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Cambiare vita a 40 anni e aprire la propria ditta Cambiare vita a 40 anni e aprire la propria ditta

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Cambiare vita a 40 anni (o a qualsiasi altra età)

Cambiare vita e cambiare lavoro è possibile. Non lasciate dire a nessuno che è impossibile. Mai.

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Ci sono diversi modi di cambiare vita a 40 anni.
Per alcune persone ci pensa il caso, travestito da malattia o da infortunio.
Per altre, interviene la fortuna: vincono una grossa somma di denaro, o trovano la persona giusta, o il lavoro giusto.
Per altre ancora, è il frutto di un bisogno, come ad esempio dedicare più tempo alla famiglia.

Per me, è stata una canzone.

Imparare ad ascoltarsi, come una canzone

Ero sulla collina che sovrasta Edimburgo, con le cuffie nelle orecchie e il vento nelle mani.
L’uragano Ophelia aveva appena toccato terra sull’Irlanda e stava mietendo le sue prime vittime. Era il 2017 e io passeggiavo a fatica e controvento tra i sentieri di Calton Hill.
Il vulcano spento alle mie spalle, il castello davanti agli occhi e, nella vallata in mezzo, tutto quel brulicare di vita che si agitava ostinatamente.

Il mondo assomigliava alla geografia della mia anima, in quel momento.
Finché non è passata quella canzone.

Inizia col piano e prende forza con gli archi e la voce di Morten Harket è sempre perfetta, in modo inversamente proporzionale all’uomo che è diventato: bigotto e conservatore.

Ho dovuto riascoltarla tre volte di seguito. 3 minuti e 47 secondi per tre volte. E a ogni passaggio qualcosa in me si depositava, si stancava di correre, si calmava.

Quando cominciai la discesa verso la città, ero diventato un altro.
O forse ero semplicemente tornato me stesso.

Avere il coraggio di cambiare vita

È in quei giorni che ho deciso di lasciare un lavoro a tempo indeterminato e ben pagato.
È in quei giorni che ho cominciato a sentire che la vita che conducevo non era in linea con ciò che ero.
È in quei giorni che ho saputo che entro fine anno avrei lasciato la persona che amavo.

Fu il mio corpo ad avere la prima reazione a questa consapevolezza: pochi minuti prima di arrivare all’aeroporto per rientrare a casa, la mia schiena si è bloccata. Un dolore indicibile – uno di quelli che ti fa sudare e ti spegne il viso in una smorfia che non puoi celare. E che si fissa lì.
Come se il sedimentare della mia inquietudine si fosse cristallizzato nelle vertebre, premendo sui nervi della gamba. Per sei mesi non ho più avuto sensibilità dal polpaccio in giù, solo un formicolio incessante e pungente.

Poi ci furono le reazioni della mia famiglia: non si lascia un lavoro sicuro. Mai. È l’undicesimo comandamento, quello che Dio non sentì il bisogno di scrivere perché talmente ovvio.
I colleghi: sei coraggioso, vorrei farlo anch’io, ma ho bambini e mutuo.
Gli amici: quindi torni a Ginevra? quindi vai a vivere in Scozia? quindi che programmi hai?

Io sapevo solo che entro la fine dell’anno avrei fatto qualcosa di diverso e che ero pronto a farlo.
Non sapevo bene come, ma ci stavo lavorando su. Come era già accaduto in precedenza nella mia vita, sapevo esattamente dove andare ma non sapevo ancora bene dove mi trovassi in quel momento preciso della mia vita.

Fondare la propria azienda: l’esempio di Purple&People

La direzione che cercavo prese la forma di un locale di sushi all you can eat di Milano, dove ognuno portava un contatto di LinkedIn che non conosceva nella vita reale e dove incontrai Davide Cardile.
All’inizio solo un riconoscersi in 3D, dopo le molte chiacchierate via Skype. Poi la voglia di trovare sinergie tra i nostri progetti. E dopo pochi mesi, la decisione di creare una società di consulenza insieme.

Purple&People è nata così, con un nome confuso e stratificato e difficile da capire, come la vita dei suoi fondatori.

