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E se oggi potessi cambiare il mondo, lo farei domani

I ventenni di oggi hanno bisogno di cambiamento ma chiedono di avere più tempo per scegliere cosa fare e come farlo.
E gli adulti stanno andando in panico, perché non sanno come affrontarlo. Risultato: nessuno sa più cosa fare. E forse è un bene.

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Ha vinto l’edizione 2018 di X Factor e la sua “La fine del mondo” sta imperversando su Spotify, in radio e… sui giornali.
Le persone di cultura si sono gettate sul fenomeno Anastasio, questo 21enne che fa tornare ragazzina Mara Maionchi e che da Nostra Signora della Parolaccia ha ricevuto la benedizione artistica per eccellenza: “Vai e dai fastidio”.

Tra un Mi piace dato a Casa Pound e un’intervista dagli incerti apprezzamenti su pensatori comunisti, il giovane sorrentino canta la “rabbia della sua generazione”.

Il virgolettato è d’obbligo, per tre motivi: uno, cita decine di commenti di giornalisti; due, una persona che si fa domande pare che debba per forza essere “arrabbiato” e tre, last but not least, perché avete mai incontrato un 21enne che non faccia la stessa cosa?

Sentiamo la necessità di cambiare

Stiamo camminando su un vulcano. Lo sentiamo, lo avvertiamo.
Siamo animali evoluti ma proprio come gli animali abbiamo il sesto senso per il pericolo. Le nostre antenne ancestrali continuano a sussurrarci all’orecchio che non possiamo andare avanti così.

L’intero pianeta lo sta facendo, ma probabilmente non grida abbastanza, perché chi ci governa sembra assordato da interessi economici, colpevole ignavia e molta, semplice e complice ignoranza.

Quindi ogni segnale che si riferisca a questa situazione di cambiamento a venire, che percepiamo ma non capiamo, attira la nostra attenzione. Anche se prende la forma di una corrente musicale come il trap, o un disorganizzato movimento di gilet gialli, o un vincitore di X Factor.

Uno come Anastasio, che sogna che “il mondo finisca degnamente, che esploda, non che si spenga lentamente”.

A miei tempi, però…

E io che il Napoli di Maradona l’ho visto, come ho visto il Milan di Van Basten e la Nazionale di Paolo Rossi e Dino Zoff, ricordo che a 22 anni mi sentivo così anch’io. Anch’io dormivo tutta la mattina, saltavo i corsi delle prime ore e le lenzuola erano come sabbie mobili, che mi impedivano di vivere la mia vita ma che erano profondamente meglio di quello che mi aspettava fuori dal letto.

Restavo sdraiato e sveglio per ore, chiedendomi cosa avrei combinato nella vita.
Non sapevo realmente cosa fare e, cosa più tragica, non avevo un’idea precisa neanche di cosa non volessi fare. Sentivo che ogni decisione che avrei preso mi avrebbe segnato per sempre e questo mi paralizzava. Avevo l’impressione di non avere abbastanza tempo – di non aver vissuto abbastanza a lungo – per poter prendere una decisione così estrema.

Forse per questo non mi sorprende che ragazzi come Anastasio cantino che vogliono essere lasciati in pace, che non hanno ancora corso “una maratona”, che leggono ancora “le etichette”: è normale che non sappiano cosa fare. Come forse è normale che gli adulti continuino a fare loro pressione: fa parte del cerchio della vita.

Tuttavia è legittimo porci la domanda: non è che forse siamo noi (adulti) ad essere un tantino esagerati? Credo che la nostra generazione soffra più di altre di questo periodo di cambiamento che la società sta vivendo: siamo noi ad esserci persi, perché i nostri codici, i nostri punti di riferimento, le nostre certezze non spiegano più il mondo in cui i nostri figli stanno crescendo.

Per questo ci preoccupiamo per loro e per il loro futuro. In maniera probabilmente eccessiva.

“Non ho speranza per il futuro del nostro Paese, se esso dipende dalla frivola gioventù di oggi, perché tutti i giovani sono veramente spericolati oltre ogni limite […] Quando ero giovane io, ci insegnavano ad essere discreti e rispettosi degli anziani, ma i giovani di oggi sono assolutamente irrispettosi e senza moderazione”.

Una citazione di Esiodo. Parliamo di circa 2700 anni fa.
Evidentemente il problema non è nuovo: ogni generazione ha l’impressione che quelle che seguono siano smidollate e inadeguate.

L’inadeguatezza, nel nostro caso, la leggiamo quasi quotidianamente di fantomatici imprenditori che offrono salari interessanti, condizioni dignitose, e che non trovano persone disposte a lavorare. Che non trovano giovani pronti a cogliere l’opportunità. Pare.

…era tutta un’altra cosa (per fortuna)

Sapete cosa penso? Anzi: di cosa sono convinto?

