Connect with us

Comunicare

Comunicare bene è da bravi comunicatori, non da brave persone (e viceversa)

Sia Martin Luther King, che Adolf Hitler, che Steve Jobs non hanno avuto successo grazie alle buone intenzioni, ma con azioni deliberate. Non contano solo le intenzioni.

Pubblicato

il

Guardai negli occhi il mio cliente, il titolare dell’azienda, senza distogliere lo sguardo. La mia voce era calma, mentre gli spiegavo con chiarezza, e pur con un linguaggio colorito, davanti al gruppo dei suoi manager, che era il suo comportamento, più del loro, che stava creando danni all’azienda.

Quasi in slow motion, potevo vedere una vena sulla sua fronte che si gonfiava, mentre riusciva a stento a contenere una reazione di rabbia, formulando risposte sempre meno lucide, nel corso della consulenza. I manager mormoravano assenso alle mie parole, e questo non faceva che accentuare il rossore sulle sue guance.

Alla fine della sessione se n’è andato senza salutare.

Chiunque avesse osservato lo scambio avrebbe probabilmente tratto una conclusione univoca: quel cliente l’avevo perso, definitivamente.

Eppure, solo dopo due settimane ci rivedemmo. Il contesto era identico, ma lui era diverso. Riflessivo, se ne stava in silenzio. Quando, prima, ad ogni mia affermazione appariva un sorrisetto squalificante, e si apprestava a spiegarmi perché no, in quell’azienda non funzionava così, ora era attento e concentrato; soppesava con attenzione ogni parola che pronunciavo, senza perdersene nemmeno una.

Era catturato.

Quando si parla di comunicazione, resto sempre affascinato dai pregiudizi dalle persone sull’argomento. Quando chiedo a cosa serva la comunicazione in un’aula, ad esempio, spesso mi sento rispondere che permette di evitare i conflitti. Insomma, una comunicazione non aggressiva fine a se stessa. Il sogno Hippy che si realizza con quarant’anni di ritardo.

Eppure, per chi studia la disciplina è chiaro che non sia questo il caso, e per rendersene conto è sufficiente guardare l’attuale comunicazione politica italiana: senza entrare nel merito sulla bontà delle idee del governo, siamo costretti ad ammettere che dal punto di vista comunicativo è molto potente, ed è incentrata sull’aggressività. Contro la vecchia classe politica, contro il diverso, contro il nemico da sconfiggere. Una comunicazione che fa leva sulle emozioni profonde delle persone, che ne risultano catturate e coinvolte.

Ma senza addentrarci in politica, torniamo alla nostra quotidianità. Potremmo suddividere, rozzamente, un atto comunicativo in tre fasi:

  • Intenzioni: il pensiero che sta dietro la comunicazione, o gli obiettivi che ci poniamo nel comunicare;
  • Azioni: l’atto comunicativo vero e proprio;
  • Conseguenze: gli effetti che la nostra comunicazione produce sulle altre persone, e su noi stessi.

Un altro pregiudizio comune che incontro è che quello che conta sono le intenzioni. Insomma, scimmiottando le parole di Massimo Troisi, sono responsabile di ciò che dico, non di quello che capisci.

Si tratta, in effetti, di una visione estremamente naif della comunicazione: da sempre chi studia questa disciplina definisce le proprie azioni proprio a partire dagli effetti che vuole produrre.

Insomma, credo che sia Martin Luther King, che Adolf Hitler, che Steve Jobs non abbiano raggiunto la posizione che hanno raggiunto per caso, grazie alle buone intenzioni, ma con azioni deliberate.

Il che fa comprendere come la Comunicazione, di per sé, non sia una disciplina buona, né cattiva, ma ciò che fa la differenza sono le intenzioni e soprattutto gli effetti che si producono.

Ecco, quindi, che una comunicazione aggressiva e squalificante, mi ha permesso di costruire con un titolare d’azienda, una relazione funzionale allo svolgimento di un buon lavoro insieme. Mentre se avessi voluto a tutti i costi evitare il conflitto, probabilmente non sarei riuscito altrettanto bene.

Insomma, se le nostre intenzioni sono dettate dalla nostra etica, dai nostri principi e dai valori, quello che fa davvero la differenza sono gli effetti che produciamo.

Wittgenstein diceva che le parole sono come pallottole, e a me piace pensare che ciascuno di noi nasca con questa pistola. La maggior parte di noi, però, si limita ad agitarla sopra la testa, con le migliori intenzioni del mondo, senza però preoccuparsi dei colpi che partono, e che potrebbero anche ferire qualcuno.

Anche tu, quindi, puoi scegliere se imparare ad usare quella pistola, e diventare davvero responsabile delle pallottole che ne escono. Oppure accontentarti delle tue buone intenzioni.

Ma ricorda, come diceva Oscar Wilde, con le migliori intenzioni si ottengono gli effetti peggiori.

