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Cambiare vita a 40 anni e aprire la propria ditta Cambiare vita a 40 anni e aprire la propria ditta

Crescere

Cambiare vita a 40 anni (o a qualsiasi altra età)

Cambiare vita e cambiare lavoro è possibile. Non lasciate dire a nessuno che è impossibile. Mai.

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Ci sono diversi modi di cambiare vita a 40 anni.
Per alcune persone ci pensa il caso, travestito da malattia o da infortunio.
Per altre, interviene la fortuna: vincono una grossa somma di denaro, o trovano la persona giusta, o il lavoro giusto.
Per altre ancora, è il frutto di un bisogno, come ad esempio dedicare più tempo alla famiglia.

Per me, è stata una canzone.

Imparare ad ascoltarsi, come una canzone

Ero sulla collina che sovrasta Edimburgo, con le cuffie nelle orecchie e il vento nelle mani.
L’uragano Ophelia aveva appena toccato terra sull’Irlanda e stava mietendo le sue prime vittime. Era il 2017 e io passeggiavo a fatica e controvento tra i sentieri di Calton Hill.
Il vulcano spento alle mie spalle, il castello davanti agli occhi e, nella vallata in mezzo, tutto quel brulicare di vita che si agitava ostinatamente.

Il mondo assomigliava alla geografia della mia anima, in quel momento.
Finché non è passata quella canzone.

Inizia col piano e prende forza con gli archi e la voce di Morten Harket è sempre perfetta, in modo inversamente proporzionale all’uomo che è diventato: bigotto e conservatore.

Ho dovuto riascoltarla tre volte di seguito. 3 minuti e 47 secondi per tre volte. E a ogni passaggio qualcosa in me si depositava, si stancava di correre, si calmava.

Quando cominciai la discesa verso la città, ero diventato un altro.
O forse ero semplicemente tornato me stesso.

Avere il coraggio di cambiare vita

È in quei giorni che ho deciso di lasciare un lavoro a tempo indeterminato e ben pagato.
È in quei giorni che ho cominciato a sentire che la vita che conducevo non era in linea con ciò che ero.
È in quei giorni che ho saputo che entro fine anno avrei lasciato la persona che amavo.

Fu il mio corpo ad avere la prima reazione a questa consapevolezza: pochi minuti prima di arrivare all’aeroporto per rientrare a casa, la mia schiena si è bloccata. Un dolore indicibile – uno di quelli che ti fa sudare e ti spegne il viso in una smorfia che non puoi celare. E che si fissa lì.
Come se il sedimentare della mia inquietudine si fosse cristallizzato nelle vertebre, premendo sui nervi della gamba. Per sei mesi non ho più avuto sensibilità dal polpaccio in giù, solo un formicolio incessante e pungente.

Poi ci furono le reazioni della mia famiglia: non si lascia un lavoro sicuro. Mai. È l’undicesimo comandamento, quello che Dio non sentì il bisogno di scrivere perché talmente ovvio.
I colleghi: sei coraggioso, vorrei farlo anch’io, ma ho bambini e mutuo.
Gli amici: quindi torni a Ginevra? quindi vai a vivere in Scozia? quindi che programmi hai?

Io sapevo solo che entro la fine dell’anno avrei fatto qualcosa di diverso e che ero pronto a farlo.
Non sapevo bene come, ma ci stavo lavorando su. Come era già accaduto in precedenza nella mia vita, sapevo esattamente dove andare ma non sapevo ancora bene dove mi trovassi in quel momento preciso della mia vita.

Fondare la propria azienda: l’esempio di Purple&People

La direzione che cercavo prese la forma di un locale di sushi all you can eat di Milano, dove ognuno portava un contatto di LinkedIn che non conosceva nella vita reale e dove incontrai Davide Cardile.
All’inizio solo un riconoscersi in 3D, dopo le molte chiacchierate via Skype. Poi la voglia di trovare sinergie tra i nostri progetti. E dopo pochi mesi, la decisione di creare una società di consulenza insieme.