Purple è un omaggio al viola della mucca di Seth Godin; è un’occhiolino alla musica di Prince; è un riferimento ai “colletti viola“, quelle persone che cercano di interfacciarsi tra business e aspetti tecnici; è un richiamo ad un colore nobile dell’antichità, prezioso e raro, ma anche a un colore di un’attualità fatta sempre più di diffidenza nei confronti della diversità.

People sono le persone che vanno rimesse al centro di… tutto.
Di una banalità sconcertante e di un’altrettanto sconcertante rarità.

Mi piaceva che il nome della società suonasse come quello di uno studio legale americano. Ho sempre avuto un gusto pronunciato per il paradosso e il deuxième degré, come diremmo in francese.

Purpletude, invece, è il nostro magazine dove proponiamo argomenti che sono vicini alla nostra sensibilità, che rimane comunque quella di fare le cose in modo diverso, nonostante i piccoli fraintendimenti che questo ci ha portato (vedi poche righe più sotto per i dettagli).

La giusta responsabilità sociale

All’inizio, il nostro bisogno di esprimere la diversità della nostra azienda era tale che puntammo quasi unicamente sui valori del rispetto, della generosità e del fare le cose in modo diverso. Che non era stata un’idea geniale lo capimmo tardi, intorno alla una di notte, quando un contatto mandò un messaggio a Davide e a me per farci i complimenti per la nostra “onlus”.

L’idea di trasformare una parte di Purple&People in non-profit era già nei piani. Ma nei nostri calcoli, l’avremmo fatto con un investimento successivo e in base alle eccedenze della società profit.
Il nostro posizionamento valoriale, invece, ci aveva messo in una situazione imbarazzante: non solo facevamo fatica a trovare dei clienti ma addirittura le persone si sentivano offese dal fatto che facevamo loro delle offerte commerciali.

Questa è sicuramente una lezione che ho imparato: forse a causa della mia formazione americana, per me business e responsabilità sociali possono andare a braccetto senza problemi.
Evidentemente, alle nostre latitudini, invece, o sei un’azienda che sfrutta o sei un’azienda che aiuta. È una visione molto manichea – e anche un po’ irrealista, diciamoci la verità. Certi progetti culturali esistono solo grazie all’aiuto finanziario delle fondazioni legate ai grandi gruppi profit, mentre dietro a molte associazioni del terzo settore ci sono interessi miliardari. Aiutare il prossimo è un grande business, pare.

Obiettivi di crescita professionale

Il fatto di essere un professionista riconosciuto nel proprio settore – e di avere delle solide competenze – non è sufficiente per creare un’azienda di successo. Ci vuole un po’ di faccia di tolla, come si dice dalle nostre parti.

Sia Davide che io detestiamo vendere. Ci viene proprio contro.
E concordare il prezzo di un servizio, ancora peggio. Se dipendesse da noi, faremmo sempre tutto gratuitamente.
Oggi, a distanza di un anno, il consiglio che potrei dare ai neo-imprenditori è di procurarsi subito un buon commerciale.

Io credo di avere questo pregiudizio che un buon venditore è sinonimo di filibustiere aggiratore.
E invece non è vero, proprio come non è vero che un’azienda profit non possa fare del bene. Ci sono moltissime persone che sono brave a promuovere un servizio o un prodotto, senza venire meno ai propri valori.

Ecco, l’investimento di soldi e di tempo più importante che possiate fare è questo: trovate la persona giusta per aiutarvi a far crescere il business, e retribuitela bene. Il resto, a mio avviso, è secondario, persino la vostra capacità di fare networking. 10’000 contatti che si convertono in zero vendite hanno un valore di zero. Punto.

Lasciare un lavoro che fa stare male

Fin dall’inizio ci è stato chiaro che volevamo lavorare sul cambiamento.
Tuttavia l’emergenza disoccupazione in Italia è tale che ci siamo concentrati soprattutto sulle persone che erano senza lavoro.
E questo anche perché le molte agenzie del lavoro e le agenzie di recruitment hanno tendenza a mostrarsi poco comprensive nei confronti di chi non riesce a trovare un impiego.

