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Innovare

Clicca, vivi, ama (dove e come siamo arrivati nell’era digitale)

Eravamo abituati a noiose tv e pesanti enciclopedie che non dicevano sempre cosa volevamo sentire. Adesso siamo a un dito da tutto e tutti. La cosa entusiasmante? O preoccupante? Non sappiamo cos’altro ci aspetta.

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Ricordate quando esisteva solo la tv in casa nostra? Quando un prodotto, per raggiungere l’apice della sua celebrità, doveva essere “visto in tv”? Effettivamente, nel momento in cui lo spot veniva trasmesso nel piccolo schermo, diventava credibile.

Lo ricordo bene, nonostante non abbia passato tanto tempo di fronte allo schermo della televisione. Poi, molto lentamente, ci siamo resi conto che esisteva anche un altro “marchingegno”, più piccolo, non di tanto, ma più scomodo della televisione: il computer.

Perché più scomodo? Perché se non indichi al pc di fare qualcosa, lui non fa proprio nulla!
È una macchina, capace di lavorare solo se il padrone – noi, homo sapiens – da indicazioni precise.
Nessuno avrebbe mai immaginato che, collegando questo computer ad un cavo telefonico, avremmo avuto il mondo a portata di mano, chiamato Internet.
Bastava un “programmino” per aprire le pagine web ed ecco fatto, tutto ciò che ci spingeva a digitare su quella tastiera, dettati dalla nostra curiosità, era lì, pronto.

Possiamo chiamarla rivoluzione?

Diamine si, pensate, ad esempio, alle scaffalature piene dei fascicoli della Treccaniin confronto a Wikipedia. Proseguendo, il pc è diventato piccolo, addirittura portatile. Abbiamo preso in mano i palmari ed infine Steve Jobs ci ha presentato in pompa magna lo smartphone.

A livello di software come dimenticare Skype?
WhatsApp, Facebook e compagnia bella, successivamente hanno reso il mondo più piccolo, vicino.
Ora siamo arrivati al punto che le distanze non danno più così fastidio e con un dito abbiamo tutto ciò che vogliamo, quando vogliamo e come vogliamo; devo proprio farvi l’esempio Amazon?

Cosa c’entra questo con la tv?
Beh, l’evoluzione ha cambiato la nostra percezione, la televisione è diventata improvvisamente monotona, lenta, antica, mentre Google è dannatamente veloce, rapido e completo.
“L’ho visto in tv” è diventato “lo trovi su Google”, mi piace pure il modo di dire “l’ho trovato Googlando”.

Non è più un qualcosa che ho conosciuto in maniera passiva, ma sono io che, attivamente, prendo la briga di cercare, capire e conoscere argomenti o voci che altrimenti non avrei mai visto in un qualsiasi canale tv.
Perché questo cambio? Al di fuori del discorso “evoluzione tecnologica”, il cambio è avvenuto perché è semplice. È semplice aprire una pagina internet, è semplice scrivere, ed è semplice il responso del motore di ricerca. Oltre al fatto che, questa tecnologia è molto meno costosa ora, di una tv negli anni del boom televisivo.

Non parliamo poi della connessione, Gigabyte a cascata nelle nostre offerte internet, chiamate e sms illimitati che ai tempi si potevano solo sognare. Provate a pensare cosa direbbero ora in nostri nonni o bisnonni che, prima di seminare il raccolto, possono controllare velocemente il meteo, minuto per minuto, e capire cosa è meglio per la loro terra, se aspettare o agire subito.

Detto tutto questo la domanda sorge spontanea: cosa ci aspetta il futuro nostro e dei nostri figli?
Non ho la sfera di cristallo ma al momento godiamoci l’incredibile evoluzione che abbiamo sotto le nostre mani quotidianamente.

E per quanto sia difficile… proviamo a farlo in modo semplice.

