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Lotta per le tue idee. Come una madre.

Una lezione di Jon Morrow e di come lottare non sia soltanto necessario ma giusto.

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tradotto liberamente da “On Dying, Mothers, and Fighting for Your Ideas” di Jon Morrow

Il dottore si schiarì la gola. “Mi dispiace, ma ho cattive notizie.”

Fece una pausa, guardando il pavimento. Si voltò verso di lei. Fece per dire qualcosa e poi si fermò, guardando indietro verso il pavimento.
Qui è quando Pat cominciò a piangere.
Aveva già ragionato su questo momento.
Il suo bimbo aveva quasi un anno ed ancora non aveva iniziato nemmeno a gattonare. Aveva provato a fargli strisciare le gambe sul pavimento, guidandolo dalle spalle, ma c’era qualcosa che non andava.
Tutti le avevano detto che sicuramente era una cosa normale e non c’era di che preoccuparsi ma anche convincendosi non riusciva del tutto. Si disse che la cosa migliore era parlare con un medico, così per essere sicuri…

“ Tuo figlio ha una malattia neuromuscolare chiamata atrofia muscolare spinale” disse il medico.
“ Una forma che colpisce soprattutto i bambini”

Pat era senza parole. Tutti avevano detto che sarebbe stato una sciocchezza. Lei stessa aveva sperato di sbagliarsi, pregò anche in quel momento che non fosse così…ma lei lo sapeva.
“ Cosa succede adesso?” fu l’unica cosa che riuscì a dire.

“ I bambini crescendo diventano più forti, con tuo figlio accadrà il contrario. Perderà la capacità di muoversi. Perderà la capacità di respirare da solo.
E un giorno prenderà un’infezione che si diffonderà nel suo sistema respiratorio, una grave polmonite..”
“ Stai dicendo che sta per morire?” lo fermò Pat

Il dottore annuì. “ Ci sono tre tipi di SMA. Tuo figlio ha sicuramente il primo tipo. La maggior parte dei bambini in questi casi muore entro due anni. Mi dispiace.”

Pat guardò in faccia il dottore e si accorse che era dispiaciuto davvero. Ma c’era qualcosa nella sua faccia che la faceva arrabbiare.
Non era la pietà a darle fastidio ma il fatto che nei suoi occhi il suo bambino era già morto.

“ Non essere dispiaciuto” disse Pat, asciugandosi le lacrime. La sua voce era diventata improvvisamente più calma. “ Lui non sta affatto per morire!”

“E’ importante capire la situazione, signora Morrow. La polmonite vede…lui non sarà in grado di combatterla.”
“ Non dovrà farlo” disse Pat. “ Mi batterò io per lui”

Nel corso dei seguenti 16 anni ebbi la polmonite 16 volte. Ma non sono mai morto. Sembra strano dirlo ma mia madre non l’avrebbe permesso.
Ha diretto squadre di dozzine di medici. Dormiva sulla sedia accanto a me in ospedale, anche per 30 giorni di fila. Mi batteva il petto e la schiena ogni due ore per allentare il muco.

Oggi a 27 anni sono il più anziano con questo tipo di Sma e la gente dice che è un miracolo.
E sono d’accordo che lo è. Si tratta di una madre che ha lottato come solo una madre può fare per tenere in vita suo figlio.
E quando dico “vivo” non intendo semplicemente “non morto”.

Si potrebbe pensare che mia madre sarebbe stata soddisfatta se non fossi morto. Se fossi sopravvissuto vivendo in casa, nascosto dal mondo dove poteva proteggermi. Ma non era questo che lei intendeva per vivere. Lei ha insistito che fossi Grande.

Quando il preside della mia scuola elementare ha deciso che i bambini disabili non avevano posto nella scuola, mia madre ha fatto appello al consiglio scolastico e trasformato in un inferno la vita di ogni singolo membro del consiglio. Lo ha fatto per due anni sino a quando non vinse.

Quando ho voluto giocare a basket, ha costretto l’allenatore a reinventare le regole del gioco in modo che io potevo portare la palla e nessuno potesse prendermela. Non a caso, tutti mi volevano nella loro squadra!

