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L'alternativa alla cultura dello stress e della paura in azienda L'alternativa alla cultura dello stress e della paura in azienda

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L’alternativa alla cultura dello stress e della paura in azienda

“O distruggiamo il capitalismo o lui annienterà noi”, sostiene il sociologo svizzero Jean Ziegler. Certo è che il nostro sistema economico attuale sta mostrando forti limiti e che è necessario trovare delle alternative.

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“O distruggiamo il capitalismo o lui annienterà noi”, sostiene il sociologo svizzero Jean Ziegler.

Parlo spesso della necessità di cambiare le modalità di relazionarsi in azienda; altrettanto spesso le lettrici e i lettori mi scrivono, interrogandosi su come sia possibile attuare un cambiamento di paradigma in un mondo in cui le aziende sembrano avere poco o zero interesse per le persone. E mi raccontano il loro quotidiano da fine ‘800, che fa venire i brividi.

Di solito rispondo che sono fiducioso per due ragioni: la prima è che le aziende devono fare i conti con l’arrivo sul mondo del lavoro di nuove generazioni che hanno dei valori diversi rispetto a quelle precedenti, e che mettono l’accento sull’importanza del proprio benessere psico-fisico.

La seconda ragione è che i consumatori sono sempre meno passivi, e anzi sono consum-attori, protagonisti della vita del prodotto e dei servizi che decidono di acquistare; sono finiti i tempi in cui le aziende potevano nascondersi dietro generali dichiarazioni di impegno: oggi ognuno di noi si sente in diritto di chieder loro le prove di quell’impegno, e riteniamo che le aziende abbiano l’obbligo morale di contribuire al benessere della comunità in cui operano.

C’è un terzo aspetto, però, di cui non parlo volentieri, perché ha una dimensione maggiormente politica e presta quindi il fianco a ogni tipo di incomprensione: mi riferisco al fatto che il cambiamento è possibile a condizione che il nostro sistema capitalista cambi in maniera profonda.

Le criticità del sistema economico attuale

Capiamoci: dare un colpo deciso al sistema capitalista non vuol dire diventare comunisti, con buona pace di chi pensa che il mondo sia solo bianco o nero.

Il sistema capitalista funziona in quanto è in grado di migliorare la vita delle persone, e lo vediamo da come la Cina ha saputo diminuire drasticamente la povertà, aprendosi al libero mercato (o a qualcosa che ci assomiglia).

Tuttavia l’abuso del sistema capitalista ha portato alla maggior parte dei problemi sociali che stiamo vivendo in questo periodo storico. E, soprattutto, il capitalismo è all’origine dei cambiamenti climatici. Per questo va distrutto prima che lui distrugga noi: è in questo contesto che si inserisce la frase di Jean Ziegler, che è, tra l’altro, membro del comitato consultivo del Consiglio dei diritti umani dell’ONU.

“Il sistema capitalista ha effettivamente impressionanti capacità, dinamica e creatività”, riconosce il professore 85enne in un’intervista pubblicata dal domenicale svizzero SonntagsBlick. “Ma i grandi gruppi economici si sottraggono a ogni controllo: funzionano unicamente secondo il principio della massimizzazione dei profitti nel tempo più breve possibile, a qualunque costo umano».

Le storie che ci raccontiamo (per non cambiare)

L’idea di non poter cambiare il nostro sistema economico è una narrativa radicata e difficile da mettere in crisi. Invece dovremmo vederla per quello che è veramente: una storia che ci raccontiamo.
Per diversi motivi: perché è più facile; perché ci vuole una buona dose di impegno per cambiare; per alcuni, perché il sistema attuale li avvantaggia; perché manchiamo di creatività; perché conosciamo solo questo modo. E tante altre ragioni.

Ci sono molti studi teorici che cercano di dare delle risposte a questa crisi di valori che ormai è evidente a tutti, soprattutto ai lavoratori. Si cercano opzioni sostenibili, che spesso vengono diluite a slogan, e presi in prestito dai vari gruppi politici che pensano di poter far leva sul disagio delle persone per raccogliere consensi e quindi voti.

