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Me-time

Imparare dagli alberi a non lamentarsi e crescere ogni giorno

Non siamo alberi e possiamo spostarci ma ogni tanto, spesso, spostarsi equivale alla paura. Equivale a non accettare la sfida, non amare la sfida. Darla vinta a chi ti ha piantato lì e non là.

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C’è una vignetta che gira tanto nel web, sembra vera ma può portare fuori strada. È quella con Snoopy e la frase che dice “non siamo alberi, se non ci piace possiamo spostarci.”
Sul momento sembra tanto vera quanto potente. Ci dice che siamo liberi, artefici del nostro destino. Ci ricorda che spesso non siamo sbagliati ma solo nel posto sbagliato.
Ci solleva. Dal malumore, dallo sconforto, dall’insoddisfazione e da quella brutta sensazione del non essere all’altezza.

Il problema è che ci solleva anche dalle responsabilità.

Guarda gli alberi, da un altro punto di vista

Gregg Krech, in “L’arte di passare all’azione” ne parla in modo diverso.

Ci sono diversi fattori che incidono sulla crescita di un albero: la profondità e la circonferenza della buca, l’esposizione al sole, la qualità del terreno, la quantità di acqua a disposizione.
Tuttavia, qualunque luogo si scelga, l’albero farà sempre la stessa cosa: si adatterà alla situazione. Cresce.
Il fatto di non potersi spostare diventa una virtù.
Non si lamenta della situazione dicendo “avrebbero dovuto piantarmi lì, in quella posizione migliore” “avrebbero dovuto piantarmi là come quell’altro albero”.
Non si lamenta, si adatta e cresce.

Guardare gli alberi da questo punto di vista ci fa pensare anche a noi in modo diverso.
Anche noi “piantati” qui su questa terra.
Ok non è la situazione ideale, non ancora, non all’inizio. Ok c’è qualcuno che è stato piantato meglio.
Ok non è mai la situazione ideale.

Fare del nostro meglio

In ogni momento possiamo fare del nostro meglio con ciò che abbiamo. Senza lamentarci, senza recriminare, senza chiedere di essere piantati in modo diverso.
E senza aspettare le condizioni ideali. Qui è dove la maggior parte delle persone si blocca.

Come se fossimo un albero che sente di avere le potenzialità di crescere, sa anche cosa fare ma aspetta di agire solo nel momento in cui tutto è favorevole.
Un momento che non arriva o arriva troppo tardi.
Fare ciò che possiamo, fare del nostro meglio, nell’esatto momento in cui bisogna farlo e ci abbiamo pensato.
Piccole cose. Una piccola radice per aggrapparsi al terreno, una fogliolina che spunta e si prende un po’ di sole, che comunque c’è.

Altre idee per agire

Fuor di metafora ci sono anche alcuni pensieri che possono essere di aiuto.

Riconoscere il potere del progresso
Quando cerchiamo di cambiare le cose, una situazione che non ci soddisfa, corriamo il rischio di arenarci per colpa di due pensieri frequenti: un risultato irrealistico o troppo lontano, il confronto.
Viene da pensare che per essere “felici” bisogna avere quello e soltanto quello. O quello che stanno avendo gli altri.
In realtà, specie se parti dietro, la cosa migliore è apprezzare un piccolo progresso quotidiano.
Impostare anche piccoli obiettivi alla portata e mettersi in condizione di vincere.

Pensiero supportato anche dalla ricerca: un’indagine condotta su 12.000 persone ha evidenziato che le persone che riscontravano un progresso (al di là dell’importanza dell’evento) risultavano più felici. (hrb.org)

Festeggiare i piccoli traguardi
Collegato al punto precedente c’è che poi bisogna godersi il progresso. Festeggiarlo. Anche se può trattarsi di qualcosa di poco conto. Anche se per altri potrebbe sembrare una cosa da imbecille.
Va bene fare la figura dell’imbecille se ti fa stare bene 🙂

Scrivere per ricordare da dove veniamo e dove stiamo andando
Infine, un consiglio di parte: scrivere. Scrivere ogni giorno. Anche se non hai intenzione di farne un blog o pubblicare un libro.
Scrivere permette di tenere gli occhi sull’obiettivo. Di raccontarti e capire dove stai andando.
Di tornare indietro per vedere da dov’eri partito e dunque ricordarti che si, c’è qualcosa di buono da festeggiare.

Non siamo alberi e possiamo spostarci ma ogni tanto, spesso, spostarsi equivale alla paura.
Equivale a non accettare la sfida, non amare la sfida.
Darla vinta a chi ti ha piantato lì e non là.

