Quando lavoriamo siamo sempre noi, noi con i nostri problemi, le nostre fatiche, le nostre gioie e i nostri amori; e la gente è affamata di storie e di persone complesse, soprattutto ora che queste storie e queste persone sembrano uscire da uno stampo quando non da uno zuccherificio che confeziona bustine tutte uguali.

Parlando, questo lato dell’umanità deve uscire con forza. La gente non deve semplicemente prendere da noi un prodotto, ma trarre ispirazione da un comportamento. Guardate il vostro facebook, il vostro linkedin. Quanti like avete dato, o ricevuto, senza leggere? Quante volte avete sottilmente detto: Sì, non contesto perché non ne ho voglia, ma sarebbe una questione da approfondire? Questo mondo ha un nome, sano fino a un certo livello e poi devastante: Noia. La noia è creativa fino a un certo punto, ed è la migliore amica di ogni creatore; ma poi diventa pastosa, e invischia tutto ciò con cui si trova a che fare. Parlando con un cliente, o un fornitore, avete un’immensa opportunità: estrarlo dalla noia e comunicargli una visione.

Sull’ultimo elemento, è troppo specifico per affrontarlo qui. Posso però fare una cosa che raramente faccio, ma che qui ha un senso: invitarvi al workshop di scrittura “Gestire la comunicazione d’impresa attraverso lo storytelling” che Purpletude e io abbiamo organizzato a Milano sabato 23 novembre, dalle 10 alle 18.

Sarà un giorno di lavoro intenso vòlto a estrarre dal vostro modo di comunicarvi il valore reale di ciò che potete donare, e veicolare tramite il vostro lavoro. Vi consiglio di non mancare.

 

Gestire la comunicazione d’impresa attraverso lo storytelling
Workshop di scrittura con Ivano Porpora
Milano, sabato, 23 novembre, dalle 10:00 alle 18:00.
Per maggiori informazioni e per iscriversi: clicca qui.

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Perché è giusto mentire in azienda e in politica

A volte si fanno cose che non servono e ci si costruiscono sopra delle balle. In questo caso, è giusto mentire?

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Mentire

L’azienda e la politica hanno vari punti in comune. Uno mi pare essere questo: a volte si fanno cose consapevolmente inutili rispetto ai bisogni reali. Di conseguenza, ciò che si racconta su finalità e benefici di queste cose è sostanzialmente falso. Non stiamo certo scoprendo l’acqua calda: in politica, come in azienda, mentire è sistematico. Lo sappiamo.

La cosa interessante però è che ce lo dimentichiamo di continuo.
Ma andiamo con ordine.

La balle non sono tutte uguali

Io dico bugie. Moderatamente, a supporto di un certo grado di fisiologica ipocrisia, ma ne dico. Penso però di poter dire che sono in buona compagnia.

In uno studio di qualche anno fa condotto negli USA hanno mappato una media di almeno due bugie al giorno a carico degli americani. Al di là del numero (e del fatto che rientro nella media) bisogna però che ci intendiamo su cosa significhi mentire.

Una balla è propriamente detta se c’è una persona che fa un’affermazione sapendo che il contenuto di quell’affermazione è falso, e la fa con l’intento di ingannare chi ascolta. Mentire ha quindi a che fare in un certo senso con l’intenzione di chi parla, non con l’azione in sé. Banalmente, si può dire una bugia e non essere creduti.

Ma oltre all’intenzione (voglio ingannarti) e all’azione (ci riesco), c’è anche un terzo elemento che non mi sembra trascurabile: la finalità.
Diciamocelo, è un po’ la scappatoia che ci pulisce la coscienza, è il pulsante rosso di emergenza che sopisce qualche senso di colpa di troppo: è il concetto di bugia buona (o ” bianca”). Si è vero: ho detto una bugia e sono stato bravo perché mi hai creduto. Ma l’ho fatto per una buona ragione che tutto sommato non ha conseguenze negative su di te. Anzi, magari mentire era per il tuo bene.

Il paradosso di far accadere le cose (e mentire)

Se in azienda, come in politica, fosse sufficiente decidere quali sono le cose che servono davvero, vivremmo in un mondo ideale. Purtroppo individuare le cose necessarie per il raggiungimento di un dato obiettivo è solo il primo passo della faccenda. Il passaggio più tosto viene dopo ed è quello dell’implementazione e della stabilizzazione.

Cioè il grosso problema è fare accadere le cose. E fare accadere le cose è complicato perché ha a che fare con i vincoli, con i comportamenti e con le aspettative.

