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Come sei finito a fare un lavoro che non ami ed adesso cosa pensi di fare?

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Le caste non esistono più, viviamo il momento migliore della storia per fare ciò che amiamo. Dicono così ma spesso è l’opposto. E forse non è il caso, ma siamo noi a sceglierlo.

Mio figlio quest’anno è entrato in seconda elementare e sono sorpreso di vedere quanti cambiamenti ci siano rispetto all’anno precedente. Ha molti più compiti, la maggior parte dei giorni deve uscire di scuola a pochi minuti dalle 14:00, in generale mi accorgo di quanto sia per lui impegnativo.
Ho provato ad esprimere il mio dissenso. Al maestro, al preside, a mia moglie, ai miei amici e mi sono sentito dire che è assolutamente normale.

D’altronde il compito della scuola è preparare (progressivamente) i bambini alla vita, e soprattutto al lavoro.
Quest’idea però mi lascia ancora più insoddisfatto, con parecchie perplessità e diverse paure.

Sarà che io ho sempre vissuto la scuola come scuola o forse, in barba a tutti, non ho mai accettato di prepararmi al lavoro.
La distinzione del mondo in due categorie, lavoranti ed apprendisti, è stupida ed è responsabile di molti dei problemi che ci troviamo da adulti.

Il primo germe che ci rovinerà è pensare che lavorare sia duro e noioso e che sia giusto che un lavoro possa essere duro e noioso.
D’altronde unire l’utile al dilettevole è uno di quei motti con i quali si parla di situazioni eccezionali non nella norma.
E così, bevendoci poco a poco questa storia, è facile ritrovarsi ubriachi di stronzate, pregiudizi ed idee che crediamo di avere ma non sono affatto nostre.

Il gioco delle bugie circolari

C’è una bugia che ci ripetiamo l’un l’altro da quando siamo piccoli; ogni tanto tocca a noi ascoltare, altre volte dirle.

Mia moglie ha fatto avere ai miei bambini uno di quei libri personalizzati che si usano adesso, uno di quelli con le storie di “quando sarai grande”.
I lavori sono tutti fichissimi: c’è il calciatore, l’astronauta, l’inventore, il medico…
Questi lavori, in questo momento, non sembrano affatto duri. Sembrano piuttosto dire, ed infatti c’è proprio scritto nella prima pagina, “potrai essere ciò che vuoi e la tua vita sarà meravigliosa”.

Però si tratta di una bugia, una doppia bugia, una tripla bugia.

1) Non è affatto detto che questi lavori non siano duri e sacrificanti.
2) Purtroppo, nonostante ogni genitore augura il meglio al figlio, non è affatto vero che potrà fare ciò che vuole.
3) E la beffa è che non potrà fare ciò che vuole non solo per questioni casuali, per attitudine, capacità ed impegno, ma soprattutto perché siamo noi ad impedirlo.

Il fatto che nel libriccino ci siano lavori fantastici ne è la prova. Così come è la prova ogni discorso con il quale cerchiamo di far prendere una strada ad un ragazzo e come hanno fatto con noi genitori, amici, maestre e professori.

Come dice Paul Graham in “Come fare ciò che ami” la maggior parte dei consigli che diamo e riceviamo, dei lavori che facciamo è condizionata dal prestigio e dal denaro. Due cose pericolose che in fondo impariamo già a scuola.

“Se ammiri due tipi di lavoro finisci per scegliere quello più prestigioso, ed a parità di prestigio quello più redditizio”.

Secondo Paul, ed è vero, questo è il motivo per cui alcuni lavori molto redditizi come le vendite porta a porta, (o la prostituzione?), o lavori molto umili ben pagati, non sono così attraenti.
Promettono denaro ma non il rispetto di chi ti sta intorno.
D’altra parte il massimo sembra essere “Il chirurgo di fama mondiale” con riconoscimenti sia economici sia morali.

Dalla teoria alla pratica

In sintesi è così che impariamo a relazionarci al mondo del lavoro da quando siamo piccoli, e molte delle scelte che facciamo da grandi seguono le stesse linee. Con alcune complicazioni.
Ci si accorge che diventare astronauta non è così semplice, e lo stesso vale per fare il chirurgo. Oppure potremmo scoprire che lavori molto redditizi richiedono capacità che non abbiamo e non avremo mai.

