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Rispondi alle domande importanti (quelle che non ti fa nessuno)

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Ci sono un paio di cose che ho imparato nell’ultimo mese, da quando ho pubblicato il mio libro. La più importante è che ho passato la maggior parte del tempo in attesa che le cose cambiassero, e avevo una precisa opinione su cosa avrebbe causato il cambiamento.

Ho imparato anche che la maggior parte delle persone ha lo stesso tipo di problema.

Negli ultimi 10 giorni ricevo messaggi pieni di affetto, oppure no, e in ognuno è presente questo genere di problema. “Come sta andando il libro?”

Vorrei chiedere “in che senso” ma so perfettamente cosa si intende con questa domanda. Il mio interlocutore, con affetto o meno, vuole sapere quanto sta vendendo, quanto non sta vendendo, e comprendere dunque se io sia felice o meno.

Ci sono persone che non hanno neanche letto il libro, che non hanno mai letto nulla di ciò che ho scritto negli anni (ed ho scritto qualcosina!), pronte a giudicare il successo e la felicità sui volumi di vendita. Con affetto o meno, non è questo il punto.

Il punto è che le vendite sono un ottimo indicatore ma un pessimo maestro, e soprattutto non hanno nulla a che fare con successo e felicità.

Anche se non hai scritto un libro, è probabile che tu riceva e faccia le stessa domande, continuamente.
Quanto guadagni? Quanto sta vendendo il tuo prodotto? Quanti viaggi hai fatto quest’anno? Quante persone pensano che hai successo?

Il problema è pensare che il successo, o qualunque cosa si intenda con questa parola, è determinato dagli altri, dal riconoscimento e dalle azioni degli altri.

Riguarda Te

Ed invece è prima di tutto una questione soggettiva, molto personale, intima.

“Il tuo valore non diminuisce in base all’incapacità di qualcuno di vedere il tuo valore.” (Anonimo)

Che poi è esattamente quel genere di problema che mi ha torturato per un sacco di tempo e probabilmente affligge ancora un sacco di persone.

Fare, aspettare, provare qualcosa in attesa del cambiamento, della svolta, e pensare che il cambiamento e la svolta coincida con un pubblico che ti dica “Ok adesso è buono!”
Aspettare che qualcuno si accorga di te, capisca quanto sei bravo, meritevole. Che ti diano il lavoro dei tuoi sogni, comprino il tuo libro, facciano la fila dietro la tua porta.

Pensare che il cambiamento, nella tua vita, sia dettato dagli altri, è una trappola triste e poco ambiziosa. Mi viene in mente una citazione di Pierre Teilhard de Chardin:

“Non siamo esseri umani che hanno un’esperienza spirituale; siamo esseri spirituali che hanno un’esperienza umana.”

Quanti libri hai venduto, quanto guadagni, quante persone credono che tu sia eccezionale è l’esperienza umana. Ma prima di tutto vi è il nostro essere spirituali.

Come ti senti con te stesso? Quanto credi in te stesso? Sei felice di dove stai andando? Ti stai davvero godendo il viaggio?

Queste domande è probabile che non te le faccia nessuno. Fa niente.
L’importante è provare a darvi risposta.

Scrittore semplice | Autore di "Pixel in crisi" | Co-Founder Purple&People. Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Career

Quando fai tutto bene e non funziona… dov’è l’errore? E cosa fare?

Il punto è che per quanto possiamo essere orgogliosi e suscettibili, la maggior parte delle volte accetteremmo di buon grado qualcuno che ci dica che sbagliamo. Che ci indichi un errore grossolano. Un errore che ci faccia sentire degli imbecilli ma che al tempo stesso suggerisca la soluzione.

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Sbaglio qualcosa?

No.

E allora?

Nel mio lavoro di consulenza è la domanda alla quale ho dovuto rispondere più spesso.

Una domanda con la quale avevo già avuto a che fare nella mia vita e con la quale, in un certo senso, continuo a confrontarmi ogni santo giorno.

Il punto è che per quanto possiamo essere orgogliosi e suscettibili, la maggior parte delle volte accetteremmo di buon grado qualcuno che ci dica che sbagliamo. Che ci indichi un errore grossolano.

Un errore che ci faccia sentire degli imbecilli ma che al tempo stesso suggerisca la soluzione.