Una delle dottrine più interessanti è quella nata negli Stati Uniti in seno a gruppi di interesse che coltivano l’idea di un capitalismo consapevole: si tratta di liberare lo spirito positivo del fare business e di unirlo alla creatività imprenditoriale collettiva, con l’intento di affrontare le difficoltà socio-economiche che stiamo vivendo in questo particolare periodo storico (di cui il cambiamento climatico è l’espressione più allarmante).

I quattro principi del capitalismo consapevole

1. La buona causa (Higher Purpose)

Le imprese devono avere delle ragioni che vadano al di là del mero profitto: queste ragioni definiscono la buona causa, che deve perseguire obiettivi superiori. Da questo punto di vista, la sostenibilità economica è un risultato, ma non è lo scopo dell’azienda.

“Abbiamo bisogno dei globuli rossi nel sangue per vivere (così come le aziende hanno bisogno dei soldi per vivere), ma lo scopo ultimo della vita va molto al di là del produrre globuli rossi (così come lo scopo di un business va al di là della semplice produzione di profitti).”
– Prof. R. Edward Freedman –

2. L’integrazione d’interessi (Stakeholders orientation)

Le aziende vivono in un ecosistema delicato, composto da collaboratori, clienti, fornitori, investitori, governi, risorse naturali.
Il business deve consapevolmente creare valore per tutta la comunità, non solo per gli azionisti.
Bisogna motivare tutti gli stakeholder a perseguire gli interessi della comunità e non quelli del singolo, cercando di generare valore condiviso, persino per i concorrenti. Questo perché tutte, ma proprio tutte, le parti coinvolte compongono l’ecosistema.

3. La Leadership consapevole (Conscious Leadership)

Come gli altri stakeholder dell’ecosistema, anche i leader delle aziende devono mettersi al servizio delle persone piuttosto che inseguire potere e ricchezza personali.
Devono saper ispirare una visione condivisa di benessere, facendo in modo che tutti nell’azienda abbiano il focus sulla buona causa e che lavorino in un’ottica di fiducia e di cura reciproche.

4. Una nuova cultura consapevole (Conscious Culture)

Alla base del capitalismo consapevole c’è una cultura aziendale (ma anche economica) fatta di fiducia, responsabilità, trasparenza, integrità, lealtà, uguaglianza e miglioramento personale.
Questi principi agiscono come una forza energizzante e unificante per tutti gli stakeholder: in essa, le persone si riconoscono e possono trovare un’alternativa alla cultura della paura e dello stress tipica delle culture aziendale disfunzionali.

Il peso delle multinazionali

Personalmente, trovo l’approccio utile. Tuttavia, vivo questa versione illuminata del capitalismo come un tentativo maldestro di non affrontare la questione di fondo: tipicamente, come portare le aziende ad applicare questo livello di consapevolezza.

C’è un aspetto critico che non può essere scopato sotto il tappeto: per una piccola parte della popolazione, il nostro sistema socio-economico attuale funziona, in quanto permette loro di vivere in una ricchezza che, probabilmente, non avrebbero se cambiassero le regole del gioco.

Le Fortune 500, ovvero le 500 più grandi multinazionali del mondo, hanno il controllo del 52,8% del reddito nazionale lordo della Terra. Come fa notare Jean Ziegler “hanno un potere che nessun re ha mai avuto su questo pianeta”.

Per lo stesso motivo non serve a molto attaccare i governi e pretendere dai nostri politici di trovare delle soluzioni, se non abbiamo messo in conto l’inevitabile e necessaria revisione del concetto stesso di capitalismo. Capitalismo che suona come un dottrina economica ma che si traduce concretamente nel nostro modo, reale e quotidiano, di vivere.

La scelta tra evoluzione e rivoluzione

Un modello, il nostro, che continua a ispirare quelle popolazioni che non hanno ancora preso il treno dello sviluppo economico: tutti i paesi del cosiddetto Terzo Mondo perseguono l’obiettivo di raggiungere lo stesso livello di vita dei Paesi industrializzati. Ora, guardiamo in faccia la verità: questo sviluppo non è semplicemente possibile.
Applicare lo stesso modello economico basato sul consumismo e sullo sfruttamento delle risorse naturali porterà inevitabilmente all’esaurimento del Pianeta e quindi a un rischio concreto per tutto l’ecosistema, umani compresi.

