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Come parlare alla maggioranza silenziosa [spoiler: l’engagement non basta ]

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Ciao Davide, ho notato che sei meno presente su LinkedIn. Spero sia dovuto ad un aumento del lavoro e non ad un periodo difficile.

Ieri ho ricevuto questo messaggio su LinkedIn, intorno alle 9 di sera e mi ha fatto pensare. In effetti nell’ultimo mese sono molto più impegnato lavorativamente, con i miei clienti, e meno attivo nel creare conversazioni e contenuti sulla piattaforma.

Il messaggio mi ha fatto sentire ancora più in colpa di quanto mi sentissi. Sorseggiavo una birra al fresco in un pub e mi sono sentito come quello che viene preso con le mani nella marmellata.

Chiaramente c’è anche l’aspetto positivo, mi ha davvero fatto piacere sapere che qualcuno sentisse la mia mancanza. In un periodo nel quale siamo costantemente a rischio spam, di passare allo spam, sapere che qualcuno nota la tua mancanza e si preoccupa per te è una bellissima cosa.

Ma soprattutto mi ha fatto ragionare meglio su quello che è il mio network, la mia piccola community e quale sia il reale valore, l’impatto che ha sul mio business. Fa il paio con alcune considerazioni che già stavo facendo ed una grande riflessione di Mark Schaefer.

Sui social conosciamo un sacco di gente, parliamo con un sacco di gente, ed un sacco di gente ci segue e ci coccola…ma conosciamo pochissimo i nostri clienti.

Non è un discorso filosofico ma pratico ed un tantino cinico: la maggior parte delle persone che apre il portafogli e compra qualcosa è quasi sempre un perfetto sconosciuto.

In altre parole l’impegno, l’engagement, la community, tutto questo ha meno importanza di quanto possiamo pensare; di certo bisogna ragionarci e ragionarci in maniera diversa.

La maggioranza silenziosa

Mark da una spiegazione molto semplice: statisticamente solo il 2% del tuo pubblico, di chi legge i tuoi contenuti, commenta e si espone. Viene naturale che la maggior parte degli acquirenti siano coloro che non commentano ed ha perfettamente senso dal momento che la maggior parte delle persone non si impegnano con i contenuti.

Su LinkedIn, e su altri social, questa percentuale potrebbe essere diversa, probabilmente, se diamo peso anche ad un like, le persone che si impegnano potrebbero essere non il 2 ma il 10 o addirittura il 15%. Sono numeri importanti e che sino ad oggi mi hanno fatto santificare questo social, mi hanno fatto credere che abbiano qualcosa in più dei vecchi blog.
Non ho cambiato idea, lo credo ancora, ma bisogna ammettere che siamo ancora nella situazione di sopra; la maggioranza è silenziosa ed è tra queste persone timide e riservate che si nascondono i nostri clienti.

Dopo aver letto l’articolo di Mark mi sono fermato a ragionare se fosse vero ed effettivamente anche nel mio caso è vero, verissimo! Questo mese ho acquisito 5 clienti e solo uno era una persona che mi era familiare, con il quale ci eravamo confrontati in questo o quel post, del quale avevo ricevuto diversi commenti ai miei articoli.

La maggioranza dei miei clienti? Sconosciuta e Silenziosa come dice Mark!

Cosa significa e soprattutto cosa cambia o deve cambiare

 

Mi viene in mente quella frase che dice “se non è rotto, non lo aggiustare” ed effettivamente sarei portato a fare finta di niente ed andare dritto per la mia strada. Tuttavia bisogna stare attenti a non fossilizzarsi e c’è sempre spazio per migliorare qualcosa.

Per prima cosa ripensare il successo sui social

“Grazie per i vostri like, i commenti generosi ed altre cose. Solo una domanda: perché non comprate?” Mark Schaefer

Si parla spesso di vanity metrics ma alla luce di quanto detto diventa più chiaro: l’impegno sui social non va contato ma va pesato, e spesso non si vede a colpo d’occhio.
Andare oltre l’edonismo del feed, fermarsi e ragionare meglio su cosa sta succedendo.

