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Le business school sono ancora attuali? (E qualcuno si chiede se “questa crisi” non sia colpa loro)

Ci sono oltre 10’000 Business School nel mondo, pronte ogni anno a sfornare geniali MBA che plasmeranno il futuro di qualcuno. Ma c’è più di un dubbio….

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Ci sono oltre 10’000 Business School nel mondo. Ogni anno sfornano MBA geniali che plasmeranno il futuro di qualcuno. Questo nell’ideale. Ma forse qualcosa che non funziona più cosi tanto bene.

Premetto che non ho fatto un MBA; ho avuto l’opportunità di dialogare, off the record, con numerosi docenti di MBA, alunni , anche un paio di presidi. In aggiunta a loro mi confronto spesso con aziende (PMI) e i loro CEO. Una posizione comune delle varie realtà citate è che “sì, quelli dell’MBA arrivano qui e pensano di sapere tutto”.

Ovviamente non è mia intenzione fare di tutta un’erba un fascio , e le singole competenze e soft skill pregresse (cioè già presenti nel candidato ad un MBA) hanno un valore notevole. Tuttavia il mio focus è su cosa e come insegnano queste Business School e qual è la “filosofia di vita” che trasmettono tramite i loro corsi.

Diamo i numeri

La AACSB (Associazione delle Business School) mappa oltre 10’000 (13’000 circa) Business School sparse in tutto il mondo (con un numero maggiore negli Stati Uniti).
La sola India si stima ne abbia circa 3’000, stando ai dati dell’Associazione. Se si considera il numero di persone che orbitano in questo mondo (dai docenti ordinari, i keynote speaker, i lecturer, oltre al personale amministrativo), si comprende quanto questo universo sia, brutalmente parlando, una gallina dalle uova d’oro.

Le università non sono una cosa nuova. Esistono da ormai un millenio, alcune delle più antiche videro la luce in Italia. Tuttavia le Business School sono una cosa recente. Forse uno dei casi più storici può essere identificato nella École Supérieure de Commerce de Paris, fondata da privati come strumento per avere persone competenti (oggi diremmo manager) per affrontare l’allora mondo del business. A causa della l’industrializzaizone dei processi di produzione, il mondo conosciuto sino ad allora stava radicalmente cambiando e richiedeva menti più dinamiche, che cambiassero i paradigmi che stavano alla base della produzion del valore (tradotto come fare più soldi utilizzando le nuove tecnologie).

Come si vende un MBA?

Prima di tutto il marketing. Queste istituzioni devono vendersi. Dopo tutto se paghi tra i 50 e i 100 mila euro per un titolo di studio dovrai pur sentirti soddisfatto di ogni singolo centesimo speso.

Visitare una Business School è un’esperienza per gli occhi, prima di tutto. Tutto deve trasudare ricchezza, efficienza, successo. Quanti spenderebbero tanti soldi in un istituto con crepe sui muri, scialbo o anonimo?

Il marketing, che parte dalla sede fisica della Business School, si evolve in una serie di comunicazioni sui media che meglio rappresentano e incarnano l’indole della stessa. Prima di tutto piattaforme media, dove si discute di finanza, poi di management. C’è da dire che molte di queste piattaforme hanno il lettore o follower perfetto. Innamorato del successo, ambizioso, forse non cosi informato sulle varie sfaccettature di economia e finanza, ma pronto a far parte del grande sistema capitalista mondiale.

Si badi bene la mia non è una critica al capitalismo , quanto meno, non a quello descritto da Adam Smith (che tutto discuteva nella sua opera magna tranne il binomio capitalismo e democrazia). Il capitalismo nella sua essenza è l’abilità di gestire (il che implica valorizzare al fine di creare maggiori capitali) i soldi. Siano essi investiti nella finanza pura (speculazione) oppure in impianti di produzione o altre soluzioni dove il denaro si trasformi in macchinari, materie prime ecc..

La citazione come prova di esistenza

Il marketing per le Business School non può limitarsi alla pubblicità ma deve innestarsi con maggiore efficacia nel tessuto imprenditoriale stesso. Da qui una serie di osservatori che le Business School creano. La loro funzione è duplice. Da un lato creare dei contenuti che (oggi ancora di più con i social media) possano essere veicolati direttamente presso l’utente finale (chi pagherà la retta), dall’altro lato divengono strumenti che possano essere citati dai media o integrati in presentazioni aziendali come dati “di valore”.