Padre di Violante e marito di Tania. Divido la mia vita tra l’insegnamento di informatica e lo studio universitario. Amo follemente la tecnologia di cui ne seguo quotidianamente le nuove uscite, le novità ma sopratutto l’impatto che questa ha nella società. Non mi parlate di motori e gioco del pallone, vi guarderei senza capire una virgola del vostro discorso. Infine mi piace fotografare il caffè, in tutte le sue versioni e situazioni, oltre che a berlo ovviamente.

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In primo piano

Carne falsa: il business dei sostituti per vegetariani e vegani

Il mercato della “carne falsa” ha un tasso di crescita a due cifre e un valore stimato, nei prossimi 10 anni, di 127 miliardi di Euro. Ma quali sono questi prodotti e per chi sono pensati?

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hamburger e carne falsa

Sono vegetariano da quando avevo tre anni. Praticamente da sempre – e vi posso dire che passare attraverso gli anni ’80 non è stato facile, perché neanche le insalate le facevano senza qualcosa di morto dentro.

Ricordo di aver provato un’emozione di gioia mista a un sentimento di inclusione quando, nel 1994, ho potuto mangiare il mio primo “hamburger” vegetariano, in un McDonald’s di Ginevra. Una pressata di legumi al gusto di curry, niente di che. Ma era l’idea in sé: potevo sperimentare infine cosa volesse dire mangiare in un fast-food, come mia sorella e quell’hamburger (di carne) che, dieci anni prima, in piena epoca paninara, aveva tanto insistito per farmelo provare.

Fake meat: una breve storia dei sostituti vegetali

Nel corso dei decenni l’industria alimentare ha commercializzato diverse soluzioni, più o meno riuscite, che avevano come obiettivo quello di sostituire la carne ad uso dei vegetariani (meno per i vegani, in quanto i prodotti contenevano spesso derivati animali, come uova o latte).

Sebbene i primi tentativi di “falsificare” la bistecca risalgano agli anni ’30 del secolo scorso (e al dottor Kellogg, inventore dei più famosi fiocchi di cereali), bisognerà aspettare la fine degli anni ’60 per la scoperta che rivoluzionerà il settore: gli scienziati dell’azienda britannica Ranks Hovis McDougall realizzano la prima micoproteina, originariamente concepita come fonte alimentare per i periodi di carestia.

La principale micoproteina venduta in Europa è conosciuta con il marchio commerciale di Quorn, che appartiene a Marlow Foods, la filiale agroalimentare del gruppo farmaceutico AstraZeneca. I prodotti a base di micoproteina (una muffa di fungo) sono distribuiti dal 1985 in Gran Bretagna, dagli anni ’90 in Svizzera e da qualche anno anche in Italia.

Quorn ha portato a un altro livello la versatilità dei prodotti di sostituzione della carne, producendo decine di diverse varianti tra le quali vanno sicuramente segnalate i wurstel (identici agli originali di carne, non disponibili sul mercato italiano) e il macinato, che sostituisce egregiamente la carne nelle ricette tradizionali come le lasagne o la bolognese (e che ha ricevuto la benedizione anche di mia madre, campana DOC).

Gli hambuger veramente falsi

La seconda rivoluzione, per lo meno nel mondo occidentale, la stiamo vivendo in questi anni, anzi in questi mesi, con la commercializzazione di tre prodotti molto simili che hanno acceso i riflettori su questo mercato che, secondo le stime di Barclays, raggiungerà i 127 miliardi di Euro nei prossimi 10 anni.

Si tratta di Impossible Burger, Beyond Meat e Awesome Burger, tre realtà nate negli Stati Uniti, con modalità e filosofie molto simili ma fondamentalmente diverse nella loro organizzazione: la prima è un’azienda privata, la seconda è quotata in borsa, la terza… appartiene al gigante agroalimentare svizzero Nestlé. Ora, quando Nestlé si muove, vuol dire che c’è mercato. L’acqua di rubinetto in bottiglia l’hanno inventata praticamente loro. Il latte in polvere: idem. Per dire.