In questo ambito, quando non hai posizioni concrete da offrire alle persone, è meglio non creare aspettative.
Lo abbiamo capito e lo abbiamo accettato, anche se questo vuol dire non poter aiutare le persone che ne hanno più bisogno.

Per questo ci siamo concentrati su chi invece un lavoro ce l’ha ma lo vuole cambiare.
O lo deve cambiare, a dipendenza dei casi. Ci sono persone che soffrono perché sotto pressione. Altre che invece si sentono frustrate perché non riescono a migliorare la propria posizione (e la propria retribuzione). Altre ancora che temono che il fatto di restare troppo nella stessa azienda precluda loro nuove opportunità.

Senza voler generalizzare, possiamo identificare due tipologie di persone che fanno ricorso ai servizi di un’azienda come la nostra: uomini sui 35 anni che vogliono fare carriera e sentono che è il momento – ora o mai più – di fare un salto di qualità; donne sulla cinquantina con un buon bagaglio professionale alle spalle che, a un certo punto della loro vita, si rendono conto di aver voglia di fare qualcosa più in linea con i propri valori.

In entrambi i casi lavoriamo su due aspetti fondamentali: i valori personali (e non solo le competenze) e il proprio posizionamento personale (qualcosa di simile al personal branding, ma con meno bullshit, come direbbero gli americani).

Non si smette mai di imparare

Ho pensato che condividere la mia esperienza come imprenditore avrebbe potuto essere interessante per altre persone che sono in una situazione simile.

La cosa che mi sorprende di più, nel rileggere le mie stesse parole, è la quantità di cose che ho imparato in anno: a ogni riga avrei un aneddoto, un ricordo, un’esperienza da raccontare. Ho dovuto tagliare moltissimo per evitare che questo articolo diventasse un soliloquio autoreferenziale.

Ma mi rimane ancora una cosa che so che devo fare e questa volta la voglio fare: per tutti quelli che ci chiedono cosa facciamo “esattamente” in Purple&People, magari questo riassuntino può aiutare. E a me fa bene esercitarmi a farlo, perché, come dicevo, sono un pessimo venditore, ma cercare di promuovere i servizi dell’azienda a cui ci si dedica anima e corpo non è qualcosa di cui avere vergogna.

Anche questo è un insegnamento. L’ho appreso solo a metà. Al 30%, dai, per essere onesto. Ma ci sto lavorando 😉
Quindi…

Cosa fa una agenzia per il cambiamento?

Davide Cardile è un Thinking Partner

Davide ha una sensibilità pazzesca su tutto ciò che è trend di idee e di business. Legge moltissimo e ha tra i suoi clienti persone che incarnano il cambiamento e l’innovazione, ma le sue conoscenze non sono legate solo a questo: ha proprio un talento naturale. Soprattutto quando si occupa del business degli altri e non del nostro 😉
I suoi servizi sono quindi orientati alla parte editoriale e di public speaking di persone che hanno un certo livello di esposizione mediatica (o che hanno il potenziale per averlo). Per saperne di più potete visitare la sua pagina Davicardi.

Emanuela Fato è una Career Coach

Emanuela è un esempio di cambiamento di vita e di carriera: anche lei ha lasciato un lavoro sicuro (e statale!) per dedicarsi a ciò che l’appassiona e che sa fare bene: aiutare le persone a trovare la propria strada. È specializzata nel cambiamento di carriera e/o lavoro e non lascia le persone indifferenti: scopri uno dei percorsi interdisciplinari che offriamo.
Emanuela ha un’energia incredibile che motiverebbe anche uno zombie. È la mia fonte naturale di fluoxetina nei giorni in cui faccio fatica a impegnarmi al 100% nella nostra missione.

Simone Bigongiari è un Career Counselor

Simone ha una passione quasi imbarazzante per il suo lavoro: aiutare i giovani a orientarsi negli studi e nel mondo del lavoro.
Quando parliamo di questi temi si vede proprio che è animato da una vera e propria vocazione. Lo ammiro per questo suo fuoco sacro e per il lavoro costante che porta avanti da diversi anni nel quadro del suo blog La Divina Carriera e anche in alcune trasmissioni televisive dedicate a giovani e lavoro.

