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Come parlare alla maggioranza silenziosa [spoiler: l’engagement non basta ]

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Ciao Davide, ho notato che sei meno presente su LinkedIn. Spero sia dovuto ad un aumento del lavoro e non ad un periodo difficile.

Ieri ho ricevuto questo messaggio su LinkedIn, intorno alle 9 di sera e mi ha fatto pensare. In effetti nell’ultimo mese sono molto più impegnato lavorativamente, con i miei clienti, e meno attivo nel creare conversazioni e contenuti sulla piattaforma.

Il messaggio mi ha fatto sentire ancora più in colpa di quanto mi sentissi. Sorseggiavo una birra al fresco in un pub e mi sono sentito come quello che viene preso con le mani nella marmellata.

Chiaramente c’è anche l’aspetto positivo, mi ha davvero fatto piacere sapere che qualcuno sentisse la mia mancanza. In un periodo nel quale siamo costantemente a rischio spam, di passare allo spam, sapere che qualcuno nota la tua mancanza e si preoccupa per te è una bellissima cosa.

Ma soprattutto mi ha fatto ragionare meglio su quello che è il mio network, la mia piccola community e quale sia il reale valore, l’impatto che ha sul mio business. Fa il paio con alcune considerazioni che già stavo facendo ed una grande riflessione di Mark Schaefer.

Sui social conosciamo un sacco di gente, parliamo con un sacco di gente, ed un sacco di gente ci segue e ci coccola…ma conosciamo pochissimo i nostri clienti.

Non è un discorso filosofico ma pratico ed un tantino cinico: la maggior parte delle persone che apre il portafogli e compra qualcosa è quasi sempre un perfetto sconosciuto.

In altre parole l’impegno, l’engagement, la community, tutto questo ha meno importanza di quanto possiamo pensare; di certo bisogna ragionarci e ragionarci in maniera diversa.

La maggioranza silenziosa

Mark da una spiegazione molto semplice: statisticamente solo il 2% del tuo pubblico, di chi legge i tuoi contenuti, commenta e si espone. Viene naturale che la maggior parte degli acquirenti siano coloro che non commentano ed ha perfettamente senso dal momento che la maggior parte delle persone non si impegnano con i contenuti.

Su LinkedIn, e su altri social, questa percentuale potrebbe essere diversa, probabilmente, se diamo peso anche ad un like, le persone che si impegnano potrebbero essere non il 2 ma il 10 o addirittura il 15%. Sono numeri importanti e che sino ad oggi mi hanno fatto santificare questo social, mi hanno fatto credere che abbiano qualcosa in più dei vecchi blog.
Non ho cambiato idea, lo credo ancora, ma bisogna ammettere che siamo ancora nella situazione di sopra; la maggioranza è silenziosa ed è tra queste persone timide e riservate che si nascondono i nostri clienti.

Dopo aver letto l’articolo di Mark mi sono fermato a ragionare se fosse vero ed effettivamente anche nel mio caso è vero, verissimo! Questo mese ho acquisito 5 clienti e solo uno era una persona che mi era familiare, con il quale ci eravamo confrontati in questo o quel post, del quale avevo ricevuto diversi commenti ai miei articoli.

La maggioranza dei miei clienti? Sconosciuta e Silenziosa come dice Mark!

Cosa significa e soprattutto cosa cambia o deve cambiare

 

Mi viene in mente quella frase che dice “se non è rotto, non lo aggiustare” ed effettivamente sarei portato a fare finta di niente ed andare dritto per la mia strada. Tuttavia bisogna stare attenti a non fossilizzarsi e c’è sempre spazio per migliorare qualcosa.

Per prima cosa ripensare il successo sui social

“Grazie per i vostri like, i commenti generosi ed altre cose. Solo una domanda: perché non comprate?” Mark Schaefer

Si parla spesso di vanity metrics ma alla luce di quanto detto diventa più chiaro: l’impegno sui social non va contato ma va pesato, e spesso non si vede a colpo d’occhio.
Andare oltre l’edonismo del feed, fermarsi e ragionare meglio su cosa sta succedendo.

• Quante visite arrivano al tuo sito o blog?
• Quanto tempo le persone stanno sul tuo sito o blog?
• Che tipo di contenuti stanno leggendo?
• Quante persone vanno a vedere il tuo profilo LinkedIn?
• Chi sono queste persone? (nel caso di sopra possiamo saperlo)

Dare il giusto peso e la giusta importanza ad ogni persona (cioè capire che è giusto e necessario ma non è l’obiettivo!)

