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5 cose alle quali pensare per valorizzare il tuo lavoro (e venderlo bene)

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Domenica mattina, sveglia presto, colazione, giro on line in cerca di news, idee ed altre cose interessanti. Il pomeriggio è dedicato alla famiglia ma le prime ore sono dedicate ancora al lavoro. Un “lavoro” diverso da quanto avviene durante la settimana ma pur sempre “lavoro”.

Mi arriva una mail da un cliente. Si scusa. È domenica, lo sa anche lui. Ha un problema.
Deve presentare un prodotto ed il suo discorso pare tutto sbagliato.
“Puoi aiutarmi?”
È un testo breve, non è complicato.

Apro la mail, leggo, riscrivo.
Suona bene (non “Intelligente” dunque bene), invio al cliente.
“Fantastico…sei grande!”

Ok ho fatto una buona azione, mi sono beccato un complimento sincero, ho rafforzato il legame con un buon cliente (persona per bene che paga per bene). Ma non è questo il punto.
Il punto è che anche se ci metti una vita, anche se pare non esista, il lavoro giusto per te esiste.
Si tratta solo di trovarlo. E più spesso si tratta solo di ammetterlo.

Il punto è questo: siamo continuamente alla ricerca di “magia” ma la magia è semplicemente riuscire in ciò che sai fare.
Non c’è quasi mai da cercare il settore più redditizio o la “Mucca viola” a tutti i costi.
Quasi sempre sei già una mucca viola se solo la smettessi di sottovalutarti.

Se solo la smettessi di pensare che:

  • Gli altri sono più bravi
  • Lo fanno tutti
  • Ci vuole un attimo
  • Non è niente di grandioso
  • Non ci sarà nessuno disposto a pagarti

La realtà, se si guarda bene a come funziona il mondo, è ben diversa.

Qui ci sono 5 considerazioni che mi hanno permesso di dare una svolta e sottopongo quando qualcuno che inizia ( e si vuole presentare/raccontare) si rivolge a me.

1) Gli altri non lo sanno fare
Per lungo tempo ho pensato di non avere nulla di speciale ma poi ho capito che qualcosa avevo: non ho paura del foglio bianco e semmai è lui a temere me!
Ho scritto più di 300 articoli (più di 100 sono questo blog), altrettanti per i miei clienti, migliaia di post brevi sparsi sui social. Per un cliente ho scritto un libro di 30000 parole (insomma un libro) in un week end.
Non sempre scrivo cose memorabili, non sempre sono “ortodosso” con forma e punteggiatura (ma esistono gli editor!) ma scrivo.
Gli altri? Non tutti ci riescono.

2) Gli altri non lo fanno
Oppure lo sanno fare. Un mio cliente mi manda una sintesi di ciò che vorrebbe raccontare ogni settimana. Mi fa incazzare da morire!
Ho quasi sempre l’impressione che scriverò qualcosa di peggio di ciò che ha pensato. Scrive maledettamente bene.
Però: fa più soldi a fare il suo lavoro.
Ben per me.

3) Gli altri non lo raccontano (promuovono)
Piaccia o no, il talento è solo parte della storia. Molto è dato dal promuoversi (non intendo rompere le palle a tutti), dall’essere visibili, conosciuti e riconosciuti.
Ci sono migliaia di persone più brave, attente, precise di me.
Io però sono più visibile di molti.
Bene per me.

4) Gli altri non sono disposti a rischiare
Collegato al punto precedente: gli altri non rischiano.
Ecco un altro punto magico: chi ha paura di esporsi vive sempre a metà, non solo lavorativamente parlando.
Mai come oggi bisogna avere quel pizzico di incoscienza nell’esporsi, nel raccontarsi, nel fare cose nuove, nel fare cose che ci mettono a disagio.
Chaplin parlava di noi ed ora:

Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei! Quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un’opera di teatro, ma non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca priva di applausi.

5) Gli altri non sono TE
Ed infine c’è un particolare, una minuzia, un dettaglio sottovalutato: gli altri non sono te.
Tu sei più del tuo lavoro, della tua bravura, della tua visibilità.