E cosa succede allora? Ci si accontenta, si cerca, si sceglie, e si va avanti considerando solo i due fattori che abbiamo imparato da piccoli: denaro e prestigio.
E con in testa un motto scolpito con il fuoco sacro della voce del popolo: “fa niente se non ti piace…il lavoro è duro”.
A prova di questo, pensiamo anche ad un altro modo di dire che ricorre spesso in fase di lavoro e scelta del lavoro: “o per soldi o per gloria”.

Siamo programmati insomma come se non ci fossero vie d’uscita e come se prendere una direzione diversa sia un peccato mortale; al pari della prostituzione per intenderci o dello scrivere poesie sperando nelle donazioni della gente.

Che lavoro fare? Quanto essere felici ed infelici del proprio lavoro? Che fare se ti trovi in questa situazione?

Nota: Sono cosciente di avventurarmi in un territorio rischioso ma ho pensato di farlo dopo aver ricevuto l’ennesima lettera di frustrazione e confusione.
Quanto segue non è la risposta ma solo un modo diverso di pensare e farsi domande. Metto giù 3 punti che mi sembrano interessanti e che con me hanno funzionato.

1) Il lavoro è una cosa (troppo) seria

Si calcola che il lavoro occupa più tempo di ogni altra attività della nostra vita: il tempo per cercarlo, il tempo per svolgerlo, gli spostamenti logistici, le notti insonni, i pranzi e le cene mute nelle quali continuiamo a rimuginare.
Fare un lavoro che non ci piace non riguarda solo il lavoro ma la nostra vita, la capacità di relazionarci con gli altri, ciò che diamo “davvero” ai nostri figli.
Come dice ancora Paul Graham, certe persone giustificano le loro assenze, un lavoro che non amano, come il mezzo per dare più possibile ai propri figli. Ma se ciò porta ad essere un cattivo marito, un padre infelice…è meglio essere meno altruisti. O esserlo davvero.
Quando ho deciso di fare il mio lavoro ho combattuto a lungo su questa strada. Sapevo a cosa sarei andato incontro e sono stato circondato di persone pronte a ricordarmelo.
Non ho una busta paga con la quale far finanziare giochi ed oggetti costosi, ho dovuto cambiare 4 case in 3 anni, devo sempre pagare “avanti”, non so se il mese prossimo andrà bene come quello precedente. Non ho una macchina da oltre due anni.
Giusto essere questo genere di padre?

Ci ho pensato ed ho scelto di essere egoista. Però mio figlio sa che ho sempre tempo per lui, ed è difficile che abbia una giornata “complicata”.

2) Non pensare che sia per sempre

Ormai dovrebbe essere chiaro: un lavoro non è per sempre. Però ci portiamo dietro quest’idea “dai nostri padri” e pensiamo non solo che sia per sempre ma che non si possa deviare e cambiare.
Quando qualcuno mi chiede dove mi vedo tra 5 o 10 anni, rispondo “non lo so” senza sentirmi in colpa.
E lo faccio non solo con incoscienza ma anche con un pizzico di lucidità: basta guardarsi intorno e vedere come ciò che appariva sicuro ieri è crollato in un attimo.
Oggi più che ieri bisogna pensare a vivere il presente.
E, una cosa che non è mai cambiata, purtroppo non sappiamo neanche se vale la pena sacrificarsi per il futuro perché potremmo non esserci.

3) Vie d’uscita

Come ho scritto di recente “siamo troppo grandi per credere alle favole ma anche per pensare che non esistono”
Oggi siamo Grandi abbastanza da sapere che non sempre possiamo fare il lavoro giusto, quello che amiamo ma c’è speranza.

Ci sono fondamentalmente due modi per vivere con un lavoro che non ci piace. Ancora Paul li chiama percorsi:

Il percorso organico: diventando più bravi, autorevoli, riconosciuti, crescendo insomma, nel nostro lavoro aumenteranno gli aspetti positivi. Ci saranno meno noiose e dure, e queste verranno affidate a chi sta invece iniziando. O, qui torna il concetto di soldi, potremo permetterci di scegliere e fuggire da ciò che è noioso, duro e ci fa stare male.

Oppure un percorso diverso, Paul lo chiama two-job route: fare un lavoro che non ti piace per farne uno che ti piace.
Potresti fare un lavoro che non ti piace per permetterti di seguire le tue passioni, o avere abbastanza tempo per stare con i tuoi figli. Conosco un professionista al quale è stato offerto un lavoro straordinario, più di 12000 euro al mese, prestigio…ma ha scelto una cattedra per avere una vita più tranquilla e dedicarsi alla famiglia.
Questo però è abbastanza normale.

