Connect with us

Demoni e Domeniche (quando vai piano e pensi a quando vai veloce)

Di domenica la ruota del criceto ha un significato più tangibile e grottesco.
Anche per un solo momento ne sei fuori ma è un solo momento tanto da farti vedere una parte di te che è ancora lì, che corre, che gira. Che corre e non si sa per cosa.

Pubblicato

il

“Spesso è quando vai piano che ti rendi conto di quante cose stupide fai quando vai veloce”

Svegliarsi presto la Domenica mattina è un’esperienza. Se fai in tempo a vedere il giorno che nasce vedrai un sacco di cose sotto una luce diversa. Allo stesso minuto di un altro giorno è diverso. La domenica invece ha il passo di chi va piano e scanzonato. Le macchine sono di meno ed in genere camminano piano, e quando invece vanno forte hanno l’aria di chi ha fretta di arrivare da qualche parte anziché la frustrazione del ritardo di altri giorni.

Se ti fermi un attimo puoi vederti anche da più vicino, da fuori.
Anche per un solo momento sei fermo. Non corri. Non più. Non tanto come gli altri giorni. In genere. Ma in genere è così.

Di domenica la ruota del criceto ha un significato più tangibile e grottesco.
Anche per un solo momento ne sei fuori ma è un solo momento tanto da farti vedere una parte di te che è ancora lì, che corre, che gira. Che corre e non si sa per cosa.

Sarebbe bello avere solo tante Domeniche. Tanti momenti di questo tipo: calmi, sereni, e goduriosi.
O sarebbe bello averne di tutti i tipi, anche con i nomi che usiamo, persino i lunedì, e goderli alla stessa maniera.

Che poi a pensarci ti vengono in mente domande strane.
Perché gli altri giorni non sono così buoni? Perché corro? Per dove corre? Dove vado? In nome di cosa?

In nome di quale demone

In una serie che guardo per adesso la sera c’è un tizio rancoroso che ce l’ha con tutti, forse con il mondo o peggio con se stesso. Ogni volta attacca briga e dichiara guerra a qualcuno in nome di qualcosa che non si capisce bene ma lui ha la capacità di farti sembrare importante.
Poi, in una delle scene finali, un altro gli chiede perché sta combattendo l’ennesima, quella più pericolosa di ogni altra.
Gli dice di aver sempre compreso i motivi, anche quelli cattivi, in precedenza ma che stavolta gli sfugge.
E gli dice, più o meno testuali parole, “In nome di quale demone stai combattendo questa battaglia?”

Queste parole mi tornano in mente prepotenti e chiarificatrici, oggi che è Domenica e si va piano.
Perché? Per dove? Per chi? In nome di cosa? In nome di quale demone?

A pensarci bene sappiamo tutti il nome del nostro demone. Pochi hanno chiaro uno scopo che li motiva e li riscalda lungo il viaggio, quasi tutti conoscono il demone che li spinge da una parte all’altra, sulla ruota.

Penso che il principale demone sia “GliAltri”.
Ed è colpa di ciò che siamo stati addestrati a chiamare coerenza.
Piegare ogni giorno alle aspettative, al giudizio, alle convenzioni. Degli altri.
Anche di chi non ci piace. Anche di chi non ci vuole bene. Anche di chi non fa davvero parte della nostra vita. Anche di chi non è importante.
Capita persino che GliAltri non esiste. Lo abbiamo creato noi o l’ha creato qualcun altro e ce lo ha trasmesso in eredità.
Però corriamo e sacrifichiamo in suo onore.
Si corre, ci si sfianca e ferisce, si sta male. Per cosa? Per chi? In nome di chi?

Andare piano e felici

O veloci e felici. O stare fermi e felici. O fare ciò che ci fa stare felici.
Non c’è la ricetta segreta, non c’è la strada sicura, non ci sono indicazioni affidabili e le mie sono diverse dalle tue come quelle di ogni altro.
Però un qualcosa potrebbe aiutare: smetterla di onorare il demone che ci sta rovinando.

“Mi piace pensare che devo tenere in scarsa considerazione il parere di gente che non verrebbe mai al mio funerale.” – come scrisse tempo fa Sebastiano Zanolli

Si, forse sarebbe risolutivo vedere chi va al tuo funerale, chi piange commosso, a chi manchi davvero. E poi tornare a vivere.

Oppure, in assenza di prove di questo genere, basterebbe guardarsi intorno. Qui ed ora.
Nel silenzio di una domenica mattina, quando per un attimo si va ancora piano.