Sei il modo di fare, le tue idee, il tuo viso, il tuo cuore, le tue emozioni, la tua voce, il tuo chiudere il telefono, il tuo gruppo di amici, il tuo gruppo di nemici…un sacco di cose.

E gli altri? Beh gli altri sono proprio come te.
Non si sceglie sempre il migliore, il più vicino, il più economico.

La maggior parte delle scelte sono irrazionali ed umane: si sceglie chi ci somiglia, chi ci entusiasma, chi ci dà attenzione, chi ci vuole bene e fare stare bene.
Nella vita ma anche nel lavoro.

Ci sono un sacco di persone che possono batterti per talento, per prezzi, per visibilità…
Ma gli altri…beh gli altri non sono te.

Ricordati cosa sai fare. Ricordati chi sei.

Scrittore semplice | Autore di "Pixel in crisi" | Co-Founder Purple&People. Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Quando fai tutto bene e non funziona… dov’è l’errore? E cosa fare?

Il punto è che per quanto possiamo essere orgogliosi e suscettibili, la maggior parte delle volte accetteremmo di buon grado qualcuno che ci dica che sbagliamo. Che ci indichi un errore grossolano. Un errore che ci faccia sentire degli imbecilli ma che al tempo stesso suggerisca la soluzione.

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Sbaglio qualcosa?

No.

E allora?

Nel mio lavoro di consulenza è la domanda alla quale ho dovuto rispondere più spesso.

Una domanda con la quale avevo già avuto a che fare nella mia vita e con la quale, in un certo senso, continuo a confrontarmi ogni santo giorno.

Il punto è che per quanto possiamo essere orgogliosi e suscettibili, la maggior parte delle volte accetteremmo di buon grado qualcuno che ci dica che sbagliamo. Che ci indichi un errore grossolano.

Un errore che ci faccia sentire degli imbecilli ma che al tempo stesso suggerisca la soluzione.

“Ok non funzionava perché non c’era la presa attaccata, attacco la spina e funzionerà”.

Ecco questo genere di cose è maledettamente rassicurante. Solo che non sempre è questo genere di situazione.

Soprattutto nella vita e nella vita di chi si è dato un obiettivo ambizioso, una strada da seguire verso una meta… specie se la meta e la strada sono del tipo “cose non convenzionali”.

La grande sfida

Quando fai tutto bene, o così pare, e non funziona è un inferno personale. Un sentiero apparentemente lineare dove pare non ci sia mai un arrivo. E dove il vento che tira è quello peggiore: la pressione.

La pressione di chi accanto a te inizia a dire “te l’avevo detto” e pare abbia ragione.

La pressione data dalla stanchezza, dai piedi che iniziano a farti male… che poi, fuor di metafora, stiamo parlando di fattori molto concreti come affitto, mutuo, bollette, cosa mangiare e cosa dare da mangiare ai tuoi figli.

La pressione che ti metti tu, quella della peggiore specie. Quella vocina interiore che ti mette davanti solo i risultati (del momento) e ti fa dire “sono un coglione”.

Pressione.

Quando pare stai facendo tutto bene, quando sei sicuro di seguire la tua strada, il tuo scopo, e le cose non girano, la pressione è massima. Della peggiore specie.

Piaccia o no. Molte volte no. Ma è così.

E dunque che fare?

Quando la pressione è di questo tipo qui, quando la domanda è di questo tipo qui, la mia risposta è stata sempre la stessa: tempo.

Questione di tempo.

Ma non tempo come aggiustatore di tutto ma come giudice della tua capacità, forza e anche della correttezza della tua strada.

Solo che dire “tempo” è una risposta ancora peggiore del dire “non sbagli niente”.

Perché significa che l’antibiotico non c’è, il vaccino non è ancora stato inventato. Come se stessi percorrendo una strada senza indicazioni e senza navigatore e saprai se la strada è giusta solo una volta arrivato.

Non nascondo di essermi odiato per aver dato questa risposta, a me e agli altri. Però un’altra risposta non c’è.