Con questo non voglio dire che dobbiamo pensare solo alla vendita o che dobbiamo gettare via tutto l’impegno delle persone non paganti, sarebbe un delitto.
Il ragionamento fatto sin ora ha perfettamente senso ed è fisiologico, anzi bisogna sapere e ricordarsi che per vendere abbiamo bisogna di chi non compra.
Ancora una volta mi piace ricordare un’idea di  Scott Stratten in “Three Circles of Content Sharing”

Il primo ed il secondo cerchio, quello in cui l’autore mette amici e followers, nel nostro discorso sono coloro che si impegnano e non comprano; spesso sono colleghi con i quali abbiamo un buon rapporto, persone cha abbiamo incontrato nei social e con i quali abbiamo particolarmente legato, persone che stanno imparando da noi, ecc.
Attenzione: sono persone preziose ed alle quali dire costantemente grazie, senza non arriveremmo al terzo cerchio, alla maggioranza silenziosa.
Bisogna solo ricordare che nel primo ed il secondo cerchio, le persone con le quali abbiamo un legame, le dinamiche sono diverse: la condivisione e l’impegno sono naturalmente più semplici.

>>> sono amici
>>> sono followers
>>> sono colleghi/persone con le quali condividiamo una determinata tematica e che hanno piacere (o interesse) ad entrare nella conversazione

Ripensare i contenuti

Ma questo potrebbe non bastare, di fatto non basta, per convincere la maggior parte delle persone ed il reale target.

Sempre Mark Schaffer ricorda che non vi è alcun valore nel contenuto ma solo nel contenuto che viene visto e condiviso. Da una parte dunque dobbiamo ancora sforzarci ed assicurarci di avere la giusta visibilità ed avere il giusto impegno.

D’altra parte però è ormai chiaro che non è sufficiente. Parlare ancora di contenuti utili o di contenuti che la gente vuole condividere non è sufficiente. E’ davvero il momento di contenuti sfidanti, in grado cioè di spingere non soltanto le persone a leggere e condividere ma di scuotere quella maggioranza silenziosa e convincerla a mettersi in contatto con noi.

(Di questo ne parlo anche nel numero di Venderedipiù in uscita tra qualche giorno – versione in abbonamento)

Il vero valore anche in un contenuto non è tanto cosa dici ma come lo dici, come riesci a far sentire il tuo interlocutore.

“Non bisogna vendere il trucco ma la speranza!”

In questo caso c’è un’immagine che vale davvero più di mille parole e può guidare la costruzione di un articolo in grado di convertire. Eccola qui.

Il tuo compito, il compito di chiunque voglia vendere non è informare, aumentare l’awareness ma comunicare il Dopo. Più la distanza è ampia, più è percepita, più il “dopo” è straordinario e più possibilità di iniziare una conversazione ci saranno.

Il passo è quello di concepire i contenuti, il content marketing in maniera diversa. Andare oltre l’idea di contenuto utile (per quello abbiamo Wikipedia), sfidare l’interlocutore a pensare in modo diverso, rimettere in discussione lo status quo e mostrare che vale la pena farlo.

Come ha detto Marcus Buckingham a proposito dell’unica cosa da sapere riguardo ad un leader, ed infatti oggi si parla o dovrebbe parlare di Thought Leadership

“Dipingere una visione di un futuro che è meglio di dove siamo oggi e ispirare gli altri a lavorare verso la creazione ed il raggiungimento di quel futuro”

Ripensare il content marketing

Ed infine, per arrivare a qualcosa di concreto, bisogna forse ripensare il content marketing o quel poco che ci abbiamo capito; specie se sei un piccolo imprenditore, un libero professionista, e ti trovi nel web per vendere.

Nella maggior parte di questi casi non è fattibile e producente creare un sacco di contenuti, diventare una media company, presidiare ogni canale.
Il limite è chiaramente quello di disperdere energia, non raggiungere mai la necessaria visibilità, aspettare invano che la magia si palesi, intendo dire che un cliente alzi il telefono e chiami te.

Per certi versi è la trappola dell’inbound marketing: no, oggi non è più possibile, solo, stare lì ed aspettare. Se lo costruisci verranno…è solo un vecchio film.