Non è il caso di fare una disanima di tutti questi (infiniti) centri di osservazione, think tank, pensatoi che orbitano e sono stato creati dalle Scuole stesse. La loro utilità per promuovere la credibilità della Business School presso i clienti e presso le aziende che, una volta masterizzati, dovranno o potranno prendersi i loro alunni .

Qual è il vero problema?

Le critiche alle Business School sono ormai divenute main stream. Se prima si poteva pensare che questi pareri fuori dal coro  fossero una realtà limitata, quasi complottista contro un sistema istituzionalizzato, ora esiste un’intera frangia di pensieri, analisi e libri sul tema. Da Gawker ad analisi più soft come il NYT dove si descrive come le Business School hanno plasmato il capitalismo americano.

Ed è questo il tema che in vero dovrebbe far più riflettere: cosa s’insegna in queste Scuole di business? Non discuto dei titoli sui singoli corsi, ma proprio l’approccio e l’indole che sembra trasudare da esse. L’Independent, poco tempo dopo il crollo finanziario del 2008, si domandava se le Business School fossero da condannare come coautori della crisi del 2006-2008.

Cosa insegnano esattamente?

Vengono trattati temi differenti ma ci sono alcuni filoni primari.
Gli studenti possono imparare come una trasformazione eroica di una società (dove in futuro lavoreranno) è sempre un successo, o di come si può comprendere meglio il sistema di tassazione per poterlo aggirare (si badi: elusione e evasione sono due concetti differenti, soprattutto giuridicamente), oppure su come creare desideri (prima mancanti) nei consumatori, al fine di vendere loro maggiori prodotti o servizi.

Se si spende una discreta montagna di soldi per un anno circa di lezioni, ci si aspetta, una volta masterizzati, di recuperarli prima possibile. Non ci vuole una scienza nell’immaginare che il masterizzato, allevato a finanza e coltelli, avrà tutto l’interesse, e l’indole, di valorizzare al massimo la sua esperienza di studio a suo vantaggio (economico) e in seconda battuta a vantaggio dell’azienda che lo ha assunto.

Il concetto ideologico economico insegnato nelle Business School è di base il capitalismo. Con alcune nuances a seconda del corso. Ma, di base, il capitale domina.

Consideriamo la finanza. Il concetto base della finanza è come la gente investe i propri soldi. Si tende ad assumere che vi siano persone con capitali (tanto denaro) e, per estensione, che vi siano persone con disponibilità economiche differenti (potremmo dire poveri e ricchi). Maggiore sarà la disparità finanziaria all’interno di una data società e maggiore potrà essere l’interesse che si può raccogliere. Si va egualmente a supporre che la rendita sul capitale sia legittimata da una logica sociale di buon senso e crescita. Lo scopo quindi della finanza, e delle lezioni di finanza, si basa di fatto su come massimizzare le rendite sui capitali, utilizzando meccanismi legali o matematici (a volte entrambi) che possono aumentarli.

Il rischio di questo aspetto si può percepire in una serie di decisioni che, maggiori sono le posizioni apicali coperta da alumni dei MBA, maggiore potrebbero recare danno alla società. Consideriamo, per esempio, che una buona maggioranza dei decisori negli uffici finanziari di NY che furono attori, o co attori, di scelte finanziarie nel 2000 in poi erano tutti MBA alumni. Com poi si sia evoluta la loro visione del mondo lo conferma la crisi immobiliare del 2008.

L’impatto sugli aspetti umanistici

Le strategie finanziarie di maggiore successo implicano alti ritorni in breve tempo, cosa che può esacerbare ancora di più le disparità sociali, vedi la crisi del 2006-2008. Consideriamo, per diversificare il ragionamento, la gestione delle risorse umane. Di solito si applica la logica dell’egoismo razionale: un’idea che implica, detto in parole semplici, che le persone agiscano in base a calcoli razionali su come possono massimizzare i loro interessi. Sulla base di questo approccio si calcolano i modi più efficaci per gestire le risorse umane. Il concetto di egoismo razionale è alla base di un caso aziendale piuttosto famoso (ma di certo di poco successo, almeno nel suo epilogo), ovvero la gestione di Enron.