Scrittore semplice | Autore di "Pixel in crisi" | Co-Founder Purple&People. Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Go Wild

Wandering (vagare), l’arte di andare senza meta in cerca di qualcosa

Quando si va, si va con un intento. Quando si vaga, non si sa a cosa si va incontro. Eppure è ancora incredibilmente importante.

Pubblicato

il

Ci fu un tempo in cui per l’essere umano vagare era un’attività di vitale importanza. Se non si vagava, non si esplorava. Se non si esplorava, non si trovava. E se non si trovava non si sopravviveva.

Oggi le cose sono cambiate… forse.

Qualcuno pensa che l’essere umano abbia esplorato tutto l’esplorabile, trovato tutto il trovabile e capito tutto il comprensibile.

Se è così siamo alla fine! Godiamoci il gran finale e mettiamoci l’anima in pace.

Qualcun’altro pensa che l’essere umano abbia ancora qualcosa da esplorare. Ma esplorare sembra essere diventata un’attività difficile, per pochi.

Se è così non siamo alla fine, ma ad una svolta. Siamo nell’epoca della specializzazione dell’esplorare.

Io sostengo una terza ipotesi. Esplorare per noi esseri umani è un’attività vitale, come respirare. E se l’essere umano smette di esplorare sta cominciando a deperire. Come se un albero smettesse di mandare rami e sottorami in tutte le direzioni ad acchiappare raggi di luce: morirebbe.

Questa mia idea si è rinforzata sempre di più quando qualche anno fa ho incontrato Keri Smith e i suoi meravigliosi libri. Libri che a mio avviso tutti dovrebbe leggere (sempre che leggere sia il vocabolo adeguato per descrivere l’esperienza di lettura dei libri di questa splendida scrittrice!).

Nel suo ultimo libro … si parla di wandering (vagare) che è diverso da going (andare). Wandering assomiglia ad andare, ma non è andare. Wandering è piuttosto andare senza meta in cerca di qualcosa, senza sapere cosa si troverà.

È leggendo e praticando i libri di Keri Smith che mi sono letteralmente ricordato del talento dimenticato del vagare, dell’esplorare e dello scuriosare.

Per ricordare cosa sia il vagare (wandering) è utile confrontarlo con l’andare (going).

Andare: si va in un luogo, in un posto, da qualche parte, a far qualcosa, a comprare qualcosa, a incontrare qualcuno. Si arriva e si torna a casa.

Vagare: si vaga non si sa dove, non si sa per cosa o per chi, non si quando o per quanto, non si sa se qualcosa accadrà o si troverà. All’improvviso ci si imbatte in una sorpresa inaspettata e si torna a casa cambiati.

Tutti percepiscono che senza andare non si vive. Andare al lavoro, a scuola, dagli altri. Se non si va non si riceve e non si dà. E se non si riceve e non si dà, non si vive.

Ma che dire del vagare? È un’attività necessaria come l’andare o è un’attività extra (o peggio ancora inutile e controproducente)?

Quando si va, si va con un intento. Quando si vaga, non si sa a cosa si va incontro.

In una società andare e vagare si completano e si sostengono. Ci sono addirittura gli specialisti nel vagare ed esplorare e gli specialisti nell’andare e coltivare. I primi sono i ricercatori, i secondi i lavoratori.

Chi vaga scopre il nuovo e chi va coltiva il nuovo che altri hanno scoperto.

Immagino l’uomo che per primo mentre vagava si è imbattuto in una spiga e ha visto in essa un potenziale. Ha inventato l’agricoltura!

Penso agli uomini che tutti i giorni si recano nei campi. Coltivano l’agricoltura e la perfezionano!

Per una popolazione avere qualcuno che si occupi di vagare è necessario. Tanto che gli esploratori ieri e gli scienziati oggi sono molto apprezzati e stimati.

E per il singolo vagare è ancora importante? O è un’attività delegabile?

Chi può dare una risposta?

Potresti approfittare di questi giorni di vacanza per esplorare la risposta. Prenditi una mezz’ora tutti i giorni per vagare.

Esci di casa senza scopo e va dove ti porta il cuore (o il caso).

Accetta la possibilità che arrivino il dubbio e la noia, prima che improvvisamente appaia qualcosa. Magari un dettaglio visto e rivisto che un giorno passa per il tuo centro e tu cominci a guardare tutto da quel nuovo punto di vista.

Tra 8 giorni raccontami la tua risposta.