Di straordinario, e secondo me perfettamente in linea con i tempi, c’è un approccio diverso.
Fare qualcosa oggi che potrebbe non piacerti o piacerti poco per fare qualcosa di importante domani.
Ok domani potresti non esserci (so di contraddirmi) ma avere uno scopo, sapere che non stai galleggiando e ristagnando, fa tutta la differenza del mondo.
Probabilmente è questo diventare grandi.

C’è un pezzo di James Altucher che parla esattamente di questo: da un lato la consapevolezza che il successo (qualunque cosa intendi, in questo caso ciò che vuoi davvero fare…) non si raggiunge durante la notte, dall’altro una visione più pratica e meno dolorosa del sacrificio.

Se ricordo bene, James fa l’esempio di un tizio che vuole diventare un grande musicista. In attesa che accada può stare tutto il giorno a prepararsi ma anche bruciarsi di sconfitte e povertà oppure avere fede ma darsi da fare con lezioni e piano bar.
Fare lezioni e piano bar non è fallimento, anzi. Significa credere talmente nel tuo scopo da non soffrire di fare qualcosa di “noioso” in attesa di arrivare. Sapere che è “temporaneo” fa tutta la differenza del mondo.

Questo è l’approccio che seguo, un pensiero che mi guida e mi aiuta costantemente.
Io sono un “ghostwriter” un lavoro che non è scalabile e che, oggettivamente, non si può fare in eterno; o meglio non vorrei fare per sempre.
Per quanto è davvero bello ascoltare le persone e le storie degli altri, sinceramente non tutte le storie ti arricchiscono. Ci sono storie e persone che ti annoiano a morte. Persone presuntuose che mi sistemano le virgole, che mi dicono che dopo la virgola non ci vada la “e”.
(Il che non solo non è vero ma per me è un colpo mortale)

Oppure, come puoi vedere su questo sito, mi trovo a dover scrivere profili linkedin anche se mi sembra poco…o non abbastanza o non entusiasmante.
Sai cosa vorrei? Vorrei che bastasse scrivere ciò che sono e ciò che penso per vivere, non scrivere su commissione.
Eppure, lo so benissimo, quando non faccio “Il lavoro”, quando non so cosa mangiare o quando mio figlio non può avere i suoi giochi, quando non ho voglia di giocare con lui…beh non ho né la voglia né la forza per scrivere e fare ciò che mi piace.

L’accettazione del “temporaneo” ma anche del “necessario” ti fa andare avanti e ti dà la forza.
Perché è giusto credere nel lieto fine e nelle favole ma non nella fata turchina che viene mentre non stai facendo un cazzo e ti risolve i problemi.

La confusione…va bene

Ed infine c’è la vera lezione, il banco di prova dove si capisce quanto sei diventato Grande.
Sentirsi un coglione va bene.

Ogni tanto, nonostante tutto ciò che ho scritto in questa pagina, avrei voglia di piangere.
Mi chiedo dove stia andando, se è giusto, se ce la farò, se…mille domande.
Ecco un’altra bugia che ci insegnano da piccoli. Quando dicono che da grandi avremo tutte le risposte.
Non è vero.

Da grandi avremo ancora più dubbi.
Conviverci senza farsi opprimere, crescere con le domande è la vera sfida.
Se siamo grandi dobbiamo saper vivere bene con la nostra fragilità.

Insomma, capita a tutti di abbracciare il cuscino e sentirsi un coglione, di avere quel desiderio di sparire.
Ma sentirsi un coglione va bene.

E solo quelli Grandi ne hanno il coraggio.

Scrittore semplice | Autore di "Pixel in crisi" | Co-Founder Purple&People. È il tizio che parla in modo semplice di cose semplici, e crede non ci sia niente di più straordinario. Ama la virgola seguita dalla e, i cani, il calcio, e soprattutto i suoi bambini. Scrive tutti i giorni da oltre due anni, buona parte delle sue idee le puoi leggere su questo blog.