Problemi da eroi

L’altra immagine che mi viene in mente, per rispondere, è quella dell’eroe. Secondo gli archetipi è il tizio che si mette in viaggio accompagnato dalla pressione e dalle avversità.

Quello che le cose stavano andando da favola e poi precipitano, si ingarbugliano a tal punto da sembrare senza scioglimento.

Ma un’altra caratteristica comune è quella del dubbio.

Il suo, l’eroe che inizia a dubitare della propria forza. Il dubbio, il pregiudizio, i risolini della gente e il coro “te l’avevo detto”.

Reali e non, gli eroi vivono queste situazioni qua: hanno riso di Galileo come di Reed Hastings (fondatore di Netflix), della Rowling (ideatrice di Harry Potter)…

Hanno riso di me e di te.

Anche questa è pressione, della peggiore specie. Ma gli eroi vanno avanti e sanno che le idee, e le strade, sono come le viti: necessitano di almeno un po’ di resistenza.

Se inizi a girare e incontri resistenza, e ti fermi…non saprai mai se avrebbe funzionato. E con il senno di chi sa come funziona la dinamica è qualcosa di sciocco.

Provare che sia la strada giusta oppure no

Dunque, dopo tante parole, siamo ancora qua: c’è da provare e ci vuole tempo. Possibile non ci sia di qualcosa di più accettabile e sensato? Possibile non ci sia qualche idea più razionale?

Penso che c’è. Non cambia di molto il senso, ma penso che c’è.

Mi vengono in mente ancora alcuni esempi.

Il primo è un tavolo verde.

Anno 2010. Matt Affleck affronta Jonathan Duhamel al tavolo finale delle WSOP 2010. Il vincitore prenderà la discreta somma di 8,5 milioni di dollari.

Affleck spizzica le sue carte: due assi benedetti. Il suo avversario, lui non può chiaramente saperlo, ha invece una coppia di J.

Rilancio, contro rilancio, all in.

Manca una carta.

Affleck ha il 79% di probabilità di vincere il piatto. 79 volte su 100.

Jonathan Duhamel ha un misero 21%. 21 volte su 100 vince lui.

E così accade.

La vita è ingiusta. Sfortuna. Anzi no.

A leggere bene, il 79% sta a indicare non solo quanto è probabile la vittoria ma anche quanto lo è la sconfitta. C’è quel 21% che in confronto pare rarissimo ma non lo è.

C’è che 21 volte su 100 perdi la mano.

Ogni tanto succede. 21 volte su 100 va così.

Cosa voglio dire?

Dimentichiamo la posta in gioco, per il discorso non è così rilevante. Ciò che conta è che per vincere, per incassare, anche quando fai tutto giusto, anche quando le probabilità sono dalla tua, bisogna insistere, andare avanti, avere il tempo e altre cose che ti permettono di andare avanti.

Per chi non è abile con il gioco del poker, c’è un esempio ancora più semplice.

Testa o croce?

La statistica dice che 50 volte vinci e 50 volte perdi. Ma dice anche altro.

Dice che succede su un campione di 100 lanci. A volte ci vuole di più per avere valori nella norma.

Se hai scelto testa e lanci 30 volte le puoi perdere tutte. Se ti fermi, ti sei fermato poco prima di ottenere la tua dose di “fortuna”, o giustizia.

Torniamo sempre lì: ci vuole tempo. Ma non perché il tempo aggiusta miracolosamente tutto ma perché scientificamente succede così.

Può essere il tempo per farti conoscere e riconoscere, il tempo per fare percepire il tuo cambiamento, il tempo perché cambino e si consolidino certe dinamiche.

La varianza della vita

In statistica questo concetto si chiama varianza, nella vita si chiama invece… vita.

Per andare avanti sulla tua strada, quando fai bene o quando senti che la strada è la tua, ci vogliono alcune cose precise. Direi due su tutte.

Una è la passione. Come dice Sebastiano Zanolli, “La passione serve quando le cose si fanno serie…mica negli hobby”.

Senza passione non reggi le critiche che ti fanno gli altri, e quelle che ti fai tu.