Continua a leggere

In primo piano

Le tribù possono essere felici (i capi non necessariamente)

Dalla sopravvivenza alle opportunità: la ricerca della felicità passa attraverso le persone che frequentiamo.

Pubblicato

il

Noi essere umani abbiamo tendenza ad organizzarci in gruppi e a influenzarci a vicenda. È nella nostra natura: far parte di una tribù è da sempre sinonimo di sopravvivenza, e non c’è niente di più forte che l’istinto di conservazione.

Lo facciamo con gli amici, che spesso chiamiamo la nostra “cerchia” di amici.
Ma lo facciamo anche al lavoro, dove sviluppiamo persino un sotto-linguaggio comune (solitamente specialistico, come sigle e riferimenti interni, non comprensibili a chi non fa parte della tribù).

Le tribù del web

E lo facciamo anche sui social.
Quando pubblico un post, ci sono delle persone che gravitano attorno e che interagiscono regolarmente con quanto scrivo. Loro leggono me, io leggo loro. Non ci siamo cercati, spesso non ci conosciamo, ma sembra che ci siamo trovati.

Cosa ci accomuna? Solitamente un modo di vedere la vita. O alcune esperienze simili. O il piacere di trovare spunti stimolanti nell’altro. Perché, in fondo, alla sopravvivenza si sono sostituite le opportunità: frequentare queste persone ci dà l’impressione di poter lavorare meglio, di poter stare meglio, o forse soltanto di sentirci meno soli.

“Voglio riposare insieme ai miei compaesani. Se non altro loro e io veniamo dallo stesso posto. Forse, tutto considerato, è questo che importa. La tribù. Si vuole far parte della tribù. Consapevoli o no, è questo che si vuole.” (Jo Nesbø)

Sono cosciente che discorsi di questo tipo possono far storcere il naso a qualcuno, perché sembrano affondare le radici in una parte dell’uomo che abbiamo dimenticato: quella naturale, ancestrale, un po’ animale (e a questo proposito consiglio la lettura dell’ottimo articolo di Gabriele Bovina “Go Wild: il futuro è da selvaggi”).

Invece è proprio tutto l’opposto: questi fenomeni, che ci sembrano tanto lontani, sono le pietre angolari della nostra società. Abbiamo costruito la nostra civiltà su meccaniche di questo tipo ed esse permangono sotto forme diverse ma riconoscibili.

Parla, e ti dirò chi sei

Non è un caso che molti studiosi si siano dedicati al fenomeno del tribalismo. Dave Logan e Halee Fischer-Wright, in particolare, hanno dato una lettura affascinante del fenomeno, studiando la tipologia di linguaggio delle varie tribù organizzative a stadi differenti del loro sviluppo (per approfondire vale la pensa leggere Tribal Leadership, disponibile anche in italiano).

Per chiarezza, quando parliamo di tribù non si fa riferimento a quelle amerindiane o ai bantu del Burundi: sono i gruppi che troviamo all’interno delle aziende o in altri contesti della nostra società. Immaginiamoci che il trampolino di lancio sia l’approccio antropologico, mentre l’atterraggio è in pieno territorio della psicologia delle organizzazioni.

L’analisi linguistica portata avanti da Fischer-Wright, tipicamente, non è legata al fenomeno dei sotto-linguaggi tecnici, che citavo poco fa, bensì a tutta una serie di indicatori che permettono di riconoscere a che stadio di sviluppo si trova la tribù.

Ad esempio, i gruppi in cui è più comune sentire frasi del genere “Non ci ascoltano”, “Non ci prendono sul serio”, “Il mio datore di lavoro fa schifo”, “Non si possono cambiare le cose” sono al secondo stadio di sviluppo.
Se mi concedete una mezza battuta, la tribù dei sindacalisti ha tendenza a ritrovarsi in questa fase, ma anche i funzionari statali.

Invece, il terzo stadio gira tutto intorno a me e a me stesso. La parola più comune è “io”: “Non lo so”, “(io) ho un’idea”, “(io) sono sicuro che sarai d’accordo con ME che è necessario cambiare, e (io) penso di sapere come fare. Sei con ME?”.
C’è molta competizione, anche interna al gruppo. Secondo la mia esperienza, la maggior parte delle aziende dei servizi è a questo stadio.

Gli stadi di sviluppo delle organizzazioni tribali

A questo punto, penso che valga la pena dare una lettura veloce ai 5 stadi identificati da Logan & Fischer-Wright (la traduzione è mia, così come la sintesi):

Primo Stadio
La tribù è generalmente ostile, nei confronti di tutto e di tutti.
Il loro credo è “La vita fa schifo”.

