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Coopetition: collaborare fa bene (e lasciate in pace Sun Tzu)

A guardare bene il mondo, conviene più farsi un alleato che spendere un sacco di energie ad annientare quelli che immagini siano i nemici. Potrebbe funzionare.

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Non so voi, ma io sono cresciuto sentendomi ripetere “fai il bravo”. Non picchiare, non gridare, non trattare male il tuo compagno di banco, non rispondere alla maestra. Poi sono arrivato sui banchi dell’Università.
Il primo giorno eravamo in 400, appollaiati in quell’auditorio che, l’ho capito solo dopo, era stato scelto per fare passare un messaggio molto chiaro: guardate a destra, guardate a sinistra… questi non sono i vostri compagni, sono i vostri concorrenti. Soltanto 130 di voi avranno accesso al secondo anno. I migliori. Benvenuti!

In francese si dice che più in alto voli e più rovinosa sarà lo caduta.
Quel giorno sono caduto da molto in alto: credo che la sensazione di scollamento tra la mia vita privata e la mia vita pubblica sia nato lì, in quell’edificio del ‘500 troppo stretto per farci stare tutti.
Da allora, ho dovuto imparare un secondo linguaggio: fai il bravo in “civile”, sii uno squalo al lavoro.

E il lupo giacerà con l’agnello

Non avevo fatto caso a questo paradosso fino a qualche giorno fa; stavo rileggendo alcune note per un articolo che volevo scrivere su un concetto che si sta affermando anche nelle grandi realtà (la coopetizione – ne parliamo fra poco) e sono rimasto fulminato. Un vero e proprio cortocircuito.
Perché… diciamocelo onestamente: è un pelino caotica ‘sta cosa di dover essere buoni e collaborativi, anche con i colleghi, per poi essere premiati se si è bravi a portare vantaggi “competitivi” alla propria azienda. Cooperazione con alcuni, competizione con altri. Agnellini e lupi.

La nostra società incoraggia i comportamenti pacifici ma premia quelli bellici.

In un’epoca come la nostra, dove i confini tra vita privata e professionale sono estremamente permeabili, penso che sia normale che queste due correnti morali confluiscano, in qualche modo, ma di sicuro creano mulinelli pericolosi.

Cooperiamo?

La coopetizione è una strategia di business che unisce competizione e cooperazione, nel quadro di un accordo tra aziende concorrenti che decidono di unire le forze per un progetto specifico o in un ambito ben determinato.

Il termine risale all’inizio del secolo scorso, ma è tornato di moda negli ultimi decenni, soprattutto grazie all’industria automobilistica.
Vi ricordate la Fiat Sedici (il mini SUV commercializzato nel 2005)? Il modello era praticamente identico alla Suzuki SX4 – e infatti le due aziende avevano stretto un accordo di coopetizione, lavorando insieme allo sviluppo di una piattaforma comune, prodotta per entrambe negli stabilimenti della società giapponese.

Stessa cosa per la Citroën C1, la Peugeot 107 e la Toyota Aygo: stessa automobile, con rifiniture e nomi diversi. Sebbene per le due francesi sia normale collaborare, in quanto parte dello stesso gruppo, l’accordo stretto con Toyota era una vera e propria coopetizione, sancita nella forma legale di una joint-venture.

Economie di scala, “abbondanza” e etica

Quali sono i vantaggi di coopetere con la concorrenza? Essenzialmente le economie di scala, di ogni tipo: dall’approvvigionamento alla distribuzione, passando soprattutto dall’R&D (ricerca e sviluppo), ambito sensibile ma che rappresenta pur sempre un investimento significativo sui bilanci delle aziende.

Le più grandi aziende del mondo stanno finanziando “concorrenti”. Investono cioè in startup complementari attraverso fondi, venture capital e partnership. Perché, a guardare bene il mondo, conviene più farsi un alleato che spendere un sacco di energie ad annientare quelli che immagini siano i nemici. Conviene soprattutto se si comprende che viviamo l’era dell’abbondanza!