C’è chi pensa che questa enorme pressione ancora a venire creerà una tale crisi sociale, economica e politica che dalle ceneri di scontri e crisi nascerà un nuovo paradigma mondiale, questa volta più sostenibile e orientato al bene comune. Ma ne beneficeranno solo i sopravvissuti (ammesso che ce ne siano).

“La storia insegna che le classi dominanti – oggi l’oligarchia finanziaria internazionale – non rinunciano mai volontariamente ai loro privilegi: si difendono a sangue”, puntualizza Jean Ziegler. “Se guardo alla storia mi sembra impossibile che oggi succeda qualcosa di diverso”.

Tutti pronti per una sanguinosa rivoluzione, quindi?
L’opzione evolutiva c’è, ma dobbiamo prendere l’iniziativa, noi per primi.

Divide et Impera

Siamo ancora in tempo a evitare l’ecatombe. Purtroppo il tempo stringe e noi esseri umani abbiamo questa capacità unica di organizzarci sempre in fazioni contrapposte e bellicose.

Siamo fondamentalmente animali tribali e facciamo fatica a sentirci uniti come un’unica razza.
Ci riusciamo solo nei film di fantascienza, quando gli alieni ci invadono per distruggerci… e allora, per il tempo di una battaglia epica, mettiamo da parte le nostre differenze e difendiamo quella che consideriamo la nostra casa comune.

Nella realtà, quando persone come Greta Thunberg si impegnano a far capire all’opinione pubblica che siamo in una situazione di emergenza, c’è subito chi ci vede dietro il complotto, gli interessi dei poteri occulti, e si organizzano di conseguenza per discreditare non solo lei ma anche tutte le sue azioni.

Temo che si debba cominciare da qui, ovvero dal riconoscere che ci sono persone che demonizzano movimenti come quello iniziato da Greta Thunberg, facendo così il gioco degli stessi “poteri occulti” che criticano e temono: perché è impossibile non essere d’accordo sul fatto che bisogna abbattere l’utilizzo delle fonti energetiche non rinnovabili. Quindi: perché affermare che è un complotto?

I politici che si oppongono a queste azioni sono sempre al servizio delle grandi aziende che non sono pronte a rinunciare ai loro profitti, nonostante abbiano avute decenni per prepararsi. Il fatto che il petrolio sarebbe terminato, prima o poi, lo sapevamo già negli anni 70.

Valore e valenza del profitto

Ed è qui che c’è l’intersezione tra la questione dell’emergenza climatica e quella del cambiamento di paradigma a livello di condizioni lavorative.

La parola chiave è profitto: in un sistema, quello attuale, esso è massimizzato e concentrato nelle mani di pochi; nel sistema verso il quale dobbiamo andare, esso è ridistribuito su tutta la società e, soprattutto, non è lo scopo ultimo, ma solo un mezzo per il fine più nobile: quello di garantire benessere a ogni essere umano sulla Terra.

Noi che siamo relativamente in basso nella gerarchia decisionale abbiamo però un potere importante: i numeri sono dalla nostra parte. Le masse, chiamiamole così, sono le vittime del sistema ma anche il suo principale motore.

Sta a noi, nel nostro quotidiano, contribuire al cambiamento di paradigma in azienda. E ci sono diversi modi di farlo, a mio avviso:

  1. Sollevare le questioni etiche con colleghi e superiori, anche quando sono scomode: porsi le domande è il primo livello di difesa contro gli abusi.
  2. Rifiutarsi di lavorare per le aziende che massimizzano il profitto (lo so, più facile a dirsi che a farsi, quando hai un mutuo e una famiglia da mantenere; quindi vedi il punto 3).
  3. Rifiutarsi di acquistare prodotti e servizi delle aziende che massimizzano il profitto a scapito dell’ambiente e delle persone.
  4. Cercare di applicare il principio del bene comune anche nella nostra vita di tutti i giorni, e non solo con i famigliari, ma anche con le persone che sentiamo diverse e lontane.
  5. Crederci sempre: credere nel cambiamento che verrà e credere in noi stessi come parte importante di questo cambiamento.