Per capirci e non fare confusione: io credo nell’inbound marketing, ed infatti il 95% dei miei clienti mi cerca e mi contatta, sono la prova che funziona ed è una cosa fantastica. Tuttavia prima che accada ci vuole tempo, anni, e forse anche fortuna. In altre parole: non è possibile, o se vogliamo probabile, che accada se non ti vede nessuno. 
Per darti qualche numero: il mio profilo linkedin viene visualizzato in media 26 volte al giorno, i miei post su LinkedIn raggiungono in media 50k persone la settimana, questo blog (nuovo e senza seo!) fa una media di 4000 visite mensili. Non sono numeri da star ma sono numeri sui quali ci si può lavorare; intendo dire richieste, contatti, opportunità, ecc.
Se di contro hai una visibilità minima o pari a zero (se non ti occupi di web come me mi sembra anche normale) dovresti impegnarti affinché la situazioni migliori ma non è saggio starsene con le mani in mano.

(Nel frattempo o in aggiunta) un modo più intelligente e redditizio può essere invece quello di considerare i contenuti (intesi davvero come idee con significato) una buona prima impressione da sfruttare al punto giusto. E’ il concetto di content selling del quale se ne parla con poca enfasi da alcuni anni e che invece meriterebbe di essere più considerato.

L’approccio ad esempio potrebbe essere questo, prendiamo LinkedIn come banco di prova.
Scrivi uno, due o tre contenuti davvero in grado di raccontarti, di raccontare il prima ed il dopo, e cerchi di ingaggiare lentamente ma senza sosta il tuo interlocutore, quella maggioranza silenziosa che nel tuo caso è probabilmente ancora più ampia.

L’idea pratica, ciò che consiglio e faccio spesso anche io:

  1. Ho scelto un contenuto che ritengo particolarmente valido, stimolante, sfidante. (nel mio caso ho riadattato una versione di questo articolo apparso su Linkiesta)
  2. Dopo essere entrato in contatto con il mio interlocutore, intendo dire dopo una richiesta ben formulata o ringraziando se l’ho ricevuta, confeziono un messaggio di benvenuto ad hoc (chiaramente devi studiare con chi stai parlando) dove allego il link o ancora meglio una versione pdf del mio articolo.

In questo modo testo subito la reazione del mio interlocutore e quasi sempre riesco a parlarci.

Ecco il format che uso io
Salve NOME, grazie di essere entrato a far parte del mio network. 
Ho dato un’occhiata al tuo profilo ed apprezzo molto il modo con il quale ti presenti. Ho visto che ti occupi di…cosa hai notato nel parlare di questi argomenti sulla piattaforma? Mi piacerebbe un giorno poterne parlare. 
Quanto a me, come avrai visto sono un ghostwriter, il mio lavoro consiste proprio nell’aiutare (o scrivere) una storia capace di attrarre l’attenzione e conquistare fiducia. 
Per comprendere meglio ti allego una breve presentazione, una riflessione che chiarisce bene perché abbiamo bisogno di raccontare una storia e perché abbiamo l’esigenza di affermare il nostro “marchio personale”. Sono sicuro già ne conoscerai ampiamente i motivi ma credo sia comunque utile ragionarci in questo modo. 
E sarebbe davvero bello se ti andasse di parlarne e ragionarci insieme. 
Ti auguro una splendida giornata, Davide

ATTENZIONE PERÒ

Vi è una sottile linea tra tentare di creare una conversazione e la mera tentata vendita, lo spam. Molto dipende dal fatto di conoscere davvero il tuo interlocutore, della percezione che hai comunque costruito ed è diffusa (l’interlocutore sa o può sapere già molto di te). E moltissimo dipende dal fatto che non si può solo pensare a vendere, anzi per quanto potrebbe sembrare paradossale bisognerebbe pensarci poco. Bisognerebbe preoccuparsi di più ad acquistare la sua storia, la sua attenzione, la sua fiducia.

Insomma è un’idea che può funzionare ma non è la ricetta segreta e, come dico sempre, l’impegno sulla piattaforma, sui social, l’impegno con le persone, dare prima di avere non è negoziabile.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Sono guarita da depressione e bulimia mettendomi a testa in giù

A volte i problemi vanno affrontati da un punto di vista diverso. Alessia Cipriano l’ha fatto letteralmente, mettendosi a testa in giù. E ha scoperto di avere le risorse per affrontare le sue difficoltà.

