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Ambiziosi ma non tanto da scegliersi e mostrarsi

Indossare una maschera bizzarra può essere una cosa ardita ma non è ambizioso. Mostrarsi invece lo sarebbe. Ma ci vorrebbe ambizione. E l’ambizione? L’ambizione oggi è questione complicata.

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Indossare una maschera bizzarra può essere una cosa ardita ma non è ambizioso. Mostrarsi invece lo sarebbe. Ma ci vorrebbe ambizione. E l’ambizione?  L’ambizione oggi è questione complicata.

(quasi) Fermi ai tempi di Aristotele

Più che di sana o cattiva ambizione come ne parlava Aristotele, ci troviamo continuamente a ragionare se e quanta dobbiamo averne. O se invece convenga abbassare le ali, volare bassi e rassegnati.

Il primo punto è che l’ambizione riguarda noi ma soprattutto gli altri, il rapporto con gli altri. Ci portiamo dietro il significato etimologico, quell’andare casa per casa in cerca di voti e di consenso.

Più che fare bene, ‘ognuno si impegna al massimo per fare sì che gli altri amino ciò che egli ama e odino ciò che egli odia’ come diceva Spinoza nel 1677 . Con alcune complicazioni. Con la grande complicazione del digitale e del mondo social.

  • Gli altri sono lontani e dappertutto.
  • Gli altri, quelli che pare gareggino con noi, sembra abbiano raccolto già un sacco di consenso. Ed amano mostrarlo.
  • Ed il consenso, I voti raccolti, sono indicati con la penna rossa sotto forma di like, condivisioni, follower ed altre mille classifiche.

C’è chi continua ad andare avanti, chi si sforza di non vedere, chi ha quell’ambizione innata per vincere, chi per vincere non ha problemi a pestare gli altri…ma purtroppo molti si guardano intorno scoraggiati ed aspettano solo il permesso. Il permesso di rassegnarsi.

Come disse Gian Vittorio Caprara*: “In Italia corriamo il rischio opposto, che si affermi tra le nuove generazioni una cultura della rassegnazione rafforzata da una complicità familiare e sociale”

*ordinario di Psicologia della Personalità dell’Università di Roma La Sapienza

Complicità familiare e sociale, ovvero giustificazioni. Siamo al paradosso, la nostra è l’epoca dei paradossi.

Da una parte pare possibile fare e provare tutto, dall’altra sembra quasi tutto impossibile. Provare per cercare di essere felici. Fallire e scoprirsi deboli. Rassegnarsi ed essere infelici ma non così tanto da sentirsi deboli e “normali”.

Ed ancora:

Da una parte quelli che ci rincoglioniscono al grido di se vuoi puoi, è facile, off course my friend… E dall’altra quelli che ci dicono Non provarci. Puoi cadere. Non è colpa tua.

Non so cosa sia peggio, vorrei astenermi ma se proprio devo scegliere…direi il secondo caso. Quelli che pur non volendoci male non ci vogliono bene.

L’ambizione di essere ambiziosi

Un’altra cosa pericolosa, o strana, di questi tempi è che più che cercare di spiccare, c’è una diffusa ambizione di appartenere a qualcosa. Di essere parte. Di uniformarsi.

Oppure, questo mi fa davvero paura, la rassegnazione di non poter eccellere porta ad ammettere talmente il fallimento e l’incapacità, da posizionarsi in basso, per demerito più che merito. Mesi fa avevo buttato giù questo disegnino, e parlo anche oggi di questo.

La mancanza di ambizione di quelli che sembrano ambiziosi

La strada più pericolosa però è fingersi ambiziosi o pensare che certi lo siano davvero.

Quando Taffo, poco tempo fa, si prese la scena cavalcando l’ignobile frase di Adib, peccò di questo prim’ancora che di mancanza di sensibilità. Paolo Iabichino, uno che di parole se ne intende, lo disse chiaro e tondo “ciò che preoccupa è la mancanza di ambizione di certe campagne.”

La mancanza di ambizione è la colpa per la quale si comunica in questo modo, ci si promuove e ci si vende in questo modo.

Probabilmente riguarda anche la storia di Banca Intesa e di tanti che per parlare sui social preferiscono il linguaggio da cazzoni folli appena usciti dai carboni ardenti, anziché quello delle persone normali, coraggiose e con difetti.

In fondo. i veri bulli sono loro.

