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Crescere

5 cose alle quali pensare per valorizzare il tuo lavoro (e venderlo bene)

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Domenica mattina, sveglia presto, colazione, giro on line in cerca di news, idee ed altre cose interessanti. Il pomeriggio è dedicato alla famiglia ma le prime ore sono dedicate ancora al lavoro. Un “lavoro” diverso da quanto avviene durante la settimana ma pur sempre “lavoro”.

Mi arriva una mail da un cliente. Si scusa. È domenica, lo sa anche lui. Ha un problema.
Deve presentare un prodotto ed il suo discorso pare tutto sbagliato.
“Puoi aiutarmi?”
È un testo breve, non è complicato.

Apro la mail, leggo, riscrivo.
Suona bene (non “Intelligente” dunque bene), invio al cliente.
“Fantastico…sei grande!”

Ok ho fatto una buona azione, mi sono beccato un complimento sincero, ho rafforzato il legame con un buon cliente (persona per bene che paga per bene). Ma non è questo il punto.
Il punto è che anche se ci metti una vita, anche se pare non esista, il lavoro giusto per te esiste.
Si tratta solo di trovarlo. E più spesso si tratta solo di ammetterlo.

Il punto è questo: siamo continuamente alla ricerca di “magia” ma la magia è semplicemente riuscire in ciò che sai fare.
Non c’è quasi mai da cercare il settore più redditizio o la “Mucca viola” a tutti i costi.
Quasi sempre sei già una mucca viola se solo la smettessi di sottovalutarti.

Se solo la smettessi di pensare che:

  • Gli altri sono più bravi
  • Lo fanno tutti
  • Ci vuole un attimo
  • Non è niente di grandioso
  • Non ci sarà nessuno disposto a pagarti

La realtà, se si guarda bene a come funziona il mondo, è ben diversa.

Qui ci sono 5 considerazioni che mi hanno permesso di dare una svolta e sottopongo quando qualcuno che inizia ( e si vuole presentare/raccontare) si rivolge a me.

1) Gli altri non lo sanno fare
Per lungo tempo ho pensato di non avere nulla di speciale ma poi ho capito che qualcosa avevo: non ho paura del foglio bianco e semmai è lui a temere me!
Ho scritto più di 300 articoli (più di 100 sono questo blog), altrettanti per i miei clienti, migliaia di post brevi sparsi sui social. Per un cliente ho scritto un libro di 30000 parole (insomma un libro) in un week end.
Non sempre scrivo cose memorabili, non sempre sono “ortodosso” con forma e punteggiatura (ma esistono gli editor!) ma scrivo.
Gli altri? Non tutti ci riescono.

2) Gli altri non lo fanno
Oppure lo sanno fare. Un mio cliente mi manda una sintesi di ciò che vorrebbe raccontare ogni settimana. Mi fa incazzare da morire!
Ho quasi sempre l’impressione che scriverò qualcosa di peggio di ciò che ha pensato. Scrive maledettamente bene.
Però: fa più soldi a fare il suo lavoro.
Ben per me.

3) Gli altri non lo raccontano (promuovono)
Piaccia o no, il talento è solo parte della storia. Molto è dato dal promuoversi (non intendo rompere le palle a tutti), dall’essere visibili, conosciuti e riconosciuti.
Ci sono migliaia di persone più brave, attente, precise di me.
Io però sono più visibile di molti.
Bene per me.

4) Gli altri non sono disposti a rischiare
Collegato al punto precedente: gli altri non rischiano.
Ecco un altro punto magico: chi ha paura di esporsi vive sempre a metà, non solo lavorativamente parlando.
Mai come oggi bisogna avere quel pizzico di incoscienza nell’esporsi, nel raccontarsi, nel fare cose nuove, nel fare cose che ci mettono a disagio.
Chaplin parlava di noi ed ora:

Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un’opera di teatro, ma non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca priva di applausi.

5) Gli altri non sono TE
Ed infine c’è un particolare, una minuzia, un dettaglio sottovalutato: gli altri non sono te.
Tu sei più del tuo lavoro, della tua bravura, della tua visibilità.

Sei il modo di fare, le tue idee, il tuo viso, il tuo cuore, le tue emozioni, la tua voce, il tuo chiudere il telefono, il tuo gruppo di amici, il tuo gruppo di nemici…un sacco di cose.

E gli altri? Beh gli altri sono proprio come te.
Non si sceglie sempre il migliore, il più vicino, il più economico.

La maggior parte delle scelte sono irrazionali ed umane: si sceglie chi ci somiglia, chi ci entusiasma, chi ci dà attenzione, chi ci vuole bene e fare stare bene.
Nella vita ma anche nel lavoro.

Ci sono un sacco di persone che possono batterti per talento, per prezzi, per visibilità…
Ma gli altri…beh gli altri non sono te.

Ricordati cosa sai fare. Ricordati chi sei.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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