“Ok non funzionava perché non c’era la presa attaccata, attacco la spina e funzionerà”.

Ecco questo genere di cose è maledettamente rassicurante. Solo che non sempre è questo genere di situazione.

Soprattutto nella vita e nella vita di chi si è dato un obiettivo ambizioso, una strada da seguire verso una meta… specie se la meta e la strada sono del tipo “cose non convenzionali”.

La grande sfida

Quando fai tutto bene, o così pare, e non funziona è un inferno personale. Un sentiero apparentemente lineare dove pare non ci sia mai un arrivo. E dove il vento che tira è quello peggiore: la pressione.

La pressione di chi accanto a te inizia a dire “te l’avevo detto” e pare abbia ragione.

La pressione data dalla stanchezza, dai piedi che iniziano a farti male… che poi, fuor di metafora, stiamo parlando di fattori molto concreti come affitto, mutuo, bollette, cosa mangiare e cosa dare da mangiare ai tuoi figli.

La pressione che ti metti tu, quella della peggiore specie. Quella vocina interiore che ti mette davanti solo i risultati (del momento) e ti fa dire “sono un coglione”.

Pressione.

Quando pare stai facendo tutto bene, quando sei sicuro di seguire la tua strada, il tuo scopo, e le cose non girano, la pressione è massima. Della peggiore specie.

Piaccia o no. Molte volte no. Ma è così.

E dunque che fare?

Quando la pressione è di questo tipo qui, quando la domanda è di questo tipo qui, la mia risposta è stata sempre la stessa: tempo.

Questione di tempo.

Ma non tempo come aggiustatore di tutto ma come giudice della tua capacità, forza e anche della correttezza della tua strada.

Solo che dire “tempo” è una risposta ancora peggiore del dire “non sbagli niente”.

Perché significa che l’antibiotico non c’è, il vaccino non è ancora stato inventato. Come se stessi percorrendo una strada senza indicazioni e senza navigatore e saprai se la strada è giusta solo una volta arrivato.

Non nascondo di essermi odiato per aver dato questa risposta, a me e agli altri. Però un’altra risposta non c’è.

Problemi da eroi

L’altra immagine che mi viene in mente, per rispondere, è quella dell’eroe. Secondo gli archetipi è il tizio che si mette in viaggio accompagnato dalla pressione e dalle avversità.

Quello che le cose stavano andando da favola e poi precipitano, si ingarbugliano a tal punto da sembrare senza scioglimento.

Ma un’altra caratteristica comune è quella del dubbio.

Il suo, l’eroe che inizia a dubitare della propria forza. Il dubbio, il pregiudizio, i risolini della gente e il coro “te l’avevo detto”.

Reali e non, gli eroi vivono queste situazioni qua: hanno riso di Galileo come di Reed Hastings (fondatore di Netflix), della Rowling (ideatrice di Harry Potter)…

Hanno riso di me e di te.

Anche questa è pressione, della peggiore specie. Ma gli eroi vanno avanti e sanno che le idee, e le strade, sono come le viti: necessitano di almeno un po’ di resistenza.

Se inizi a girare e incontri resistenza, e ti fermi…non saprai mai se avrebbe funzionato. E con il senno di chi sa come funziona la dinamica è qualcosa di sciocco.

Provare che sia la strada giusta oppure no

Dunque, dopo tante parole, siamo ancora qua: c’è da provare e ci vuole tempo. Possibile non ci sia di qualcosa di più accettabile e sensato? Possibile non ci sia qualche idea più razionale?

Penso che c’è. Non cambia di molto il senso, ma penso che c’è.

Mi vengono in mente ancora alcuni esempi.

Il primo è un tavolo verde.

Anno 2010. Matt Affleck affronta Jonathan Duhamel al tavolo finale delle WSOP 2010. Il vincitore prenderà la discreta somma di 8,5 milioni di dollari.

Affleck spizzica le sue carte: due assi benedetti. Il suo avversario, lui non può chiaramente saperlo, ha invece una coppia di J.

Rilancio, contro rilancio, all in.

Manca una carta.

Affleck ha il 79% di probabilità di vincere il piatto. 79 volte su 100.

Jonathan Duhamel ha un misero 21%. 21 volte su 100 vince lui.