Quando non riuscivo più a prendere una matita, ha ottenuto che studenti del college locali mi aiutassero con i compiti.
Mi sono laureato a 16 anni; non solo tra i migliori ma anche con crediti universitari.

Se sei una madre niente, di queste cose, ti sorprenderà.

Alcune madri sono deboli ma quasi tutte lottano quando i propri figli sono indifesi. Non per essere eroi ma perché questo fanno le madri. Penso che possiamo imparare da loro.

La lotta per le tue idee

Crescendo, ho dovuto sempre lottare per convincere la gente ad ascoltarmi.
La parte peggiore di essere disabile, di essere nella mia situazione, non è il dolore o la lotta ma come il mondo cerca di respingerti e metterti in un angolo, fingendo che non esisti.
Dopotutto come potresti contribuire?

“Tra poco stai morendo. Ecco una camera tranquilla ed un po’ di morfina per alleviare il dolore.”

Non pensano che puoi volere qualcosa di più o vuoi e puoi avere successo.

Come quando i professori universitari erano sbalorditi quando, il primo giorno, ho chiesto al mio assistente di alzare la mano, per rispondere ad una domanda alla quale nessuno rispondeva.
O quando ho visto il volto contratto di un venture capitalist, quando ho chiesto 500.000 dollari per l’avvio della mia prima società di software.
O gli sguardi increduli delle persone, in una conferenza immobiliare, quando ho dato un parere di acquisto su casa di milioni di dollari, senza essere nemmeno in grado di salire le scale per vedere l’interno.

La loro incredulità non mi hai mai fatto desistere. Non è una questione di persistenza o di forza mentale, come alcuni pensano. E’ questione di vergogna.

Come potrei guardare mia madre e mio padre e tutti quelli che si sono sacrificati per me e dire “ non posso”?

Non riuscivo a sopportarlo, non potevo. La vergogna di disonorare il loro sacrificio mi avrebbe avvelenato l’anima. E così combatto

Se mia madre poteva ignorare un medico che mi aveva condannato a morte, allora io posso ignorare i miei demoni e chi dice che non sarò mai uno scrittore.
Se mia madre poteva pressare enti e istituzioni per avere l’aiuto del quale avevo bisogno, allora io posso pressare blogger ed esperti per ottenere l’attenzione che meritano le mie idee.
Non significa che sono unico, perché non lo sono. Si, ho dovuto superare un sacco di avversità, ma lo fa ogni persona creativa che lotta perché le proprie idee vengano alla luce.

Se si vuole avere successo, non si può aspettare che il mondo ti dia attenzione, come uno storpio che attende i suoi buoni pasto.
Devi essere un guerriero.

Devi attaccare con la follia di una madre che difende il figlio da un esercito di predatori. Perché, ammettiamolo, le tue idee sono i tuoi figli. Il loro futuro è delicato ed incerto come quelli di un figlio appena nato.

Si, le tue idee contano su di Te.

Cosa c’è da imparare

Leggi sempre di persone fighissime che scopano come ricci e sembrano avere la vita più felice del mondo. Quella zero problemi e modalità “gira tutto bene”.

Ma quando senti e vedi queste cose, queste grandi cose, devi fermarti a riflettere. Se non funziona è colpa tua. Non hai scuse. Ed attenzione non si tratta di roba motivazionale ma di pensarci e capire: lottare non è solo necessario ma giusto.

In un altro post Jon dice:

So che è un cliché orribile, ma se posso lasciare il mio lavoro, rischiare che il governo mi butti fuori dalla casa di cura perché non posso permettermi la sanità, convincere la mia povera madre ad abbandonare la sua carriera e portare il mio culo storpio 3.000 miglia in un paese straniero, e poi fare abbastanza soldi per sostenere me stesso, mia madre, mio padre, e un intero staff infermieristico utilizzando nient’altro che la mia voce , allora che cosa si può realizzare se si vuole realmente qualcosa?

Ecco appunto.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Stereotipi di genere: ne soffrono anche gli uomini

Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli prestabiliti, sulla base di uno standard maschile molto rigido. Alcuni di questi sono talmente radicati da sembrare semplicemente… naturali.