Malgrado la definizione sia “gestione delle risorse umane”, l’approccio insegnato nei Master in Business Administration ha, come maggior interesse, la razionalizzazione delle categorie: uomini, donne, minoranze etniche, classi di lavoratori (suddivisi per efficienza lavorativa) e come massimizzare ogni singolo gruppo in base a valori  (?) sopra menzionati.

Un altro aspetto interessante è come gestire i rapporti con le forze che si “oppongono” ad un uso razionale delle risorse umane, come, per esempio, le associazioni di lavoratori (sindacati e simili). Sembra, ma ovviamente ci si può sbagliare, che una delle regole base possa essere incarnata nella frase di Gordon Gekko “l’avidità è bella”. Parte di un famoso discorso dove il magnate (nella finzione) spiegava perché l’avidità era il motore dell’economia americana. Sembra che un concetto di economia differente da quello capitalista non possa trovare posto.

Cosa resta fuori?

Un’economia collaborativa (non la sharing economy frutto di un marketing spietato delle public relation all’americana) non sembra essere un concetto veramente insegnato. Dopo tutto potrebbe non essere la soluzione migliore per magnificare i profitti, che dopo tutto, è quello che le aziende pretendono dai loro dipendenti (purché non violino le leggi vigenti).

Il primo assunto pare essere che il capitalismo sia l’unica via plausibile quindi l’unica ideologia che deve essere perseguita e insegnata. Il secondo assunto è che il comportamento umano, dei dipendenti, clienti, manager, è corretto se viene analizzato in base alla linea dell’egoismo razionale, e in virtù di questo approccio agire per il meglio.
Sulla scorta di questi due assunti si viene a creare un intero set di comportamenti per valorizzare il personale all’interno dell’azienda. Per estremizzare un poco, è come se si desse per assunto che tutti i dipendenti di un’azienda siano vampiri assetati di sangue. Sulla base di questo assunto, agire per soddisfare i loro interessi (la versione moderna di homo homini lupus). Si potrebbe insinuare che persone come Rifkin o Klein, e le loro rispettive opere (di solito regalate tra i manager e rigorosamente messe in libreria, lasciate li, belle rilegate e mai toccate, nemmeno fossero il libro segreto dei morti, da avere ma mai aprire) siano inutili.

Le Business School hanno fatto il loro tempo?

La percezione dell’insegnamento in un corso che dura poco piu di un anno è che per costare tanto (o valere) deve essere pratico, operativo, scevro di lezioni ridondanti. Una sorta di manuale operativo per razionalizzare e fare più soldi. Uno scenario in cui i singoli studenti possano imparare l’essenziale per fare soldi. Una specie di reader’s digest dell’istruzione.

Dopo il crollo del 2008 ci fu una gara a distribuire le colpe: rispettivamente ai consumatori (che si indebitavano troppo), ai banchieri per essere troppo arditi, a varie mele marce della finanza tutti connotati da una singola attitudine… l’avidità di possedere.

È possibile cambiare le Business School per orientarsi meglio ad un, supposto, cambiamento di paradigmi. Proprio grazie alla loro capillarità e alla loro importanza, potrebbe veramente veicolare un modo diverso di fare azienda .
Se, per esempio, un consumismo sfrenato rischia di minare l’equilibrio ecologico del nostro pianeta, non sarebbe auspicabile avere scuole che insegnino meno egoismo razionale e più istinto collaborativo?

Oppure le Business School sono ormai, insieme ad altre realtà vetero-capitaliste, modelli vecchi che devono essere abbattute e ricostruire da zero?

@enricoverga

Classe 1976. Consulente strategico e istituzionale, Master in International relations alla Università Cattolica del Sacro Cuore, senior analyst a Longitude. Per aiutare gli Italiani che cercano lavoro qualificato all’estero ha creato il quotidiano International Dream Job di annunci di lavoro internazionali. Scrive o ha scritto anche su Libero, il Sole 24 ore, Il Fatto Quotidiano, Capo Horn, Longitude, Youmark.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Stiamo crescendo i nostri figli nella più profonda incoerenza.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Ti riporto una mia lettera alla Dirigente della scuola di mio figlio, siamo a Roma.

«Gentilissima Dirigente,

le scrivo con profonda amarezza questa comunicazione.
Le vorrei segnalare una situazione indecorosa della facciata della scuola del ‘Plesso Cicerone’ e della zona antistante.