Ad esempio, potremmo essere tutti d’accordo che mettere più soldi in tasca agli italiani dovrebbe portarli (semplificando) a spenderne di più, ad aumentare i consumi, e quindi la ricchezza e il tasso di crescita del Paese. Ma non ne hai la certezza: cioè non sai se e quanti di quei soldi che hai messo loro in tasca spenderanno o risparmieranno nel breve termine. Dipende da molte cose, ma una di queste è appunto l’aspettativa e la fiducia: le cose andranno bene o andranno male, nel prossimo futuro? Mi conviene tenere i denari nel salvadanaio o metterli in circolo?

Ed ecco il paradosso: se le cose vanno male e metti i soldi in tasca agli italiani sperando di farle andare meglio domani, devi convincerli che le cose stanno già andando bene oggi. Insomma, devi mentire.

Le cose inutili che servono

Questo paradosso vale in politica, così come in azienda.
E le aziende, ultimamente, le ho vissute con uno sguardo esterno che mi fa perdere molti pezzi ma allo stesso tempo mi offre la giusta lucidità per coglierne altri.

Chi mi conosce sa che sono dipendente dalle serie TV. Quando ho iniziato a lavorare nell’ambito della consulenza pochi anni fa, ne ho cercata qualcuna sul tema e ne ricordo una molto godibile, dal titolo interessante: House of Lies, la casa delle bugie.

Ecco, consulenza e bugie nell’esperienza di molti hanno fatto (e fanno) dei pezzi di strada assieme. Può capitare che un consulente menta sulla propria esperienza per avere più probabilità di prendere un lavoro, o peggio ancora che menta sui risultati raggiungibili per il cliente.
Altre volte è il cliente a mentire: minimizzando o edulcorando alcune variabili critiche in fase di ingaggio, raccogliendo la “terza offerta” formale consapevole che la decisione è già stata presa. Per fortuna non è la normalità, ed è anche il motivo per il quale in questo ambito la fiducia reciproca conta anche più del denaro, se non altro perché se non costruisci o ottieni la prima, è difficile che vedrai il secondo.

Anche qui però c’è uno spazio di non verità nel quale può capitare che cliente e consulente scelgano consapevolmente di lavorare. Succede quando un progetto utile non ha le condizioni per partire o per generare un cambiamento sostenibile nel tempo. In questi casi una delle opzioni disponibili è creare le condizioni con un’attività che presa da sola magari è inutile o non prioritaria, ma tatticamente serve a preparare il terreno per il progetto vero.

Poi può anche portare dei risultati operativi utili al momento, oltre alla consapevolezza, e allora lo descriviamo come un quick win. Ma è incidentale, un effetto collaterale positivo.
Diciamo che è un po’ come un placebo: non ha nulla di efficace ma, se le aspettative del paziente sono positive, può generare comunque un lieve miglioramento.

La versione buona della balla

Il punto di unione tra bugie, politica e business l’ho trovato in un bel paper (qui per approfondire)) che prende spunto dai lavori di Hannah Arendt sulla menzogna in politica e fa l’esercizio di ricercare un parallelo con quanto accade in azienda.

Ma tra le categorie dei motivi per cui i manager e i politici mentono, ho trovato sempre un filo conduttore negativo: il fatto di mentire è legato alla costruzione e al mantenimento di un’immagine di successo, spesso per piacere agli altri; si mente perché la comunicazione ha più a che fare con le opinioni che con i fatti, si mente perché si usano modelli che semplificano troppo la realtà, si mente perché ci si autoinganna (il famoso campo di distorsione della realtà di Steve Jobs).

Penso invece che alcune non-verità possano essere tatticamente utili in azienda, come in politica, e dovremmo imparare a riconoscerlo apertamente senza timore di dire cose sconce. Non fosse altro che per mettersi il cuore in pace: a volte non capisci il motivo delle cose che accadono in azienda semplicemente perché non ce n’è uno.

Naturalmente, bisogna fare attenzione a non farsi sfuggire la situazione di mano, altrimenti i risultati possono essere drammatici (vedi ricerca Ipsos sul confronto percezione vs realtà).

Ma ci vedo una nota consolatoria (se non autoassolutoria), per dirla sempre con Arendt:

[Il bugiardo] è un attore per natura; dice ciò che non è così perché vuole che le cose siano diverse da quello che sono – cioè, vuole cambiare il mondo.” (Arendt, H.: 1968, Truth in Politics)

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