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Le business school sono ancora attuali? (E qualcuno si chiede se “questa crisi” non sia colpa loro)

Ci sono oltre 10’000 Business School nel mondo, pronte ogni anno a sfornare geniali MBA che plasmeranno il futuro di qualcuno. Ma c’è più di un dubbio….

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Ci sono oltre 10’000 Business School nel mondo. Ogni anno sfornano MBA geniali che plasmeranno il futuro di qualcuno. Questo nell’ideale. Ma forse qualcosa che non funziona più cosi tanto bene.

Premetto che non ho fatto un MBA; ho avuto l’opportunità di dialogare, off the record, con numerosi docenti di MBA, alunni , anche un paio di presidi. In aggiunta a loro mi confronto spesso con aziende (PMI) e i loro CEO. Una posizione comune delle varie realtà citate è che “sì, quelli dell’MBA arrivano qui e pensano di sapere tutto”.

Ovviamente non è mia intenzione fare di tutta un’erba un fascio , e le singole competenze e soft skill pregresse (cioè già presenti nel candidato ad un MBA) hanno un valore notevole. Tuttavia il mio focus è su cosa e come insegnano queste Business School e qual è la “filosofia di vita” che trasmettono tramite i loro corsi.

Diamo i numeri

La AACSB (Associazione delle Business School) mappa oltre 10’000 (13’000 circa) Business School sparse in tutto il mondo (con un numero maggiore negli Stati Uniti).
La sola India si stima ne abbia circa 3’000, stando ai dati dell’Associazione. Se si considera il numero di persone che orbitano in questo mondo (dai docenti ordinari, i keynote speaker, i lecturer, oltre al personale amministrativo), si comprende quanto questo universo sia, brutalmente parlando, una gallina dalle uova d’oro.

Le università non sono una cosa nuova. Esistono da ormai un millenio, alcune delle più antiche videro la luce in Italia. Tuttavia le Business School sono una cosa recente. Forse uno dei casi più storici può essere identificato nella École Supérieure de Commerce de Paris, fondata da privati come strumento per avere persone competenti (oggi diremmo manager) per affrontare l’allora mondo del business. A causa della l’industrializzaizone dei processi di produzione, il mondo conosciuto sino ad allora stava radicalmente cambiando e richiedeva menti più dinamiche, che cambiassero i paradigmi che stavano alla base della produzion del valore (tradotto come fare più soldi utilizzando le nuove tecnologie).

Come si vende un MBA?

Prima di tutto il marketing. Queste istituzioni devono vendersi. Dopo tutto se paghi tra i 50 e i 100 mila euro per un titolo di studio dovrai pur sentirti soddisfatto di ogni singolo centesimo speso.

Visitare una Business School è un’esperienza per gli occhi, prima di tutto. Tutto deve trasudare ricchezza, efficienza, successo. Quanti spenderebbero tanti soldi in un istituto con crepe sui muri, scialbo o anonimo?

Il marketing, che parte dalla sede fisica della Business School, si evolve in una serie di comunicazioni sui media che meglio rappresentano e incarnano l’indole della stessa. Prima di tutto piattaforme media, dove si discute di finanza, poi di management. C’è da dire che molte di queste piattaforme hanno il lettore o follower perfetto. Innamorato del successo, ambizioso, forse non cosi informato sulle varie sfaccettature di economia e finanza, ma pronto a far parte del grande sistema capitalista mondiale.

Si badi bene la mia non è una critica al capitalismo , quanto meno, non a quello descritto da Adam Smith (che tutto discuteva nella sua opera magna tranne il binomio capitalismo e democrazia). Il capitalismo nella sua essenza è l’abilità di gestire (il che implica valorizzare al fine di creare maggiori capitali) i soldi. Siano essi investiti nella finanza pura (speculazione) oppure in impianti di produzione o altre soluzioni dove il denaro si trasformi in macchinari, materie prime ecc..