Un esempio molto chiaro in questo senso è la natura dei centri commerciali. Dozzine di concorrenti uno accanto all’altro. Quasi lo stesso prodotto (quasi, però) a distanza di una vetrina. Per il bene di chi? Del cliente, naturalmente. Ma anche di ogni singolo esercente che, in virtù di questa apparente “competizione esasperata”, può godere di un flusso di clientela ancora più ampio.

Strano vero? Difficile comprendere chi è tuo amico e chi è tuo nemico?

L’aspetto collaborativo, inoltre, fa bene all’immagine.
Quando lavori con gli altri e non fai unicamente i tuoi interessi, è possibile veicolare un messaggio più convincente nei confronti del cliente: vedi? mettiamo da parte le differenze e lavoriamo insieme per poterti offrire il miglior prodotto possibile. Lo facciamo per te. E sembra funzionare.

Svantaggi

Gli svantaggi, invece, risiedono proprio nella contraddizione della quale il termine si è appropriato: in una logica di coopetizione, le aziende partner devono fidarsi una dell’altra, condividendo competenze, sapere e non solo. Questo diventa difficile soprattutto quando il prodotto o il servizio elaborato insieme è fortemente innovativo, e quindi il futuro dell’azienda può dipendere dai brevetti e dagli accordi presi con il concorrente.

Onestamente, quando leggo di Apple e Samsung che si sfidano in tribunale, accusandosi a vicenda di avere copiato una il brevetto dell’altra, mi viene da pensare che, alla fine, chi ci perde sono io, il consumatore. Mi domando perché non si mettono d’accordo per poter farci beneficiare delle migliori avanzate tecnologiche possibili…

Ma non sempre l’innovazione deve essere sinonimo di lucro.
Ad esempio, c’è una ragione per la quale tutte le cinture di sicurezza nelle auto sono simili e hanno la struttura “a tre punti”: Volvo, che ne deteneva il brevetto, ha deciso di metterlo a disposizione della concorrenza.
La Direzione della casa automobilistica svedese ritenne infatti che l’invenzione fosse talmente importante da avere più valore in quanto in grado di salvare delle vite, piuttosto che come strumento di profitto. Chapeau.

Su questo pianeta, pochi uomini hanno salvato tante vite quante ne ha salvate l’ingegner Nils Bohlin: lui ha introdotto nel 1959  le cinture di sicurezza a tre punti nella produzione di serie della PV544. Da allora, si calcola siano state salvate oltre un milione di vite umane, avendo Volvo Cars rinunciato ai diritti derivanti dal brevetto, in modo che tutti potessero beneficiarne.

Coopetizione? Difficile, ma potremmo anche farcela

Nella realtà italiana, in cui il tessuto economico è fatto di piccole medie imprese, la coopetizione non sembra ancora aver preso piede.

Tra liberi professionisti, invece, è all’ordine del giorno, anche se con nomi diversi, tipicamente “sinergie”. Lo sento e lo dico tutti i giorni con le persone che incontro e delle quali apprezzo il lavoro: come possiamo fare qualcosa insieme, ci sono possibili sinergie?

Eppure, con alcuni di loro, offriamo servizi piuttosto simili. Dovremmo averne paura, sentirci come concorrenti, guardarci in cagnesco. Dovrei ricordarmi di quel primo giorno di Università dove il motto degli Highlander risuonava forte: “Ne resterà uno solo!”.

E invece no.
La coopetizione è una delle diverse espressioni di fare azienda in modo nuovo. Come tutte le cose nuove, ci sono delle incognite, ma anche grandi opportunità. Le persone si trovano e si organizzano. Le aziende si confrontano e si sostengono. Non abbiamo bisogno di farci concorrenza. Di farci la guerra.

Uscire dalle logiche belliche della competizione ad oltranza ci può portare a riconciliare quello strappo dentro di noi: essere persone buone, sempre, anche al lavoro.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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da Purple&People

Crescere

Chi è curioso cresce prima, lavora meglio e non muore mai

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell’età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.

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Il piccolo principe è uno dei libri preferiti da molte persone di diverse generazioni perché è un classico, perché è scritto in maniera eccelsa e perché parla a più livelli. Queste sono le motivazioni che ci raccontano i critici sul perché questo capolavoro sia considerato tale. Credo che la verità però stia in un altro aspetto: il piccolo principe è una persona curiosa.