Secondo Stadio
La tribù ha perso lo slancio di ostilità, si è calmata, ma un po’ troppo: è caratterizzata dall’apatia e dal senso di futilità. I propri membri hanno tendenza a non riconoscere le responsabilità e sono pronti a disgregarsi.
Il loro credo è “La mia vita fa schifo”.

Terzo Stadio
La tribù è composta da membri con interessi personali. Fanno parte del gruppo solo per soddisfare le proprie necessità e non collaborano volentieri con gli altri.
Il loro credo è “Io sono bravo, tu invece non lo sei”.

Quarto Stadio
I membri della tribù hanno sviluppato dei valori condivisi, sono disponibili a collaborare e a condividere la conoscenza. Sono estremamente competitivi, ma la loro energia è diretta contro persone esterne o contro altre tribù.
Il loro credo è “Noi siamo bravi, voi invece no”.

Quinto Stadio
Sono rarissime le tribù che arrivano a questo stadio, caratterizzato da un senso di beatitudine. I membri della tribù sono impegnati nella creazione e nell’innovazione, ottenendo grandi successi.
Il loro credo è “La vita è magnifica”.

A ogni scalino, da uno stadio a quello superiore, assistiamo a un drammatico miglioramento della produttività.
Questo è solo uno dei tanti motivi per cui è importante prendere coscienza di fenomeni di questo tipo: influenzano in modo determinante la capacità di un’azienda di essere all’altezza della propria missione.

Quando la tribù è viola

Facevo l’esempio poc’anzi di come mi sia accorto di far parte di una tribù anch’io, soprattutto su LinkedIn. Una purplebù, la chiamerei. E in modo simile, ci sono altre tribù che si sono create, intorno a progetti, o aziende, o località.

E ogni tanto ci sono scintille. Partono frecciatine contro la tribù accanto – o peggio – e ci si affronta a parole, nella più tipica tendenza della nostra era, dove le spade sono state sostituite dalle tastiere.

È normale che succeda.
Tuttavia c’è un aspetto che andrebbe approfondito, in queste dinamiche. Ed è legato alle modalità stesse di formazione di una tribù.

Come nasce una tribù?

Storicamente, gli esseri umani si federavano in gruppi che erano essenzialmente familiari, e non soltanto nel paleolitico: basti pensare ai clan scozzesi.

Ma quando i legami non sono familiari?
Quando la tribù non ha una storia comune e non può vantare degli anziani a cui fare capo, chi la dirige?
Sempre ammesso che sia necessario avere un leader, ma dal punto di vista antropologico questa sembra la tendenza. Insomma: Chi dobbiamo seguire?

L’impressione che ho, su base squisitamente empirica, è che la tribù tenda ad associarsi intorno alla persona che è maggiormente visibile. Quella che ci mette la faccia. I membri della comunità di interessi riconoscono a questa persona l’autorità e la ricompensano a suon di like e di condivisioni.

Non sono sicuro, però, che la tribù riconosca in modo equivalente l’autorevolezza del suo leader.
Per rimanere al comando, è soprattutto importante il modo in cui si dicono le cose, e la modalità vincente, specialmente sui social, sembra essere quella dell’aggressività.

La comunicazione violenta e la tribù-setta

Il leader esercita la propria influenza sui membri della tribù criticando gli altri, le persone che non fanno parte del suo clan.
È un lavoro da equilibrista, perché da una parte il suo atteggiamento rinforza il senso di appartenenza della tribù, cercando dei nemici esterni (tipico del quarto stadio di sviluppo), dall’altra agita lo spauracchio dell’esclusione di chi gli sta vicino (che è invece tipico del terzo stadio di sviluppo).

In pratica, il leader che si distingue per una comunicazione di tipo antagonistico, sempre orientata contro qualcosa o qualcuno, ricorda ai propri membri il privilegio di stare dalla sua parte: con me, o contro di me. Finché mi riconoscete, siete intoccabili; mi tradite, vi sommergerò con la sassaiola dell’ingiuria e con commenti al vetriolo.
Uno ci pensa due volte, prima di uscire dal cerchio tribale in cui si trova (anche perché il presupposto di questo tipo di associazione, ricordiamocelo, è l’interesse: stiamo in gruppo per una ragione di convenienza, speriamo di guadagnarci qualcosa, fosse anche solo un po’ di calore umano).