La citazione come prova di esistenza

Il marketing per le Business School non può limitarsi alla pubblicità ma deve innestarsi con maggiore efficacia nel tessuto imprenditoriale stesso. Da qui una serie di osservatori che le Business School creano. La loro funzione è duplice. Da un lato creare dei contenuti che (oggi ancora di più con i social media) possano essere veicolati direttamente presso l’utente finale (chi pagherà la retta), dall’altro lato divengono strumenti che possano essere citati dai media o integrati in presentazioni aziendali come dati “di valore”.

Non è il caso di fare una disanima di tutti questi (infiniti) centri di osservazione, think tank, pensatoi che orbitano e sono stato creati dalle Scuole stesse. La loro utilità per promuovere la credibilità della Business School presso i clienti e presso le aziende che, una volta masterizzati, dovranno o potranno prendersi i loro alunni .

Qual è il vero problema?

Le critiche alle Business School sono ormai divenute main stream. Se prima si poteva pensare che questi pareri fuori dal coro  fossero una realtà limitata, quasi complottista contro un sistema istituzionalizzato, ora esiste un’intera frangia di pensieri, analisi e libri sul tema. Da Gawker ad analisi più soft come il NYT dove si descrive come le Business School hanno plasmato il capitalismo americano.

Ed è questo il tema che in vero dovrebbe far più riflettere: cosa s’insegna in queste Scuole di business? Non discuto dei titoli sui singoli corsi, ma proprio l’approccio e l’indole che sembra trasudare da esse. L’Independent, poco tempo dopo il crollo finanziario del 2008, si domandava se le Business School fossero da condannare come coautori della crisi del 2006-2008.

Cosa insegnano esattamente?

Vengono trattati temi differenti ma ci sono alcuni filoni primari.
Gli studenti possono imparare come una trasformazione eroica di una società (dove in futuro lavoreranno) è sempre un successo, o di come si può comprendere meglio il sistema di tassazione per poterlo aggirare (si badi: elusione e evasione sono due concetti differenti, soprattutto giuridicamente), oppure su come creare desideri (prima mancanti) nei consumatori, al fine di vendere loro maggiori prodotti o servizi.

Se si spende una discreta montagna di soldi per un anno circa di lezioni, ci si aspetta, una volta masterizzati, di recuperarli prima possibile. Non ci vuole una scienza nell’immaginare che il masterizzato, allevato a finanza e coltelli, avrà tutto l’interesse, e l’indole, di valorizzare al massimo la sua esperienza di studio a suo vantaggio (economico) e in seconda battuta a vantaggio dell’azienda che lo ha assunto.

Il concetto ideologico economico insegnato nelle Business School è di base il capitalismo. Con alcune nuances a seconda del corso. Ma, di base, il capitale domina.

Consideriamo la finanza. Il concetto base della finanza è come la gente investe i propri soldi. Si tende ad assumere che vi siano persone con capitali (tanto denaro) e, per estensione, che vi siano persone con disponibilità economiche differenti (potremmo dire poveri e ricchi). Maggiore sarà la disparità finanziaria all’interno di una data società e maggiore potrà essere l’interesse che si può raccogliere. Si va egualmente a supporre che la rendita sul capitale sia legittimata da una logica sociale di buon senso e crescita. Lo scopo quindi della finanza, e delle lezioni di finanza, si basa di fatto su come massimizzare le rendite sui capitali, utilizzando meccanismi legali o matematici (a volte entrambi) che possono aumentarli.

Il rischio di questo aspetto si può percepire in una serie di decisioni che, maggiori sono le posizioni apicali coperta da alumni dei MBA, maggiore potrebbero recare danno alla società. Consideriamo, per esempio, che una buona maggioranza dei decisori negli uffici finanziari di NY che furono attori, o co attori, di scelte finanziarie nel 2000 in poi erano tutti MBA alumni. Com poi si sia evoluta la loro visione del mondo lo conferma la crisi immobiliare del 2008.