Andrea Trombin Valente è un Change Agent e Mentor

Io mi occupo soprattutto delle aziende, a livello di risorse umane e di comunicazione interna. Ho diversi progetti carini che si concretizzeranno nei prossimi mesi, tra cui un Podcast sull’innovazione sociale/aziendale e, soprattutto, uno strumento di gestione della comunicazione interna che avrei voluto avere io quando ero in azienda (e che abbiamo sviluppato con un partner di eccezione… stay tuned…).
Parallelamente, seguo alcune figure manageriali in un percorso di mentoring.
Lo faccio per due ragioni e mezza: 1. mi aiuta a capire cosa succede in azienda e non cadere nella trappola del consulente che vive sulla luna; 2. perché credo che sia un setting in cui posso veramente portare un valore aggiunto, utile per la persona (e qui c’è il 2.5 ovvero la soddisfazione dell’altro mi rende felice e quindi lo faccio volentieri).

Ma nel nostro team di Purple&People ci sono anche altre persone, tutte interessanti… continuate a leggerle su Purpletude per imparare a conoscerle meglio.

E per i curiosi melomani…

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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Ridimensionare: una gran bella parola!

Ridimensionare, ovvero portare alla (giusta) misura, è un chiaro elogio del limite: quello di capire chi si è e a cosa si aspira, senza spingersi in situazioni in cui il compromesso diventa disequilibrio.

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Vivere la giusta misura

Ti rendi conto che la tua vita non è poi così male quando ti concedi di alzare lo sguardo dal tuo microcosmo e osservi gli altri e le altre intorno a te.
E non serve – anche se può aiutare pensare ai bambini dei Paesi poveri dell’Africa, come suggerisce la foto: basta guardare nelle aziende e nelle case e nelle vite vicine alle nostre.

La storia di Ada

Ada vive a poche decine di metri da casa mia. La sua storia, fino ad certo punto, è stata piuttosto ordinaria, quasi banale. Un lavoro semplice, una casa semplice, una vita semplice. Una famiglia classica: lei, il marito, una figlia e poi un figlio. Tutti e quattro belli, ammesso che conti.

Tutto scorreva regolare. Una vita normale.

Poi, verso i quarant’anni, qualcosa cambia e rompe l’equilibrio: il marito, suo coetaneo, si ammala. Inizia a perdere progressivamente l’equilibrio, la stabilità e poi l’uso del corpo. Non è più in grado di lavorare, di camminare, di essere autosufficiente. La testa funziona, il corpo no.

Nel tempo si scopre che è una malattia genetica. L’aveva anche sua madre, ma nessuno era stato in grado di diagnosticarla.
La malattia lo divora lentamente e senza pietà, finché, appena dopo i sessant’anni, muore.

Nel frattempo il figlio, non ancora ventenne e da poco patentato, ha fatto un gravissimo incidente in auto, da cui è uscito vivo ma alquanto malconcio. L’incidente è stato anche l’evento scatenante della malattia genetica che si scopre aver ereditato dal padre e così inizia per lui un calvario che, quindici dopo, è ancora in corso.

La vita sa essere molto feroce

Siccome la vita quando si accanisce non fa sconti, nello stesso periodo anche la figlia inizia a manifestare i sintomi della malattia e, seppur all’inizio sia stata meno invalidante che per il fratello, nel tempo le ha progressivamente limitato la vita e ora, anche lei, non cammina più.

È talmente esagerata la sfortuna in questa storia e in questa famiglia che una volta un mio coachee, che continuava a lamentarsi dei suoi problemi senza volere far nulla per risolverli e a cui l’ho raccontata per dargli una misura delle cose, mi ha chiesto se me la fossi inventata per impressionarlo.

Purtroppo no, è tutta vera. Non so il nome della malattia, non conosco tutti i dettagli quotidiani dell’accudimento, non riesco nemmeno a tollerare il dolore di immaginare che cosa significa guardare i tuoi figli trentenni consumarsi progressivamente, senza poter far nulla se non amarli e prenderti cura di loro.
E sapete qual è la cosa più sorprendente in tutto questo? Ada quando la incontri, ti sorride. Sempre. Avrebbe tutto il diritto di essere incattivita, imbruttita, invidiosa, incazzata con il mondo, invece lei ti sorride.
E tu ti senti grande come un granello di sabbia.
E ridimensioni.
Riporti a misura, appunto.