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“La storia che state per leggere contiene qualcosa di importante per me. È la storia di ciò che mi ha guarita dalla depressione e dal mio rapporto malato col cibo, dalla bulimia nervosa.”

Inizia così la mail che Alessia Cipriano mi ha inviato con l’obiettivo di trasmettere il suo messaggio a più persone possibile per provare che si può guarire, non solo dai disturbi alimentari ma anche dalle situazioni di tristezza e solitudine. Perché, come dice lei, c’è sempre qualcosa in grado di farci ritrovare la versione migliore di noi in un modo che non ci saremmo mai aspettati: lei, ad esempio, lo ha fatto mettendosi a testa in giù.

“La mia storia inizia in un modo un po’ speciale: al contrario, nel vero senso del termine. Sarà che vedere il mondo da un’altra prospettiva mi ha letteralmente salvato la vita, o forse che grazie a questa idea si è creata una vera e propria community di persone che praticano letteralmente un nuovo sport. Forse entrambe le cose. Ma oggi voglio raccontarvi la storia delle inversioni.”

All’alba dei suoi ventisei anni, l’età in cui ci si affaccia realmente alla vita e si dovrebbe essere spensierati, si è abbattuto su di lei lo spettro della depressione e dei disturbi alimentari. Purtroppo non è stato facile uscirne e ogni tanto, ancora oggi, quel buio fa capolino nella vita di Alessia. Anche se, per fortuna, ha imparato ad affrontare tutto da un’altra prospettiva, appunto.

“La bulimia fa schifo. Purtroppo a volte viene sottovalutata perché non è visibile quanto l’anoressia. Ti mangia viva. Il cibo diventa il tuo tutto. Amore e odio. Il corpo si scava, ma non tanto quanto quello di un’anoressica per far sì che ti venga riconosciuta una malattia.”

Ancora più sconosciuta, mi racconta, è la bulimia nervosa. Non quella che mangi il riso a pranzo per poi vomitarlo subito dopo. Quella violenta: fatta di quintali di cibi ingeriti nella speranza di colmare un vuoto che poco ha a che fare con il cibo. Un vuoto famelico, che avrebbe bisogno di essere riempito d’approvazione e affetto, e che invece si cerca di colmare con lo zucchero dei dolci e con la pizza che, come se non bastasse, creano una dipendenza dalla malattia.

“Le bulimiche nervose non le vedi. Si nascondono perché si vergognano di mangiare così tanto. Si distruggono in solitudine. Nulla ha più senso. Tutto ruota intorno alle abbuffate. Ti ritrovi, in poco tempo, ad essere quasi totalmente invalida, prigioniera della tua testa e del tuo stomaco, al quale non riesci a dire ‘NO’. All’apparenza tutto va bene. Solo le ghiandole sempre gonfie ed il viso sformato lasciano trasparire le lunghe dodici ore passate sul water a vomitare quintali di cibo. È questo che deve cambiare. Il silenzio va rotto. Perché questi disturbi esistono e bisogna togliere dal buio le persone che ne soffrono.”

Complice la morte di uno zio, caposaldo nella vita di Alessia, e complice il fatto che stava vivendo lontano da casa, ha iniziato a sentirsi persa. Triste e completamente in balia dell’unica cosa che, appunto, amava e odiava di più allo stesso tempo: il cibo.

“Espormi e dire alla mia famiglia come stavano le cose pareva impossibile. È stato terribile. A volte avrei voluto che la morte mi prendesse, proprio come lo raccontano i film, solo che è successo a me. Le notti passate a vomitare in bagno mi hanno letteralmente distrutto la vita.”

Lo spiraglio di luce l’ha trovato quando si è fatta coraggio e ha confessato tutto a sua mamma, vergognandosi come non mai. Oltre che nel suo appoggio la vera cura l’ha poi trovata nello sport: Alessia ha un tatuaggio sul polso che ogni giorno le ricorda come questo per lei sia sempre stato fonte di vita. Ha sempre praticato il bodybuilding e anche nel periodo più oscuro le è stato fondamentale.

“Ad un certo punto della vita, però, sentivo di aver bisogno di un nuovo stimolo, di qualcosa di molto più profondo, che fosse sfidante e facesse lavorare i miei muscoli, ma che portasse dentro di me anche un messaggio di equilibrio, concentrazione, rilassamento, focus. Tutto quello che ho provato la prima volta che mi sono messa a testa in giù e con le gambe puntate verso il cielo.”