L’impatto sugli aspetti umanistici

Le strategie finanziarie di maggiore successo implicano alti ritorni in breve tempo, cosa che può esacerbare ancora di più le disparità sociali, vedi la crisi del 2006-2008. Consideriamo, per diversificare il ragionamento, la gestione delle risorse umane. Di solito si applica la logica dell’egoismo razionale: un’idea che implica, detto in parole semplici, che le persone agiscano in base a calcoli razionali su come possono massimizzare i loro interessi. Sulla base di questo approccio si calcolano i modi più efficaci per gestire le risorse umane. Il concetto di egoismo razionale è alla base di un caso aziendale piuttosto famoso (ma di certo di poco successo, almeno nel suo epilogo), ovvero la gestione di Enron.

Malgrado la definizione sia “gestione delle risorse umane”, l’approccio insegnato nei Master in Business Administration ha, come maggior interesse, la razionalizzazione delle categorie: uomini, donne, minoranze etniche, classi di lavoratori (suddivisi per efficienza lavorativa) e come massimizzare ogni singolo gruppo in base a valori  (?) sopra menzionati.

Un altro aspetto interessante è come gestire i rapporti con le forze che si “oppongono” ad un uso razionale delle risorse umane, come, per esempio, le associazioni di lavoratori (sindacati e simili). Sembra, ma ovviamente ci si può sbagliare, che una delle regole base possa essere incarnata nella frase di Gordon Gekko “l’avidità è bella”. Parte di un famoso discorso dove il magnate (nella finzione) spiegava perché l’avidità era il motore dell’economia americana. Sembra che un concetto di economia differente da quello capitalista non possa trovare posto.

Cosa resta fuori?

Un’economia collaborativa (non la sharing economy frutto di un marketing spietato delle public relation all’americana) non sembra essere un concetto veramente insegnato. Dopo tutto potrebbe non essere la soluzione migliore per magnificare i profitti, che dopo tutto, è quello che le aziende pretendono dai loro dipendenti (purché non violino le leggi vigenti).

Il primo assunto pare essere che il capitalismo sia l’unica via plausibile quindi l’unica ideologia che deve essere perseguita e insegnata. Il secondo assunto è che il comportamento umano, dei dipendenti, clienti, manager, è corretto se viene analizzato in base alla linea dell’egoismo razionale, e in virtù di questo approccio agire per il meglio.
Sulla scorta di questi due assunti si viene a creare un intero set di comportamenti per valorizzare il personale all’interno dell’azienda. Per estremizzare un poco, è come se si desse per assunto che tutti i dipendenti di un’azienda siano vampiri assetati di sangue. Sulla base di questo assunto, agire per soddisfare i loro interessi (la versione moderna di homo homini lupus). Si potrebbe insinuare che persone come Rifkin o Klein, e le loro rispettive opere (di solito regalate tra i manager e rigorosamente messe in libreria, lasciate li, belle rilegate e mai toccate, nemmeno fossero il libro segreto dei morti, da avere ma mai aprire) siano inutili.

Le Business School hanno fatto il loro tempo?

La percezione dell’insegnamento in un corso che dura poco piu di un anno è che per costare tanto (o valere) deve essere pratico, operativo, scevro di lezioni ridondanti. Una sorta di manuale operativo per razionalizzare e fare più soldi. Uno scenario in cui i singoli studenti possano imparare l’essenziale per fare soldi. Una specie di reader’s digest dell’istruzione.

Dopo il crollo del 2008 ci fu una gara a distribuire le colpe: rispettivamente ai consumatori (che si indebitavano troppo), ai banchieri per essere troppo arditi, a varie mele marce della finanza tutti connotati da una singola attitudine… l’avidità di possedere.

È possibile cambiare le Business School per orientarsi meglio ad un, supposto, cambiamento di paradigmi. Proprio grazie alla loro capillarità e alla loro importanza, potrebbe veramente veicolare un modo diverso di fare azienda .
Se, per esempio, un consumismo sfrenato rischia di minare l’equilibrio ecologico del nostro pianeta, non sarebbe auspicabile avere scuole che insegnino meno egoismo razionale e più istinto collaborativo?