• Quante visite arrivano al tuo sito o blog?
• Quanto tempo le persone stanno sul tuo sito o blog?
• Che tipo di contenuti stanno leggendo?
• Quante persone vanno a vedere il tuo profilo LinkedIn?
• Chi sono queste persone? (nel caso di sopra possiamo saperlo)

Dare il giusto peso e la giusta importanza ad ogni persona (cioè capire che è giusto e necessario ma non è l’obiettivo!)

Con questo non voglio dire che dobbiamo pensare solo alla vendita o che dobbiamo gettare via tutto l’impegno delle persone non paganti, sarebbe un delitto.
Il ragionamento fatto sin ora ha perfettamente senso ed è fisiologico, anzi bisogna sapere e ricordarsi che per vendere abbiamo bisogna di chi non compra.
Ancora una volta mi piace ricordare un’idea di  Scott Stratten in “Three Circles of Content Sharing”

Il primo ed il secondo cerchio, quello in cui l’autore mette amici e followers, nel nostro discorso sono coloro che si impegnano e non comprano; spesso sono colleghi con i quali abbiamo un buon rapporto, persone cha abbiamo incontrato nei social e con i quali abbiamo particolarmente legato, persone che stanno imparando da noi, ecc.
Attenzione: sono persone preziose ed alle quali dire costantemente grazie, senza non arriveremmo al terzo cerchio, alla maggioranza silenziosa.
Bisogna solo ricordare che nel primo ed il secondo cerchio, le persone con le quali abbiamo un legame, le dinamiche sono diverse: la condivisione e l’impegno sono naturalmente più semplici.

>>> sono amici
>>> sono followers
>>> sono colleghi/persone con le quali condividiamo una determinata tematica e che hanno piacere (o interesse) ad entrare nella conversazione

Ripensare i contenuti

Ma questo potrebbe non bastare, di fatto non basta, per convincere la maggior parte delle persone ed il reale target.

Sempre Mark Schaffer ricorda che non vi è alcun valore nel contenuto ma solo nel contenuto che viene visto e condiviso. Da una parte dunque dobbiamo ancora sforzarci ed assicurarci di avere la giusta visibilità ed avere il giusto impegno.

D’altra parte però è ormai chiaro che non è sufficiente. Parlare ancora di contenuti utili o di contenuti che la gente vuole condividere non è sufficiente. E’ davvero il momento di contenuti sfidanti, in grado cioè di spingere non soltanto le persone a leggere e condividere ma di scuotere quella maggioranza silenziosa e convincerla a mettersi in contatto con noi.

(Di questo ne parlo anche nel numero di Venderedipiù in uscita tra qualche giorno – versione in abbonamento)

Il vero valore anche in un contenuto non è tanto cosa dici ma come lo dici, come riesci a far sentire il tuo interlocutore.

“Non bisogna vendere il trucco ma la speranza!”

In questo caso c’è un’immagine che vale davvero più di mille parole e può guidare la costruzione di un articolo in grado di convertire. Eccola qui.

Il tuo compito, il compito di chiunque voglia vendere non è informare, aumentare l’awareness ma comunicare il Dopo. Più la distanza è ampia, più è percepita, più il “dopo” è straordinario e più possibilità di iniziare una conversazione ci saranno.

Il passo è quello di concepire i contenuti, il content marketing in maniera diversa. Andare oltre l’idea di contenuto utile (per quello abbiamo Wikipedia), sfidare l’interlocutore a pensare in modo diverso, rimettere in discussione lo status quo e mostrare che vale la pena farlo.

Come ha detto Marcus Buckingham a proposito dell’unica cosa da sapere riguardo ad un leader, ed infatti oggi si parla o dovrebbe parlare di Thought Leadership

“Dipingere una visione di un futuro che è meglio di dove siamo oggi e ispirare gli altri a lavorare verso la creazione ed il raggiungimento di quel futuro”

Ripensare il content marketing

Ed infine, per arrivare a qualcosa di concreto, bisogna forse ripensare il content marketing o quel poco che ci abbiamo capito; specie se sei un piccolo imprenditore, un libero professionista, e ti trovi nel web per vendere.