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Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli che non sono solo vecchi, ma falsi.
Come sempre, non per tutti, non in tutti i contesti ma, signori uomini: pensateci un attimo e ditemi se non siete stati vittime, almeno una volta, di uno o più di questi pregiudizi.

Impara presto a nascondere le emozioni

Un vero uomo non piange; almeno non in pubblico.
Non puoi piangere né per dolore, né per gioia, né per rabbia. Non puoi e basta.
E se da bambino, dopo i cinque anni, non hai ancora imparato a controllare queste emozioni, allora ti insegnano a farlo spiegandoti che è “da femmina”.

Se abbracci un uomo, devi appena sfiorarlo o toccarlo come un gladiatore che misuri la massa muscolare dell’avversario.
Movimenti rigidi e possenti pacche sulle spalle, perché nessuno pensi che tu sia omosessuale; caratteristica grave tanto quanto l’essere femmina; per alcuni, peggiore.

Impara a vincere

Devi essere il primo, sempre. La competizione è nel tuo DNA.
Fai squadra, purché tu ne sia il capitano.
Se non ci riesci, fai squadra e conquista il capitano. Vice è sempre meglio di niente.
Se proprio non hai la stoffa, fai squadra e nasconditi dietro le spalle dei maschi “alfa”.
Si dice che, in un medesimo contesto, gli uomini fanno squadra e le donne si fanno la guerra.
Spesso è vero, ma raramente le squadre maschili sono tra pari: le gerarchie e i ruoli sono rigidamente definiti; e chi non si adegua, è fuori.

Lavora e… basta

Se sei un uomo, puoi tranquillamente restare in ufficio fino a tarda sera. Tanto non hai nient’altro da fare.
Cioè: non hai affetti, interessi, desideri che non siano ascrivibili al tuo lavoro.
Come se fuori da quello spazio ci fosse il vuoto cosmico.

Se una donna non lavora e si occupa di casa e famiglia è una casalinga; per un uomo non c’è una parola che lo possa definire.
Perché, semplicemente, non è concepibile.

Il padre all’inizio non serve

L’inizio è l’inizio della vita, o l’ingresso nella famiglia adottiva di un figlio o di una figlia; cui il padre non può assistere e partecipare.
In Italia, attualmente, un uomo ha diritto a cinque giorni consecutivi di congedo per paternità nell’anno della nascita o dell’ingresso in famiglia. E poi un giorno all’anno.
Tanto c’è la madre: il padre non serve.

Dal punto di vista pratico può, in parte, essere vero (ma se la madre non allatta, il castello crolla); ma dal punto di vista relazionale?
In quale momento il padre diventa importante?
Secondo questa logica, mai. I congedi non aumentano al crescere della prole.

Come fa un padre a costruire il rapporto con suo figlio o sua figlia se non può dedicare tempo di qualità?
E se decidi di sospendere per un periodo il lavoro per dedicarti ai tuoi figli, perdi anche il titolo di papà, e diventi un “mammo”.

Devi essere maschio

Quindi, anzitutto, ti devono piacere le donne; altrimenti smetti di essere un uomo e diventi, per dirlo alla napoletana, un femminiello.
E poi devi essere fisicamente forte e con una buona manualità.
Meglio il calcio che la danza; meglio un libro di guerra che di poesie; meglio la passione per i motori che per i tessuti d’arredo.

Se ti piace cucinare, fai in modo di diventare uno chef, oppure tienitelo per te.
Se non sei un pescatore, dimentica il ricamo e i lavori a maglia.
E se proprio non puoi fare a meno di essere omosessuale, cerca almeno di essere discreto.

Sii l’eroe

Devi trasferire forza, protezione, guida.
Non puoi mostrare paura o titubanza.
Se non riesci a farne a meno, affidati ad un altro uomo: non puoi farti proteggere o guidare da una donna.

Fatemelo dire: un inferno, pari al nostro, per tutti quegli uomini che vogliono sentirsi liberi di esprimere le proprie sensibilità; che coltivano molteplici interessi; che vogliono tempo e presenza per gli affetti.

Ne conosco molti; la maggior parte dei quali hanno optato per professioni liberali, proprio per non cadere in certi circoli viziosi.
Conosco padri che sono velocisti da guinness nel cambio dei pannolini.
Conosco uomini che hanno sacrificato la propria carriera per favorire quella della partner.
Conosco uomini talmente forti da piangere serenamente in pubblico e sciogliersi in abbracci dolcissimi con i propri amici.