Non riesci ad incassare le sconfitte una dietro l’altra.

Poi serve quella che mi piace chiamare sostenibilità.

Torniamo al discorso delle monetine. Se si scommette un centesimo ogni lancio, devi avere 100 centesimi per affrontare il gioco. Altrimenti se le prime volte esce croce, e tu avevi scelto testa, non puoi aspettare che la fortuna, o la giustizia, pareggi il conto.

Come quando si apre un’impresa… devi mettere in conto il periodo di startup e più uscite che entrate.

Se stai lanciando la tua idea, devi sapere come campare sino a quando non si palesi che è davvero giusta.

Ma non è mica solo questione di soldi.

La sostenibilità è soprattutto qualcosa di intimo.

Immaginiamo ti diano 1.000.000 di euro per correre ogni giorno 20 o 30 km. Ma ti pagano solo al trentesimo giorno.

Non ha senso spaccarsi le gambe se al quinto giorno sarai fermo a letto…

Conosco persone che hanno sacrificato i loro valori per denaro o per una presunta tranquillità. Ma presto o tardi si svegliano stanchi, non si ritrovano più, non hanno l’energia per correre e andare avanti.

Un po’ il discorso che faccio sempre a proposito del Personal Branding. Non ha senso creare un’immagine che non è la tua, che non senti tua. Anche se il mercato pare apprezzarla e anche se in un primo momento ti pagherà per quello, prima o poi ti svegli e non ti ritrovi più.

È sostenibile? Se non è sostenibile allora non va bene.

La scommessa più difficile e come affrontarla

Adesso dico un ultima cosa che un senso pare ce l’abbia poco. Le scommesse importanti, quelle della vita, quelle in cui punti su di te, hanno poco di razionale.

Non hanno i valori oggettivi come una scommessa alla Snai o su un tavolo da gioco.

Difficilmente sai se hai il 79% di probabilità o solo l’1%.

La quotazione la dai tu.

Spesso è un vero e proprio atto di fede.

Sapere che puoi perdere, che tu parta in vantaggio oppure no.

Ma sapere anche che non potresti fare altrimenti. Perché è troppo importante.

Perché alla fine, per dirla con Hugo: Non è perdere, non è morire che è spaventoso. La cosa peggiore è non vivere davvero.

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Ipocrisia, verità e potenza del “c’è chi sta peggio”

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose. Fare qualcosa, davvero.

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Mi è passata davanti la foto di un vecchietto, avrà avuto un centinaio di anni o anche più. E invece non è vero: è un ragazzino di ventitré anni. Si chiama Sammy e si è appena laureato in Fisica, 110 con lode. Soffre di una malattia nota come sindrome da invecchiamento precoce.

Il termine scientifico pare sia Progeria. Uno di quei termini che per il mondo non significa niente. Una di quelle parole che non incontriamo per strada, non fa parte della nostra strada, e non ci serve mica.

Però se vedi una foto di un vecchietto e scopri che è un ragazzo… salti dalla sedia. E vorresti applaudire.
Quasi sempre lo fai. L’appeal di storie del genere è scontato.

Siamo buoni? No.
Fossimo buoni non avremmo bisogno di un post su Twitter per conoscere Sammy, la Progeria ed un’altra sfilza di parole e persone “più sfortunate di noi”.
Forse siamo davvero buonisti. O forse siamo semplicemente umani. Non fatti male o bene, fatti così.

Quando penso a come ce ne sbattiamo di tutto ciò che conta, chi vive e chi muore, chi annega e chi annaspa, chi ha le gambe e chi no… penso che siamo semplicemente fatti così.
E penso che in fondo non serve a niente farcene una colpa. Penso che già essere sinceri possa bastare per migliorare le cose.

Dire ad alta voce “Sinceramente non ne sapevo un cazzo, non me ne fotte un cazzo e la mia vita continua…” sia un atto di coraggio e grande rispetto. Per noi e loro.