Oppure le Business School sono ormai, insieme ad altre realtà vetero-capitaliste, modelli vecchi che devono essere abbattute e ricostruire da zero?

@enricoverga

Classe 1976. Consulente strategico e istituzionale, Master in International relations alla Università Cattolica del Sacro Cuore, senior analyst a Longitude. Per aiutare gli Italiani che cercano lavoro qualificato all’estero ha creato il quotidiano International Dream Job di annunci di lavoro internazionali. Scrive o ha scritto anche su Libero, il Sole 24 ore, Il Fatto Quotidiano, Capo Horn, Longitude, Youmark.

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Welfare aziendale: nuovi modi di risparmiare (per tutti)

L’erogazione di benefit aziendali ha fatto l’oggetto di importanti modifiche a livello fiscale. Essi sono ora uno strumento interessante a disposizione delle aziende. Sono altrettanto interessanti per i collaboratori?

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Alcuni anni fa lessi delle facilitazioni, o meglio dire dei benefit che Google e Facebook offrivano ai loro dipendenti nella sede centrale.
Si andava da una serie di servizi interni quali la mensa aziendale (ma parliamo di una mensa a 5 stelle!) ai massaggi. La cosa che mi aveva colpito tuttavia erano i benefit estesi al di fuori dell’area aziendale. Affitti di case (in Silicon valley i costi di un affitto sono da urlo), maggiordomi che gestivano i servizi di lavanderia, dentista, assistenza ai genitori dei dipendenti anziani etc..

Inizialmente ero rimasto un poco allibito pensando alle spese aggiuntive che ogni azienda andava a caricare per ogni impiegato. Dopo tutto, questi servizi avevano dei costi e, anche assumendo che vi fossero delle aziende di servizi specializzate (che quindi potevano fare un “bundle” e relativo sconto, per un certo numero di clienti, leggasi i dipendenti dell’azienda), i costi aggiuntivi mi sembravano importanti.
Quello che ignoravo allora, ammetto le mie colpe, era che la maggior parte se non tutti questi benefit erano scaricabili al 100%. In pratica Facebook, Google e tutte le altre data company potevano dedurre al 100% le spese per i benefit dati ai loro dipendenti.

Vantaggi per i dipendenti

I vantaggi sono duplici. L’azienda può permettersi di essere generosa nei confronti dei propri dipendenti e intanto dedurre dalle tasse milioni (tema sempre caldo per un’azienda, in qualunque parte del mondo). I collaboratori invece godono di servizi utili e spendibili, ma il cui peso fiscale è meno importante di un premio pagato sullo stipendio.

Negli ultimi anni anche in Italia il tema benefit per i dipendenti è diventato caldo e ora le possibilità di benefit scaricabili non solo sono aumentate ma sono divenute utilizzabili per la stragrande maggioranza delle aziende (incluse una buona parte delle PMI).
Un report interessante che può offrire una visione di insieme del fenomeno welfare in Italia è il Welfare Index Pmi 2018.

Tuttavia il tema più interessante, a mio avviso, è la lista di benefit che le aziende ora possono erogare, in particolare:

Educazione e istruzione
Andiamo dalle borse di studio ai testi scolastici, in aggiunta sono previsti anche i servizi scolastici integrativi. Se consideriamo quanti dipendenti sui 30 anni e più hanno figli piccoli, da elementari o asilo, si comprende subito il vantaggio di questi benefit. Ancora più rilevante se si considera che non vi sono limiti di spesa. Quindi l’azienda, per ipotesi si intende, può definire un ammontare discrezionale.

Cura per membri della famiglia giovani o anziani
Babysitter, centri estivi e invernali (quindi anche lezioni di sci o altri sport), assistenza per familiari anziani non auto sufficienti.
Anche in questo caso non sono previsti tetti di spesa. Egualmente se consideriamo che l’età di un lavoratore in un’azienda va dai 25-30 sino ai 50, si comprende bene come questi benefit possano essere una boccata d’ossigeno per i dipendenti.
Se si considera poi i costi per gli anziani (i genitori in questo caso) che sono crescenti con la crescita dell’età media di vita, si comprende come anche in questo caso questi benefit diventino vitali per molte famiglie.