Equilibrio, appunto, è la parola chiave che le mancava e che ha ritrovato in quello che da lì a poco sarebbe diventato davvero importante per lei: la verticale. Se ci pensate bene la verticale è sempre esistita, in tutti gli sport: ginnastica, yoga, sport da combattimento, corpo libero, sport di strada… Da sempre un esercizio fondamentale, ma quello che ha fatto Alessia è stato estrapolarla per creare un mondo a sé.

“Un nuovo modo di intendere lo sport. Uno sport nuovo: le inversioni. Ho diviso questo percorso in tre step. Ho cominciato a studiare la verticale, a partire da quella sulla testa, a quella sugli avambracci, a quella sulle mani: l’handstand. Un giorno mentre ero nel bagno di un pub ho alzato gli occhi e subito il mio sguardo ha incontrato un libro intitolato ‘A testa in giù’. L’ho preso e ho cominciato a sfogliarlo: parlava di una donna bulimica e del suo percorso per una lenta guarigione, questo percorso ‘A testa in giù’ signficava ‘In giù, con la testa sul water’. Per me è stato propedeutico pensare che per me ‘A testa in giù’ non voleva dire ‘sul water’, ma in verticale. L’unico momento in cui mi sentivo ancora libera di essere me stessa.”

L’incontrato con quel libro non è stato casuale, Alessia lo capisce subito. E capisce così che non doveva tenersi tutto per sé: così ha condiviso sui social quello che faceva e alla gente è piaciuto. Velocemente ha visto gente da tutta Italia appassionarsi a questo mondo e, senza quasi accorgersene, sul profilo Instagram “Handstanditalia” sono diventati più di 10.000 i follower, con tag da tutto il mondo mentre sta in verticale. Su Facebook, poi, è nata “Handstand Italia Community”: una comunità di quasi 300 appassionati della verticale (ognuno a proprio modo) che ogni giorno si allenano con lei.

“Poi è arrivata la pubblicazione del mio programma, il primo in Italia per allenare l’addome con le inversioni, si chiama “Inversioni per l’addome”. Tutto in così poco tempo, e la cosa più bella è stata vedere come chi mi segue abbia sempre apprezzato quello che faccio, riempiendomi di foto e video mentre sono in inversione. Quello che mi dà ogni giorno forza e speranza è proprio ricevere i messaggi e i ringraziamenti da questa nuova comunità sportiva. Ogni parola che ricevo per me è oro e vita pura.”

Grazie a questo nuovo modo di vedere lo sport Alessia è riuscita a fare qualcosa per gli altri, al tempo stesso tornando a sentirsi di nuovo viva. Ma ovviamente non finisce qui: l’obiettivo primario è che le inversioni diventino uno sport vero, per questo vuole raccontare a più persone possibili quanto sfidante e bello sia stare a testa in giù. Grazie alle inversioni Alessia ha capito che la forza dello sport va oltre ogni cosa:

“Oltre i disturbi alimentari, oltre i pregiudizi sul corpo femminile, oltre la depressione, oltre tutte le negatività. Lo sport ha riempito il mio tempo e la mia pancia molte più volte di quanto l’abbia fatto il cibo. E oggi, per la guarigione completa (che è un percorso lungo e travagliato ma possibile) mi affido sempre a questo. Lo sport è ambizione, eleganza, bellezza, impegno, forza… E le inversioni racchiudono tutto questo. Ecco perché sono diventate il mio nuovo modo di esprimermi.”

Per Alessia aver incontrato le inversioni nella parte buia della sua vita è stato provvidenziale. Ha sempre saputo di avere un compito, mi dice, e finalmente l’ha trovato: adesso vuole dire al mondo che si può guarire, sempre, anche quando pensiamo che non sia possibile.

“Voglio raccontare come non esiste depressione, rapporto difficile con noi stessi e magari con il cibo che non possa essere affrontato. Si può, perché io l’ho fatto e sono rinata. Voglio gridare al mondo che lo sport può guarire, guarire in profondità. A me ha permesso di creare qualcosa di davvero bello quando non credevo di essere in grado di fare niente. Io ho solo condiviso il mio amore per lo stare a testa in giù e gli altri lo hanno accolto e condiviso a loro volta.”

Ciò che Alessia racconta è qualcosa di inusuale, eppure ci dimostra che anche dal buio può nascere qualcosa: una speranza pura e bella.