Sono Consulente, Formatore e Coach. Ma anche podcaster, scrittore, cuoco, giardiniere, marito e padre. Studio modelli di Comunicazione e Problem Solving, e li uso per aiutare le persone e le aziende a risolvere problemi apparentemente irrisolvibili, o a raggiungere obiettivi incredibilmente sfidanti, che di solito hanno a che fare con la gestione del cambiamento, la leadership, e la negoziazione. Insomma, un po' un Mr. Wolf, senza però tutto quel sangue, rughe e papillon.

Comunicare

Come WhatsApp può ancora emozionare

Si parla molto di come la tecnologia allontani le persone che sono vicine, ma si dimentica a volte che essa crea anche ponti tra persone lontane.

Pubblicato

il

Whatsappa può creare ponti e emozionare

Abbiamo parlato spesso di come la tecnologia debba essere utilizzata in maniera più consapevole, per evitare ad esempio la condivisione pazza ed esagerata di contenuti anche molto personali, e/o rischiando di cadere, come ci racconta anche l’attualità, in casi gravi come il Revenge Porn.

Siamo nell’epoca della disinformazione, nonostante le informazioni siano reperibili in maniera più veloce e capillare possibile. Ma per evitare di buttare via il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire, vale la pena ricordare anche i momenti in cui tecnologia può addirittura commuovere.

Mi piacerebbe condividere con voi una storia di vita personale e di come, in questa situazione, la tecnologia, WhatsApp nello specifico, abbia reso un momento migliore di quanto uno potesse immaginare.

Partiamo dal principio: mia suocera, abruzzese, ha diversi fratelli ed alcuni di questi si trovano da altre parti del mondo, in particolare in Argentina e in Canada.

Per mantenere quel velo di privacy a cui tanto teniamo (e per evitare di predicare bene ma razzolare male, per restare in tema di proverbi), una delle sorelle la chiameremo Paola, anche se non è il suo nome. Parola è immigrata in Argentina negli anni 60 del ‘900 e, dopo decenni si matrimonio, ha perso suo marito.

Come fare in questo caso per far recepire il nostro messaggio di condoglianze?

Un messaggio ai parenti più vicini al defunto è una scelta rapida ma fredda, priva di tatto che sarebbe arrivata alla vedova in un secondo momento; una chiamata classica costa ancora troppi soldi e non rende bene l’idea di vicinanza anche se la voce può dare conforto, così internet ci è venuto in soccorso.

Grazie alla collaborazione della nuora di Paola, già perfettamente collaudata con questo mondo digital e che ha permesso questo collegamento, siamo riusciti ad effettuare una video chiamata.

Il contatto è stato particolarmente emozionante; immaginate voi stessi: due sorelle che non si vedono da più di un ventennio, si guardano “digitalmente” da uno schermo del telefono. Possono interagire e conversare come se fossero in due condomini vicini eppure ci sono migliaia di chilometri di distanza. Certo, manca il contatto fisico, ma purtroppo la situazione non ha permesso un nostro spostamento nel continente sud-americano in tempi brevi.

Quanto è bastato per fare un passo del genere?

Per noi di questa generazione poco o nulla: uno scambio di numeri telefonici tra persone iscritte al servizio WhatsApp, due tocchi in uno schermo che abbia una ricezione decente e si parte con la magia.

Per la generazione precedente?

Un insieme di funzioni strane fatte da noi “giovani” che hanno permesso ai due interlocutori di parlare e di emozionarsi contemporaneamente in due continenti diversi.

Ecco, questo è un metodo della tecnologia che amo e considero importantissima.

Non dobbiamo considerarla come uno strumento che allontana chi in realtà si trova vicino, come purtroppo succede spesso, ma come un qualcosa che avvicina chi è lontano.

Perché proprio WhatsApp quando, in un precedente articolo ho tessuto le lodi Signal, oppure quando esiste Facebook, Telegram e tante altre piattaforme?

Vi rispondo a questa domanda con un’altra domanda: quante persone conoscete che possiedono uno smartphone senza avere, prima o poi, installato l’applicazione di messaggistica più famosa al mondo?

A febbraio 2018, la piattaforma contava qualcosa come un miliardo e mezzo di utenti.

È inutile negarlo, chi ha uno smartphone, possiede anche WhatsApp e in quel momento molto delicato, iniziare a parlare di come cambiare app, scaricare quell’alternativa, poca privacy nell’altra, non aveva molto senso, così abbiamo optato semplicemente per la scelta più facile, immediata e, tutto sommato, quella che si è rivelata la più efficace.

In questo caso debbo dire che la punta di diamante per le chat della casa di Zuckerberg ha svolto pienamente la sua funzione di “ponte” tra l’Italia e l’Argentina, con una videochiamata fluida senza nessun tipo di intoppo, tranne qualche piccolo ritardo nei secondi subito dopo la connessione tra i due numeri.

Il mio è uno dei tanti e tantissimi casi quotidiani di uso di questa app, sicuramente ci saranno situazioni più importanti della mia, ma alla fine della conversazione, seppur impossibile cancellare dal volto delle due interlocutrici il dolore del lutto, la loro giornata e il loro umore è migliorato con una piccola soddisfazione, lasciatemelo dire, anche nel mio cuore.

 

NowPlaying:
The End, The Doors

Continua a leggere

Comunicare

Il CV: è ancora utile o è sorpassato?