Nella maggior parte di questi casi non è fattibile e producente creare un sacco di contenuti, diventare una media company, presidiare ogni canale.
Il limite è chiaramente quello di disperdere energia, non raggiungere mai la necessaria visibilità, aspettare invano che la magia si palesi, intendo dire che un cliente alzi il telefono e chiami te.

Per certi versi è la trappola dell’inbound marketing: no, oggi non è più possibile, solo, stare lì ed aspettare. Se lo costruisci verranno…è solo un vecchio film.

Per capirci e non fare confusione: io credo nell’inbound marketing, ed infatti il 95% dei miei clienti mi cerca e mi contatta, sono la prova che funziona ed è una cosa fantastica. Tuttavia prima che accada ci vuole tempo, anni, e forse anche fortuna. In altre parole: non è possibile, o se vogliamo probabile, che accada se non ti vede nessuno. 
Per darti qualche numero: il mio profilo linkedin viene visualizzato in media 26 volte al giorno, i miei post su LinkedIn raggiungono in media 50k persone la settimana, questo blog (nuovo e senza seo!) fa una media di 4000 visite mensili. Non sono numeri da star ma sono numeri sui quali ci si può lavorare; intendo dire richieste, contatti, opportunità, ecc.
Se di contro hai una visibilità minima o pari a zero (se non ti occupi di web come me mi sembra anche normale) dovresti impegnarti affinché la situazioni migliori ma non è saggio starsene con le mani in mano.

(Nel frattempo o in aggiunta) un modo più intelligente e redditizio può essere invece quello di considerare i contenuti (intesi davvero come idee con significato) una buona prima impressione da sfruttare al punto giusto. E’ il concetto di content selling del quale se ne parla con poca enfasi da alcuni anni e che invece meriterebbe di essere più considerato.

L’approccio ad esempio potrebbe essere questo, prendiamo LinkedIn come banco di prova.
Scrivi uno, due o tre contenuti davvero in grado di raccontarti, di raccontare il prima ed il dopo, e cerchi di ingaggiare lentamente ma senza sosta il tuo interlocutore, quella maggioranza silenziosa che nel tuo caso è probabilmente ancora più ampia.

L’idea pratica, ciò che consiglio e faccio spesso anche io:

  1. Ho scelto un contenuto che ritengo particolarmente valido, stimolante, sfidante. (nel mio caso ho riadattato una versione di questo articolo apparso su Linkiesta)
  2. Dopo essere entrato in contatto con il mio interlocutore, intendo dire dopo una richiesta ben formulata o ringraziando se l’ho ricevuta, confeziono un messaggio di benvenuto ad hoc (chiaramente devi studiare con chi stai parlando) dove allego il link o ancora meglio una versione pdf del mio articolo.

In questo modo testo subito la reazione del mio interlocutore e quasi sempre riesco a parlarci.

Ecco il format che uso io
Salve NOME, grazie di essere entrato a far parte del mio network. 
Ho dato un’occhiata al tuo profilo ed apprezzo molto il modo con il quale ti presenti. Ho visto che ti occupi di…cosa hai notato nel parlare di questi argomenti sulla piattaforma? Mi piacerebbe un giorno poterne parlare. 
Quanto a me, come avrai visto sono un ghostwriter, il mio lavoro consiste proprio nell’aiutare (o scrivere) una storia capace di attrarre l’attenzione e conquistare fiducia. 
Per comprendere meglio ti allego una breve presentazione, una riflessione che chiarisce bene perché abbiamo bisogno di raccontare una storia e perché abbiamo l’esigenza di affermare il nostro “marchio personale”. Sono sicuro già ne conoscerai ampiamente i motivi ma credo sia comunque utile ragionarci in questo modo. 
E sarebbe davvero bello se ti andasse di parlarne e ragionarci insieme. 
Ti auguro una splendida giornata, Davide

ATTENZIONE PERÒ

Vi è una sottile linea tra tentare di creare una conversazione e la mera tentata vendita, lo spam. Molto dipende dal fatto di conoscere davvero il tuo interlocutore, della percezione che hai comunque costruito ed è diffusa (l’interlocutore sa o può sapere già molto di te). E moltissimo dipende dal fatto che non si può solo pensare a vendere, anzi per quanto potrebbe sembrare paradossale bisognerebbe pensarci poco. Bisognerebbe preoccuparsi di più ad acquistare la sua storia, la sua attenzione, la sua fiducia.