E così accade.

La vita è ingiusta. Sfortuna. Anzi no.

A leggere bene, il 79% sta a indicare non solo quanto è probabile la vittoria ma anche quanto lo è la sconfitta. C’è quel 21% che in confronto pare rarissimo ma non lo è.

C’è che 21 volte su 100 perdi la mano.

Ogni tanto succede. 21 volte su 100 va così.

Cosa voglio dire?

Dimentichiamo la posta in gioco, per il discorso non è così rilevante. Ciò che conta è che per vincere, per incassare, anche quando fai tutto giusto, anche quando le probabilità sono dalla tua, bisogna insistere, andare avanti, avere il tempo e altre cose che ti permettono di andare avanti.

Per chi non è abile con il gioco del poker, c’è un esempio ancora più semplice.

Testa o croce?

La statistica dice che 50 volte vinci e 50 volte perdi. Ma dice anche altro.

Dice che succede su un campione di 100 lanci. A volte ci vuole di più per avere valori nella norma.

Se hai scelto testa e lanci 30 volte le puoi perdere tutte. Se ti fermi, ti sei fermato poco prima di ottenere la tua dose di “fortuna”, o giustizia.

Torniamo sempre lì: ci vuole tempo. Ma non perché il tempo aggiusta miracolosamente tutto ma perché scientificamente succede così.

Può essere il tempo per farti conoscere e riconoscere, il tempo per fare percepire il tuo cambiamento, il tempo perché cambino e si consolidino certe dinamiche.

La varianza della vita

In statistica questo concetto si chiama varianza, nella vita si chiama invece… vita.

Per andare avanti sulla tua strada, quando fai bene o quando senti che la strada è la tua, ci vogliono alcune cose precise. Direi due su tutte.

Una è la passione. Come dice Sebastiano Zanolli, “La passione serve quando le cose si fanno serie…mica negli hobby”.

Senza passione non reggi le critiche che ti fanno gli altri, e quelle che ti fai tu.

Non riesci ad incassare le sconfitte una dietro l’altra.

Poi serve quella che mi piace chiamare sostenibilità.

Torniamo al discorso delle monetine. Se si scommette un centesimo ogni lancio, devi avere 100 centesimi per affrontare il gioco. Altrimenti se le prime volte esce croce, e tu avevi scelto testa, non puoi aspettare che la fortuna, o la giustizia, pareggi il conto.

Come quando si apre un’impresa… devi mettere in conto il periodo di startup e più uscite che entrate.

Se stai lanciando la tua idea, devi sapere come campare sino a quando non si palesi che è davvero giusta.

Ma non è mica solo questione di soldi.

La sostenibilità è soprattutto qualcosa di intimo.

Immaginiamo ti diano 1.000.000 di euro per correre ogni giorno 20 o 30 km. Ma ti pagano solo al trentesimo giorno.

Non ha senso spaccarsi le gambe se al quinto giorno sarai fermo a letto…

Conosco persone che hanno sacrificato i loro valori per denaro o per una presunta tranquillità. Ma presto o tardi si svegliano stanchi, non si ritrovano più, non hanno l’energia per correre e andare avanti.

Un po’ il discorso che faccio sempre a proposito del Personal Branding. Non ha senso creare un’immagine che non è la tua, che non senti tua. Anche se il mercato pare apprezzarla e anche se in un primo momento ti pagherà per quello, prima o poi ti svegli e non ti ritrovi più.

È sostenibile? Se non è sostenibile allora non va bene.

La scommessa più difficile e come affrontarla

Adesso dico un ultima cosa che un senso pare ce l’abbia poco. Le scommesse importanti, quelle della vita, quelle in cui punti su di te, hanno poco di razionale.

Non hanno i valori oggettivi come una scommessa alla Snai o su un tavolo da gioco.

Difficilmente sai se hai il 79% di probabilità o solo l’1%.

La quotazione la dai tu.

Spesso è un vero e proprio atto di fede.

Sapere che puoi perdere, che tu parta in vantaggio oppure no.

Ma sapere anche che non potresti fare altrimenti. Perché è troppo importante.

Perché alla fine, per dirla con Hugo: Non è perdere, non è morire che è spaventoso. La cosa peggiore è non vivere davvero.