“Voglio vivere la mia vita in modo tale che quando scendo dal letto la mattina, il diavolo dice:” Oh merda, lui è sveglio! ” – Steve Maraboli

Scrittore semplice | Autore di "Pixel in crisi" | Co-Founder Purple&People. Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Career

Ipocrisia, verità e potenza del “c’è chi sta peggio”

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose. Fare qualcosa, davvero.

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Mi è passata davanti la foto di un vecchietto, avrà avuto un centinaio di anni o anche più. E invece non è vero: è un ragazzino di ventitré anni. Si chiama Sammy e si è appena laureato in Fisica, 110 con lode. Soffre di una malattia nota come sindrome da invecchiamento precoce.

Il termine scientifico pare sia Progeria. Uno di quei termini che per il mondo non significa niente. Una di quelle parole che non incontriamo per strada, non fa parte della nostra strada, e non ci serve mica.

Però se vedi una foto di un vecchietto e scopri che è un ragazzo… salti dalla sedia. E vorresti applaudire.
Quasi sempre lo fai. L’appeal di storie del genere è scontato.

Siamo buoni? No.
Fossimo buoni non avremmo bisogno di un post su Twitter per conoscere Sammy, la Progeria ed un’altra sfilza di parole e persone “più sfortunate di noi”.
Forse siamo davvero buonisti. O forse siamo semplicemente umani. Non fatti male o bene, fatti così.

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose.

Dire ad alta voce “Sinceramente non ne sapevo un cazzo, non me ne fotte un cazzo e la mia vita continua…” sia un atto di coraggio e grande rispetto. Per noi e loro.

Il punto di partenza per fare qualcosa. Per noi e loro, per NOI.
Quando scopri certe storie, e ce ne sono tante e di ogni genere, puoi fare solo un paio di cose:
Essere sincero.
Fare qualcosa.
Fare qualcosa.

Dell’essere sincero ne ho già parlato. Del fare qualcosa (a) significa aprire il portafogli e sostenere una ricerca o un progetto umanitario, o aiutare in qualche modo se lo puoi fare.
(Anche questo potrebbe però essere lavarsi la coscienza per sentirsi meglio noi!)

E poi c’è il fare qualcosa, variante b. Schifosamente egoistica come soluzione ma forse anche giusta.

Smettere di lamentarsi per niente. Smettere di mettersi nella cerchia degli sfortunati quando non lo siamo.
Ok ti fa male la schiena, devi seguire una dieta, non hai le curve giuste. Ok, il tuo lavoro fa schifo. Ok, hai scelto una svolta e sei fermo al palo…
Ok. Ok tutto.
Dunque?
C’è chi sta peggio di noi. Davvero. E non si lamenta. E va avanti.
Ecco, un segno di umanità è anche rispettare ciò che abbiamo e non abbiamo. Essere schifosamente sinceri da godersi la fortuna sfacciata che quasi sempre abbiamo.
Ok il tuo lavoro fa schifo…
E allora?
Cambia. Vai avanti. Non ti accontentare. Quasi sempre puoi, puoi scegliere, puoi scrivere la tua storia.

E se poi succede che qualcosa non va nel senso desiderato?
Fa niente. Anzi, metti già in conto che succederà, che andrà così.
Poi riparti e si ricomincia, la chiamano vita.
E noi fortunati e privilegiati abbiamo non solo il diritto ma soprattutto il dovere di viverla, pienamente. Rischiando e raschiando ogni emozione possibile.

Perché quando vedi un ragazzino come Sammy puoi fare solo questo. Ringraziarlo. E ringraziare Dio o chiunque tu voglia considerare responsabile di trovarti qui e così.

Quando vedi un vecchietto di soli 23 anni pieno di entusiasmo, puoi fare solo questo.
Sentirti schifosamente in colpa di tutte le tue paure e le tue seghe mentali.
Ad essere sinceri penso dovrebbe andare così.

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Me-time

Con un gatto a scuola, sarebbe stato tutto più facile (e felice)

Un gatto in posizione yoga, sopra la cattedra, a fare lezione. Assurdo ma sarebbe stato tutto più facile, e felice.

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“Non ho mai tanto amato la scuola”.
Open che mi guarda sempre con il suo fare da “caxxo me ne frega a me umano”.
Vabbè lascio perdere l’ennesima ed improbabile conversazione.
A volte pare tempo buttato. So che non è così.

E allora penso che forse se in cattedra ci fosse stato un gatto ci sarei andata decisamente più felice a scuola, con più leggerezza e più volontà di uscirne con qualcosa molto più di valore tra le mani, di un diploma o simile.
Già. Un gatto in cattedra.
Immagino la scena.