Quelli che sembrano ambiziosi non sono altro che bulli e bulletti. Che fanno cose audaci, o dicono le parolacce, o rischiano la morte per dimostrare che non hanno paura ed invece ne hanno tanta. Tanta da nascondere se stessi per arrivare.

L’ambizione più grande? Non avere ambizioni

La mia unica ambizione, sosteneva Bukowsky, è quella di non essere nessuno. Una cosa simile, a distanza di anni, l’ha detta James Altucher:  “Ho ambizione,” disse, “per non avere ambizione”.

Ed una cosa del genere dovremmo dire e fare anche noi: l’ambizione di non avere ambizioni, di non essere nessuno e/o come nessuno. Di competere ogni giorno per fare ed essere migliori più che per essere migliori di altri. L’ambizione per non vedere che gli altri ci stanno scavalcando e pensare che sia meglio vivere rassegnati.

Non accettare il permesso di perdere. Darsi il permesso di fare qualcosa di grande.

Scegliersi. Con tutti i nostri limiti e casini.

Con quel neo in faccia. Con la s moscia. Con pochi follower, con pochi soldi. Con un fallimento alle spalle. Con i debiti. Con la propria storia fatta di alti e bassi. Imbranati con le donne. Non molto alti. Non così magri. A disagio con le telecamere … Con tutto ciò che ci rende umani,unici e speciali.

Cosa ci può essere di più ambizioso?

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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In primo piano

Chi ha paura del gender?

Gli studi di genere sono ideologici e teorici? E invece: potrebbero aiutarci ad aumentare il nostro prodotto interno lordo del 13%.

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Alcune settimane fa ho scoperto che l’Università Ca’ Foscari di Venezia offre un nuovo Master in Gender Studies and social changes (Studi di genere e gestione del cambiamento sociale).

Quando studiavo all’Università di Ginevra nella seconda metà degli anni ’90, il dipartimento di lingua e letterature inglesi era fortemente connotato dai gender studies, che offrivano, a livello di analisi letteraria, una ventata di aria fresca rispetto ai corsi delle lingue romanze, dove passavamo ore a discutere di filologia.

Per questo motivo, quando ho sentito per la prima volta l’espressione “gender” in Italia, non ho capito bene perché la utilizzassero in riferimento a un’ideologia. Per me gli studi di genere erano una disciplina accademica, non una ideologia.

Certo, ogni tanto presentavano dei siparietti vagamente osé, ma era anche questo l’aspetto che li rendeva interessanti. I cambiamenti di sesso nell’Orlando di Virginia Woolf battevano a mani legate dietro la schiena qualsiasi apofonia vocale del Duecento, insomma.

Un concetto confuso (e non per caso)

In Italia, invece, la “’ideologia del gender” sembra essere associata quasi esclusivamente al movimento dei diritti degli omosessuali e (apprendo da una ricerca online) sarebbe usata per svalutare la differenza e la complementarità dei sessi.

L’espressione è entrata nell’uso corrente a partire dagli anni 2000, in parallelo ai progetti di legge sulle unioni civili che si sono susseguite dai DICO del 2007 in poi. La preoccupazione degli oppositori a questo tipo di legislazione si è cristallizzata in quella che viene da loro definita l’ideologia del gender, che favorirebbe atti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina.

Questa definizione mi risuona già di più, perché va ben oltre la questione del matrimonio ugualitario: qui si parla esplicitamente di diversità biologica fra maschio e femmina, per cui il mio background in letteratura comparata torna utile. Insomma, è la solita storia: a qualcuno dà fastidio che si sottintenda che uomo e donna sono uguali.

Forse è per questo motivo che, in Italia, solamente l’università Roma Tre e la Statale di Milano hanno finora attivato percorsi dedicati a questa tematica? Che ci sia un po’ di resistenza culturale su queste tematiche?

Gli studi di generi e le implicazioni interdisciplinari

Visto che mi trovavo a Padova per lavoro, ne ho approfittato per fare una capatina a Venezia, dove, come dicevo, è appena nato un nuovo master sugli studi di genere. Con il cognome veneto dalla mia, ho proposto un incontro alla direttrice del master, la professoressa Ivana Maria Padoan dell’Università di Venezia, per capire meglio cosa si intenda per gender studies e cosa proporranno concretamente nel loro percorso formativo.