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Non puoi trovare il Significato tra le ricompense

Lo studente che si mette sotto a studiare quando ci sono gli esami, il manager che si entusiasma quando c’è da raggiungere un budget, la persona che si anima in vista di una promozione, il freelance che mette da parte l’indolenza al profumo di un cliente. Celato dietro “amo le sfide” c’è il bisogno delle sfide. Ed è un problema…

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Sta per arrivare ufficialmente l’Estate. Venti anni fa, di questi tempi, sarei stato a correre avanti e indietro su un campetto di calcio. Vero, finto, con porte e reti o con due ciabatte infilate nella sabbia, a mo’ di pali, non faceva differenza.
Avrei fatto avanti e indietro mille volte solo per prendere la palla, per recuperarla o per portarla avanti più possibile. Avrei corso senza risparmiarmi per provare a fare goal.
Anche quando in fondo non serviva a niente.

Andare avanti e fare bene (Anche se un premio non c’è)

Mi è tornata in mente questa scena, e non è soltanto nostalgia. Mi è tornata in mente da qui, da questo mondo veloce, da un gioco diverso che chiamiamo business come se fosse possibile chiamare la vita a nostro piacimento.

Mi torna spesso in mente parlando con le persone con le quali lavoro, in cerca di qualcosa di significativo, in cerca di una svolta alla propria carriera, in cerca di una direzione comune e più eccitante nella propria azienda. O, semplicemente, mi torna in mente ogni giorno parlando con me stesso.
Il punto è che non siamo più bambini. È innegabile, siamo cresciuti ma per molti versi non è affatto un bene.

Lo studente che si mette sotto a studiare quando ci sono gli esami, il manager che si entusiasma quando c’è da raggiungere un budget, la persona che si anima in vista di una promozione, il freelance che mette da parte l’indolenza al profumo di un cliente.

Celato dietro “amo le sfide” c’è il bisogno delle sfide.

Il che sembrerebbe qualcosa di pazzesco, e buono, ma potrebbe essere qualcosa di molto meno nobile e rassicurante.
Il bisogno delle sfide come bisogno della ricompensa. Del premio in palio.
Mentre invece la differenza la si fa quando in palio il premio non c’è. Quando ancora non si vede, quando non è scontato.

I giapponesi lo chiamano kodawari. Un termine che noi occidentali traduciamo frettolosamente con “dovere” ma che indica invece l’orgoglio e la gioia per ciò che si fa.
Uno standard personale che non ha molto a che vedere con il giudizio ed il consenso, o con i premi in palio.

Come quei bambini che con me giocavano tutto il giorno a pallone, a prescindere dal risultato. Anche quello magrolino, scarso, che il pallone non lo vedeva mai ma aveva un sorriso da copertina stampato in volto.

Qualcosa di intimo che oggi abbiamo quasi tutti perso.
Perché siamo grandi e perché questa è l’era del confronto.
O forse perché ci hanno detto che deve andare così ed abbiamo accettato che andasse così.

Ma anche dal punto di vista pratico non funziona

Abbiamo sempre presente un sistema bastone/carota, incentivi, bonus e malus per motivare le persone e spingere più in là i nostri sforzi. Tuttavia le cose non funzionano davvero così.
Quando ci impegniamo nel fare qualcosa, qualsiasi cosa, spinti dalla “paura di” o dalla “ricompensa del”, mettiamo in campo un’energia che è soltanto lontanamente paragonabile a quella dei bambini che corrono tutto il giorno senza un motivo, o quella delle persone eccezionali che alla fine hanno raggiunto risultati eccezionali.

D’altronde il detto “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”, di Mahatma Gandhi, che ancora oggi ripetiamo come mantra motivazionale, parla esattamente di questo.
Chiunque raggiunge un risultato eccezionale, vive un periodo di follia. Follia dettata dal pregiudizio, dallo scetticismo della gente, ma soprattutto dal fatto che non si vede alcun premio all’orizzonte.

E si, potrebbe trattarsi di vera follia, competere e impegnarsi con tutte le proprie forze anche quando in palio non c’è nulla ma è questa l’unica motivazione che ti fa fare qualcosa di straordinario.
I bambini che corrono e giocano come ossessi, senza un apparente motivo, non hanno bisogno di dargli un nome ma lo sanno bene.
Oggi non se lo ricorda nessuno, non ce lo ricordiamo mai.

Cerchiamo significato tra le ricompense ed è chiaro che alla fine non lo si trovi mai.

Il significato è invece molto meno appariscente, da cercare e curare dentro di noi.
A costo di apparire folli.
Ma nella speranza di essere felici.