Tipo studenti che si siedono ai loro posti e… sopra la cattedra tu, Open, in posizioni yoga – che nemmeno uno jogy indiano riuscirebbe a fare – che ti stai dedicando all’ennesimo lavaggio di pelo, zampe, muso, occhi, orecchie ecc.
(“Non vorrei dire, ma è il quarto o quinto da quando ti sei svegliato”.
Non mi calcoli. Sei impegnato nelle tue faccende come al solito).

E penso che non te ne frega un caxxo se gli studenti sono in orario o in ritardo.
Se sono arrivati prima o dopo il suono della campanella.
Già, non te ne frega nulla.
Tu sai bene che ciascuno ha i suoi tempi, i suoi ritmi, il proprio modo di arrivare nella vita.
E così mi immagino tra gli studenti.
Stupore, forse poi un po’ di rabbia ed infine il pensiero di una grande presa per il culo.
Già. Un gatto al posto del prof di turno, che stupidaggine colossale.

Invece Open, se a scuola ci fossi stato tu, mi avresti insegnato molto più di libri e professori.
Avresti girovagato tra i banchi osservando ogni dettaglio, mettendo subito in chiaro che niente si dà mai per niente. No, non quel dare che è un dovere. Quel dare che è spinto dalla gratuità che poi in modalità diverse, sconosciute e tempistiche ignote ritorna sempre indietro… nel bene si spera.
A volte nel male (ma qui la colpa è solo mia, nostra).
Già, noi umani.
“È il karma” mi fai capire.
“Vabbè dai ti do retta”.
E karma sia allora.

Avresti barattato lezioni pseudo serie con ritorno di crocchette e cibi vari.
Questo per dire che condividere è sempre decisamente più importante che dividere.

Ancora. Avresti fatto lezione giocando. Perché in fondo io umano (noi!) mi sono un po’___0 dimenticato che si impara meglio quando si gioca e ci si diverte. Ancora meglio se insieme ad altri. E mi avresti fatto capire che se ho davanti a me dei mattoncini lego e ci costruisco che so una torre, un castello… bhè ci vuole solo una leggera spinta per far cadere tutto, per distruggere quello che con fatica ho costruito.
E che ci devo pensare bene prima di.
E che le voci fuori campo le devo ascoltare ma solo un po’.
E che poi ad un certo punto devo seguire il mio istinto. Devo agire.
E questo vale sia nel gioco come nella vita.
Un istante per distruggere. Una vita per costruire o ricostruire.
Che poi il difficile, la sfida sta nel costruire.
E che è sempre possibile trovare il come, trovare un modo.
E che insieme si fa meglio. Si fa prima.
E che insieme la vita è molto più leggera.
E che esserci è sempre più importante che dire di esserci.

Dalla cattedra mi avresti fatto capire con il tuo atteggiamento “da sua maestà il gatto” che è importante essere il migliore.
No, non migliore degli altri.
Il migliore per sé stessi.
Il migliore per riuscire a cavarsela sempre in mezzo alle curve della vita e alle sbandate di testa e cuore.
Quella miglior versione che tutti celiamo da qualche parte. Dentro.
Forse nell’anima.
Vale per te. Vale per me. Vale per tutti.
E che essere migliore non significa rendere peggiori gli altri. Mai.

Mi avresti mandato a casa ogni giorno con lo zaino vuoto.
Un po’ perché avresti malridotto libri di testo, pagine e parole.
Un po’ perché sai che a fine giornata lo zaino va sempre svuotato.
Va reso leggero. Va ripulito. Cestinando tutto quello che necessario non è.
Un po’ come i cassetti dei sogni e delle passioni.
Ogni tanto vanno aperti.
Ogni tanto vanno liberati.
Saresti stato un insolito ma efficace maestro zen.
E ci aggiungo anche un maestro purple. Un maestro buono.
Vedi, alla fine della strada arrivi sempre e prima tu.
Al fischio di fine partita vinci sempre tu.
Ma fa nulla. Va bene così.
Allora diciamo che è questione di karma.
Imparare lezioni da un gatto, dalla vita, dagli altri, dalle occasioni.
È tutta questione di karma.

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Career

Perché scrivere può farti ottenere un lavoro migliore e fare carriera (ma in modo diverso da quanto si dice in giro)

Scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

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Sono le 6 del mattino e sono qui alla mia scrivania. Una tazza di caffè (una tazzina non basta), una sigaretta ancora da accendere (ma un giorno smetto), le mani proiettate verso la tastiera del pc. Uno sguardo al foglio bianco, uno al mare, uno a me stesso. Sono qui per scrivere.