La curiosità è sempre stato l’atteggiamento incosciente dell’uomo fin dalla sua presenza sulla terra. Grazie a questa si sono avute le scoperte, abbiamo inventato nuovi strumenti, abbiamo conosciuto culture diverse. E sempre per curiosità ci siamo evoluti e dall’homo sapiens siamo diventati uomini contemporanei.

Non si tratta naturalmente della curiosità spicciola, deleteria, controproducente del pettegolezzo, della vita altrui, del chi ha fatto cosa. La curiosità che ci interessa è quella “alta” del sapere, di scoprire, di conoscere e di fare.

Antonio Possenti, importante pittore lucchese scomparso nel 2016 amava disegnare il mare e i personaggi che lo abitano e in una intervista disse: «Amo gli orizzonti, tutti, ma quello del mare, che si differenzia da quello frastagliato delle colline toscane lo amo più di tutti. È come uno scalino, rappresenta il mistero e stimola nell’uomo un’attitudine alla curiosità.»

Essere curiosi è quello stimolo che ci eleva dalla nostra condizione animale, che ci fa scoprire qualcosa di più di cose, fatti e persone. È un sentimento oltre che un’attitudine, perché voler cercare qualcosa a noi misterioso è lo stimolo alla nostra inquietudine, al nostro voler pretendere da noi il massimo possibile.

Ma possiamo definire la curiosità una competenza utile per il nostro lavoro? Io penso di sì, credo che l’atteggiamento curioso è proprio di colui che non si limita a eseguire un compito, ma quello che si chiede il perché debba svolgerlo così, in questi tempi, in questo modo. Capire che c’è un qualcosa di altro, di migliorabile, di correggibile è sintomo di una persona che non ha paura di esercitare la propria leadership prima che sugli altri su se stesso. È il trovare il perché e sappiamo bene quanto è importante per la nostra motivazione continuare a porci questo interrogativo.

Saper gestire la nostra curiosità significa saper indirizzare il nostro operato verso qualcosa di innovativo, che sappia creare una novità. La vera innovazione non è altro che il prodotto dato dalla curiosità e l’intelligenza umana, dalla la voglia di sperimentare, di andare oltre.

Spingere se stessi verso lidi sconosciuti, con un approccio da esploratore e da bambino. Perché essere curioso è porsi con l’ingenuità e lo stupore di un bambino. Proprio come il piccolo principe nel suo viaggio alla scoperta di pianeti fantastici. La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. È quella che ci stimola a crescere nell’età infantile, è quella che ci dà speranza nella vecchiaia.

La curiosità ci porta in un lungo viaggio che non conosce traguardo. Ci stimola a crescere nell’età infantile, ci differenzia nell'età adulta e del lavoro, ci dà speranza nella vecchiaia.Click To Tweet

La curiosità, per ultimo, ma non meno importante, è ciò che differenzia l’uomo dal robot. Si parla di intelligenza artificiale capace di sostituire l’uomo non solo nelle attività manuali, ma anche nella capacità emotiva e nel potere decisionale. I robot difficilmente potranno agire assecondando una propria curiosità, ma sicuramente quella di un uomo. Ecco quindi che diventa la cosa che più ci rende umani e che permette alla nostra umanità di renderci speciali e unici.

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Crescere

Per andare oltre devi sentire di più (non sentirti di più…)

Il segreto per fare di più? Abbandonare le scarpe, il controllo e la presunzione!

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Alcune persone si distinguono in quanto capaci di azioni superiori alla norma. Tanto superiori che i più le ritengono impossibili. Chi le compie è considerato un eroe.
Di primo acchito pensiamo che quello che li rende eroi sia quello che fanno. Tuttavia, molti tentano di imitarli, ma senza gli stessi risultati. Fare come loro quindi non basta. Ci deve essere qualcos’altro! Ciò che li rende superiori infatti non è quello che fanno, ma quello che sentono.

L’eroe è tale perché sente di più.