Impossible Foods
Nasce nel 2009 da una ricerca del dottor Patrick O. Brown, professore dell’Università di Stanford, spinto dall’idea di trovare delle soluzioni al problema del climate change, l’emergenza climatica. In particolare, voleva creare un sistema globale di cibo che fosse eco-sostenibile ma che ricreasse l’esperienza sensoriale della carne, dei latticini e del pesce, ma usando solo prodotti di origine vegetale. Nel 2016 viene commercializzato per la prima volta Impossible Burger.
A livello di comunicazione, il focus è sulla sostenibilità dei loro prodotti rispetto alla filiera della carne.

Beyond Meat
È una startup californiana fondata nel 2009 da Ethan Brown e che ha ricevuto molto rapidamente il sostegno di grossi gruppi di investimento, tra i quali anche Bill Gates, per cui il loro prodotto faro è anche noto tra il pubblico come “l’hamburger di Bill Gates”.
Nel 2013 entra nella catena distributiva di Whole Foods (che oggi appartiene al gruppo Amazon) e nel maggio del 2019 viene quotata in borsa, con valore iniziale di 3,8 miliardi di dollari, segnando una delle migliori performance di un IPO negli ultimi vent’anni. Ad ottobre 2019, valeva più di 8 miliardi di dollari.
A livello comunicazione, fanno poker e toccano quattro argomenti cardine della scelta vegana, ma il loro slogan (registrato come trade mark, tra l’altro) “Il futuro delle proteine” si inserisce maggiormente in un filone specifico, che è quello del cibo come carburante per un corpo sano.

Awesome Burger
La società che lo produce è la Sweet Earth Foods, fondata nel 2011 da Kelly e Brian Swette e acquisita da Nestlé nel 2017, quando l’azienda basata in California aveva già una linea di 48 prodotti e una buona rete di distribuzione negli Stati Uniti (tra i quali i giganti Whole Foods, Target e Walmart).
A differenza della concorrenza, Sweet Earth Foods ha una filosofia più tradizionalmente “green” e quasi spirituale (non per niente si definiscono degli “agricoltori zen”) che mette l’accento sul fatto di onorare la terra, coltivare la curiosità di mente e palato e far bene al corpo. Per questo nella loro comunicazione appaiono anche parole come “biologico”, “locale” e “senza organismi modificati geneticamente”.

Valori nutritivi

Tabella valori nutritivi hambuger

Valori nutritivi medi per porzione: comparazione tra i vari tipi di hamburger

Perché ridurre il consumo di carne?

A chi si rivolge questa tipologia di offerta?
In Italia, il 5,4% della popolazione è vegetariana, una percentuale che è in calo a favore dei vegani, che raggiungono l’1,9%. Parliamo quindi di più di 4 milioni di persone che non mangiano né carne né pesce. I vegani, per chi fosse a digiuno di questo argomento, evitano anche tutti gli altri prodotti di origine animale, come i latticini, le uova e il miele.

Ma sarebbe riduttivo credere che questi nuovi prodotti siano destinati solo a una nicchia di mercato.
La “carne falsa” (per riprendere la terminologia che è ormai comune in inglese: fake meat, o mock meat) nasce per rispondere a diverse problematiche legate all’allevamento di bestiame:

  1. la sostenibilità delle risorse naturali: la produzione dell’equivalente di un chilo di proteine sotto forma di carne richiede molta più acqua e terreno rispetto alla produzione di un chilo di proteine vegetali (le proporzioni sono del 95% di terra e di 75% di acqua);
  2. la salute umana: gli studi puntano tutti nella stessa direzione e indicano che una dieta con meno carne rossa fa bene alla salute, sul modello della dieta mediterranea;
  3. il cambiamento climatico: l’impatto dell’allevamento animale sulla produzione di CO2 è significativo, mentre le coltivazioni di vegetali abbattono le emissioni di gas a effetto serra dell’87%;
  4. il benessere degli animali: lo sfruttamento che porta a degli allevamenti dove gli animali sono trattati… come bestie e, soprattutto, la questione del togliere la vita a un essere vivente, quando non è (più) necessario.

Qual è l’impatto sugli allevatori?