Ancora una volta.

Sono ormai tre anni che è il mio appuntamento quotidiano, quelli bravi direbbero la mia morning routine. Uno dei pochi esempi di disciplina della mia vita. Ferrea. Da tre anni avrò saltato una ventina di appuntamenti.

Mi trovo qui anche a Natale e il primo dell’anno o quando c’è così caldo che anche il pc vorrebbe essere lasciato in pace.

Ciò che viene fuori finisce on line: su questo blog, su riviste on line, da altre parti. O rimane su una cartella che non guarderà nessuno, “bozze Davi”.

Ma non è questo il punto: ogni giorno sono qui, scrivo.

Ho iniziato per il motivo sbagliato

Quando ho iniziato a scrivere l’ho fatto per il motivo sbagliato. Uscivo da uno dei momenti più complicati di sempre. E avevo bisogno di soldi. Di vendere. E in giro, nel web, si diceva che scrivere poteva portare soldi.

Al grido di content marketing ho iniziato a scrivere per farmi vedere, conoscere e comprare.

La verità? Ha funzionato pochissimo.

Ho passato mesi scrivendo cose noiose scritte per persone tutto sommato noiose, persone che poi non leggevano mai ciò che avevo da dire.

Ho iniziato con la grinta di chi vuole ottenere qualcosa, ha bisogno di ottenere qualcosa, e mi sono ritrovato con l’incazzatura di chi qualcosa non l’ha ottenuta seppur altri dicevano avrebbe funzionato.

Mi sono fermato. Poi ho ripreso.

Ho iniziato a scrivere per come faccio adesso. Di quel che mi passa per la testa, di sfide, le mie e le tue, di progressi e insuccessi. Di vita.

Ha funzionato? Si ma diversamente da come si possa pensare.

Negli ultimi anni ho acquisito centinaia di clienti, sbloccato opportunità come bonus dei videogames degli anni ’90, incontrato e parlato con persone che parevano giocare a un livello diverso e superiore.

Chi vede la storia da fuori potrebbe dire che scrivere allora porta davvero clienti e soldi ma è il giudizio di chi non ne sa niente, legge la storia solo in teoria e sconosce la pratica.

La verità è che a funzionare è stato più scrivere per me che per gli altri. Più l’arte di comprarsi, scegliersi, ogni giorno, che quella di vendersi come fossimo al supermercato.

Scrivere per ritrovarsi

Perché scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

Ogni giorno sei il tizio che non vuole fare gli errori del giorno prima e vuole fare qualcosa di più. Il tizio che ricorda, perché sono lì su un foglio, i suoi obiettivi, i suoi valori, dove sta andando.

Scrivere funziona perché ti obbliga a diventare una persona migliore, non perché aiuta gli altri a pensare che tu sia migliore.

Occhio alla differenza.

Per chi frequenta con regolarità il mondo digitale ed avrà sentito parlare di inbound marketing o personal branding, è una differenza fondamentale.

Viene sempre detto che scrivere (o postare qualcosa, o fare un video, insomma creare e diffondere contenuti) ti faccia trovare ma è un messaggio sbagliato.

Parte dal presupposto che tu vada già bene così ma non è vero. Siamo tutti destinati a migliorare, provarci. Sfidarci e crescere ogni giorno. Se non lo facciamo cos’altro siamo impegnati a fare?

Quale altro potrebbe essere il gioco?

E quale potrebbe essere lo scopo?

Ecco, scopo, parola per me preziosa che ha molto a che fare con la scrittura. Scrivere è innanzitutto cercare il tuo scopo.

Te lo chiede il foglio bianco.

Non esiste il blocco dello scrittore, non in questo caso. Esiste il blocco della vita.

Quando non ti escono le parole non è un problema tecnico, la pratica c’entra pochissimo. È più probabile che tu sia semplicemente confuso.

Non sai dove stai andando e dove andare, non cosa scrivere.

E quel foglio ti obbliga ad alcune decisioni:

  • Ammetterlo
  • Cercare di capire e trovare una strada
  • Seguire una strada
  • Fermarsi (un altro giorno nel quale non sai cosa scrivere) e ragionare se la strada era quella giusta o vada ancora bene
  • Trovarne una nuova
  • Seguire la strada

Un giochino che non finisce mai e va bene così. La vita è cercare significato più che trovarlo.

Il Roi della Scrittura

La cosa che vorrei aver capito prima è che scrivere ha un roi di tipo particolare, poco lineare e anche poco inquadrabile per come siamo abituati a pensare.