Non c’è un solo giorno, una sola volta, in cui passando davanti alla loro casa io non pensi a quanto più piccoli siano i miei problemi, le mie difficoltà, le mie preoccupazioni rispetto alle loro. Ogni volta è una lezione di umiltà, intesa proprio come consapevolezza del limite.

Ridimensionare per alleggerire

A che cosa serve ridimensionare in questa società della performance, come l’hanno definita nell’omonimo testo i filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici, in cui “la condizione dell’uomo contemporaneo è strutturata per sostituire al mondo l’imitazione del mondo, all’espressione di sé l’esibizione di sé, alla narrazione lo storytelling, alla ricerca del senso della vita la ricerca di un livello sempre maggiore di benessere e visibilità”?

Io spero serva per recuperare la dimensione della lievità, per alleggerire la tensione, rivedere le aspettative, proprie e altrui, e per mollare un po’ la presa, ritrovare se stess* e farci pace, e accettare serenamente che non possiamo essere tutto o fare tutto o avere tutto.

La società degli ossimori

Come mai, in una società che ti incita al successo, alla vittoria, all’autorealizzazione come valori supremi, sento il bisogno di parlare di misura, di limite, di giusto peso da dare alle cose? Perché l’autoinganno sta diventando disfunzionale.
Toglie più di quello che dà.

Molt*, tropp* di noi, si affannano e faticano a trovare piena soddisfazione in ciò che fanno perché l’asticella si alza continuamente: devi essere migliore, superiore, sublime. Eccellente. Altrimenti non sei nessun*.
Ma è un ossimoro, perché se tutti eccellono, nessuno eccelle davvero.

E non è l’unico: ti vogliono giovane ma con esperienza, supercompetente ma a basso costo, iperambizioso e umile, molto performante e in perfetto equilibrio. Tutte contraddizioni in termini.

Così accade che in questa folle corsa che è la vita, ci si ferma sempre meno a riflettere, anche solo sull’etimologia delle parole. Prendiamo il successo, per esempio. Per i più, successo è uguale a ricchezza, fama, gloria, visibilità, lusso, mentre il suo significato letterale è “avvenimento, riuscita, buon esito”.
Avere successo, pertanto, significa aver portato a compimento qualcosa, aver raggiunto un obiettivo desiderato.

C’è molta più prosa che poesia, a ben guardare. Servono più concretezza e pragmatismo che altro per avere successo. Servono determinazione e autodisciplina.
Ricchezza e lusso, ammesso che arrivino, arrivano dopo. Molto dopo.

Che ne resta dei sogni?

Avere dei sogni è importante, anzi è vitale. I sogni servono, perché anche se non abbiamo certezza di realizzarli, abbiamo la speranza di andarci vicino, di riuscire almeno in parte nell’impresa.
Servono a tenerci in vita, a darci uno scopo e un orizzonte di senso.
Occorre però una nuova consapevolezza, anzi una consapevolezza ritrovata, perché i greci l’avevano già teorizzata: l’etica del limite.

Ci ricorda Umberto Galimberti, che per gli antichi greci: ‟Felicità e infelicità sono fenomeni dell’anima, la quale prova piacere o dispiacere a esistere a seconda che si senta o non si senta realizzata” (Democrito).
La realizzazione di sé è dunque il fattore decisivo per la felicità. Ma per l’autorealizzazione occorre esercitare quella virtù capace di fruire di ciò che è ottenibile e di non desiderare ciò che è irraggiungibile. Quindi la ‟giusta misura”.

Katà Métron

In questa società dell’illimitato, dell’onnipotente, in cui la tecnologia ha abolito il tempo e lo spazio, Galimberti ci esorta a recuperare e riscoprire la cultura del limite, che è propria dell’umano. Platone, riprendendo due motti dell’Oracolo di Delfi scriveva: “Conosci te stesso e quando hai conosciuto la tua virtù realizzala Katà métron, secondo misura, senza oltrepassare il limite, perché se lo oltrepassi prepari la tua sciagura, la tua rovina”.