“Quando ci si occupa di studi di genere non si parla solamente di un ambito di ricerca, che magari dall’esterno può sembrare lontano dalla quotidiana delle persone.”, ha subito chiarito la professoressa Padoan. “È una prospettiva anzi molto ampia, che è subordinata ad altre discipline: si può infatti adottare una prospettiva di genere nell’analizzare la politica, la letteratura ma anche l’economia”.

Apprendo così che gli studi di genere, ad esempio, ci hanno aiutato a capire come la crescita economica benefici di un migliore tasso d’impiego femminile. Un’analisi condotta dalle Nazioni Unite mette effettivamente in evidenza che più le donne entrano nel mondo del lavoro e più l’economia prospera. Il mondo del lavoro retribuito, si intende, naturalmente – perché non è che non facciano niente tutto il giorno…

Lo stesso rapporto ha stimato che il prodotto interno lordo della zona Euro aumenterebbe del 13% se la percentuale di lavoro remunerato delle donne fosse la stessa degli uomini.

Non solo donne, anche uomini

Niente matrimoni gay, quindi?

“Non in maniera diretta. È vero che i queer studies fanno parte degli studi di genere e si concentrano sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, chiarisce la professoressa Padoan. “Ma all’interno del nostro ambito di interesse, oltre ai women’s studies, ovvero gli studi che riguardano donne, femminismo e genere, ci sono anche i men’s studies, ovvero gli studi su uomini e mascolinità. Questo è un aspetto poco conosciuto dal grande pubblico.”

Il percorso di master fornirà ai partecipanti i concetti e gli strumenti per la comprensione e l’analisi della costruzione sociale dei generi, delle tendenze e delle pratiche sociali e istituzionali, viste da una prospettiva interdisciplinare.
Il tutto ruoterà intorno a dei project work, che costituiscono parte integrante del percorso didattico. Insomma, dei lavori pratici su obiettivi di ricerca o di progetti concreti, che le studentesse e gli studenti realizzeranno nel corso dei 18 mesi di durata del master.

Ma tra l’altro, è a tempo pieno?
“No, è un master di secondo livello strutturato per permettere a chi lo frequenta di lavorare in parallelo. L’impegno in presenza è di un fine settimana al mese; sono poi previste attività formative online”.

Ah, ecco. Quasi quasi 😉

 

Interessa anche a te?

Le iscrizioni sono ancora aperte e i corsi cominciano nel dicembre del 2018.
Per maggiori informazioni, visita la loro pagina:

Master di II livello in Gender studies and social change/Studi di genere e gestione del cambiamento sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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Ha ragione mio nonno: per semplificare dobbiamo essere semplici (e anche umili)

Il nostro è un paese malato di riunionite, soprattutto nelle aziende. E anche quando proviamo a semplificare ci complichiamo la vita.

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Come si facevano una volta le riunioni informali? Come si gestivano le sessioni per prendere una decisione o per pianificare un progetto? Chi conduceva le riunioni di condominio?

Potevamo anche permetterci di non facilitarle ufficialmente? E se non erano facilitate, prendeva la parola il più titolato o il più coraggioso e gestiva allo stesso tempo presentazioni, contenuti, interventi, imprevisti e durata?

Queste domande sembrano provocatorie, invece hanno solo tanta fame di conoscenza storica e sociologica. Negli ultimi anni, in diversi ambienti, si sono diffuse le pratiche di facilitazione: metodologie e tecniche che agevolano il funzionamento dei gruppi, da un punto di vista organizzativo, relazionale, progettuale ed emotivo.

Rendere più facile

La ragione è parecchio logica. Facilitare significa “rendere più facile” quello che in un gruppo rischia di essere già complicato. O di complicarsi lungo il percorso. E in una dinamica di gruppo, che cosa può complicarsi in tempi rapidi?

Per esempio:

  • La comunicazione tra noi
  • L’emersione delle nostre aspettative non dichiarate
  • L’emersione dei nostri bisogni insoddisfatti
  • Il rispetto sostanziale verso persone e ruoli
  • La gestione ragionevole dei tempi
  • Lo spazio per il “non detto” che chiede di emergere
  • La conflittualità latente o palese
  • L’accettazione della presenza di diversità

Prima diagnosi: riunionite 

Come dice Lorenzo Cavalieri questo è un paese malato di riunionite, soprattutto nelle aziende. La riunionite, di solito, si manifesta in tre modi.