E dal momento che sente di più va oltre la norma. Un mare di segnali stimolano i nostri organi di senso in ogni istante della vita. Suoni, luci, sensazioni, odori e gusti dal mondo esterno sollecitano reazioni che in fin dei conti sono la maggior parte delle nostre azioni. In questo mare di sensazioni e reazioni solo un rivolo giunge alla nostra coscienza e scomoda il pensare consapevole.

Una folata di vento freddo sollecita in noi numerose reazioni, ma l’unica che notiamo è il gesto del braccio che solleva il bavero della giacca. Gli aggiustamenti di postura, termoregolazione, metabolismo non li notiamo. Ma ci sono! La differenza tra noi Homo Sapiens e gli altri esseri viventi animali e vegetali è che in loro non c’è pensiero. La vita di animali e piante è un costante sentire e reagire al mondo esterno.

Ritorniamo per un attimo agli eroi, i protagonisti delle missioni impossibili. Penso ai ragazzi che praticano parkour e spiccano salti impensabili con il sorriso stampato sulle labbra. Penso a musicisti di eccellenza che suonano a velocità incredibili pur mantenendo colore ed espressione. Penso ai Taraumara che corrono nei deserti rocciosi sotto il sole cocente con l’eleganza di un modello che sfila su una passerella. Cosa gli consente di fare quello che fanno?

Sono le poche sensazioni consapevoli a cui reagiscono volontariamente o le moltissime sensazioni inconsapevoli a cui si concedono di reagire inconsapevolmente?
La risposta è uno schiaffo alla nostra presunzione di esseri intelligenti.

Quello che li rende superiori alla norma infatti è il fatto che riducono al minimo il controllo consapevole e aumentano al massimo la gestione inconsapevole. Insomma il loro segreto è scommettere su quello che sentono e non su quello che pensano.
Questi eroi si rendono conto di poter sentire molto più di quanto possono pensare di sentire. E così il gioco è fatto. Lasciarsi andare al sentire diventa l’unica via percorribile per chi ambisca ad una prestazione superiore alla norma.

Fate un esperimento

Infilatevi gli auricolari e avviate la vostra playlist preferita. Indossate gli occhiali scuri per filtrare la luce, un cappellino per limitare il riscaldamento della testa, uno scalda collo per filtrare l’umidità, l’inquinamento e riscaldare l’aria prima che venga inspirata. Infilatevi un paio di scarpe con suola morbida e spessa per attutire gli effetti delle asperità del terreno.

Mettete in tasca un numero sufficiente di gel energetici per garantirvi un apporto energetico adeguato. Indossate lo zainetto porta acqua e riempitelo di liquidi a sufficienza per garantirvi un apporto idrico adeguato. Guardate le previsioni del tempo e fate gli ultimi ritocchi al vostro equipaggiamento. Uscite di casa e cominciate a correre. Grazie agli alert dello smartwatch aggiustate la velocità in base al vostro livello di allenamento.

Procedete come da manuale, sperando in risultati da manuale. E adesso … cambio.
Mentre correte togliete auricolari e scalda collo. Sfilate occhiali e cappellino. Lasciate che i suoni, l’aria, la luce e i colori entrino dentro di voi. Consentite alle sensazioni che penetrano di regolarvi. Evitate di sforzarvi.

Se siete abbastanza temerari, abbandonate la strada asfaltata e prendete un prato. Quando vi siete ambientati, sfilate le scarpe da corsa e procedete senza. Lasciate che le sollecitazioni del terreno sulla vostra pelle entrino dentro di voi.

Silenziate lo smartwatch. Regolate la vostra velocità di crociera in base al respiro e al battito cardiaco. Anzi, lasciate che il corpo si autoregoli e limitatevi ad adeguare passo e ritmo.
Obbedite a quello che sentite.

Maggiore è il contatto che vi concedete con il mondo esterno, maggiore è il contatto che ottenete con il mondo interno.Click To Tweet

Diventate una sorta di sottile strato di cellule teso tra mondo esterno e mondo interno. Un filtro che non filtra, ma semplicemente si adatta. E così vi rendete conto che potete fare molto di più di quello che pensate. Il tutto grazie al fatto che sentite di più.

Più sentite, più efficace è il vostro agire e più grandi sono le vostre imprese.

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