La felicità quindi, lungi dall’essere onnipotenza, è piuttosto la capacità di governare se stessi per la propria buona riuscita, comunque la si intenda.

Il primo passo può essere imparare a sorridere, nonostante tutto, coma fa Ada.

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Vivere con l’orologio al polso

Vivere con l’orologio al polso e sentire il tempo che scorre, perché il primo passo per gestire il tempo è iniziare a misurarlo nei minimi dettagli.

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Orologio da polso

Ho cercato per anni di affrancarmi dal tempo, di liberarmi dal suo carico oppressivo. Finché un giorno mi sono strappato l’orologio dal polso e ho gettato il tempo via da me. Volevo essere libero. Per un po’ ha funzionato. Poi il tempo è tornato alla carica, più permaloso di prima. Mi stava alle calcagna e mi rimproverava per i miei ritardi. Così ho ricominciato a vivere con l’orologio al polso e mi sono reso conto di quanto sia affascinante sentire il tempo che mi corre addosso. E con la fascinazione è giunta inaspettata un sensazione: io ho il potere di cavalcare il tempo.

Come andò che un giorno gettai via l’orologio

Avevo vissuto per anni con l’orologio al polso, senza dargli mai molto peso. Un giorno ho sentito la sua presenza. Mi appesantiva la mano e soprattutto mi faceva fretta. Ero sempre in ritardo e lui me lo ricordava, come un Anacleto portatile. Così mi sono tolto il tempo di dosso e l’ho gettato via.

Con gli anni ho scoperto che togliermi l’orologio dal polso non mi aveva affrancato dal tempo, anzi mi aveva costretto a prestargli più attenzione. Ero diventato bravissimo a guardare l’ora nei bar, nei parchimetri o al polso degli altri. Poi è arrivato il cellulare e senza rendermene conto il tempo mi è ritornato “addosso”.

Cinque anni fa, tutto d’un tratto qualcosa è cambiato e ho ricominciato a vivere con l’orologio al polso. Da allora mi sono reso conto che il tempo non può essere né gestito né trascurato, ma solo misurato e ammirato. Con la sorpresa che quando lo misuri, ti rendi conto che puoi farti trasportare dalla sua “puntualità”.

Come decisi di rimettere l’orologio al polso

Il mio riavvicinamento agli orologi da polso iniziò per caso, mentre sfogliavo una tipica rivista maschile. Mi resi conto che la maggior parte delle pubblicità riguardavano orologi da polso. Alcuni erano veramente splendidi. Così diedi un’occhiata ai prezzi su internet e mi resi conto che potevano arrivare a costare come un appartamento.

A che scopo una persona avrebbe voluto spendere tutti quei soldi per tenersi il tempo addosso, mi chiesi.
Così decisi di ricomprare un orologio e scoprirlo.

Quella sensazione strana di potere e limite al tempo stesso

Lascia che faccia un passo indietro.

Già in passato avevo scritto un articolo su Purpletude in cui raccontavo di quel detto secondo cui “gli africani hanno il tempo in tasca e noi siamo nelle tasche del tempo”. Pensavo a quelle parole il giorno in cui ricominciai a vivere con l’orologio al polso. Era un semplice, SWATCH tutto bianco. Lo comprai a Porto Azzurro, all’Isola d’Elba, in un negozietto da cui si sentiva il rumore del mare.

La prima sensazione fu strana. Era come se mi fossi messo un laccio al polso. Mi sentivo impacciato, bloccato e mi ricordai che era quello il motivo per cui avevo smesso di vivere con l’orologio al polso.

In quel momento però feci anche un’altra considerazione. È un dato di fatto: il tempo mi influenza e io non ci posso fare nulla. Rifiutare che lui avvolga il mio polso non mi affranca dal tempo.

Allora mi ricordai che, quando ero piccolo, mi piaceva avvicinare l’orologio all’orecchio e ascoltare il ticchettio delle lancette. Mi calmavo. Lo feci subito. La sensazione fu splendida. Di nuovo quella calma ancestrale dilagò dentro di me.