  1. Ci sono troppe riunioni.
  2. Le riunioni sono così lunghe da provocare crampi allo stomaco o mal di testa da svenimento.
  3. Le riunioni coinvolgono troppe persone tutte in una volta.

Le organizzazioni soffrono soprattutto perché le riunioni – troppo spesso – vengono gestite male oppure non vengono proprio gestite (cioè non sono “guidate verso un obiettivo in tempi utili”). Paradossalmente però, in Italia conosciamo ancora troppo poco la presenza e l’importanza della facilitazione.

Condizione aggravante: inconsapevolezza

La deleteria inefficacia di certi gruppi parte dal fatto che sono estremamente concentrati sul risultato oppure sorvolano completamente sui dettagli essenziali di quello che stanno esperendo.

Utilizzano male il tempo che hanno (perché non hanno un time keeper), gestiscono superficialmente i turni di parola, dove quindi intervengono sempre gli stessi (perché non usano mai un talking stick, in stile Circle time), non sanno riconoscere i conflitti nel gruppo o li soffocano perché percepiti come pericolosi (perché non hanno una facilitazione orientata alle emozioni).

A questo punto, la domanda evidente è: come si fa a escludere le emozioni dalle riunioni? In quei frangenti, come facciamo a imbalsare quello che sentiamo, per rivestire solamente dei ruoli? La risposta non lascia scampo: non possiamo farlo.

Il ruolo imprescindibile del facilitatore

Il ruolo del facilitatore risulta fondamentale perché, nei contesti di gruppo, nessun’altra persona ha l’onere e il privilegio di poter:

  • aiutare il gruppo a dialogare efficacemente.
  • far emergere e valorizzare le risorse sia del singolo che collettive.
  • supportare il gruppo per pervenire a un risultato utile.
  • mettere i partecipanti nella condizione di diventare consapevoli che sono artefici della realizzazione degli obiettivi prefissati.
  • gestire anche i naturali momenti di negatività, stallo o inconcludenza, per trasformarli in situazioni virtuose.

Oltre agli strumenti materiali e a quelli metodologici, per facilitare ci vogliono diverse capacità allo stesso tempo. Osservazione, ascolto, sensibilità, presenza reale, trasparenza, flessibilità e fermezza.

E come spiega da anni Jay Vogt, ci vuole anche arte.

Rigenerazione delle comunità reali

L’importanza della facilitazione si riscontra anche al livello più ampio delle comunità. Esistono quartieri di città dove sono stati avviati processi partecipati, che permettono di trovare soluzioni innovative e di cambiamento.

In Italia una delle realtà più effervescenti si chiama Comunitazione. Un’organizzazione no profit che, in Puglia, aiuta le comunità locali a disegnare e strutturare reali processi tramite incontri, progettazione condivisa, creazione di momenti di aggregazione, azioni partecipate a vantaggio della collettività. Il tutto con una missione molto determinata: ri-creare il senso di comunità, di responsabilità civile e di appartenenza delle persone.

Disimparare e inventarsi un lavoro

E sul versante dell’invenzione professionale, emergono opportunità in questo senso. Quella del facilitatore è una professione che si va sempre più affermando, anche in Italia. Troviamo esempi in eventi ed esperienze di progettazione partecipata (rigenerazione urbana, realizzazione di opere, ecc.), come anche in aziende o associazioni che ne hanno bisogno per gestire i gruppi di lavoro.

Ancora una volta, per anticipare i tempi, risulta indispensabile osservare, pensare e anche disimparare. Non rimanere fissi su quello che che abbiamo conosciuto finora.

Qualche anno fa, in questo senso, ho ricevuto un grande “insegnamento al contrario”.

Mentre  mi addentravo – in via teorica e pratica – alla facilitazione di dinamiche di gruppo, feci una timida confessione a una persona che stava gestendo un progetto. Le dissi “Secondo me, nel contesto in cui state operando, c’è una lacuna evidente di facilitazione. La sua risposta fu: “No grazie, non abbiamo bisogno di facilitazione. Tra di noi andiamo già d’accordo”.

Allora forse ha ragione mio nonno: dovremmo ripartire da un’umiltà di fondo. Un’umiltà che ci ricordi quanto siamo fisiologicamente ignoranti e, al tempo stesso, quante occasioni abbiamo per scorgere dettagli importanti di evoluzione sistemica.

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