L’idea di produrre un sostituto che abbia il gusto della carne si rivolge evidentemente alle persone che alla carne fanno fatica a rinunciare. Personalmente, ho assaggiato tutti e tre i prodotti e li ho trovati veramente troppo simili alla carne, soprattutto per l’effetto al sangue (grazie al succo di barbabietola) e per l’emulsione dei grassi durante la cottura, che ricorda la puzza (o l’odorino, diranno i carnivori) della carne bruciacchiata.

Che piaccia poco ai veri vegani, lo confermano anche le impressioni raccolte dai primi ristoratori ad offrire queste alternative, tra i quali Welldone, la catena bolognese di hamburgherie gourmet lanciata nel 2013 da Sara Roversi e Andrea Magelli. I fast food tradizionali, come McDonald’s, Burger King e KFC, hanno invece introdotto i sostituti della carne come test in alcuni mercati circoscritti, per ora, pare, a soddisfazione dei clienti.

Anche per questo sarà soprattutto la filiera della carne a cedere parti di mercato in favore dei prodotti a base vegetale: 10% entro il 2030 e quasi il 20% entro il 2040, per raggiungere un valore globale che gli analisti finanziari della Jefferies stimano a 230 miliardi di Euro.

Ethan Brown ha spesso messo l’accento sul fatto che, a differenza delle grandi innovazioni introdotte dalla Silicon Valley, poco o niente si è fatto per portare il settore dell’agricoltura a un livello 4.0.
Il fondatore di Beyond Meat ritiene che gli allevatori potrebbero trarre beneficio da questa rivoluzione industrial-gastronomica: gli ingredienti di origine vegetale, e in particolare le proteine estratte dalla coltivazione dei piselli, richiedono molta meno terra rispetto all’allevamento animale. Riconvertendosi nell’agricoltura, gli allevatori avrebbero molta più terra coltivabile a disposizione e, quindi, potenzialmente maggiori guadagni.

La questione al centro delle preoccupazioni degli allevatori è però quella della qualità dei loro campi: si tratta spesso di terreni cosiddetti “marginali”, dove cresce bene l’erba da pascolo, ma dove non sarebbe possibile coltivare legumi e cereali.

Una questione di qualità

Gli analisti non prevedono comunque un crollo del mercato della carne, anche se, per la prima volta nella storia dell’umanità, l’idea stessa di nutrirsi di animali comincia a essere messa in discussione, sia per ragioni etiche che per questioni di sostenibilità.

I difensori della bistecca – anche a ragione – fanno notare che una bella battuta di fassona è sicuramente più naturale e nutriente di qualsiasi prodotto industriale che imita la carne. Il problema, infatti, è che in tutti i Paesi industrializzati circa il 50% della carne che consumiamo (consumate) è in realtà carne “processata”, recentemente messa sotto accusa anche dall’OMS. E tra questa carne processata, c’è quella di qualità, come il prosciutto, ma c’è anche e soprattutto quella carne il cui prezzo è talmente basso, che non è neppure più carne.

Uno studio celebre dell’Università di Zurigo, durato ben 13 anni in 10 Paesi europei e che ha coinvolto mezzo milione di persone, ha messo in evidenza un impatto estremamente significativo sulla durata di vita nelle persone che consumano più di 160 grammi di carne processata al giorno. Si parla di una media di 12 anni in meno rispetto a chi ne consuma una porzione di 20 grammi.

Se la nostra idea di carne sono le nuggets, il kebab, il salame e i wurstel, allora forse la carne falsa vegetariana è ancora l’opzione migliore.

La prossima rivoluzione: la carne sintetica

Diversi progetti di ricerca stanno perfezionando le tecniche di produzione in vitro di vera carne falsa: il primo hamburger cresciuto in laboratorio, creato da un team di scienziati olandesi, è stato presentato (e mangiato) nel 2013.

La tecnica principale della produzione di carne sintetica consistente nel prelevare cellule muscolari da un animale e nutrirle con dei composti di proteine. Come con il lievito madre, una volta partito il processo, teoricamente è possibile continuare la produzione di carne all’infinito senza prelevare altri tessuti da un organismo vivente.