Persistono ormai da sempre escrementi di cane ovunque che i ragazzi con gli zaini trolley si ritrovano ogni giorno a portare in casa, persiste uno stato di abbandono generale a causa della immondizia e dei cassonetti bruciati, la facciata ha una enorme scritta ‘VIVA LA DROGA’.

Questa situazione di abbandono (che ormai a Roma è diventata un problema generale) è davvero sconfortante in un luogo dove i ragazzi si trovano ogni giorno. Non so quanto potrà fare in merito a questi problemi, ma sento il dovere di segnalarglielo.
Le allego anche una foto che stamattina ho fatto passando davanti la scuola e che ha poi determinato la mia spinta a scriverle.

La ringrazio anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi. Cordiali saluti»

Risposta della Dirigente Scolastica:

«Per anni ho sollecitato interventi a chi di competenza, che non è il Dirigente scolastico. La scuola non può sistemare i mali del mondo!!
La invito a porre le questioni in oggetto al Municipio VII (proprietario degli edifici scolastici e competente sulla manutenzione degli stessi, per legge) ed AMA per la pulizia delle strade. Se dicessi al mio personale di pitturare le pareti esterne degli edifici potrei anche essere sanzionata per questo. Magari lei sarà più fortunata. Saluti.»

Ho quindi concluso con questa mia risposta:

«Comprendo la sua posizione. Non mi trova però d’accordo su un punto: la scuola deve contribuire a cambiare i mali del mondo. Il futuro è lì e noi li stiamo facendo vivere nella più profonda incoerenza. La ringrazio comunque per il tempo che mi sta dedicando. Grazie, Saluti.»”

Cara amica, non voglio entrare nel merito delle responsabilità perché non ne conosco le dinamiche. Trovo – questo penso mi sia concesso dirlo – abbastanza svilente il continuo scarica-barile che troviamo spesso in buona parte delle nostre Istituzioni (non solo per quanto riguarda le scuole) laddove ci sia di assumersi una qualche responsabilità o, quantomeno, da rimboccarsi le maniche per adoperarsi e risolvere una specifica problematica.

Se è vero che non si può sapere a chi spetterebbe, in questo caso specifico, la prima mossa per dare una “ripulita” all’immagine della scuola, è altrettanto inverosimile che la scuola possa essere sanzionata per aver compiuto un gesto corretto e positivo, cioè quello della pulizia e del mantenimento dell’ordine. La scuola è un bene pubblico e pertanto chiunque si adoperi per renderlo più vivibile e condivisibile possibile non può che compiere un gesto meritorio. Se così non fosse, è indubbio che ci sarebbe qualcosa da rivedere a livello di regole.

Voglio concludere dunque questo post, anziché con un mio commento, raccontando un bell’aneddoto di qualche settimana fa, con la speranza che possa far tornare un po’ di speranza: i ragazzi della scuola media “Cavalieri” di Milano hanno usato centinaia di post-it colorati per ricoprire gli insulti rivolti alla dirigente Rita Bramante apparsi misteriosamente sul muro della loro scuola. Su ciascun bigliettino hanno poi scritto risposte di incoraggiamento e tanti complimenti, realizzando così un vero e proprio mosaico fatto di gentilezza e positività dai mille colori.

«Signora Preside non si scoraggi, non ci faccia caso. Sempre a testa alta!»
«Lei è la preside più brava di Milano»
«Mi dispiace per quello che è successo perché lei mette il cuore per noi e per questa scuola, le vogliamo bene!»
«Noi siamo dalla sua parte»
«Se non fosse presente con noi non sarebbe successo»
«Continui a lavorare siamo una squadra»
«Brava preside, quello che c’è scritto sul muro non è proprio vero»
«Lei viene anche nei week end per la nostra scuola e noi la ringraziamo e basta».

La risposta della preside, salutando i suoi studenti, è stata una citazione di Fabrizio De André: “È proprio vero che dal letame, a volte, se si ara il campo, se ci si lavora sopra, nascono i fior”. Per questo credo sia stato utile sfruttare il tuo racconto, cara lettrice, per ricordare anche questo aneddoto opposto: perché in mezzo a tanta cattiveria c’è anche chi riesce ancora a riconoscere il valore delle persone, del loro lavoro quotidiano e dei luoghi di condivisione dove, piano piano, vengono formati i cittadini di domani. I nostri figli. Che speriamo possano essere persone migliori.

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Crescere

Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

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The Quiet Life, Dirty Gold 

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