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Pubblicità Covid: grazie, ma anche basta

Pubblicità Covid: grazie, ma anche basta

Valentina Maran
pubblicità covid

Non so voi, ma io comincia ad averne abbastanza di questi filmati di brand che si sbattono per farmi sapere quanto ci sono vicini, quanto sono amorevoli e quanto sono attenti dietro le mascherine negli spot Covid, versione moderna delle pubblicità progresso.

Grazie eh, vero, lavorare in questa situazione non è stato facile e non lo è tutt’ora, ma dopo due mesi di lockdown direi che un po’ me lo aspetto che un brand ormai abbia preso le giuste precauzioni e i video lacrimevoli, che tanto mi piacevano all’inizio della pandemia, ora mi suonano un po’ troppo ridondanti.

Abbiamo capito.

Sto citando puramente a memoria rispetto a quello che mi ricordo, ma se non sbaglio tra i primi a comunicare ci sono stati Esselunga, Vodafone, le M di McDonald distanziate e poi non ricordo altro.

Ricordo che un supermercato (Esselunga sempre? Boh) aveva rilasciato un comunicato in cui chiudeva una domenica per permettere al personale di riposare visto il super lavoro e qualcun altro che ha aumentato lo stipendio ai dipendenti viste le difficoltà (potrebbe essere Rana, ma potrei sbagliarmi).

Fatto questo tutto il resto è passato in sordina, perché se lo fai adesso vuol dire che lo stai facendo in ritardo.

Anche in emergenza è importante essere tempestivi

Capisco la necessità di molti brand di stoppare comunicazione e rivedere produzioni, ma a due mesi di lockdown se ancora mi stai a raccontare che fai mettere le mascherine e uniti ce la faremo, francamente mi sai di persona non aggiornata, in ritardo e un po’ anche “ci mancherebbe altro che non lo facessi!”

Se non parli e non comunichi durante il momento caldo, con coraggio, tutto quello che fai dopo è acqua passata.

L’investimento per dire ora cosa si fa per il Covid è assolutamente piallato e livellato come qualsiasi altra pubblicità.

Non diteci ce la faremo

Per favore, basta anche con la retorica del Ce la faremo – uniti si può, ma l’importante è stare distanti.

Grazie ma basta, basta davvero.

Siamo in una fase in cui siamo stati rinchiusi, siamo stati responsabili, ci siamo ammazzati di pane e impasti, di lavoretti per i bambini, ci siamo urlati dalle finestre quanto ci volevamo bene, inno compreso.

Basta.
Abbiamo dato.

Raccontateci qualcosa di diverso che non sia chissà che futuro raggiante abbracciati o felici.

Usciremo, siamo usciti, stiamo uscendo con mascherine e disinfettante.

Questo siamo.

Igienizzante mani al posto dei trucchi e l’impossibilità di metterci il rossetto altrimenti ci conciamo come Joker (e lo stato mentale, ammettiamolo, è un po’ simile).

Non andrà tutto bene, andrà come deve andare.

Ma trovate campagne che siano credibili e non finte. Dateci messaggi sensati. Basta retorica.

Soprattutto non dite cose che non hanno nulla a che fare con il vostro brand.

Ho un complimento da fare, per un brand che si è mosso in ritardo ma a mio avviso si è posizionato correttamente e ha detto la cosa giusta: STAR – che racconta le cucine degli italiani.

Pubblicità da Covid: quella del brand Star, seppur tardiva, ha il pregio di rappresentare una realtà… realistica

Ammette una cosa vera sui suoi prodotti: il fatto che spesso li releghiamo in fondo alle dispense, dimenticandoceli.

E che in cucina gli italiani hanno fatto più che cucinare. In quelle scene c’è anche una ragazza disperata che piange. Grazie per averla messa perché è vero: abbiamo anche pianto.

Di fronte al niente, non per forza per una perdita ma perché il crollo emotivo l’abbiamo provato tutti e non dobbiamo vergognarcene.

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Quello, almeno, è vero.
Ed è vero che ci sono brand che più di altri hanno il diritto di dire c’eravamo e ci siamo.

Gli altri si vedrà.

Le produzioni? Benvenuti nel mondo dei freelance

Spezzo una lancia a favore di noi freelance che da sempre lottiamo e produciamo con costi limitati e facciamo buona creatività.

Il momento del lockdown sta costringendo molte produzioni a immagini di repertorio già esistenti oppure a microfilmati quasi autoprodotti spesso girati con poco più che un telefonino e sempre in luoghi chiusi.