Il punto di partenza per fare qualcosa. Per noi e loro, per NOI.
Quando scopri certe storie, e ce ne sono tante e di ogni genere, puoi fare solo un paio di cose:
Essere sincero.
Fare qualcosa.
Fare qualcosa.

Dell’essere sincero ne ho già parlato. Del fare qualcosa (a) significa aprire il portafogli e sostenere una ricerca o un progetto umanitario, o aiutare in qualche modo se lo puoi fare.
(Anche questo potrebbe però essere lavarsi la coscienza per sentirsi meglio noi!)

E poi c’è il fare qualcosa, variante b. Schifosamente egoistica come soluzione ma forse anche giusta.

Smettere di lamentarsi per niente. Smettere di mettersi nella cerchia degli sfortunati quando non lo siamo.
Ok ti fa male la schiena, devi seguire una dieta, non hai le curve giuste. Ok, il tuo lavoro fa schifo. Ok, hai scelto una svolta e sei fermo al palo…
Ok. Ok tutto.
Dunque?
C’è chi sta peggio di noi. Davvero. E non si lamenta. E va avanti.
Ecco, un segno di umanità è anche rispettare ciò che abbiamo e non abbiamo. Essere schifosamente sinceri da godersi la fortuna sfacciata che quasi sempre abbiamo.
Ok il tuo lavoro fa schifo…
E allora?
Cambia. Vai avanti. Non ti accontentare. Quasi sempre puoi, puoi scegliere, puoi scrivere la tua storia.

E se poi succede che qualcosa non va nel senso desiderato?
Fa niente. Anzi, metti già in conto che succederà, che andrà così.
Poi riparti e si ricomincia, la chiamano vita.
E noi fortunati e privilegiati abbiamo non solo il diritto ma soprattutto il dovere di viverla, pienamente. Rischiando e raschiando ogni emozione possibile.

Perché quando vedi un ragazzino come Sammy puoi fare solo questo. Ringraziarlo. E ringraziare Dio o chiunque tu voglia considerare responsabile di trovarti qui e così.

Quando vedi un vecchietto di soli 23 anni pieno di entusiasmo, puoi fare solo questo.
Sentirti schifosamente in colpa di tutte le tue paure e le tue seghe mentali.
Ad essere sinceri penso dovrebbe andare così.

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Perché scrivere può farti ottenere un lavoro migliore e fare carriera (ma in modo diverso da quanto si dice in giro)

Scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

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Sono le 6 del mattino e sono qui alla mia scrivania. Una tazza di caffè (una tazzina non basta), una sigaretta ancora da accendere (ma un giorno smetto), le mani proiettate verso la tastiera del pc. Uno sguardo al foglio bianco, uno al mare, uno a me stesso. Sono qui per scrivere.

Ancora una volta.

Sono ormai tre anni che è il mio appuntamento quotidiano, quelli bravi direbbero la mia morning routine. Uno dei pochi esempi di disciplina della mia vita. Ferrea. Da tre anni avrò saltato una ventina di appuntamenti.

Mi trovo qui anche a Natale e il primo dell’anno o quando c’è così caldo che anche il pc vorrebbe essere lasciato in pace.

Ciò che viene fuori finisce on line: su questo blog, su riviste on line, da altre parti. O rimane su una cartella che non guarderà nessuno, “bozze Davi”.

Ma non è questo il punto: ogni giorno sono qui, scrivo.

Ho iniziato per il motivo sbagliato

Quando ho iniziato a scrivere l’ho fatto per il motivo sbagliato. Uscivo da uno dei momenti più complicati di sempre. E avevo bisogno di soldi. Di vendere. E in giro, nel web, si diceva che scrivere poteva portare soldi.

Al grido di content marketing ho iniziato a scrivere per farmi vedere, conoscere e comprare.

La verità? Ha funzionato pochissimo.

Ho passato mesi scrivendo cose noiose scritte per persone tutto sommato noiose, persone che poi non leggevano mai ciò che avevo da dire.

Ho iniziato con la grinta di chi vuole ottenere qualcosa, ha bisogno di ottenere qualcosa, e mi sono ritrovato con l’incazzatura di chi qualcosa non l’ha ottenuta seppur altri dicevano avrebbe funzionato.