Insomma è un’idea che può funzionare ma non è la ricetta segreta e, come dico sempre, l’impegno sulla piattaforma, sui social, l’impegno con le persone, dare prima di avere non è negoziabile.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Vi racconto perché fotografare il cibo non è poi una cosa così brutta

Una questione di moda. Un’abitudine. Ma anche un’opportunità: ridare al pane quotidiano il valore che ha veramente.

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Il social network più utilizzato in Italia (e nel mondo) resta Facebook, che si è però mostrato lungimirante già nel 2012, quando ha deciso di comprarsi Instagram, l’applicazione preferita dalle persone che amano esprimersi con le fotografie.

Il mantra è ormai chiaro anche per le aziende: bisogna essere su Insta!
E quelle che hanno deciso di gettarsi nella mischia sono proprio tante, da Nespresso a Ferrero, andando a ingrossare la fila di chi utilizza Instagram per il marketing: su 19 milioni di utilizzatori italiani, infatti, ben 2 milioni pubblicano regolarmente inserzioni pubblicitarie.

Cosa pubblichiamo?

Il selfie è senza ombra di dubbio il re di Instagram: anche i meno giovani ormai hanno preso l’abitudine di fotografarsi dappertutto e con ogni faccia, a volte con risultati catastrofici, e non solo se si dimentica il filtro bellezza della telecamera.
Una rivista di medicina indiana, infatti, ha recensito tutte le “morti da selfie” negli ultimi anni di cui si è parlato nei giornali di lingua inglese nel mondo, scoprendo che circa un centinaio di persone perde la vita ogni anno facendosi un autoscatto. In pratica, il selfie è più letale degli attacchi di squalo.

Ma è soprattutto la quotidianità, ad interessare le persone che pubblicano la loro vita su Instagram: una categoria a parte, infatti, è rappresentata dal cibo: ogni tipo di prelibatezza ci capiti sotto mano è fonte di scatti dei migliori, e peggiori, fotografi.

Se cercate, all’interno della piattaforma Instagram, gli hashtag #food e #foodporn scoprirete quante volte sono stati usati: il tag #food ha superato abbondantemente i 299 milioni di scatti, mentre #foodporn “solamente” 175 milioni di foto, e questi numeri sono destinati a crescere vertiginosamente.

Il signore desidera altro, o ha fotografato abbastanza?

Insieme a questa scia culinaria è emersa anche una corrente che critica questa abitudine, perché si ha l’impressione di buttare via tempo per fotografare le pietanze, ma anche, soprattutto, a causa del significato effettivo che può avere fotografare un hamburger o pizza.
Vicino a chi fotografa la cena, c’è sempre quello che critica chi scatta la foto.

Nonostante tutto, mi trovo favorevole a questa moda e vi spiego anche il motivo che mi spinge a digitare tutto ciò: valorizzazione del cibo.

Ebbene sì, quando fotografo il mio pasto, rendo importante sia ciò che mangio ma anche chi lo ha cucinato, il ristorante o trattoria che mi ha portato il pranzo o la cena.

In un mondo dove metà delle persone muore di obesità e l’altra di fame, dovute alla scarsità di cibo (qui il report completo della FAO) ritengo questa tecnica utile per far capire il valore di ciò che abbiamo sotto gli occhi e che, successivamente, mettiamo su Instagram.

Il piatto è il protagonista della mia foto, dando importanza alla forma, al gusto, ai colori, rendendolo gradevole e degno di nota.

Allo stesso tempo far conoscere chi ha creato questo piatto, come, ad esempio, la pizzeria sotto casa, è un ottimo modo per creare della pura e semplice pubblicità gratuita a chi se lo merita.