La dinamica è molto simile a quella di una setta: si tende ad isolarsi e a fare della tribù un luogo di interazione sociale quasi esclusivo. Si creano delle associazioni legate alla setta, si organizzano eventi autocelebrativi e si stampano magliette con slogan che sottolineano l’unicità dei membri della tribù, per suggerire di essere migliori degli altri.

Tutte cose che, onestamente, ho pensato di fare anch’io con la nostra Purplebù, prima di realizzare che è una strada pericolosa, se non addirittura un vicolo cieco, dove alla fine ci aspetta il baratro dell’autorefenzialità.

Un esempio dalla politica… ma non politico!

La cronaca di questi tempi, in Italia, ci offre un esempio privilegiato di questi fenomeni tribali, nella figura del vicepremier Luigi Di Maio, che tra Beppe Grillo e Alessandro Di Battista è sicuramente il personaggio meno carismatico del Movimento 5 Stelle.
E per carità, non sto facendo una valutazione di tipo politico: penso semplicemente alle modalità di comunicazione utilizzate dalla tribù M5S nel corso degli anni, dove ogni argomentazione era in opposizione a qualcosa o qualcuno. No Tav, No Cav., No Vax, No Inciucio.

Questa strategia comunicativa ha funzionato egregiamente e la tribù è cresciuta, fino al punto, però, che lo stadio di sviluppo successivo ha richiesto un nuovo set di competenze: la capacità di collaborare con gli altri, anche con gli avversari. E l’Inciucio è stato ribattezzato Contratto di governo.
Per par condicio, possiamo dare un’occhiata anche al campo del PD, campo peraltro ormai deserto: la caduta del capo-tribù carismatico ha aperto una voragine, un vuoto di potere che ha di fatto paralizzato tutto il partito.

La solitudine del capo-tribù

Se pensiamo alle realtà lavorative che conosciamo, o anche a certi nuclei familiari, o alle dinamiche che nascono sui social tra i nostri contatti, ognuno di noi può identificare queste tipologie di persone che si ritrovano al centro di una tribù ma che non sono dei veri leader.

Sono semplicemente persone che influenzano con la negatività, con l’arroganza, con i commenti cinici, ed esercitano potere, non influenza. Un potere che profuma di paura, ma non solo il timore che può incutere agli altri (la paura di essere esclusi, di essere criticati, di non ottenere più il sostegno degli altri membri della tribù-setta), bensì anche la paura che ha lui (o lei). La paura del capo-tribù.

Deve essere spaventoso, ritrovarsi in una posizione dove sei obbligato a usare la violenza verbale perché ti manca la capacità di ispirare.

Come co-fondatore di un’azienda, questa cosa mi interpella.
Mi domando quali siano le risorse e le forze da mettere in campo per arrivare al quinto stadio di sviluppo, quello che porta creatività, innovazione e, in fondo, felicità.

I 4 passi della tribù felice

Penso che il primo passo da fare sia rompere l’autoreferenzialità: interagire con le altre tribù, ascoltare le idee degli altri, soppesare le critiche e prenderle in considerazione. Non vuol dire essere sempre d’accordo, ma significa prima di tutto capirle.
L’ascolto che dedichiamo all’altro è sempre condizionato dal bisogno di rispondere. Non ascoltiamo veramente: ci prepariamo soltanto al contrattacco. Lo facciamo tutti, e troppo spesso.

Il secondo passo è restare concentrati sull’obiettivo, su quello che gli americani chiamano “purpose”, che è un obiettivo nobile, e che non sempre corrisponde alla mission e che non è esattamente la vision, per restare in ambito di terminologia anglosassone (con il rischio che si corre di questi tempi a citare lingue straniere in italiano…).
Ognuno deve trovare il proprio purpose. Per me è contribuire a costruire un mondo in cui le persone si sentano libere di essere se stesse.

Il terzo passo è esercitare una vera e genuina accoglienza degli altri, ma anche di se stessi: è difficile, ma è possibile imparare ad accettare che non sempre siamo in grado di essere all’altezza; e altre volte lo siamo, siamo veramente bravi e speciali, ma questo non ci mette al riparo dalle critiche.
Se il capo di un’altra tribù mi attacca, anche pubblicamente, ad esempio su un social, posso reagire oppure accogliere; io credo che faccia bene sia a me che a lui, se invece di lasciarmi ferire dalla parole, cerco di accogliere non soltanto il suo messaggio (in linea col primo passo), ma anche il suo dolore, la sua paura, e la sua unicità.