Per alcuni, il curriculum è uno strumento vecchio, che appartiene al passato. Per altri, invece, rimane lo strumento cardine della selezione. Come deve essere per restare efficace?

Pubblicato

il

Il curriculum vitae è ancora utile per trovare lavoro?

Nei percorsi di orientamento professionale che tengo, dai corsi universitari ai corsi professionalizzanti, l’incontro che più ha successo è quello relativo a come si redige un curriculum vitae. Trovare il modo migliore di parlare di sé in un documento che viaggia per il mondo ha sempre creato non poca ansia.
Come lo scrivo? Quanto deve essere lungo? Questo ci va? Quest’altro? Ma gli hobby ci devono stare? Le incognite sono tante e gli studenti mi ringraziano perché hanno la possibilità di confrontarsi in diretta per avere qualche risposta alle loro domande. E alla fine se ne vanno certi di avere tutte le informazioni necessarie per scrivere in maniera efficace il loro cv.

Ma se c’è una cosa che impariamo dopo aver inviato un po’ di curriculum alle aziende è che la certezza in questo campo non esiste. I recruiter sono persone e come persone hanno dei punti di vista soggettivi che possono differire tantissimo da ciò che “può andare” a ciò che “non va”.

Al di là di questa forte componente soggettiva che è la parte affascinante e misteriosa dell’efficacia di un cv, l’incognita più grande, secondo me, è un’altra…

Il curriculum serve ancora?

È uno dei dibattiti più accesi specialmente su LinkedIn.
Ci sono persone che preferiscono nuovi approcci alla ricerca lavoro e vedono il cv come un legame con il passato quasi inutile. Preferiscono leggere blog personali, vedere video, scovare informazioni dai profili pubblici sui social, oppure ricorrono ad applicazioni di gamification o all’uso massiccio di form online letti da intelligenza artificiale in grado di fare matching automatico tra le competenze offerte dal candidato e quanto richiede l’annuncio di lavoro.
L’altra frontiera molto discussa è data da quelle realtà che si pongono di mediare tra te e l’azienda interessata all’assunzione e chiedono di inviare progetti, idee e soluzioni anziché sterili curriculum.

Sicuramente si tratta di un approccio nuovo che ci pone di fronte a un mutamento di coscienza su quello che è e che dovrebbe essere la ricerca di impiego, ma che crea ancora più confusione nei giovani che devono entrare nel mondo del lavoro. Se pensiamo che tanti di loro partono a costruire quella che dovrebbe essere la loro presentazione efficace in un formato statico, standardizzato e imprigionato da logiche burocratiche come il curriculum europeo, siamo ancora lontani dal capire quanto vale il mio cv nella ricerca di lavoro.

Come scrivere un CV che funziona

L’evoluzione sembra andare quindi nella direzione di abbandonare lo strumento, ma credo che non si tenga conto di una caratteristica fondamentale propria del cv: il curriculum non è importante solo nel contenuto, ma anche come contenitore. Il modo in cui ti presenti e cosa dici di te è fondamentale per fare la differenza. Selezionare le informazioni, scomporre, narrare, far emergere un filo conduttore nelle tante attività svolte, evidenziare alcune attitudini, sono azioni che aiutano il candidato a fare quella scrematura che dovrebbe favorire un giudizio personalizzato da parte di chi riceve il cv. È un lavoro di cesellatura, in cui lasciare le informazioni che riteniamo importanti pulendo da orpelli che tendiamo a fare. Il cv non è più la fiera delle vanità. Ormai è risaputo che non si deve “fare cose, vedere gente” per il solo gusto di aggiungere la figurina mancante e rendere colorito e variegato quel pezzo di carta.

È solo il modo in cui tendiamo a vedere il cv che dovrebbe cambiare. Nella vecchia logica che vuole questo documento un mero elenco delle attività professionali e formative, non ha molto più senso, perché tutte queste informazioni posso essere trovate facilmente e velocemente sui social network o in un blog personale arricchite da varie e migliori componenti (interazioni e conferme di competenze da parte di altre persone del tuo network, confronto con altri profili, ecc.).
Se rinnoviamo il tutto attraverso un’attenzione grafica più personalizzata, un’azione di selezione e un modo nostro di riportare le competenze, possiamo leggere il curriculum come il risultato di un percorso di crescita ed essere apprezzato perché possiede quell’elemento straordinario che ci valorizza veramente in un mondo di curriculum europei.

Far emergere se stessi

Insomma dobbiamo metterci più anima. Così si vede cosa realmente sappiamo fare. Non importa se tu devi giocare con un’app per dimostrare alcune tue abilità all’azienda che vuole assumerti, o se devi presentare un progetto specifico (a prescindere dal fatto se sia un modello selettivo etico o meno), quello che realmente importa è la visibilità e l’importanza che dai alle tue cose e a come racconti di te.

Forse è per questo motivo che alla fine non penso che il cv sia un elemento destinato a morire. Quando ti ricapita l’opportunità di lavorare su te stesso creando la tua storia professionale e selezionando le parole che meglio si addicono affinché si continui a parlare di te?

Continua a leggere

treding