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Career

Ipocrisia, verità e potenza del “c’è chi sta peggio”

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose. Fare qualcosa, davvero.

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Mi è passata davanti la foto di un vecchietto, avrà avuto un centinaio di anni o anche più. E invece non è vero: è un ragazzino di ventitré anni. Si chiama Sammy e si è appena laureato in Fisica, 110 con lode. Soffre di una malattia nota come sindrome da invecchiamento precoce.

Il termine scientifico pare sia Progeria. Uno di quei termini che per il mondo non significa niente. Una di quelle parole che non incontriamo per strada, non fa parte della nostra strada, e non ci serve mica.

Però se vedi una foto di un vecchietto e scopri che è un ragazzo… salti dalla sedia. E vorresti applaudire.
Quasi sempre lo fai. L’appeal di storie del genere è scontato.

Siamo buoni? No.
Fossimo buoni non avremmo bisogno di un post su Twitter per conoscere Sammy, la Progeria ed un’altra sfilza di parole e persone “più sfortunate di noi”.
Forse siamo davvero buonisti. O forse siamo semplicemente umani. Non fatti male o bene, fatti così.

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose.

Dire ad alta voce “Sinceramente non ne sapevo un cazzo, non me ne fotte un cazzo e la mia vita continua…” sia un atto di coraggio e grande rispetto. Per noi e loro.

Il punto di partenza per fare qualcosa. Per noi e loro, per NOI.
Quando scopri certe storie, e ce ne sono tante e di ogni genere, puoi fare solo un paio di cose:
Essere sincero.
Fare qualcosa.
Fare qualcosa.

Dell’essere sincero ne ho già parlato. Del fare qualcosa (a) significa aprire il portafogli e sostenere una ricerca o un progetto umanitario, o aiutare in qualche modo se lo puoi fare.
(Anche questo potrebbe però essere lavarsi la coscienza per sentirsi meglio noi!)

E poi c’è il fare qualcosa, variante b. Schifosamente egoistica come soluzione ma forse anche giusta.

Smettere di lamentarsi per niente. Smettere di mettersi nella cerchia degli sfortunati quando non lo siamo.
Ok ti fa male la schiena, devi seguire una dieta, non hai le curve giuste. Ok, il tuo lavoro fa schifo. Ok, hai scelto una svolta e sei fermo al palo…
Ok. Ok tutto.
Dunque?
C’è chi sta peggio di noi. Davvero. E non si lamenta. E va avanti.
Ecco, un segno di umanità è anche rispettare ciò che abbiamo e non abbiamo. Essere schifosamente sinceri da godersi la fortuna sfacciata che quasi sempre abbiamo.
Ok il tuo lavoro fa schifo…
E allora?
Cambia. Vai avanti. Non ti accontentare. Quasi sempre puoi, puoi scegliere, puoi scrivere la tua storia.

E se poi succede che qualcosa non va nel senso desiderato?
Fa niente. Anzi, metti già in conto che succederà, che andrà così.
Poi riparti e si ricomincia, la chiamano vita.
E noi fortunati e privilegiati abbiamo non solo il diritto ma soprattutto il dovere di viverla, pienamente. Rischiando e raschiando ogni emozione possibile.

Perché quando vedi un ragazzino come Sammy puoi fare solo questo. Ringraziarlo. E ringraziare Dio o chiunque tu voglia considerare responsabile di trovarti qui e così.

Quando vedi un vecchietto di soli 23 anni pieno di entusiasmo, puoi fare solo questo.
Sentirti schifosamente in colpa di tutte le tue paure e le tue seghe mentali.
Ad essere sinceri penso dovrebbe andare così.

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Me-time

Con un gatto a scuola, sarebbe stato tutto più facile (e felice)

Un gatto in posizione yoga, sopra la cattedra, a fare lezione. Assurdo ma sarebbe stato tutto più facile, e felice.

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“Non ho mai tanto amato la scuola”.
Open che mi guarda sempre con il suo fare da “caxxo me ne frega a me umano”.
Vabbè lascio perdere l’ennesima ed improbabile conversazione.
A volte pare tempo buttato. So che non è così.

E allora penso che forse se in cattedra ci fosse stato un gatto ci sarei andata decisamente più felice a scuola, con più leggerezza e più volontà di uscirne con qualcosa molto più di valore tra le mani, di un diploma o simile.
Già. Un gatto in cattedra.
Immagino la scena.