Mi sono fermato. Poi ho ripreso.

Ho iniziato a scrivere per come faccio adesso. Di quel che mi passa per la testa, di sfide, le mie e le tue, di progressi e insuccessi. Di vita.

Ha funzionato? Si ma diversamente da come si possa pensare.

Negli ultimi anni ho acquisito centinaia di clienti, sbloccato opportunità come bonus dei videogames degli anni ’90, incontrato e parlato con persone che parevano giocare a un livello diverso e superiore.

Chi vede la storia da fuori potrebbe dire che scrivere allora porta davvero clienti e soldi ma è il giudizio di chi non ne sa niente, legge la storia solo in teoria e sconosce la pratica.

La verità è che a funzionare è stato più scrivere per me che per gli altri. Più l’arte di comprarsi, scegliersi, ogni giorno, che quella di vendersi come fossimo al supermercato.

Scrivere per ritrovarsi

Perché scrivere ogni giorno ti mette davanti a te stesso in cerca di diventare una versione migliore di te stesso.

Ogni giorno sei il tizio che non vuole fare gli errori del giorno prima e vuole fare qualcosa di più. Il tizio che ricorda, perché sono lì su un foglio, i suoi obiettivi, i suoi valori, dove sta andando.

Scrivere funziona perché ti obbliga a diventare una persona migliore, non perché aiuta gli altri a pensare che tu sia migliore.

Occhio alla differenza.

Per chi frequenta con regolarità il mondo digitale ed avrà sentito parlare di inbound marketing o personal branding, è una differenza fondamentale.

Viene sempre detto che scrivere (o postare qualcosa, o fare un video, insomma creare e diffondere contenuti) ti faccia trovare ma è un messaggio sbagliato.

Parte dal presupposto che tu vada già bene così ma non è vero. Siamo tutti destinati a migliorare, provarci. Sfidarci e crescere ogni giorno. Se non lo facciamo cos’altro siamo impegnati a fare?

Quale altro potrebbe essere il gioco?

E quale potrebbe essere lo scopo?

Ecco, scopo, parola per me preziosa che ha molto a che fare con la scrittura. Scrivere è innanzitutto cercare il tuo scopo.

Te lo chiede il foglio bianco.

Non esiste il blocco dello scrittore, non in questo caso. Esiste il blocco della vita.

Quando non ti escono le parole non è un problema tecnico, la pratica c’entra pochissimo. È più probabile che tu sia semplicemente confuso.

Non sai dove stai andando e dove andare, non cosa scrivere.

E quel foglio ti obbliga ad alcune decisioni:

  • Ammetterlo
  • Cercare di capire e trovare una strada
  • Seguire una strada
  • Fermarsi (un altro giorno nel quale non sai cosa scrivere) e ragionare se la strada era quella giusta o vada ancora bene
  • Trovarne una nuova
  • Seguire la strada

Un giochino che non finisce mai e va bene così. La vita è cercare significato più che trovarlo.

Il Roi della Scrittura

La cosa che vorrei aver capito prima è che scrivere ha un roi di tipo particolare, poco lineare e anche poco inquadrabile per come siamo abituati a pensare.

È come chiedere “Qual è il Roi di tuo figlio? O di tua madre? O di essere una brava persona, provare ad essere una brava persona?”

Se penso ai miei due figli vedo un sacco di spese e sacrifici. Però posso giurare che mi abbiano fatto guadagnare un sacco di soldi che non avrei guadagnato diversamente.

Perché? Perché negli occhi di tuo figlio vedi il desiderio, l’obbligo, di essere una persona migliore.

Come vuoi quantificare un Roi di questo tipo?

Tutto ciò che vuoi raggiungere passa dalla crescita, non dalle tattiche

Quasi ogni giorno mi scrivono persone chiedendomi consigli su come iniziare a scrivere o lamentandosi per la mancanza di risultati: “Non mi legge nessuno!”, “Non mi chiama nessuno!”.