Purple&People è nata così, con un nome confuso e stratificato e difficile da capire, come la vita dei suoi fondatori.

Purple è un omaggio al viola della mucca di Seth Godin; è un’occhiolino alla musica di Prince; è un riferimento ai “colletti viola“, quelle persone che cercano di interfacciarsi tra business e aspetti tecnici; è un richiamo ad un colore nobile dell’antichità, prezioso e raro, ma anche a un colore di un’attualità fatta sempre più di diffidenza nei confronti della diversità.

People sono le persone che vanno rimesse al centro di… tutto.
Di una banalità sconcertante e di un’altrettanto sconcertante rarità.

Mi piaceva che il nome della società suonasse come quello di uno studio legale americano. Ho sempre avuto un gusto pronunciato per il paradosso e il deuxième degré, come diremmo in francese.

Purpletude, invece, è il nostro magazine dove proponiamo argomenti che sono vicini alla nostra sensibilità, che rimane comunque quella di fare le cose in modo diverso, nonostante i piccoli fraintendimenti che questo ci ha portato (vedi poche righe più sotto per i dettagli).

La giusta responsabilità sociale

All’inizio, il nostro bisogno di esprimere la diversità della nostra azienda era tale che puntammo quasi unicamente sui valori del rispetto, della generosità e del fare le cose in modo diverso. Che non era stata un’idea geniale lo capimmo tardi, intorno alla una di notte, quando un contatto mandò un messaggio a Davide e a me per farci i complimenti per la nostra “onlus”.

L’idea di trasformare una parte di Purple&People in non-profit era già nei piani. Ma nei nostri calcoli, l’avremmo fatto con un investimento successivo e in base alle eccedenze della società profit.
Il nostro posizionamento valoriale, invece, ci aveva messo in una situazione imbarazzante: non solo facevamo fatica a trovare dei clienti ma addirittura le persone si sentivano offese dal fatto che facevamo loro delle offerte commerciali.

Questa è sicuramente una lezione che ho imparato: forse a causa della mia formazione americana, per me business e responsabilità sociali possono andare a braccetto senza problemi.
Evidentemente, alle nostre latitudini, invece, o sei un’azienda che sfrutta o sei un’azienda che aiuta. È una visione molto manichea – e anche un po’ irrealista, diciamoci la verità. Certi progetti culturali esistono solo grazie all’aiuto finanziario delle fondazioni legate ai grandi gruppi profit, mentre dietro a molte associazioni del terzo settore ci sono interessi miliardari. Aiutare il prossimo è un grande business, pare.

Obiettivi di crescita professionale

Il fatto di essere un professionista riconosciuto nel proprio settore – e di avere delle solide competenze – non è sufficiente per creare un’azienda di successo. Ci vuole un po’ di faccia di tolla, come si dice dalle nostre parti.

Sia Davide che io detestiamo vendere. Ci viene proprio contro.
E concordare il prezzo di un servizio, ancora peggio. Se dipendesse da noi, faremmo sempre tutto gratuitamente.
Oggi, a distanza di un anno, il consiglio che potrei dare ai neo-imprenditori è di procurarsi subito un buon commerciale.

Io credo di avere questo pregiudizio che un buon venditore è sinonimo di filibustiere aggiratore.
E invece non è vero, proprio come non è vero che un’azienda profit non possa fare del bene. Ci sono moltissime persone che sono brave a promuovere un servizio o un prodotto, senza venire meno ai propri valori.

Ecco, l’investimento di soldi e di tempo più importante che possiate fare è questo: trovate la persona giusta per aiutarvi a far crescere il business, e retribuitela bene. Il resto, a mio avviso, è secondario, persino la vostra capacità di fare networking. 10’000 contatti che si convertono in zero vendite hanno un valore di zero. Punto.