Facciamo che siano loro i modelli per i nostri bambini.

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Perché ci lamentiamo sempre dei giovani?

L’aneddoto del collega cinquantenne che rende la vita impossibile al giovane neo-assunto è in realtà una storia fatta di paure, di insicurezze e di morte. Rien que ça.

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Daniele non si fida dei suoi colleghi cinquantenni.
“Ho avuto delle brutte esperienze, in passato”, mi confida. “Non solo non ti aiutano, ma fanno apposta a non passarti le informazioni di cui hai bisogno”.

È una storia che ho sentito spesso: il senior che snobba il collaboratore junior e che gli rende la vita difficile, sottoponendolo a una specie di nonnismo del lavoro.

Assomiglia in maniera simmetrica alla storia del cinquantenne che si lamenta del ventenne e che si domanda in che razza di mondo ci faranno vivere la nostra vecchiaia questi giovinastri.

Quando la struttura narrativa si ripete in modo così sistematico, il mio rilevatore di stereotipi si accende e si mette a suonare.

La premiata ditta dei giovani svogliati (dal 598 a.C.)

Queste lamentele sono vecchie come il mondo. Hanno una dimensione che oserei definire mitologica.

Troviamo testi greci del 600 avanti Cristo che dipingevano i figli come tiranni pronti a rispondere male ai loro genitori; nelle commedie di Plauto (l’equivalente romano di Netflix) si affrontava spesso il tema della decadenza morale dei giovani e il conseguente dilemma di un’educazione rigida o indulgente; il monaco giapponese Yoshida Kenkō, vissuto nel XIV secolo, si lamentava della scarsa padronanza linguistica dei suoi discepoli; la scrittrice Anna A. Rogers nel 1907 temeva la fine dell’istituzione del matrimonio a causa di una nuova generazione troppo individualista; e così via.

Tutte queste esternazioni hanno qualcosa in comune: la verità storica, che a posteriori le fa apparire ridicole.
Possiamo dire con una certa sicurezza che negli ultimi 3000 anni il mondo non sia finito più volte a causa di una nuova generazione di mollaccioni. O no?

La paura di non essere più abbastanza

Chi mi segue regolarmente sa che ho qualche teoria fissa e una di queste è sicuramente che la maggior parte dei nostri comportamenti disfunzionali sono nutriti dalle nostre paure.
Paura di perdere la faccia, paura di non essere abbastanza, paura di venir rifiutati, paura di essere inutili, paura di non essere amati… Insomma, la Paura, quella con la P maiuscola, specifica per ognuno di noi ma mai troppo differente da quella degli altri.

Alla base di questa constante mortificazione della nuova generazione da parte della generazione precedente, a mio avviso, c’è proprio la paura.

Solo la paura, infatti, può giustificare un orrore come quello di dare alla luce dei bambini in questo mondo, di farli crescere, di occuparci di loro, per poi convincerli di essere meno bravi, meno indipendenti, meno meritevoli, meno lavoratori di noi.
Affidiamo ai nostri figli un futuro costruito sulle nostre imprese e sui nostri errori, dando loro la responsabilità di viverci con gratitudine.

E facciamo lo stesso in azienda: io vecchio lupo di mare, navigato, ti do l’onore di farti le ossa nella realtà che ho contribuito a costruire, quando la gente della mia generazione faceva le cose in ordine; tutto quello che vedi non lo meriti, perché non hai ancora dimostrato il tuo valore. Quindi non aspettarti da me un aiuto o un comportamento collaborativo: devi rimboccarti le maniche, come ho fatto io.

La storia è stata scritta dagli sfigati

Questa narrativa funziona talmente bene che la nuova generazione, a un certo punto, si convincerà veramente di aver fatto qualcosa di sbagliato.
I giovani cominceranno a preoccuparsi di non essere all’altezza: “Alla mia età, mio padre era già sposato con due figli, io invece sono ancora all’Università, fuori corso e dipendente economicamente”.