Tutti per uno, uno per tutti

L’aspetto sensibile di questo discorso è che, sebbene si tratti di un apparente confronto tra parti, dobbiamo cercare noi per primi di pensare al bene comune. E nel bene comune ci sono anche quelle aziende e quelle modalità che combattiamo.

È uno dei motivi per cui, personalmente, ho sempre guardato con sospetto ai sindacati, che in teoria, sulla carta, dovrebbero avere un ruolo importante. Invece finiscono col diventare organizzazioni il cui scopo è quello di promuovere gli interessi di una sola classe, mentre dobbiamo ragionare in maniera “mescolata”: tutti dobbiamo collaborare per un reciproco vantaggio, padroni e operai, politici e cittadini, governi e aziende.

Sembra una visione rivoluzionaria della vita, eppure è comprensibile anche per chi è un sostenitore agguerrito del sistema economico attuale: in fondo, l’idea è sostituire il profitto di pochi con il profitto per tutti.

Il nocciolo della questione potrebbe proprio essere che il sistema capitalista in cui viviamo è imperfetto e non è implementato come invece dovrebbe. Alla fine, forse avere ragione Gilbert K. Chesterton, che diceva che “troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti”.

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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Le donne non fanno squadra (o sì, ma a modo loro)

L’ambiente di lavoro è spesso determinante nel definire le relazioni tra le persone; in aziende molto “maschili”, le donne tendono a farsi la guerra. Ma non deve per forza essere sempre così.

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Donne che fanno squadra

Si dice che le donne non siano solidali tra di loro e non sappiano fare squadra.
Per lungo tempo l’ho pensato – e sofferto anch’io, sulla base di esperienze personali piuttosto negative.

Allora, però, lavoravo in aziende a impronta fortemente maschile e in seguito ho scoperto che questo elemento faceva un’enorme differenza.
Niente a che fare con il maschilismo; solo una questione di modelli.
Uscendo da quei contesti, infatti, ho trovato situazioni completamente differenti.
Ma facciamo un passo indietro.

La competizione fra donne

Questa storia che le donne siano istintivamente in competizione tra loro mi è sempre suonata un po’ strana.
A tutte le latitudini del mondo, nell’antichità, esistevano comunità femminili, società matriarcali. La mitologia greca (che non era storia ma nemmeno teatro dell’assurdo) narrava di popolazioni interamente femminili – si pensi alle amazzoni o alle sirene talmente forti e potenti da intimorire gli uomini

Quand’è che le donne hanno smesso di fare insieme?
Quando hanno insegnato loro che non potevano fare da sole.

Da bambine, siamo equamente solidali con maschi e femmine; ma – al passaggio dall’infanzia alla pubertà – smettiamo di esserlo tra noi. E il motivo è la lotta per la conquista del maschio alpha.

Poiché per secoli le donne – per uscire di casa – dovevano sposarsi (o farsi monache) e poiché, per onorare la famiglia, dovevano anche farsi scegliere dal miglior partito sulla piazza, la competizione tra loro diventava inevitabile.
E le dinamiche – inconsapevolmente – sono ancora queste. A poco sembrano serviti decenni di lotte per l’emancipazione.

I messaggi che le ragazzine ricevono costantemente le spronano a essere sempre più carine; delle donne in miniatura, delle “signorine”, che è da sempre l’appellativo per le ragazze da marito.
E a poco servono lauree STEM o dichiarazioni di indipendenza economica e sociale.

A questo si aggiunge un oggettivo principio di scarsità.
Poiché le donne hanno difficoltà a ricoprire ruoli apicali, anche nelle società cosiddette “evolute”, la competizione è indotta da questa scarsità e dai modelli organizzativi.

Questo è esattamente ciò che vedevo nelle aziende: donne che si facevano la guerra per emergere.

Le donne sono maschiliste

Non tutte – ovviamente – ma alcune sì. Più di quante ci piaccia ammettere.
Anche qui, la questione è culturale: il modello di base è che certi ruoli sociali siano esclusivamente maschili.

Se una donna ricopre ruoli di responsabilità, ci sono due possibilità:

  1. va a letto con qualcuno che l’ha messa lì a fare la testa di legno;
  2. non è una vera donna: in tutte le possibili declinazioni, da lesbica (quindi è un uomo) a frigida (quindi non le interessano gli uomini).