Fringe Benefit
Beni servizi e voucher, in questo caso c’è al momento un limite di 258 euro, lo sforamento del quale comporta la tassazione dell’intero importo. Un limite importante ma pur sempre utile nell’economia di una strategia di benefit aziendali.

Cassa sanitaria e fondi pensione 
Nessuno in caso di PDR, diversamente tetti rispettivamente di 3.600 euro e 5.100 euro.

Prestiti/mutui
Nessun limite

Buoni pasto
Una voce classica dei benefit aziendali. Quello cartaceo ancora rimane fisso a 5,29 euro al giorno mentre per l’elettronico, un settore su cui le welfare company puntano molto, arriva a 7 euro. Per quanto spesso la pausa pranzo sia limitata, c’è da considerare che molte aziende prevedono già una mensa interna gratuita. Quindi il ticket si trasforma in moneta digitale spendibile in molti punti convenzionati (a partire dai supermercati).

Educazione, istruzione, culto
Anche nel caso di sport, viaggi, cultura, non vi sono limiti.
La spesa per il tempo libero è una spesa rilevante per molti dipendenti e, purtroppo, spesso limitata da quello che “avanza” a fine mese; l’ISTAT stima che essa ammonti a circa al 5,2% della spesa complessiva di una famiglia italiana ed è quindi una voce importante che può aiutare il morale del dipendente.

Convezioni, carte sconti, conciliazione vita lavoro e mobilità
Anche in questo caso nessun limite.
Se consideriamo che le carte sconti si estendono anche a e-commerce e negozi online si capisce come anche in questo caso, specialmente sotto Natale, un bonus erogato con soluzioni di welfare può essere un’ottima soluzione per gratificare i dipendenti e migliorare il loro morale.

Alcuni aspetti normativi che meritano di essere menzionati

Il primo inizio importante sul tema benefit lo abbiamo con la legge di stabilità del 2016 che ha potenziato le agevolazioni fiscali per le aziende che concedono servizi e prestazioni di welfare aziendale ai dipendenti e allo stesso tempo ha reintrodotto la detassazione dei premi produttività.

  • Novità per i dipendenti: il lavoratore stesso sceglie se scambiare il premio retributivo con prestazioni di welfare integrativo completamente detassate.
  • Novità per le aziende: per i datori di lavoro, uno dei principali cambiamenti è dato dall’esenzione IRPEF dell’utilizzazione di opere e servizi messi a disposizione dei dipendenti e loro familiari anche se previsti da disposizione di contratto, accordo o regolamento aziendale (in precedenza, l’esenzione scattava soltanto se il benefit risultava come atto unilaterale e volontario del datore di lavoro).

La legge di Stabilità del 2016 ha anche previsto la possibilità di erogare i benefit da parte del datore di lavoro tramite i voucher, ovvero documenti di legittimazione in formato cartaceo o elettronico che riportano un valore nominale. È tuttavia con la legge di bilancio del 2017 che si consolidano molti de traguardi del 2016. Rispetto alla precedente normativa vengono ridefiniti due aspetti sulla parziale detassazione del premio di risultato. Il primo definisce i destinatari e i limiti del beneficio fiscale:

  • Requisito soggettivo: il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata viene innalzato da 50.000 a 80.000 euro.
  • Importi massimi: gli importi dei premi erogabili aumentano da 2.000 a 3.000 euro nella generalità dei casi, e da 500 a 4.000 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro.

Il secondo stabilisce che i servizi previsti dall’art. 51, co.4 del TUIR e i contributi alle forme pensionistiche complementari (D. Lgs. 252/2005) e di assistenza sanitaria (art. 51, c. 2, lettera a) non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente né sono soggetti all’imposta sostitutiva del 10%.