Lasciare un lavoro che fa stare male

Fin dall’inizio ci è stato chiaro che volevamo lavorare sul cambiamento.
Tuttavia l’emergenza disoccupazione in Italia è tale che ci siamo concentrati soprattutto sulle persone che erano senza lavoro.
E questo anche perché le molte agenzie del lavoro e le agenzie di recruitment hanno tendenza a mostrarsi poco comprensive nei confronti di chi non riesce a trovare un impiego.

In questo ambito, quando non hai posizioni concrete da offrire alle persone, è meglio non creare aspettative.
Lo abbiamo capito e lo abbiamo accettato, anche se questo vuol dire non poter aiutare le persone che ne hanno più bisogno.

Per questo ci siamo concentrati su chi invece un lavoro ce l’ha ma lo vuole cambiare.
O lo deve cambiare, a dipendenza dei casi. Ci sono persone che soffrono perché sotto pressione. Altre che invece si sentono frustrate perché non riescono a migliorare la propria posizione (e la propria retribuzione). Altre ancora che temono che il fatto di restare troppo nella stessa azienda precluda loro nuove opportunità.

Senza voler generalizzare, possiamo identificare due tipologie di persone che fanno ricorso ai servizi di un’azienda come la nostra: uomini sui 35 anni che vogliono fare carriera e sentono che è il momento – ora o mai più – di fare un salto di qualità; donne sulla cinquantina con un buon bagaglio professionale alle spalle che, a un certo punto della loro vita, si rendono conto di aver voglia di fare qualcosa più in linea con i propri valori.

In entrambi i casi lavoriamo su due aspetti fondamentali: i valori personali (e non solo le competenze) e il proprio posizionamento personale (qualcosa di simile al personal branding, ma con meno bullshit, come direbbero gli americani).

Non si smette mai di imparare

Ho pensato che condividere la mia esperienza come imprenditore avrebbe potuto essere interessante per altre persone che sono in una situazione simile.

La cosa che mi sorprende di più, nel rileggere le mie stesse parole, è la quantità di cose che ho imparato in anno: a ogni riga avrei un aneddoto, un ricordo, un’esperienza da raccontare. Ho dovuto tagliare moltissimo per evitare che questo articolo diventasse un soliloquio autoreferenziale.

Ma mi rimane ancora una cosa che so che devo fare e questa volta la voglio fare: per tutti quelli che ci chiedono cosa facciamo “esattamente” in Purple&People, magari questo riassuntino può aiutare. E a me fa bene esercitarmi a farlo, perché, come dicevo, sono un pessimo venditore, ma cercare di promuovere i servizi dell’azienda a cui ci si dedica anima e corpo non è qualcosa di cui avere vergogna.

Anche questo è un insegnamento. L’ho appreso solo a metà. Al 30%, dai, per essere onesto. Ma ci sto lavorando 😉
Quindi…

Cosa fa una agenzia per il cambiamento?

Davide Cardile è un Thinking Partner

Davide ha una sensibilità pazzesca su tutto ciò che è trend di idee e di business. Legge moltissimo e ha tra i suoi clienti persone che incarnano il cambiamento e l’innovazione, ma le sue conoscenze non sono legate solo a questo: ha proprio un talento naturale. Soprattutto quando si occupa del business degli altri e non del nostro 😉
I suoi servizi sono quindi orientati alla parte editoriale e di public speaking di persone che hanno un certo livello di esposizione mediatica (o che hanno il potenziale per averlo). Per saperne di più potete visitare la sua pagina Davicardi.

Emanuela Fato è una Career Coach

Emanuela è un esempio di cambiamento di vita e di carriera: anche lei ha lasciato un lavoro sicuro (e statale!) per dedicarsi a ciò che l’appassiona e che sa fare bene: aiutare le persone a trovare la propria strada. È specializzata nel cambiamento di carriera e/o lavoro e non lascia le persone indifferenti: scopri uno dei percorsi interdisciplinari che offriamo.
Emanuela ha un’energia incredibile che motiverebbe anche uno zombie. È la mia fonte naturale di fluoxetina nei giorni in cui faccio fatica a impegnarmi al 100% nella nostra missione.