È come chiedere “Qual è il Roi di tuo figlio? O di tua madre? O di essere una brava persona, provare ad essere una brava persona?”

Se penso ai miei due figli vedo un sacco di spese e sacrifici. Però posso giurare che mi abbiano fatto guadagnare un sacco di soldi che non avrei guadagnato diversamente.

Perché? Perché negli occhi di tuo figlio vedi il desiderio, l’obbligo, di essere una persona migliore.

Come vuoi quantificare un Roi di questo tipo?

Tutto ciò che vuoi raggiungere passa dalla crescita, non dalle tattiche

Quasi ogni giorno mi scrivono persone chiedendomi consigli su come iniziare a scrivere o lamentandosi per la mancanza di risultati: “Non mi legge nessuno!”, “Non mi chiama nessuno!”.

Spiazzati dal silenzio, sommersi dalle aspettative di raccogliere visualizzazioni e consensi.

Questo lungo pezzo serve come risposta: non riguarda gli altri, riguarda innanzitutto te.

Tutto ciò che si può immaginare, desiderare, del quale si ha bisogno (un lavoro, clienti, carriera) passa dal miglioramento di noi e non da quanto ci facciamo vedere in giro o da quanto ci facciamo vedere interessanti.

So che sembra una bestemmia in questo mondo digitale ma è quello in cui credo e che ho sperimentato. E quello che penso puoi sperimentare anche tu iniziando a scrivere.

Come diventare una persona migliore con la scrittura

Ci sono ampi studi che dimostrano l’impatto della scrittura sulle nostre vite, qui alcuni vantaggi che posso dire di aver sperimentato in prima persona.

Unire i puntini

Torniamo al foglio bianco e al blocco dello scrittore… può essere che non sai bene cosa vuoi?

Per trovare qualcosa devi sapere innanzitutto cosa. Vale per trovare un lavoro così come per trovare clienti o partire con un progetto imprenditoriale.

Superare il foglio bianco significa iniziare a comprendersi. E tutto si avvicina. Non nel senso che all’improvviso accade ma sarai comunque più vicino.

Mi piace parlare spesso di “unire i puntini”, cercare di trovare un senso al momento e ciò che stiamo facendo per uno nuovo, futuro e più buono.

Fare carriera

Penso che fare carriera significhi fare un salto di qualità e che un salto di qualità sia fattibile solo se c’è crescita e se questa crescita è lungo una strada sostenibile, dove sarai ancora stimolato ad andare avanti e crescere.

E come si può crescere se non fermandosi a riflettere, sperimentando, pensando. E leggendo.

Perché la prima regola è che per scrivere devi essere un lettore avido e attento.

O, ancora più importante, devi essere pronto ad addentrarti anche fuori da quello che pare sia il tuo territorio. La scrittura, scrivere, così come la vita, è innanzitutto contaminazione.

Relazioni

Trovare lavoro, clienti, fare carriera, riguardano sempre le relazioni. E scrivere è innanzitutto una crescita in questa direzione.

Quando ho iniziato a scrivere ero una persona rancorosa che ce l’aveva con il mondo e con quanto non mi era stato dato. Oggi mi piace pensare di esserlo un po’ meno.

Perché un foglio bianco ti mette davanti ai tuoi limiti e ti chiede di guardare un po’ più in là. Sapere che devi crescere significa anche che forse non lo devi avere ma lo potrai avere.

Un ottimismo razionale per il quale inizi ad accettare i tuoi limiti e abbandonarli allo stesso tempo, trattare gli altri senza mettere in mezzo le tue frustrazioni e il peso delle tue sfide. In altre parole: non è davvero sempre colpa degli altri!

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.Click To Tweet

Ti ricorda la cosa più importante

Ogni giorno quel foglio bianco mi ricorda una cosa che per anni avevo sottovalutato: è sempre un giorno nuovo. Non importa che tu abbia scritto cazzate il giorno prima, che non sia riuscito ad andare oltre due righe per tutta la settimana. Quel foglio bianco è uguale a quando hai fatto bene.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.Click To Tweet

Tornando dunque al titolo di questo pezzo: credi che una persona che si faccia domande, provi a crescere ogni giorno, trasformi la rabbia e le frustrazioni in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa, abbia o no più possibilità di trovare un lavoro o fare carriera?

 

Tra un anno ti auguro di aver iniziato oggi.

p.s. Se hai bisogno di un incoraggiamento, un consiglio o vuoi raccontarmi la tua esperienza, scrivimi su LinkedIn

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