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Quanto ci tieni è quanto fai

Quanto ci credi è quanto fai. E quanto fai non è quanto ottieni ma quanto è più probabile che ottieni.

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Ho conosciuto poche persone capaci di impegnarsi al massimo su cose che ritenevano di poco conto. Poche persone che hanno saputo sorprendermi, dando tutto se stessi in cose che ritenevano di poco conto e prive di significato. Ed anche quando è successo, quelle poche volte, mi hanno comunque lasciato parecchi interrogativi.
Un plauso alla diligenza ma anche tante domande sul fatto se fosse davvero così e se valesse a qualcosa.

La maggior parte delle volte ho visto invece persone impegnarsi al massimo in cose che ritenevano il massimo. Svolgere male cose che ritenevano inutili, inappropriate, lontane rispetto alla propria persona. E sono tra questi, il più esagerato fautore dell’allineamento personale. Una persona che non ha la forza di alzare una cassa d’acqua se non ne capisce il significato.
Il che potrebbe anche essere un problema mio e solo mio. Oppure potrebbe non essere un problema ed essere normale.

Non esiste “ci provo”

Una volta Tony Robbins, parlando con una donna che diceva di provare a far funzionare il suo matrimonio, chiese di provare a prendere una sedia. La donna ubbidì andò verso la sedia e la portò vicina a Tony. Tony disse “No, questo è prendere la sedia.” Allora la donna andò verso la sedia e confusa rimase lì senza sapere cosa fare. Imbambolata davanti alla sedia senza fare nulla.
Probabilmente stava provando ma per un osservatore, anche uno disattento, era chiaro che non stesse facendo nulla.
Tony voleva spiegare che non c’è provare ma c’è soltanto fare o non fare. Ma il significato è anche un altro: quanto ci tieni a una cosa determina ciò e quanto fai.
Se hai bisogno di una sedia la prendi. Anche se è pesante. Magari diventi paonazzo in viso, la trascini rigando il pavimento o ti inventi un qualche marchingegno per portarla dove ti serve.

Prima dell’ottimismo e del pessimismo

Qui potremmo iniziare a parlare di ottimismo e pessimismo e sono quasi certo che qualcuno leggendo ha iniziato a pensarci.
Un ottimista vedrà sempre la capacità e la forza per spostare una sedia, un pessimista inizierà a pensare che è troppo difficile, e che accadrà sempre qualche disgrazia che lo renda impossibile o inutile.Ma in realtà c’è una sola parola che racconta meglio la situazione: fiducia.
In genere siamo ottimisti e pessimisti secondo le circostanze, secondo quanto ci crediamo o non ci crediamo.

La fiducia prima che negli eventi e nel fatto che le cose filino lisce deriva dalla fiducia che riponiamo in noi, e della fiducia che riponiamo in noi di volta in volta.
Fiducia che non è quasi mai irrazionale ma che è spesso un mix di logica e desiderio: quanto sono bravo nel fare una cosa + quanto sono disposto per riuscire a fare una cosa.
Non si tratta di legge dell’attrazione o del potere quantico della mente, è un concetto molto concreto.

Quanto fai non è quanto ottieni ma quanto è più probabile che ottieni

C’è una riflessione di Penny C. Sansevieri che mi ha fatto riflettere e porto sempre con me.

“Ho una speciale abilità: posso entrare in una stanza di 300 autori e individuare quelli che avranno successo. Come posso dirlo? Vedo gli autori che distribuiscono biglietti da visita e segnalibri ad ogni evento. Vogliono imparare, si impegnano con altri autori, fanno un sacco di domande per scoprire su cosa si stia lavorando e su cosa no. E spendono ogni minuto libero per fare qualcosa che aumenti il loro successo, anche se è davvero qualcosa di piccolo.”

Quando si parla di “crederci” si parla di questo. Non è che chi ci crede attrae le cose buone e chi non ci “crede” attrae sventure.

Non è chiaramente vero che basta crederci.
Ma quanto ci credi è quanto sei disposto a fare. Quante volte sei disposto a cadere e quante volte a rialzarti.

Quanto sei disposto a fare di più e meglio specie se stai partendo indietro (e spesso succede, bisogna dirlo!)
E quanto accetti o non accetti che qualcuno dica che non ci riuscirai mai.

Quanto ci credi è quanto fai. E quanto fai non è quanto ottieni ma quanto è più probabile che ottieni.