Moda o sostanza?

Certamente è una questione di moda, ma è anche un certo giro di affari, importante a tal punto che cibo e followers sono diventati fondamentali al punto da riuscire a trasformare i “seguaci” in pasti gratis, o quasi.
Non ci credete?

Uno dei locali della catena This is not a Sushi Bar applica a Milano quella che sembra la trama di un episodio di Black Mirror: una persona posta sul social la propria foto di ciò che sta mangiando, taggando ovviamente il ristorante e, in base a quanti followers ha, otterrà uno o più piatti gratuiti.

In particolare: da mille a 5mila follower si ottiene un piatto gratuito, da 5mila a 10 mila due, da 10 mila a 50mila quattro, che diventano otto se il cliente ha tra i 50 e i 100mila fan, mentre oltre i 100 mila viene offerta l’intera cena. Sicuramente un modo di far parlare del ristorante, questo è poco ma sicuro!

Ma tutto questo è semplice meteora basata sulla moda del momento o iniziativa destinata a durare nel tempo?
A questo non saprei rispondere. L’importante, come dicevo poco fa, e ci tengo a sottolinearlo nuovamente, è che il piatto, ciò che mangiamo, riceva la giusta considerazione in quest’epoca di grossi sprechi.

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In primo piano

Vita e morte di un bel Paese (ed è tutta colpa degli Italiani)

La responsabilità di ciò che sta succedendo all’Italia è di tutti noi. Così come siamo noi, singoli cittadini, ad avere nelle nostre mani gli strumenti per salvare un Paese unico e dal grande potenziale. Ma dobbiamo volerlo.

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L’Italia sta sprofondando in una crisi socio-economica alla quale, probabilmente, non sopravvivrà.
Per lo meno, non come la conosciamo oggi.

Non è colpa della coppia Di Maio&Salvini. E non è colpa di Renzi. Neppure di Monti. E neanche di Berlusconi.

Quello che sta succedendo è colpa nostra.
E prima di noi, è colpa dei nostri genitori. E dei nostri nonni.
È colpa di almeno tre generazioni di Italiani. Tutti.

Le colpe dei padri ricadranno sui figli

È colpa delle persone di buona volontà che sono emigrati all’estero, facendo la fortuna di altri Paesi.
È colpa di quelli che in buona fede sono rimasti per ricostruire le case e le famiglie distrutte dalla guerra, senza sapere come fare.
È colpa delle donne e degli uomini di malafede che hanno trovato negli spazi vuoti del potere il terreno fertile per far crescere le loro attività criminali.
È colpa dei mafiosi, ma non per aver ammazzato, gambizzato o sfruttato, ma per aver preferito la via più semplice, quella meno impegnativa della violenza, invece di avere il coraggio di mettere al servizio del Paese le loro risorse e le loro capacità imprenditoriali.
È colpa delle classi politiche che si sono alternate al governo, certo, così come è colpa di noi che li abbiamo votati, sempre, con le stesse maggioranze che si spostavano a destra e a sinistra, come vasi comunicanti.

Per poi arrivare alla situazione attuale, dove, stufi e delusi da decenni di politici e tecnocrati, abbiamo consegnato il Paese a due persone che, paradossalmente, nella loro vita hanno fatto solo questo: essere politici. Salvini percepisce un salario da politico da sempre, nei vari ruoli che ha ricoperto. Di Maio ha fatto qualche lavoretto precario e, se non fosse salito sul carro(ccio) dei 5 Stelle, oggi o sarebbe disoccupato o sarebbe ancora nella ditta di papà (pagato in nero, direbbero i maligni).

Significa che questi signori non sono in grado di guidare il Paese? Non ho detto questo. Avere una laurea non è sinonimo di qualità e l’esperienza necessaria se la sono fatta nei loro ruoli politici. È questo che fa un po’ sorridere, no? Sono politici navigati, hanno fatto solo questo, di significativo, nella vita: essere un politico. Ma sono stati eletti in contrapposizione ai “veri” politici.