Da 10 cellule muscolari di maiale si potrebbero produrre fino a 50’000 tonnellate di carne in poco meno di due mesi.

L’abitudine di mangiare le stesse cose

L’interesse per la carne “pulita” e il successo della falsa carne così realistica, nonché la conseguente opposizione di molte persone allo stesso concetto, che assume spesso la forma di una tifoseria da stadio, solleva qualche domanda su cosa significa veramente la carne nella nostra cultura.

Quando diciamo che ci piace la carne, di cosa parliamo? Del suo gusto? Della sua consistenza? O piuttosto dell’abitudine, assunta fin da bambini, di identificare la carne col pasto principale, fonte di importanti nutrienti? O ancora: è una questione di ricordi sociali, come il capretto a Pasqua o lo zampone a Capodanno?

Quando studiavo a Singapore, mi sono trovato confrontato al fenomeno della “mock meat”, la carne falsa come imitazione, tipica della tradizione orientale. A uno standing dinner, dove avevo precisato di essere vegetariano, mi hanno servito delle cosce di pollo di tofu, che avevano l’aspetto in tutto e per tutto dell’originale animale. Compreso l’osso, che però era di plastica. Una roba impressionante, onestamente: carne falsa e osso falso.

In Asia, per secoli i Buddisti hanno perfezionato l’arte di creare pietanze che permettessero alle persone di mangiare vegano senza stravolgere le proprie abitudini alimentari. Un po’ come il burger vegetale al sangue di barbabietola che, però, al contrario di tofu, seitan e tempeh è un prodotto processato e industriale.

Un momento di festa

La mia esperienza di vegetariano di lunga data è che mangiare carne è spesso un’esperienza sociale: quando ti invitano a cena non ti vogliono fare lo sformato di porri, perché tradizionalmente la carne è il cibo delle grandi occasioni.

Negli ultimi 50 anni, però, si è passati dal consumare carne solo la domenica, a mangiarla due volte al giorno, tutti i giorni. E questo è diventato lo standard “occidentale”.
Immaginiamo cosa vorrà dire quando tutti i Paesi in via di sviluppo raggiungeranno lo stesso livello di benessere e vorranno quindi una dieta da Paese del primo mondo. Altri miliardi di persone che consumeranno carne due volte al giorno? È chiaro che non è sostenibile ed è comprensibile che si cerchino delle soluzioni alternative, a minore impatto ambientale.

Come nel caso della tradizione Buddista, tuttavia, la crescita del mercato della carne falsa non è una vera e propria rivoluzione, perché cerca di riprodurre un’esperienza culinaria che ci è cara. La vera rivoluzione sarebbe smettere di imitare la carne e adottare abitudini alimentari completamente diverse, un po’ come fanno i vegani.

La mia famiglia e i miei amici sono onnivori e, chi più chi meno, hanno sempre sostenuto la mia decisione di essere vegetariano, anche se avevo solo 3 anni quando l’ho presa; tuttavia sono stati molto meno tolleranti quando ho provato a diventare vegano.
Detto fra noi: è veramente una via difficile di privazioni e di continua vigilanza (perché l’industria alimentare ha la brutta abitudine di mettere prodotti animali dappertutto), ma soprattutto crea delle barriere sociali con le persone che ti stanno intorno.

Perché non si festeggia con la ratatouille, insomma.

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Crescere

Quando la cultura è digitale: le 6 esperienze da non perdere

Libri, musei, monumenti: il digitale ci dà la possibilità di accedere al patrimonio culturale mondiale dal nostro telefonino.

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Cultura digitale

Se dovessimo dare una definizione di cultura, quale sarebbe?
In realtà ci sono più di 200 teorie che ne danno una descrizione, tra le più citate però, vorrei ricordarne due:

1) La cultura come il meglio che sia mai stato creato, cioè insieme di opere e oggetti d’arte che devono essere preservate in quanto mantengono una loro delicatezza in posti specifici come i musei.