In quel momento mi resi conto che mentre ascoltavo il tempo era come se io chiudessi con lui un cerchio. Lui avvolgeva il mio polso e mi influenzava. Io lo ascoltavo e forse lo stavo influenzando anche io. Lo rendevo benevolo! Non era più un antipatico Anacleto, ma un simpatico Taz-mania.

A quel punto ho fatto un’altra cosa. Una di quelle semplici, da bambino. Ho guardato l’orologio e ho pensato agli esseri umani che nei secoli avevano speso la loro vita affinché le persone potessero udire il tempo, vederlo e portarselo addosso. Gli orologiai! Ho provato per la loro opera un grande rispetto.

In quel momento ho capito che il primo passo per chi vuole gestire il tempo è iniziare a guardarlo, ad ascoltarlo, a misurarlo, nei minimi dettagli. Non si tratta più di non perdere neppure un secondo, ma di godersi ogni istante.

Il problema non è gestire il tempo, ma gestire me stesso

Da quando ho ricominciato a vivere con l’orologio al polso, mi sono reso conto che il mio problema non è gestire il tempo, ma gestire me stesso.

Non è forse anche il tuo problema?

L’orologio non lo indosso per mettere le redini al tempo, ma per mettere le redini a me stesso. Così, nel momento in cui mi metto l’orologio al polso, non provo il disagio che prova chi si sente braccato, ma il sollievo che sperimenta chi sa di avere di nuovo le redini in mano.

Tre cose che ho imparato da quando ho iniziato a vivere con l’orologio al polso

Se adesso guardo l’orologio che porto al polso e penso a cosa faccio grazie ad esso, mi rispondo che io essenzialmente gioco con il tempo. E il mio gioco con lui è fatto di 3 fasi ben precise:

  • Dividere il tempo
  • Sfidare il tempo
  • Recuperare il tempo

Dividere il tempo

È la cosa più semplice, ma al tempo stesso essenziale.
L’essere umano da sempre divide il tempo. All’inizio si limitava a distinguere il giorno dalla notte, poi le stagioni calde da quelle fredde, quelle piovose da quelle secche. Nel tempo sono arrivate altre divisioni. Oggi distinguiamo gli anni, le stagioni, i mesi, i giorni, le ore, i minuti, i secondi.

E qui sta il primo gioco: io divido il tempo nel tentativo di fermarlo, ma lui mi sfugge e corre. Non mi basta dire che è primavera per avere il tempo di seminare i fiori. Non mi basta dire che è sera per dire che è ora di smettere di lavorare. Tuttavia, è da qui che comincio il mio gioco con il tempo: gli metto le briglie.

Sfidare il tempo

È la cosa più emozionante.
Come essere umano, grazie ai miei neuroni fusiformi, posso stimare il tempo di cui avrò bisogno per fare qualcosa. “Un’ora per fare i compiti!”, “Due ore per completare un progetto!”, “Dieci minuti per fare una passeggiata!”, “Trenta andare a fare la spesa!”. La prima tentazione che ho è quella di darmi più tempo per fare le cose. Il tempo corre e io finisco per vivere come se lui stesse sempre per sfuggirmi di mano.

In realtà, la cosa che ho imparato è che meno tempo mi do, più apprezzo il tempo che ho.
Se mi do 1 minuto per rispondere ad una email, mi rendo conto che la risposta è più chiara e diretta di quanto me ne do 5 di minuti. Il tempo è strano: è più intenso quando scarseggia.

Recuperare il tempo

È la cosa più tranquillizzante.
Quando sfido il tempo e mi do meno tempo, talvolta fallisco. In quel momento, tuttavia, mi rendo conto con piacere che c’è sempre un po’ di tempo rimasto che io posso recuperare. Se mi do 15 minuti per scrivere una lettera e ne impiego 16, mi rendo conto che 1 minuto in più per recuperare in realtà c’era, proprio perché io mi ero dato un po’ meno tempo. Se sfido il tempo e me ne do un po’ meno, poi scopro che ne ho di più.

Comincio a pensare che sia proprio la dicitura “gestire il tempo” che a volte ci porta fuori strada.
Il tempo è un burlone: se lo vuoi battere, devi giocare.

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