Il quarto passo è accettare che gli altri passi siano scritti da altre persone. In una tribù felice, ognuno si sente libero di esprimersi e di proporre le proprie soluzioni, senza paura di sentirsi biasimare.


Questo è il mio impegno nel quotidiano. Ci provo. Mi sforzo. Non sempre ci riesco.
E se tu che mi ha letto fin qui, accettando di fare delle curve un po’ azzardate con me, nei meandri di queste riflessioni, ora senti risuonare qualcosa in te…

…beh, allora fatti sentire, perché forse, anche se non lo sappiamo ancora, facciamo parte della stessa tribù. Una tribù felice, speriamo.

Continua a leggere

OpenZen

Io, Open e la vita degli altri

Le vite degli altri spesso sembrano più interessanti, meno piatte e monotone delle nostre. E viviamo in questo costante termine di paragone che a lungo andare non fa poi tanto bene.

Pubblicato

il

Open è sul davanzale della finestra. Impegnato nelle sue pulizie mattutine. Meticoloso, paziente, preciso.
Si accorge che lo osservo. Smette per un istante.

Si gira dandomi la schiena e riprende. Forse è irritato dalla mia curiosità, forse no.
Già. Non avevo pensato che anche Open avesse bisogno della sua intimità, di un po’ di privacy.

E penso a come entriamo ogni giorno nelle vite altrui. Inevitabilmente.
Per lavoro, per amicizia, per amore, per curiosità, per far sentire che ci siamo.
Qualunque sia il motivo, resta il fatto che entriamo nelle vite altrui.
A volte chiedendo permesso. Altre in punta di piedi per disturbare il meno possibile.
Altre ancora perché ci sbattiamo contro… così per coincidenze da decifrare.

E le vite degli altri spesso sono più interessanti, affascinanti, avventurose, fortunate, meno piatte e monotone delle nostre. (E quante volte capita di pensarlo!)
E viviamo in questo costante termine di paragone che a lungo andare non fa poi tanto bene.
Come se la vita fuori di noi fosse quasi più interessante.
Come se la vita, quella degli altri, fosse più di ricca di quel qualcosa che a noi manca.
Ma che cos’è poi questo “qualcosa”?

Ciascuno ha il suo “qualcosa” che manca

Che poi non è che manca. È solo che o non l’abbiamo ancora trovato dentro noi oppure proprio non ci appartiene.
Non resta altro da fare che accontentarsi di chi siamo. Tirare fuori il nostro meglio.
E magari smetterla di rendere le vite altrui più interessanti delle nostre.
Ogni vita è interessante. Ad ogni vita va lasciato quello spazio di intimità necessario per poi mostrarsi nella sua bellezza.

Me lo insegni  tu Open. Me lo insegni quando ti pulisci in luoghi appartati. E tutte le volte che ti fai i caxxi tuoi senza invadere l’altrui spazio. E quando lo fai è solo per motivi precisi e chiari.
Vivi e lascia vivere. È un detto che ti sta bene addosso.

Perché, come insegni tu, se non vivi la tua vita come fai ad apprezzare quella degli altri?
In fondo le vite degli altri sono interessanti perché quasi sempre fanno da specchio alla nostra.

Uno specchio che a volte spaventa, altre consola, altre ancora ci mostra i lati positivi.
No. Non lo specchio della matrigna cattiva di Biancaneve.
Ma lo specchio magico di Albus Silente in cui Harry Potter scopre parte del suo passato, riconosce il presente ed intravede sprazzi di futuro.
Questo dovrebbe essere il senso dell’incrociare vite altrui.
Ricordarci da dove veniamo. Vivere il chi siamo. Comprendere ciò che vogliamo diventare.
E si spera sia sempre la versione migliore di sé stessi.

Grazie Open.
Oggi non servono paternali feline a farmi comprendere questo.
Mi basta guardarti un po’, quel tanto che basta per rispecchiarmi in te.
Quel tanto che basta per capire che “non potrete mai chiamare il vento, ma potete lasciare la finestra aperta” – Bruce Lee –

E una volta che la finestra è aperta, ogni cosa è possibile.

Continua a leggere


Su Purpletude ogni giorno nuove idee per fare e pensare qualcosa di diverso. Ottieni un riepilogo settimanale per non perderti nulla.

envelope

Libri “viola”

Trending

Purpletude è l'attitudine a pensare in modo diverso. E provare a fare qualcosa di diverso. Sei dei nostri?

Condividi
Tweet
Condividi
Email