Ogni generazione viene mortificata dalla precedente e, invecchiando, ripeterà lo stesso paradigma, mortificando quella successiva. Perché “ai miei tempi, le cose erano diverse”.

Eppure, proprio perché questo paradigma è ciclico e ininterrotto da millenni, allora dovremmo essere seduti intorno a un fuoco a darci mazzate con la clava, in questo momento. A sbattere la testa contro i muri delle caverne.

Invece tutto ciò che ammiriamo, che desideriamo, tutto ciò che c’è di buono e di bello nella storia dell’umanità, come l’arte, le grandi opere architettoniche, la letteratura, la musica, l’innovazione tecnologica, tutto è stato fatto da persone considerate confuse e incapaci dai propri padri.

Non ci rimpiazzerete mai

In azienda, è possibile che una persona senior si possa sentire minacciata da un giovane: siamo animali, e guardiamo con sospetto il lupacchiotto che cresce, si afferma ed è pronto a soffiarci il posto che ci siamo guadagnati con tanta fatica.

Un collaboratore più giovane è l’incarnazione della nostra paura di non essere più… utile, amato, necessario… vivo. In qualche modo ci troviamo di fronte all’evidenza della nostra mortalità, sia professionale che umana (e quindi sia metaforica che reale).

Quando diciamo che questi giovani sono fannulloni, viziati, dipendenti – che non sono all’altezza dei nostri standard, quello che diciamo è che questo giovane non mi può rimpiazzare. Non è bravo abbastanza per prendere il mio posto, o peggio: non ha la caratura morale e di carattere per farlo.

Sì, perché a causa dell’accelerazione iperbolica dell’innovazione tecnologica, il dubbio di aver perso il treno viene anche alle persone più vecchie. Quindi riportiamo (ho 44 anni, mi ci metto anch’io tra i vecchi) il tutto sul terreno intangibile dei valori: forse sei bravo tecnicamente, ma non sei maturo/motivato/forte abbastanza.

Farei di tutto per i miei figli. Davvero?

Posso sentire echeggiare un’obiezione: io voglio il meglio per mio figlio! Gli ho dato il mio nome, i miei averi, mi assomiglia fisicamente, mi gratifica vedergli lo stesso tic di mia madre quando si arrabbia… non è vero che ho paura di lui!

Eppure, proprio perché sentiamo questo bisogno di ritrovare un po’ di noi nei nostri figli, non facciamo altro che evidenziare la nostra paura di non esserci più. In qualche modo, nei valori nostri che (speriamo) faranno loro, cerchiamo disperatamente un pezzetto di immortalità.

Per questa ragione, quando i figli crescono e capiamo che non sono la nostra fotocopia, che sono individui a parte, e che avranno i loro valori, lotteranno per le cose in cui credono, che magari sono diverse dalle nostre; li vedremo preoccuparsi del futuro e non di ciò che c’è nel passato, ovvero noi; allora capiremo che nel giro di due o tre generazioni saremo solo un nome sull’albero genealogico, senza identità, senza forma, senza senso. La nostra vita, il nostro valore, sarà ridotto a qualche lettera.

Sul posto di lavoro è la stessa cosa: ogni tanto mi capita di tornare come cliente nell’azienda che ho lasciato 18 mesi fa: incontro molte persone che si fermano e mi salutano, ma molte, soprattutto i giovani neo-assunti, non sanno chi sono. Non mi conoscono. Ho dedicato 10 anni della mia vita alla costruzione di un’azienda che non si ricorda di me dopo poco più di un anno, figuriamoci tra cinque, o dieci, o venti.

Il bisogno di essere utili… per sempre

Ci è difficile accettare che la vita possa andare avanti senza di noi, anche se ripetiamo spesso la frase “Tutti siamo importanti, ma nessuno è insostituibile” – che, detto per inciso, è la frase più in malafede di tutto l’armamentario manageriale.

Convincendoci che chi verrà dopo di noi farà un disastro, ci preoccupiamo per il futuro (nostro e loro e del mondo) ma al contempo ci sentiamo vagamente sollevati, perché, in fin dei conti, la storia che ci raccontiamo ha una morale semplice e consolatoria: alla fine, noi siamo stati veramente utili a qualcosa e la nostra vita (professionale e non) ha avuto un senso.

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