Quanto ci credi è Quanto fai. E quanto fai non è quanto ottieni ma quanto è più probabile che ottieni.Click To Tweet

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La verità è che il tuo lavoro non ti piace abbastanza

L’infelicità al lavoro è un problema comune. Tutti ci siamo sentiti a un certo punto infelici nel nostro lavoro. Stanchi, stressati, svuotati, automi in cerca di significato o che arrivano a non chiederselo nemmeno. Di chi è la responsabilità? A volte anche nostra…

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La verità è che il tuo lavoro non ti piace abbastanza

Sicuramente qualcuno avrà riconosciuto qualcosa di famigliare nel titolo. E avrà pensato al film di Kwapis uscito nel 2009 “La verità è che non gli piaci abbastanza” che si basa su un concetto molto semplice quanto basilare nelle relazioni sentimentali: “Se ti vuole ti cerca, e se non ti cerca beh… allora vuol dire che non ti vuole!”.

Ovviamente questa non è una rubrica per cuori infranti, ma piuttosto per professionisti “in cerca”. In cerca di cosa è la parte interessante da scoprire.

C’è un concetto di fondo nel film ed è utile per chi sta pensando, considerando o anche solo non escludendo a priori l’ipotesi di un cambiamento professionale. L’importanza di riconoscere i segnali.

Può una commedia raccontare qualcosa del lavoro? Certo che si. In questo caso ci suggerisce in modo ironico a riconoscere i segnali, accettarli e non inventare fantasiose spiegazioni…

Gigi, la protagonista del film, una ragazza molto simpatica e un po’ ingenua, ha l’abitudine di fraintendere “i segnali dell’amore”, ovvero di confondere una banale frase di circostanza con una dichiarazione appassionata creando equivoci a non finire coi suoi partner.

Quando si parla di lavoro rischiamo spesso di fare errori simili.

Ovvero di relegare una palese e costante sensazione di insoddisfazione, infelicità, addirittura frustrazione a un innocuo e passeggero stato di stress. Giorno dopo giorno, ci ostiniamo a non voler accettare quei segnali che ormai sono diventati voci assordanti, insistiamo nel volerli ignorare o peggio ancora zittire con dei palliativi. Sentirsi demotivati, perennemente stanchi, accorgersi di rispondere scortesemente ai colleghi e non vedere l’ora che la giornata finisca…

La verità è tutta lì, quello che fai non ti piace abbastanza.

Ma chi ha detto che il lavoro debba piacere?

Un’obiezione costante che mi sento rivolgere è : ma chi l’ha detto che li lavoro mi deve piacere?

Nessuno, assolutamente. Ci sono persone che vivono una vita con un partner che non amano, in una città che non amano, circondandosi di falsi amici che non amano. L’essere umano è probabilmente la specie maggiormente adattabile in natura.

[A proposito: un recente sondaggio di CareerBuilder ha rivelato che il 36% dei lavoratori ammette di aver frequentato un collega e che il 30% dei romanzi d’ufficio coinvolge un superiore. Insomma il lavoro non è soltanto fatica!]

Siamo in grado di sopportare (quasi) qualsiasi cosa. Paradossalmente, però, passiamo di gran lunga più tempo al lavoro che col partner, in giro per la città o con gli amici. Pertanto, svolgere un lavoro che non si ama balza velocemente in cima alla lista degli adattamenti in assoluto più difficili. Soprattutto quando abbiamo chiara l’alternativa.

I segnali che non sta funzionando

Ecco allora tre segnali che, se intercettati, è pericoloso ignorare:

  1. rispondere “Perché mi pagano” quando qualcuno chiede “Perché fai questo lavoro?”
  2. spegnere ogni entusiasmo professionale, specialmente quando proviene da persone più giovani o all’inizio della carriera, con frasi ciniche e distaccate, sentendosi addirittura infastiditi
  3. non fare del proprio meglio, ma ridurre al minimo l’investimento mentale, pratico e, perché no, sentimentale nel proprio compito quotidiano.

Ti riconosci in qualcuno di questi comportamenti? Gigi ti direbbe così:

“Possibile che sia perché abbiamo troppa paura ed è troppo difficile dire l’unica verità che è davanti agli occhi di tutti e che non vogliamo vedere? La verità è che non gli piaci abbastanza!”

[Gigi, la protagonista del film]

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