Simone Bigongiari è un Career Counselor

Simone ha una passione quasi imbarazzante per il suo lavoro: aiutare i giovani a orientarsi negli studi e nel mondo del lavoro.
Quando parliamo di questi temi si vede proprio che è animato da una vera e propria vocazione. Lo ammiro per questo suo fuoco sacro e per il lavoro costante che porta avanti da diversi anni nel quadro del suo blog La Divina Carriera e anche in alcune trasmissioni televisive dedicate a giovani e lavoro.

Andrea Trombin Valente è un Change Agent e Mentor

Io mi occupo soprattutto delle aziende, a livello di risorse umane e di comunicazione interna. Ho diversi progetti carini che si concretizzeranno nei prossimi mesi, tra cui un Podcast sull’innovazione sociale/aziendale e, soprattutto, uno strumento di gestione della comunicazione interna che avrei voluto avere io quando ero in azienda (e che abbiamo sviluppato con un partner di eccezione… stay tuned…).
Parallelamente, seguo alcune figure manageriali in un percorso di mentoring.
Lo faccio per due ragioni e mezza: 1. mi aiuta a capire cosa succede in azienda e non cadere nella trappola del consulente che vive sulla luna; 2. perché credo che sia un setting in cui posso veramente portare un valore aggiunto, utile per la persona (e qui c’è il 2.5 ovvero la soddisfazione dell’altro mi rende felice e quindi lo faccio volentieri).

Ma nel nostro team di Purple&People ci sono anche altre persone, tutte interessanti… continuate a leggerle su Purpletude per imparare a conoscerle meglio.

E per i curiosi melomani…

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

Crescere

Dubito ergo sum: abbiamo troppe certezze che ci possono danneggiare

L’evoluzione che ha portato allo sviluppo del nostro cervello e ci ha reso più resilienti delle altre specie, potrebbe ora essere un ostacolo alla sopravvivenza della nostra specie?

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Ultimamente mi sono spesso trovato a ragionare sui benefici e sui rischi di una condivisione ampia delle informazioni, come quella oggi possibile grazie al Web.

L’accesso alle informazioni contenute nella rete ha un costo in costante calo, in sintonia con quella che era la visione di chi ha dato vita al Web: l’accesso libero e gratuito al Sapere come strumento di democrazia.

D’altro canto il web odierno è viziato da una fortissima asimmetria informativa:
chi ha più competenze specifiche ha più possibilità di produrre contenuti di qualità e di verificare l’attendibilità delle fonti;
chi è meno competente, tende a prendere per buono (e a far divenire virale) ogni contenuto che confermi le sue idee.

L’origine di questo comportamento è in parte fisiologica ed in parte psicologica:
– fisiologicamente paghiamo lo scotto di avere un cervello che si è evoluto per essere efficiente, non per essere preciso: per risparmiare energia, dà maggiore peso a tutto ciò che conferma la nostra immagine del mondo; integrare informazioni in contrasto con ciò che crediamo lo costringerebbe ad una pesante riorganizzazione, per costruire un nuovo insieme di credenze;
– psicologicamente siamo totalmente incapaci di valutare le nostre competenze: meno sappiamo e più crediamo di sapere (effetto Dunning-Kruger); più sappiamo e meno siamo sicuri delle nostre competenze (sindrome dell’impostore).