2) La cultura come un tutto complessivo: insieme di pratiche e convenzioni persistenti che sono sempre in completo mutamento.

La normalità della cultura

Al di fuori dei tecnicismi sociologici, nella vita di tutti i giorni, quando pensiamo alla cultura, immaginiamo un qualcosa di noioso, antiquato, adatto a persone mentalmente “vintage” che fanno parte di pubblici specifici e di nicchia.

In realtà la cultura, al giorno d’oggi, è ben diversa dall’essere uno stagno fermo e capace solo di adargiarsi su vecchi allori, ma è un fiume in piena, ricca di idee e di adattamenti alla nuova società ed alla tecnologia che ci accompagna.

I 6 esempi di cultura nel digitale

Sono tanti i casi in cui l’arte, la storia, la letteratura e molti altri aspetti della cultura sono approdati nel mondo della rete, con risultati molto piacevoli e adatti a qualsiasi persona.

Allora vediamo insieme 6 esempi che meritano di essere visti, esplorati, studiati e restituiti ai nostri figli, coloro che più di ogni altra persona di diversa fascia d’età sono a stretto contatto con il mondo internet.

  1. Google Arts & Culture: un vero tuffo nella cultura e nell’arte, come dice il nome stesso in un immenso portale diretto da Google. Un vero connubio di arte e tecnologie all’avanguardia disponibili a chiunque con la possibilità di “camminare” nei musei e nelle gallerie più famose al mondo per guardare i quadri con una risoluzione mai vista prima. Adatto veramente a tutti senza dimenticare le app per i dispositivi mobili.
  2. TwLetteratura: nato principalmente per il social network Twitter, ora ha integrato una propria app chiamata Betwyll; questa piattaforma consiste nel leggere e commentare sul social le opere e la letteratura. Un grande gruppo di persone che si dedica ad una lettura ed insieme si commenta a colpi di cinguettìo. Un’idea molto interessante chiamata anche Social Reading.
  3. New York Public Library: la biblioteca pubblica della Grande Mela ha avuto un’idea interessante, possiamo definirla rivoluzionaria, oltre che seguitissima. Nell’agosto del 2018 migliaia di persone rimasero incollati alle Instagram Stories dell’account ufficiale, per leggere in questa maniera originale  il testo completo di Alice nel Paese delle Meraviglie. Un uso perfetto ed azzeccato della nuova tecnologia, sfruttando Instagram che è allo stato attuale ha un bacino di persone che raggiunge il miliardo di utenti attivi. In questa maniera sono nate le Insta Novels.
  4. Unesco: come dimenticare un portale che racchiude la cultura nel suo essere. Con il sito ufficiale, è possibile avere tutto il patrimonio mondiale sotto mano, con l’elenco completo, linkabile in ogni voce e le novità di questa grande commisione nazionale.
  5. EduOpen: la cultura può essere vista, ascoltata oppure trasmessa, grazie a questo sito che, in collaborazione con diversi atenei italiani e patrocinato dal Ministero dell’Istruzione, permette una vera e propria conoscenza libera, a disposizione di tutti, con corsi liberamente accessibili per qualsiasi argomento.
  6. Woihanble.com: cosa succede quando una cultura rischia di scomparire? Cerca in tutti i modi di farsi conoscere e la rete è lo strumento perfetto. Questo sito è l’unico al mondo scritto in lingua dei nativi americani, nella comunità dei Lakota. Creato proprio da due nativi, la loro piccola community di persone possono leggere il portale scritto appositamente per loro con news, informazioni e tanto altro.

Insomma, la cultura è ben lontana dall’essere presente solo per chi ha la possibilità di accedere o pagare per riceverla e non ci sono scuse sul fatto che possa ancora essere considerata come un qualcosa di vecchio e noioso.

La cultura è qui, in mezzo a noi, e beneficia di quello che mi piace definire come la “tecnologia buona”.
E voi conoscete altri siti o app di questo tipo? Fatemelo sapere nei commenti!

 

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