Spiazzati dal silenzio, sommersi dalle aspettative di raccogliere visualizzazioni e consensi.

Questo lungo pezzo serve come risposta: non riguarda gli altri, riguarda innanzitutto te.

Tutto ciò che si può immaginare, desiderare, del quale si ha bisogno (un lavoro, clienti, carriera) passa dal miglioramento di noi e non da quanto ci facciamo vedere in giro o da quanto ci facciamo vedere interessanti.

So che sembra una bestemmia in questo mondo digitale ma è quello in cui credo e che ho sperimentato. E quello che penso puoi sperimentare anche tu iniziando a scrivere.

Come diventare una persona migliore con la scrittura

Ci sono ampi studi che dimostrano l’impatto della scrittura sulle nostre vite, qui alcuni vantaggi che posso dire di aver sperimentato in prima persona.

Unire i puntini

Torniamo al foglio bianco e al blocco dello scrittore… può essere che non sai bene cosa vuoi?

Per trovare qualcosa devi sapere innanzitutto cosa. Vale per trovare un lavoro così come per trovare clienti o partire con un progetto imprenditoriale.

Superare il foglio bianco significa iniziare a comprendersi. E tutto si avvicina. Non nel senso che all’improvviso accade ma sarai comunque più vicino.

Mi piace parlare spesso di “unire i puntini”, cercare di trovare un senso al momento e ciò che stiamo facendo per uno nuovo, futuro e più buono.

Fare carriera

Penso che fare carriera significhi fare un salto di qualità e che un salto di qualità sia fattibile solo se c’è crescita e se questa crescita è lungo una strada sostenibile, dove sarai ancora stimolato ad andare avanti e crescere.

E come si può crescere se non fermandosi a riflettere, sperimentando, pensando. E leggendo.

Perché la prima regola è che per scrivere devi essere un lettore avido e attento.

O, ancora più importante, devi essere pronto ad addentrarti anche fuori da quello che pare sia il tuo territorio. La scrittura, scrivere, così come la vita, è innanzitutto contaminazione.

Relazioni

Trovare lavoro, clienti, fare carriera, riguardano sempre le relazioni. E scrivere è innanzitutto una crescita in questa direzione.

Quando ho iniziato a scrivere ero una persona rancorosa che ce l’aveva con il mondo e con quanto non mi era stato dato. Oggi mi piace pensare di esserlo un po’ meno.

Perché un foglio bianco ti mette davanti ai tuoi limiti e ti chiede di guardare un po’ più in là. Sapere che devi crescere significa anche che forse non lo devi avere ma lo potrai avere.

Un ottimismo razionale per il quale inizi ad accettare i tuoi limiti e abbandonarli allo stesso tempo, trattare gli altri senza mettere in mezzo le tue frustrazioni e il peso delle tue sfide. In altre parole: non è davvero sempre colpa degli altri!

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.

Il potere principale dello scrivere è ascoltare la rabbia e dargli nuova forma, trasformarla in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa.Click To Tweet

Ti ricorda la cosa più importante

Ogni giorno quel foglio bianco mi ricorda una cosa che per anni avevo sottovalutato: è sempre un giorno nuovo. Non importa che tu abbia scritto cazzate il giorno prima, che non sia riuscito ad andare oltre due righe per tutta la settimana. Quel foglio bianco è uguale a quando hai fatto bene.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.

Quel foglio bianco non ti chiede conto di ciò che hai fatto di sbagliato o di ciò che non sei riuscito a fare. Quel foglio bianco ti chiede di parlare di cosa stai cercando di fare.Click To Tweet

Tornando dunque al titolo di questo pezzo: credi che una persona che si faccia domande, provi a crescere ogni giorno, trasformi la rabbia e le frustrazioni in qualcosa di positivo anziché scaraventarla sul primo che passa, abbia o no più possibilità di trovare un lavoro o fare carriera?

 

Tra un anno ti auguro di aver iniziato oggi.

p.s. Se hai bisogno di un incoraggiamento, un consiglio o vuoi raccontarmi la tua esperienza, scrivimi su LinkedIn

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