Dal punto di vista etico, credo che a prescindere dalle differenti condizioni di partenza, però, restiamo responsabili delle nostre scelte.
Per esempio, se ci occupiamo di ridurre le disuguaglianze di genere e non ci occupiamo di tematiche ambientali, gettando l’olio di frittura nello scarico del lavandino, potremmo danneggiare la qualità della vita delle prossime generazioni di donne più degli effetti della disparità retributiva tra generi: sapere o non sapere che ciò possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Anche facendo la scelta diametralmente opposta, occupandoci solo di tematiche ambientali e trascurando le tematiche di genere, potremmo favorire il permanere di una società patriarcale, poco incline ad occuparsi dell’ambiente, danneggiando la nostra missione: anche in questo caso, sapere o non sapere ciò che possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Se accettiamo la responsabilità delle nostre scelte, però, dobbiamo combattere i fenomeni fisiologici e psicologici di cui parlavamo poco fa:
uno degli effetti degli algoritmi che regolano il funzionamento dei social network è quello di avvicinare persone le cui “esternazioni” risultino simili, perché questo rafforza le interazioni;
la conseguenza è l’effetto bolla informativa: i social network progressivamente rafforzano i legami tra persone che la pensano allo stesso modo, basandosi sui contenuti condivisi, e questo ci porta ad avere un’immagine falsata del mondo, un mondo in cui predominano le nostre idee, i nostri contenuti, i nostri valori, la nostra maniera di esprimerci; il nostro cervello interpreta erroneamente il fatto che certi contenuti si ripetano come dimostrazione della loro affidabilità, viralizzando allo stesso modo informazioni corrette e fake news; e chi ha interesse a far emergere la propria visione e ha competenze sui social media, può sfruttare questo fenomeno, in buona fede o in cattiva fede.

Apparentemente l’unico modo per evitare errori grossolani è andare in direzione contraria: lasciare spazio all’incertezza, abilitando la capacità di imparare qualcosa che vada oltre l’orizzonte delle nostre “certezze” e “credenze” e confrontandoci con chi ha idee che si scostino almeno un poco dalle nostre.
Mentre la tendenza psicologica rilevata dall’effetto Dunning-Kruger è diffusa tra chi ha poche competenze specifiche, la tendenza fisiologica a preservare le nostre “certezze” cresce con la quantità di informazioni di cui disponiamo, e colpisce, perciò, anche chi è maggiormente competente.
E se quando ragioniamo di temi legati alle scienze naturali, possiamo quasi sempre ricorrere al metodo scientifico per tentare di validare le nostre idee [1], quando passiamo nel dominio delle scienze sociali, per ragioni pratiche ed etiche, non possiamo quasi mai dimostrare la loro correttezza [2].

Torniamo perciò alla possibile soluzione:
invece di attaccarci alle nostre teorie, concentrandoci solo sui temi che ci stanno a cuore, potremmo rimanere apert* al dubbio ed espost* ad una varietà di temi.

In questo modo potremmo affrontare insieme la complessità (di solito, invece, andiamo verso la semplificazione e questo ci allontana progressivamente da un modello attendibile del mondo, soprattutto del mondo umano, attorno a noi).

Passare da un sapere come insieme di competenze individuali (spesso legate ad un valore di mercato e protette dal diritto d’autore) ad un sapere visto come insieme di competenze condivise (e quindi prive di valore di mercato e non protette dal diritto d’autore) sarebbe una rivoluzione copernicana, difficilmente compatibile con il modello di società e di economia in cui siamo immers*, ma possiamo permetterci di resistere al cambiamento quando in gioco c’è la sopravvivenza della specie Homo Sapiens e dell’intero genere Homo?

Se guardiamo indietro all’origine del Web e a progetti comunitari, come Wikipedia, Linux e tutto il mondo del Free Software e dell’Open Source, l’idea aggregante è proprio questa: la ricchezza culturale nasce dal confronto e dalla condivisione e lo sforzo comune di una miriade di persone crea le condizioni per produrre ricchezza culturale a basso costo.