A ognuno la classe dirigente che merita

Quello che stiamo vedendo in questi mesi, è il migliore esempio di quello che siamo: un popolo di persone convinte che si possano trovare soluzioni ai grandi problemi con poco sforzo e senza sacrifici. Un reddito di cittadinanza qui, un decretuccio contro i migranti di qua, un taglietto alle spese della politica e due o tre passi indietro sulle grandi opere.

Così facendo i nuovi politici, schiavi dei like di Facebook, raccolgono i consensi anche di quella parte della popolazione, marginale ma in aumento, che si riconosce in valori così lontani dalla nostra realtà da risplendere dell’alone tipico di cui gode il passato.
Idealizzano gli anni del fascismo, ricordano Mussolini come un grande statista, e ne celebrano il nome, in barba alla Costituzione. Paradossalmente, molte di queste persone, se Mussolini fosse oggi al potere, sarebbero i primi a essere deportati in Germania: perché al fascismo non piace chi si lamenta, chi non lavora, o chi passa tutto il giorno su Facebook a pubblicare meme del Duce.

E dall’altra parte dello scacchiere politico, eccoli lì, gli intellettuali di sinistra, talmente stupiti dalla stupidità degli altri che finiscono per crederci veramente, di essere migliori, e allora peccano di superbia: noi siamo intelligenti, loro sono populisti e vengono manipolati, quindi noi abbiamo ragione e la ragione, prima o poi, trionferà.

Col cazzo, come direbbero in francese i gilet gialli che stanno facendo tribolare Macron in questi giorni.

La grandeur dell’Italia

Non è l’ideologia che ci tirerà fuori da questo pantano.
E qui sento già le prime voci che si levano a difendere le grandi conquiste dell’Italia: siamo una grande nazione industrializzata, esportiamo più del Regno Unito, abbiamo il 70% del patrimonio culturale mondiale (tranquilli, l’altro 30% è al sicuro, Siria a parte), abbiamo Leonardo.

È vero, abbiamo avuto Leonardo. E Raffaello. E Giuseppe Verdi. E Dante. E tantissimi, tantissimi altri.
Non è un caso, a mio avviso, che siamo una terra di artisti. Essi raramente nascono da condizioni di comfort: l’arte è spesso reazione a una situazione di disagio. Non è espressione di serenità. È tentativo di fuggire dalla realtà, di creare qualcosa di migliore rispetto al proprio presente.

Quanti artisti svizzeri vi vengono in mente?
Danesi?
Di Singapore?

Tre Paesi che hanno una cosa in comune: stabilità e ricchezza. Quando le persone stanno bene, non hanno bisogno di sublimare. E quindi l’arte gioca un ruolo meno importante in quelle società.

Piccoli passi ma grandi significati

Vogliamo continuare il gioco da stadio e da tifoseria? Meglio l’Italia, l’Italia fa schifo, è colpa del PD, viva i grillini, leghisti fascisti, Boldrini baldracca (che poi, boh, mai capito perché ce l’avevano così tanto con sta poveraccia, e la tirano fuori ancora oggi, come se fosse colpa sua la crisi che stiamo vivendo).

Come dici?
No, allora non ci siamo capiti: è colpa nostra.
NOSTRA. Di tutti noi.

E se veramente vogliamo smettere di criticare l’Italia, non nascondiamoci dietro a un dito: cominciamo a lavorare su ciò che va veramente cambiato. E da dove comincia il cambiamento? Dalla TAV, o dagli stipendi dei parlamentari? Magari, anche. Ma noi poveri cittadini cosa possiamo farci?