I vantaggi per le aziende

Ad aiutare le imprese ad accrescere il loro livello di welfare contribuisce quindi l’impianto normativo, modellato dalla legge di Stabilità 2016 e successivamente rafforzato dalle leggi di Stabilità 2017 e 2018 che, con robusti incentivi fiscali, ha promosso gli investimenti a sostegno del benessere dei dipendenti e delle loro famiglie: da un lato l’azzeramento del cuneo fiscale sulle somme erogate ai dipendenti, dall’altro, la deducibilità delle spese dal reddito delle imprese.

Un secondo aspetto della normativa riguarda, poi, la possibilità di convertire i premi aziendali di risultato in servizi di welfare, rafforzando gli incentivi già previsti per la componente variabile delle retribuzioni. I premi aziendali erogati in forma di welfare sono esenti da imposizione fiscale e contributiva.

La sfida

C’è ancora molto da fare.
In ambito aziendale le sfide sono principalmente due.

La prima è il selezionare dei pacchetti di welfare che siano adatti per i dipendenti. Per quanto molti uffici delle risorse umane abbiano avuto un “aggiornamento” della forza lavoro, molte di esse, se parliamo delle PMI, rischiano ancora di essere piuttosto statiche nel loro potere decisionale.

Di fatto il rischio è che i vantaggi del welfare non vengano a pieno percepiti, o peggio, vengano mal gestiti. Immaginiamo un’azienda che ha un mix di dipendenti giovani (dove i benefit per l’istruzione dei figli potrebbe essere molto apprezzato) e dipendenti con maggior seniority (dove i vantaggi per il care-giving dei genitori anziani sono sicuramente un asset). Se il manager delle risorse umane non è attento nel fare delle ricerche tra il personale i vantaggi del welfare saranno poco utili sia per l’azienda che per i dipendenti.

C’è poi una forte necessità che l’intera linea di comando (dalle risorse umane sino al CFO) possa comprendere i vantaggi del welfare aziendale e attivarsi di conseguenza.

La seconda sfida non è da meno. I dipendenti devono comprendere quali sono i benefici del nuovo welfare. Spesso le comunicazioni su questi temi vengono percepite come un rumore di fondo. Molto spesso l’azienda, soprattutto se parliamo di PMI, tende a comunicare senza enfasi questi servizi. Il risultato finale è che i dipendenti sono poco invogliati a iscriversi ai piani aziendali o, forse anche peggio, non sono un elemento attivo dei processi decisionali.

Una non-partecipazione dei dipendenti, che così non manifestano cosa può essere di loro interesse, è un serio danno per i processi di welfare aziendale e, di conseguenza, per l’azienda stessa. In alcuni casi, inoltre, è il collaboratore stesso a non apprezzare l’erogazione di premi che, di fatto, diminuiscono i propri contributi pensionistici.

Un esempio

Si ipotizzi che un’azienda, sotto il periodo natalizio o durante l’approssimarsi di un trimestre positivo, decida di erogare dei premi aziendali. Ovviamente la percezione del dipendente sarà a vantaggio di un bonus economico. Tuttavia se, poniamo, il benefit sia di 1000 euro, una volta “sopravvissuto” alla tassazione il benefit sarà probabilmente della metà, o poco più(ci sono differenti fattori per il calcolo del benefit economico finale).
Se invece lo stesso benefit o premio viene dato in welfare, l’intera cifra verrà percepita senza nessuna deduzione.

Per far questo tuttavia è necessario che le due sfide sopra menzionate siano superate.
Cioè che l’azienda sappia veramente come funziona il welfare e le aree dove i vantaggi possano essere applicati e conosca egualmente i gusti e gli interessi dei suoi dipendenti. E dall’altro che i dipendenti abbiamo un ruolo partecipativo nell’azienda.

Sicuramente i nuovi bilanci dei prossimi anni porteranno ulteriori novità a questo settore. Tuttavia già ora per le aziende italiane, e come detto non si parla solo delle grandi aziende ma anche delle PMI, il welfare aziendale è una soluzione vincente. Basta coglierla.

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Crescere

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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