Di nuovo, torna il tema della seduzione, della sessualità da usare come un’arma.
Perché?
Perché è più facile.

Chi mai vorrebbe sentirsi dare della puttana o della frigida? (sulla presunta antitesi tra omosessualità e femminilità mi astengo perché – davvero – non la concepisco).

Quindi: io che nella vita professionale non ho mai fatto niente di significativo, che non mi sono mai messa in gioco, che mi sono accontentata di ruoli marginali, senza mai provare a scalarli, sono una donna rispettabile e desiderabile.
Vuoi mettere dover confessare che non avevo voglia di rischiare?

Le organizzazioni sono maschili

Queste dinamiche funzionano perché – oggettivamente – le organizzazioni sono maschili.I modelli e le prassi organizzative della maggior parte delle aziende e delle professioni sono maschili.
Non necessariamente maschilisti, ma maschili sì.

Mediamente, se vuoi fare carriera devi accettare condizioni insostenibili per chi debba accudire bambin* o anzian*:

  • riunioni strategiche fuori orario (anche se alcune aziende stanno vietando riunioni che inizino dopo le 18.00 per consentire alle donne di partecipare)
  • assenze frequenti e prolungate per viaggi di lavoro che si potrebbero tranquillamente risolvere con video call a distanza
  • appuntamenti sociali e di networking a cadenza settimanale (preferibilmente alle 7.00 o alle 20.00).

Non che una donna non possa farlo, ma – se non può permettersi un aiuto a tempo pieno – deve fare una scelta tra famiglia e carriera.
Non sempre la scelta è libera e – comunque – è sempre dolorosa, perché richiede una rinuncia.

Più di questo, il modello è diverso nel concetto di squadra.
Se mi si concede la generalizzazione, il modello maschile di squadra è il calcio, quello femminile è il corpo di ballo.

Nel calcio, ognuno ha il suo ruolo definito e assegnato, da cui non può deviare. Tendenzialmente, un difensore non fa goal.
Non c’è rischio di sovrapposizione, tutti sono nelle posizioni assegnate dal mister. C’è un solo capitano e il titolo – conquistato sul campo – non si discute.

Il corpo di ballo è – appunto – un corpo unico. Non ci sono ruoli nel chorus: tutte gli stessi passi, la stessa visibilità, assoli distribuiti.
Non c’è una capitana. Ci può essere l’etoile, come no: il lavoro del chorus non cambia.
Le regole sono armonia e responsabilità. Tutto il corpo si deve muovere all’unisono, con la stessa ampiezza e lo stesso tempo. Se il corpo funziona, tu non le distingui una dall’altra: vedi un’onda armoniosa ma non le singole gocce.

La sorellanza

Sorellanza deriva da sorella e sta a indicare comunanza di origini.

Essere sorelle è più che essere compagne di squadra.
È un legame più forte e impegnativo: io posso cambiare squadra, non famiglia.

Forse è per questo che, per incontrare vera collaborazione e solidarietà femminile, ho dovuto lasciare certe aziende.
Per un caso (o forse no) da quando sono freelance mi trovo quasi sempre a collaborare in gruppi di lavoro femminili.

Confesso che in una prima fase, memore delle esperienze negative del passato, avevo un po’ di resistenze.
Invece, ho trovato un ambiente costruttivo, collaborativo e non competitivo (verso l’interno). Dove le competenze si mescolano e si mettono reciprocamente a servizio.

Non è l’eden, intendiamoci.
Continuo a incontrare donne che vogliono primeggiare, che hanno bisogno di tutti i riflettori su di sé, che cercano di rubarti energie e risorse.
Generalmente, sono donne che avrebbero voluto essere uomini, per poter gestire potere.
Altre volte, sono donne talmente insicure che hanno bisogno di essere scorrette per trovare un proprio ruolo nel mondo.
Queste donne, alla fine, si autoescludono.
Il gruppo va avanti, senza cacciarle, ma – proprio perché va avanti – le lascia indietro.