Allora cominciamo dalle cose sulle quali abbiamo veramente la possibilità di fare qualcosa.
Ho fatto una lista di avvenimenti spiacevoli che ho vissuto a Milano negli ultimi 7 giorni (e non è esaustiva). Avrei potuto fare anche la lista delle cose piacevoli, ma il mio obiettivo qui è di trovare spunti concreti su cui lavorare. Vediamola insieme:

  • ogni volta che mi avvicino a un passaggio pedonale, o addirittura già lo sto attraversando, le auto accelerano e mi passano davanti o dietro;
  • ho fatto un contratto per internet con fibra a casa, dove l’operatore mi ha palesemente mentito su costi e prestazioni (bugia confermata in seguito dal personale dello shop, che fa spallucce dicendo che col call center succede spesso);
  • ho cercato di pagare delle fatture online solo per scoprire che la mia banca voleva un update a pagamento per processare… i pagamenti;
  • mi è stato proposto di saldare un lavoro in nero, senza fattura e senza IVA;
  • ho visto un tipo aprire il finestrino dell’auto e gettare un pacchetto di sigarette vuoto in mezzo alla strada;
  • ho parlato con un impiegato che fa circa 100 ore di straordinario non retribuito al mese;
  • ho scoperto che la casa in cui vive un mio amico è abusiva ma lui paga comunque un affitto al proprietario (da anni, e nessuno dice niente);
  • ho dovuto trattenere il respiro per entrare in metropolitana perché sulle scale c’è stato il vomito degli ubriachi del sabato sera che è rimasto lì tre giorni prima che lo pulissero.

Per salvare l’Italia, dobbiamo essere meno Italiani

Questi comportamenti non sono folclore. Sono il male.
E so già che moltissime persone faranno commenti scandalizzati, dicendo che queste cose non devono succedere, ma dove viviamo, eccetera eccetera.

A queste persone pongo una semplice domanda: la filippina che viene a farvi le pulizie, l’avete dichiarata e assicurata? L’auto, la posteggiate sempre e solo dove è permesso? Nella vostra casa di proprietà, tutti i lavori sono stati pagati con regolare fattura? Avete strombazzato dietro al veicolo che ha accennato a rallentare davanti a voi o avete educatamente aspettato che trovasse la strada in cui girare? Se siete imprenditori: pagate adeguatamente i vostri dipendenti? Siete mai saliti su un bus o un tram senza pagare il biglietto?

E allora di cosa vi lamentate?
Siete come loro. Siamo come loro. Noi siamo loro. Per questo è colpa nostra.

È ora che le persone di questo Paese comincino a prendersi le proprie responsabilità. A ridare significato a quella parola, dignità del lavoro, che non ha a che vedere con i soldi, ma con il fatto di essere utili alla società. La società che non è una cosa astratta: è il luogo in cui viviamo e in cui facciamo crescere i nostri figli.

Sono finiti i tempi in cui il parente falso-invalido prendeva la pensione che non gli spettava (e noi a fargli pure i complimenti per la sua furbizia).

Basta a quelle persone che percepiscono un salario ma non fanno nulla tutto il giorno. Se sei pagato, lavori, non ti imboschi. E noi che siamo i tuoi amici o la tua famiglia, dobbiamo vergognarci per quel comportamento. Dobbiamo chiederti di cambiare. E se non lo fai, dobbiamo denunciarti. E qui: dovremmo trovare delle forze dell’ordine che prendono sul serio anche queste cose.

Soprattutto dobbiamo capire che la furbizia come l’abbiamo intesa per secoli in questo Paese non è una cosa positiva: la furbizia toglie risorse allo Stato, la furbizia ha le mani sporche di sangue, la furbizia fa scappare le persone oneste e di talento all’estero, la furbizia è un investimento ottuso, a corto, cortissimo termine.

Parola d’ordine: Semplificare

Quindi dobbiamo cominciare da noi, dai nostri comportamenti quotidiani.
Il semaforo per i pedoni è rosso? Ti fermi e aspetti. Perché? Perché viviamo in una società fatta di persone, dove ci sono regole, anche arbitrarie e magari poco comprensibili, che però sono state create per semplificare e regolare la vita di tutti i giorni.

Vi siete mai domandati perché l’Italia è il Paese con il codice penale più corposo e complesso del mondo?
O perché il detto “Fatta la legge, trovato l’inganno” esista solo nella nostra lingua?

Per due ragioni: da una parte, perché se vivi nella perenne paura che le persone cerchino di fregarti, metterai in piedi sistemi per evitarlo. Sempre più arzigogolati e sempre più complessi (e quindi burocraticamente pesanti). Dall’altra, perché per esercitare potere sulle persone, le devi mettere in uno stato di inferiorità.