Questo paradigma oggi è minacciato dalla perdita di neutralità e dalle crescenti asimmetrie nel controllo della Rete;
si tratta di uno dei tanti temi forti aperti dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione: la libertà è solo apparente quando le condizioni di partenza, le tutele, i diritti sono disuguali;
lo si percepisce negli accordi commerciali internazionali, mentre tendiamo a prendere posizione con più difficoltà davanti alla scelta tra avere servizi facilmente disponibili, apparentemente in maniera gratuita, e perdere progressivamente la capacità di preservare un accesso alla Rete e alle sue risorse che sia realmente democratico ed uguale per tutt*:
disponiamo di sempre più informazioni e sempre più servizi, ma siamo sempre meno capaci di verificarne l’attendibilità e di controllare l’uso che viene fatto dei nostri dati e delle nostre informazioni.

L’innovazione passa anche per l’analisi dei nostri comportamenti: chi rinuncerebbe oggi alla possibilità di disporre in tempo reale di informazioni sul traffico? chi intralcerebbe gli studi che permettono la diagnosi precoce ed accurata delle malattie?

Ma siamo dispost* ad accettare che questi dati, i dati sulle nostre preferenze ed i nostri comportamenti, siano incamerati da entità il cui interesse principale non è il Bene Comune, ma il profitto privato?

Sembra un paradosso, ma il futuro del genere Homo potrebbe dipendere dal superamento di quello che è stato uno degli elementi chiave del suo successo evolutivo:
mettere a freno il nostro cervello, che ottimizza il consumo di energia e la sopravvivenza individuale, a favore di un’Intelligenza collettiva, messa al riparo da proprietà e profitto ed orientata al Bene Comune.

Note
[1] in realtà Popper ci ha spiegato che è impossibile validare: si può solo invalidare una teoria, perché infiniti esperimenti a favore non possono escludere che esistano situazioni in cui la teoria non si applica; per esempio abbiamo vissuto allegramente con la teoria gravitazionale newtoniana, anche se Einstein ci ha dimostrato che non è sempre valida
[2] per sincerarcene basta osservare come vengano usate tranquillamente teorie psicologiche e teorie della mente incompatibili, senza che abbiamo finora trovato una risposta definitiva sulla loro validità

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Per capire il mondo che cambia, cammina lungo i bordi delle strade

La continua osservazione di come le cose interagiscono tra loro va a comporre un’immagine (e quindi la comprensione) del mondo che cambia. La sfida, come sempre, è essere costanti.

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Cammina lungo i bordi delle strade, è lì che ti farai la migliore idea sul mondo che cambia.
È lungo l’interfaccia tra uomo e macchina, uomo e uomo, uomo e natura che si gioca la partita.

Cammina, osserva, annota

Prenditi una mezz’ora di tempo, esci di casa e cammina lungo i bordi delle strade. Osserva. Poi estrai il tuo taccuino tascabile a pagine bianche e prendi nota. Racconta quello che vedi e quello che pensi. Disegni, fiumi di parole, schemi, domande. Vai oltre i dettagli, annota tutto.

Vai oltre

Vai oltre il pacchetto di sigarette che trovi nascosto tra le erbacce lungo la strada. Guardagli attorno. Che cosa succede? Ok, qualcuno ha fatto il cattivone e l’ha buttato a terra invece che nel bidone dell’immondizia. E dopo, cosa è successo? Come hanno reagito le erbacce?

Vai oltre quella lunga fila di automobili con una sola persona per vettura. Guardagli attorno. Cosa succede? È vero, molte persone per recarsi al lavoro ancora utilizzano l’auto privata. Sono proprio degli irresponsabili. Tuttavia, qualcosa sta accadendo attorno a loro. Te ne rendi conto? Osserva. Come si comportano le persone dentro e attorno a quelle auto? Cosa pensano? Cosa dicono? Dove vanno?

Torna alla tua vita

A quel punto torna alla tua vita di tutti i giorni.

La prossima volta che senti parlare di questioni importanti (cambiamento climatico, crisi economica, immigrazione, scuola, finanza), ripensa a quello che hai visto mentre camminavi lungo i bordi delle strade. Parti da lì. Guarda da lì. Pensa da lì. E sopratutto rispondi da lì.