NOTA:

Come abbiamo raccontato, Alessia ha diviso questo percorso studiando la verticale a partire da quella sulla testa (headstand), poi avambracci (forearmstand) e infine sulle mani (handstand). Possono sembrare esercizi semplici e “solo” belli da vedere, in realtà le inversioni sono un vero e proprio sport come ha ribadito lei stessa (che, per la precisione, si allena circa 90 minuti al giorno). Per chi vuole iniziare è sufficiente esercitarsi circa un quarto d’ora tutti i giorni, migliorando la propria forma, l’equilibrio e la forza, imparando a stare in verticale
Le inversioni hanno tanti benefici: fisici, psichici e mentali. Ad esempio, migliorano il tono muscolare (soprattutto quello di spalle e addome), eliminano i dolori alla schiena, aumentano la flessibilità e il flusso sanguigno, apportando benefici anche a vista e capelli.
Insomma, un piccolo miracolo sotto forma di sport che possono fare tutti, senza distinzioni, basta partire dalle basi e avere pazienza e costanza nell’allenamento… una sfida da affrontare giorno dopo giorno.

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Fare musica in modo inclusivo: arriva ODLA, la tastiera per ciechi

Una campagna di crowdfunding per produrre una tastiera che permetta alle persone cieche di scrivere e fare musica più facilmente.

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Oggi vogliamo presentarvi ODLA, un progetto speciale di “Kemonia River” per fare musica senza barriere. Si tratta di una tastiera per la scrittura digitale della musica, ed è compatibile con i principali software di notazione musicale. Le sue funzioni di scrittura ed editing permettono infatti elaborazioni complesse senza ostacoli o rallentamenti. Un progetto così valido che ha ricevuto il “Premio Leonardo per l’innovazione in musica” durante il FIM – Salone della Formazione e dell’Innovazione Musicale. Ma cos’ha di così particolare ODLA?

In un mare di software e approcci diversi sul mercato per scrivere e fare musica, ODLA rappresenta una valida alternativa alle tradizionali tastiere: oltre a rendere l’attività di scrittura più intuitiva, vuole strizzare l’occhio alla user-experience semplificando di molto le operazioni dei software. Questo perché ODLA nasce da un’idea di musicisti che hanno voluto soddisfare le esigenze non solo dei professionisti ma anche degli appassionati. Ma c’è di più…

Il dispositivo facilita il lavoro grazie all’introduzione dell’innovativo pentagramma: un sistema di input con rigo in rilievo che favorisce l’esperienza tattile e richiama l’estetica tradizionale della scrittura musicale. Per queste sue caratteristiche, ODLA diventa così un importante ausilio per gli utenti ciechi: a differenza dei tradizionali dispositivi di ausilio alla disabilità visiva, ODLA rende l’interfaccia molto più intuitiva, favorendo quindi l’usabilità dei programmi di notazione musicale davvero per tutti.

I tasti attorno al pentagramma in rilievo di ODLA sono distribuiti in modo ergonomico e facilmente memorizzabili anche da una persona cieca (questo ne facilita anche l’apprendimento, velocizzandolo). Inoltre, nella versione dedicata alla disabilità, sono stati aggiunti elementi software vocali in grado di guidare l’utente durante il percorso creativo. L’obiettivo di ODLA è che i copisti, i compositori, gli appassionati di musica e gli studenti (tutti, nessuno escluso) possano scrivere uno spartito in digitale in maniera rapida ed intuitiva, evitando alcuni aspetti dell’apprendimento del funzionamento di software complessi.

ODLA per finanziarsi ha lanciato una campagna di crowdfunding su Ulule che si concluderа il 24 Giugno. Se l’obiettivo della campagna verrà raggiunto, si potrà avviarne concretamente la produzione, realizzando un vero consumer-test sul mercato per migliorare alcuni dettagli e funzionalità (oltre a finanziare la promozione del prodotto stesso).

La produzione musicale è virata sul digitale ma, in molti casi (quando devono essere registrati dei brani musicali da ensemble o solisti reali, oppure quando si eseguono concerti dal vivo), si ha ancora bisogno di un vero e proprio spartito da leggere. Fino ad oggi, per essere stampato, questo spartito veniva editato tramite tastiera tradizionale del PC (le comuni tastiere “QWERTY”) o attraverso una tastiera elettronica MIDI combinata ad un software di notazione musicale. Oggi, con ODLA, potrebbe cambiare davvero la musica, per tutti. 

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