Tipo studenti che si siedono ai loro posti e… sopra la cattedra tu, Open, in posizioni yoga – che nemmeno uno jogy indiano riuscirebbe a fare – che ti stai dedicando all’ennesimo lavaggio di pelo, zampe, muso, occhi, orecchie ecc.
(“Non vorrei dire, ma è il quarto o quinto da quando ti sei svegliato”.
Non mi calcoli. Sei impegnato nelle tue faccende come al solito).

E penso che non te ne frega un caxxo se gli studenti sono in orario o in ritardo.
Se sono arrivati prima o dopo il suono della campanella.
Già, non te ne frega nulla.
Tu sai bene che ciascuno ha i suoi tempi, i suoi ritmi, il proprio modo di arrivare nella vita.
E così mi immagino tra gli studenti.
Stupore, forse poi un po’ di rabbia ed infine il pensiero di una grande presa per il culo.
Già. Un gatto al posto del prof di turno, che stupidaggine colossale.

Invece Open, se a scuola ci fossi stato tu, mi avresti insegnato molto più di libri e professori.
Avresti girovagato tra i banchi osservando ogni dettaglio, mettendo subito in chiaro che niente si dà mai per niente. No, non quel dare che è un dovere. Quel dare che è spinto dalla gratuità che poi in modalità diverse, sconosciute e tempistiche ignote ritorna sempre indietro… nel bene si spera.
A volte nel male (ma qui la colpa è solo mia, nostra).
Già, noi umani.
“È il karma” mi fai capire.
“Vabbè dai ti do retta”.
E karma sia allora.

Avresti barattato lezioni pseudo serie con ritorno di crocchette e cibi vari.
Questo per dire che condividere è sempre decisamente più importante che dividere.

Ancora. Avresti fatto lezione giocando. Perché in fondo io umano (noi!) mi sono un po’___0 dimenticato che si impara meglio quando si gioca e ci si diverte. Ancora meglio se insieme ad altri. E mi avresti fatto capire che se ho davanti a me dei mattoncini lego e ci costruisco che so una torre, un castello… bhè ci vuole solo una leggera spinta per far cadere tutto, per distruggere quello che con fatica ho costruito.
E che ci devo pensare bene prima di.
E che le voci fuori campo le devo ascoltare ma solo un po’.
E che poi ad un certo punto devo seguire il mio istinto. Devo agire.
E questo vale sia nel gioco come nella vita.
Un istante per distruggere. Una vita per costruire o ricostruire.
Che poi il difficile, la sfida sta nel costruire.
E che è sempre possibile trovare il come, trovare un modo.
E che insieme si fa meglio. Si fa prima.
E che insieme la vita è molto più leggera.
E che esserci è sempre più importante che dire di esserci.

Dalla cattedra mi avresti fatto capire con il tuo atteggiamento “da sua maestà il gatto” che è importante essere il migliore.
No, non migliore degli altri.
Il migliore per sé stessi.
Il migliore per riuscire a cavarsela sempre in mezzo alle curve della vita e alle sbandate di testa e cuore.
Quella miglior versione che tutti celiamo da qualche parte. Dentro.
Forse nell’anima.
Vale per te. Vale per me. Vale per tutti.
E che essere migliore non significa rendere peggiori gli altri. Mai.

Mi avresti mandato a casa ogni giorno con lo zaino vuoto.
Un po’ perché avresti malridotto libri di testo, pagine e parole.
Un po’ perché sai che a fine giornata lo zaino va sempre svuotato.
Va reso leggero. Va ripulito. Cestinando tutto quello che necessario non è.
Un po’ come i cassetti dei sogni e delle passioni.
Ogni tanto vanno aperti.
Ogni tanto vanno liberati.
Saresti stato un insolito ma efficace maestro zen.
E ci aggiungo anche un maestro purple. Un maestro buono.
Vedi, alla fine della strada arrivi sempre e prima tu.
Al fischio di fine partita vinci sempre tu.
Ma fa nulla. Va bene così.
Allora diciamo che è questione di karma.
Imparare lezioni da un gatto, dalla vita, dagli altri, dalle occasioni.
È tutta questione di karma.

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