Lo sai perfettamente che quando fai così sei molto più sul pezzo. Stai rispondendo a ritmo. Ci sei. Non devi più ancorarti a teorie, basate su quello che starebbe accadendo dall’altra parte del mondo (e che non potrai mai verificare). Puoi rispondere a tono, in base alla tua esperienza, dal momento che tutti i giorni ti preoccupi di arricchirla di osservazioni e riflessioni.

Il giorno dopo, fallo di nuovo

Il giorno dopo trova di nuovo quella mezz’ora e cammina lungo i bordi delle strade. Comincerai presto a capire tante cose. Tuttavia, sappi che quello che dovrai curare non è tanto iniziare a capire, ma continuare a farlo.

Appena smetterai di camminare, infatti, smetterai di vedere; e appena smetterai di vedere, smetterai di pensare e di nuovo faticherai a capire.

E quando senti qualcuno parlare di cose importanti, domandati: “Da dove parla?”

Quando ti capita di ascoltare qualcuno che parla di temi importanti, fatti questa domanda: “Da dove parla?”.
Parla dal punto di vista di uno che cammina lungo i bordi delle strade o di uno che cammina nel mezzo di una strada? Non dovrai fare ricerche bibliografiche. Lo capirai subito.

Nel primo caso parlerà a ritmo con l’evolversi della realtà. Nel secondo sarà sempre fuori tempo: troppo in anticipo o troppo in ritardo, un visionario o un nostalgico.

L’ignoranza non è ammessa

Come sai, nel nostra Paese l’ignoranza non è ammessa.
La cosa mi ha sempre dato un po’ fastidio. Pensavo che fosse onere di chi fa le regole renderle note agli altri. Tuttavia nel tempo ho capito che questa norma ha un senso.

Alzarsi e recarsi tutti i giorni lungo i bordi delle strade per capire quali sono le regole di interazione tra le parti, è importante tanto quanto respirare. E nessuno può andare là sui bordi della strada al posto tuo.

Te ne renderai conto presto. Prima leggevi gli articoli degli “inviati” per capire. Tra un po’ sarai tu l’inviato più affidabile e aggiornato. Saranno i tuoi gli articoli che leggerai.

Osservo i contadini attraversare i confini

Quando cammino lungo i bordi delle strade di campagna vedo i contadini che solcano il confine tra terra coltivata e terra non coltivata. Con i loro grandi trattori tagliano il confine e, una volta entrati nel loro podere, se ne stanno lì a lavorare.
Ho l’impressione che non si rendano conto che la qualità del loro raccolto dipende molto più da quello che accade lungo l’interfaccia tra campi ed erbacce, piuttosto che da quello che accade nel campo stesso.

Si limitano a tenere basse le erbe che non capiscono con il taglia erba oppure a contenerle con il diserbante. E poi si rituffano nel loro campo a fare quello che hanno sempre fatto e non si accorgono che è sul confine che tutto inizia.
È lì che dovrebbe essere concentrata la loro attenzione. Purtroppo, dal momento che loro si concentrano sul loro campo, non gli rimane altro che adattarsi al cambiamento a cui non hanno voluto partecipare.

Viviamo sospesi tra due opzioni, con un sentiero in mezzo

Viviamo come sospesi tra due mondi: selvaggio e civilizzato, erbe ed erbacce, macchina e uomo. In questa prospettiva sembra che ci siano solo due possibilità di scelta: scegliere per chi tifare. Capitan America o Iron Man? (Spero tu abbia letto Civil War? Non mi dire che ancora pensi che la questione della giustizia sia una cosa da capire sui libri?).

C’è una terza via

Chi cammina lungo i bordi delle strade taglia il dilemma in due e decide di scegliere di s-battersi per far funzionare le due sponde assieme. Così come le proprietà dell’acqua sono più della somma delle proprietà di ossigeno e idrogeno.

Allora? Ci vediamo per strada?

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