Benvenuti nel fantastico mondo dell’arrangiarsi con quello che si ha, ma facendo buona creatività.

Per noi è la norma produrre in queste condizioni e far quagliare idee anche con le mani legate.

Nulla di strano.

Ma, ribadisco, basta immagini di videochiamate, di allegria per forza, di sorrisi dietro le mascherine con “ricominciamo”.

Ok, sì, stiamo ricominciando, sperando di non finire segregati di nuovo.

Ma cambiate registro.
O state zitti, che magari è pure meglio.

Raccontatemi: c’è una comunicazione che vi ha particolarmente colpito?
Emotivamente quelle che vedete ora hanno su di voi lo stesso effetto?
C’è un brand in cui avete cominciato a credere dopo questo lockdown?

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  • Buon articolo, un po’ ridondante ma sicuramente inquadra la rottura di scatole, che in effetti esiste. Il titolo con il solito “ma anche” o il cominciare una frase con “niente” lo trovo (e non è una opinione ma son regole) altamente sbagliato. Seguire un trend violando le regole della lingua non la trovo una cosa “figa” diciamo.

    Personalmente tali pubblicità le ho odiate dal primo giorno.
    Forse non ho avuto questo crollo emotivo essendo persona troppo razionale e logica e poco emotiva. Io ho sempre ritenuto la situazione grave, ma portata anche ad un livello di esasperazione esagerato, da isteria collettiva partorita da media incoscienti.

    Lo “scoppio” del ” ti sono vicino, MA QUANDO MI CONVIENE” non l’ho mai gradito. Perché chi mi sta vicino quando sta male ed ha bisogno di farlo, è come un ubriaco che ti descrive il suo amore per te. FINTO.
    Ritengo i balconi, le bandiere, l’andrà tutto bene e compagnia varia il frutto di 2 cose.:
    – Il bisogno, quando si sta male, di empatizzare per fare “mal comune mezzo gaudio” è un bisogno VERSO SE STESSI non per fare star bene il prossimo. E’ l’ennesima esposizione , fondata sull’egocentrismo e sul vero male odierno, NARCISISMO.
    – Il bisogno di EMULARE pur di “esserci” e comparire in un video qualsiasi dal proprio balcone. Un bisogno che ancora oggi non so spiegare .

    Il tutto come se avessimo fatto IL PIU’ GROSSO SACRIFICIO NELLA STORIA UMANA. come se stare a casa un mese e mezzo stravaccati sul divano fosse un ENORME SACRIFICO. Cazzo, ma cosa avrebbero detto coloro che hanno VISSUTO SOTTO LE BOMBE della Seconda Guerra Mondiale? Probabilmente ci avrebbero additato come ciccioni “cagasotto”., ed avrebbero avuto ragione.

    In tutto questo, troviamo i nostri amati brand, che alla fine nella fase 2 hanno ALZATO I PREZZI, per esserci più vicini, si al portafogli.
    Politici che non son durati nemmeno 3 giorni di quarantena, gente che per strada sabato a Napoli , giusto per stare più vicini si è scambiata amichevoli coltellate, litigi tra automobilisti, risse nella movida dei cretini dell’aperitivo.
    SI E’ VISTA LA FANTASTICA EMPATIA dei civilissimi milanesi, che si son fatti l’aperitivo (quello è la cosa più importante) sulle spalle di 101 medici morti nel tentativo di salvare vite ,e di cui GIA’ non si parla più. Medici uccisi dallo Stato. MA l’importante è l’ aperitivo no? Tanto torneremo ad abbracciarci ed andrù tutto bene.

    Passa un chiaro e cinico messaggio ” Quando ho paura tu mi servi per sentirmi umano e quindi torniamo ad abbracciarci, ma quando passa la paura sei uno stronzo qualsiasi e non ti avvicinare” .
    Inquadra un paese che nel tempo ha partorito una società creata su sentimenti collettivi perbenisti , benpensanti ma totalmente FINTI.
    Dove è finito il torneremo ad abbracciarci? Ma sopratutto PRIMA chi è che si abbracciava????
    il tutto è inquadrato alla perfezione da queste pubblicità MARZIANE fatte per gente che sa gestire i rapporti personali e le proprie emozioni come alieni al primo incontro.
    Ma tanto torneremo ad abbracciarci all’aperitivo, alla faccia degli oltre 100 medici morti facendo il proprio lavoro.

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