Nel gruppo, le vite personali e professionali hanno lo stesso spazio, lo stesso valore, lo stesso riconoscimento.
Forse è per questo che sono più armoniose e produttive.
Agguerritissime all’esterno e solidali all’interno.

Chissà se piacerebbe a un uomo lavorare in un posto così…

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Gli uomini di successo preferiscono le donne più giovani

L’identikit è impietoso e sembra uno stereotipo: uomini di successo, sulla cinquantina, lasciano la moglie per una giovane donna dell’est. È inevitabile?

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Uomini di successo maturi sposano giovani donne

Senza scadere nelle generalizzazioni, è un dato di realtà innegabile: molti uomini sono sessualmente attratti da ragazze giovanissime e il successo sociale e professionale sembra far cadere ogni inibizione. Così riprendono statisticamente quota i matrimoni intergenerazionali, con lui uomo di successo maturo e lei giovanissima. Ma tutto questo è etico? E, soprattutto, come le donne over 40 possono risorgere dopo un progetto di vita andato in frantumi e “vendicarsi fiorendo”?

La differenza di età fa… la differenza

Che l’uomo ami, da sempre, le più giovani è una verità dura da mandare giù per tutte, soprattutto se non più giovanissime. È come se, con il passare del tempo, il nostro valore sul mercato delle relazioni scendesse, per poi capitolare con l’arrivo dei temuti “-anta”.

Angosciante, a dir poco, l’idea che nostro marito o il nostro compagno possa eccitarsi sessualmente vedendo camminare delle liceali dirette a scuola, eppure i mariti e i compagni delle altre donne li vediamo tutti i giorni mentre mangiano con gli occhi ragazzine che potrebbero essere le nostre (e soprattutto le loro) figlie. Per non parlare dell’idea che, un giorno, il compagno di una vita ci potrebbe abbandonare per una di loro, che poi si scoprirà essere straniera. Abbiamo tutte un’amica, una sorella, una conoscente a cui questo è successo.

Insomma, essere donne eterosessuali oggigiorno può essere una vera via crucis. Ma è molto meglio non negare la realtà dei fatti e decidere dove e come situarci rispetto ad essa. Per farlo, ci serve ironia e scanzonata capacità di analisi.

Ad esempio: l’abbandono del tetto coniugale di solito arriva non appena un uomo fa un po’ di soldi. Migliora il fatturato annuo e, senza annunciarsi, giunge la fatidica mattina in cui molti uomini si svegliano con il tipico “vuoto di senso” e confessano alla moglie di amare una donna giovanissima e dell’Est Europa.
Per questo la mia migliore amica mi ha sempre ribadito la sua regola aurea: stai alla larga dagli uomini di successo! ama un povero, dai retta a me, almeno nessuno se lo piglia! Come se il pensiero di un uomo che ti sta accanto per tutta la vita per limiti reddituali potesse risultare in qualche modo consolante.

Le donne tradite dagli uomini di successo

Negli anni ’90 furoreggiava l’indimenticabile Il club delle prime mogli, film che ha avuto il merito di portare nell’immaginario collettivo l’abbandono delle prime mogli come fenomeno sociale. Unica pecca: era una commedia e tutto finiva in risata, quando invece vedere frantumarsi un matrimonio o un progetto di vita importante, ritrovandosi in ambasce è un vero e proprio dramma con gravi ripercussioni (anche se le labbra e la verve comica dell’inossidabile Goldie Hawn avranno sempre un posto nel nostro cuore).

C’è chi dà la colpa al femminismo e all’emancipazione della donna nella società occidentale e costoro andrebbero immediatamente mandati a stendere. Ci viene raccontato che veniamo abbandonate da un uomo perché non siamo abbastanza accondiscendenti, dolci, comprensive. Ree accampatrici di assurde pretese, ci siamo spinte addirittura a chiedere reciprocità nei rapporti di coppia, peccato imperdonabile in un’Italia dalla matrice padronale e patriarcale.
Ci viene detto che abbiamo smesso di accontentarci e di fare sacrifici come le nostre nonne – “loro sì che erano Donne!” e ovviamente ci viene rinfacciato che ci trascuriamo e che non siamo abbastanza sexy, sorridenti e arrapanti, magari dovendo anche conciliare lavori impegnativi e figli a cui badare. La colpa sarebbe tutta dell’emancipazione femminile, a sentire questi sapienti.