Era la ragione per cui le messe si facevano in latino, o la ragione per cui in certi Paesi non si mandano le donne a scuola: l’ignoranza ti rende vulnerabile e quindi controllabile.

In Svizzera, mio padre 80enne, che non ha neppure la terza media, riempie la dichiarazione delle tasse da solo e in 20 minuti.
In Italia, nel corso degli anni, abbiamo creato dei sistemi e delle sovrastrutture che obbligano le persone a ricorrere a degli intermediari per esercitare le azioni più semplici del proprio essere cittadino. E questa è una forma di schiavitù che dobbiamo combattere, non una forma di arte di cui andare fieri, come se complicato fosse sinonimo di bello, o di migliore.

Una Italia sempre più fragile

Rifletto da anni a questi aspetti, soprattutto in chiave aziendale.
Perché a essere onesti ho conosciuto molte persone brillanti qui in Italia. Professionisti preparati, pronti a spendersi e a dare molto di più di quello che veniva richiesto loro. Che si trovano a lottare contro i mulini a vento.

L’argomento che l’Italia è comunque un Paese economicamente importante è una spina nel fianco: perché lo è, nonostante i suoi problemi. Non sono sicuro che potrà esserlo ancora a lungo, e questo anche a causa di una spirale perversa che ha cominciato a fare degli apprendistati e dei lavori sottopagati una forma naturale di impiego. E figuriamoci cosa potrebbe essere, il nostro Paese, se le cose funzionassero a dovere: sarebbe la locomotiva d’Europa, si riprenderebbe il ruolo di leader che ha avuto per secoli nel mondo.

Invece stiamo rendendo fragile tutta una fascia sempre più ampia della popolazione, per tutta una serie di problemi e di situazioni che sembrano un chewing-gum incollato nei capelli. Non possiamo risolvere tutte le questioni ma non possiamo neppure illuderci di non dover agire in maniera decisa.

I capelli impastati di gomma da masticare, a volte, vanno tagliati.
Ma è possibile farlo solo se tutti gli attori (ma proprio tutti: i datori di lavoro, gli studenti, gli operai, gli impiegati, gli statali, i politici, i sindacati, le associazioni di categoria) si mettano d’accordo su una cosa semplice: sospendere il giudizio che li porta ad azzuffarsi con un solo obiettivo, vale a dire quello di conservare i propri privilegi e il proprio potere (nuova generazione di politici compresi).

Solo il rispetto ci salverà

Non si prende in giro la ragazzina a cui abbiamo dovuto rapare la testa a zero per liberarla dal chewing-gum.
Lei deve sentirsi sicura di quello che è stato fatto e noi tutti dobbiamo impegnarci ad aiutarla a ritrovare la voglia di giocare ancora. Magari dovremo accettare anche che la bimba adori i suoi nuovi capelli corti e che non voglia farli ricrescere. Chissà.

In altre parole…
dovremo rispettare le scelte degli altri
e dovremo rispettare il lavoro degli altri.

Rispettare veramente. Non come rispettiamo i giardini pubblici, lasciando i rifiuti in giro per il parco; o come rispettiamo il diverso, negandogli la dignità di essere parte della società; o come rispettiamo le leggi, à la carte, come se fosse un menu dal quale scegliere: questa mi piace, la prendo, questa mi piace meno, la infrango.

Perché alla fine la nostra colpa, a mio avviso, è solo una: aver mancato di rispetto.
Agli altri, allo Stato (e lo Stato, fatto di persone, a noi), alle cose, ma anche a noi stessi e al futuro dei nostri figli.

La brutta notizia è che la mancanza di rispetto è una cosa enorme e molto difficile da imparare, e che ci vorrà forse più di una generazione, per migliorare le cose.
La buona notizia è che il problema non è molteplice: è solo uno, ma con tanti risvolti diversi, ma lo possiamo identificare, e quindi risolvere.

Con buona pace per la prossima generazione di grandi artisti, che dovrà andarsi a cercare natali stranieri.

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