Mogli al ribasso?

Tempo fa, nel corso del coffee break di un convegno per aziende e professionisti in Nord Italia, ho sentito con le mie orecchie un uomo sulla cinquantina – l’immancabile imprenditore brianzolo tutto tronfio di self made confidence – dire che sposare una donna straniera, come lui aveva fatto, è giusto perché le italiane sarebbero “sempre incazzate”. A suo modo di vedere, la sua nuova moglie moldava sarebbe stata decisamente più “gestibile” della prima moglie che, peraltro, nella sua azienda aveva ricoperto un ruolo apicale per ben vent’anni.

Così ho pensato, assaporando il mio caffè troppo amaro, che forse le donne dell’Est Europa – nel mercato italiano delle relazioni sentimentali – stiano diventando una sorta di esercito di riserva espressione che il buon Marx ne Il Capitale utilizzava per descrivere le masse di inoccupati che facevano scendere i salari perché disposti a lavorare senza essere pagati il giusto e spesso a condizioni disumane. Da uomini di successo, o meno.

Marx asseriva che le condizioni di vita materiale incidono inevitabilmente sugli altri aspetti della vita sociale e aveva ragione, perché se sei tanto buona e servizievole con un brianzolo di quel tipo che soltanto a vederlo ti viene voglia di passare alle maniere forti è perché ti manca il potere contrattuale. Ti manca una casa, un diritto di cittadinanza, ti manca il tuo paese, la tua lingua. So pochissimo di queste migranti, ma so per certo che, se lasci il tuo paese, è perché la tua terra non ti offre una vita dignitosa. Sei quindi più fragile, manipolabile e disposta a chiudere un occhio sulle mancanze di un uomo che, quasi inevitabilmente, ne approfitterà.

Aggiustare le cose

Quel femminismo che viene descritto come la causa del problema sarebbe invece la cura di un male del nostro tempo: le donne, giovani e non, italiane e non italiane, dovrebbero unire le forze e prendere questi cinquantenni/bambinoni a calci in culo, insieme a chiunque altro si permetta di trattarle come qualcosa da “gestire”.

Non ci sono diritti civili (diritti delle donne, in questo caso) senza diritti sociali. E non sarebbe ardito pensare che una società più etica genererebbe famiglie più felici dove, ad esempio, le ragazze giovanissime stessero dove è giusto: accanto ai loro coetanei, dei baldi giovanotti, e non a questi vecchi e patetici uomini davvero convinti che una ragazzina perda la testa per loro. Forse si dovrebbe ricominciare a pensare che i problemi si aggiustano e le famiglie pure, al posto di scappare dove le cose appaiono più facili.

Vendicarsi fiorendo

Questo in un mondo utopico che da qui possiamo soltanto immaginare e sognare, certamente.
Nel frattempo, in questo mondo di relazioni dove tutto pare sempre più precario e capovolto, quali consapevolezze possono aiutare noi donne over 40?

Una per tutte: invecchiare ci rende molto fighe, come si diceva ai nostri tempi.
Perché? Perché, con lo scorrere del tempo, cambia il nostro modo di guardare, muoverci e occupare lo spazio; cambia il rapporto con il nostro corpo perché ne diventiamo più consapevoli; cambia il nostro modo di vestire, abbigliarci e truccarci; ma, soprattutto, cambia la nostra prospettiva sulla vita. Ad un certo punto, capiamo che piacere agli altri non è più una priorità, perché sempre più cogliamo il senso anche trascendente delle cose. Capiamo quanto possa essere meraviglioso non essere più le protagoniste, ma vivere finalmente nelle retrovie al riparo dagli altrui sguardi e con il nostro sguardo finalmente protagonista ben puntato su chi amiamo e su coloro di cui ci prendiamo cura.

Foucault la chiamò tecnologia del sé ed è il modo in cui il nostro sé costituisce se stesso in soggetto. Roba fighissima insomma, per donne adulte e fiere di esserlo, che gli uomini troppo presi dalle loro crisi di mezz’età si perderanno. Peggio per loro, e meglio per tutti quegli uomini capaci di vederci.

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