Che i giovani hanno ragione a rifiutare i lavori che proponiamo loro. Hanno ragione a snobbare le opportunità di carriera favolose. Hanno ragione ad alzare gli occhi al cielo quando citiamo i vecchi tempi in cui noi avevamo la loro età e lavoravamo 12 ore di seguito senza fiatare.

Sono diventato manager a 25 anni, a 28 gestivo un’azienda di 300 persone, ramo di una società americana quotata in borsa, e a 30 ho avuto il mio primo salario sopra i 100’000 Euro annui. Ho imparato moltissimo e ho frequentato persone realmente interessanti e, accessoriamente, realmente potenti, gente che oggi va a cena con Donald Trump e che decide cosa fare con la politica commerciale cinese. E allora? Questo ha fatto di me una persona migliore e/o più felice?

In quel mondo di stimoli e ricchezza ho anche incontrato persone dal profilo morale bassissimo; era un periodo storico in cui, se portavi a casa i risultati, potevi permetterti praticamente di tutto, anche i comportamenti più biechi.
Io stesso ricordo di aver fatto piangere la mia assistente, una sera in cui era rimasta fino a tardi perché si sentiva obbligata a farlo, e tra le lacrime, prima di scappare via, aveva singhiozzato che doveva andare perché era in ritardo… alla sua festa di compleanno.

Quindi le nuove generazioni sembrano perdere le occasioni favolose che offriamo loro di entrare in aziende di questo tipo, dove potranno farsi le ossa a suon di ore supplementari, zero vita sociale, pressioni psicologiche, magari anche qualche pacca sul sedere?
Ma come osano? Sono forse pazzi? Cosa succederà a questo nostro mondo se questi sono i leader di domani?

La crisi come momento di sincerità

Ci siamo passati tutti: c’è questo momento, nella vita di tutti noi, che chiamiamo il passaggio all’età adulta.
Quando siamo ragazzi non ne vediamo l’ora: ci sembra il momento in cui ci affrancheremo dagli obblighi imposti dai nostri genitori e saremo finalmente liberi di essere noi stessi.

Poi, invece, quando ci passi in mezzo, ti rendi conto che diventare adulto non è una soglia, o un muro che abbatti, o un punto di svolta. È un processo lungo, un periodo che dura del tempo e che diventa ogni giorno più incerto. È una palude melmosa e fai una fatica boia a non sprofondare, e arranchi per andare avanti e senti intorno a te tutti quelli che “ti vogliono bene” che gridano che devi scegliere, che non puoi più sbagliare, che il tuo futuro è in gioco.

Io, in quella palude, ho corso il rischio di fare la fine di Artax, il cavallo di Atreyu (googlatevelo, se non avete colto il riferimento). E vent’anni dopo, ho avuto l’impressione di doverci passare ancora una volta, a 42 anni, quando non ero più soddisfatto della vita che facevo.

Le paludi si presentano regolarmente, nella vita degli esseri umani. Sono una specie di orologio biologico, che segnano i momenti di cambiamento. I momenti di crisi, di cui non dovremmo vergognarci: non so cosa fare è una frase stigmatizzata dalla società. Ma è anche molto sincera. E a volte andrebbe detta fuori dai denti.

Forse è questa la “selva oscura” a cui allude Dante quando dice di essersi perso, alla soglia della mezza età (nel mezzo del cammin di nostra vita – e se hai bisogno di googlarlo, meritiamo il meteorite prima e la morte per combustione poi).
E forse questo bisogno di cambiare è semplicemente legato al fatto che, crescendo, non siamo più la stessa persona: siamo cambiati e facciamo fatica ad accettare certe cose, o abbiamo voglia di farne altre o, semplicemente, abbiamo aspirazioni diverse.

A ogni età, la propria crisi

Si possono affrontare questi momenti senza impazzire o senza sentirci in colpa.
Ad ogni età, anche a 50 anni, cambiare è possibile. Cambiare lavoro, carriera, vita. Certo, bisogna prepararsi un po’ in anticipo e non lasciarsi sorprendere dalla crisi che, regolarmente, arriverà. E magari farsi accompagnare nel percorso da un(a) career coach professionista (stacchetto pubblicitario: ne conosco una brava, scrivetemi in privato se del caso 😉 )

Lo stesso vale per i giovani: da una parte il mio consiglio sarebbe quello di buttarvi a capofitto nelle opportunità e di imparare il più possibile; d’altro canto, e lo so per esperienza personale, quando si entra nel mondo del lavoro è difficile fermarsi, dopo.
Le responsabilità aumentano, si guadagna meglio, si accende un mutuo, ci si sente pronti a mettere su famiglia, e nel giro di 5-6 anni ci è impossibile cambiare carriera. Siamo bloccati sul primo binario che abbiamo scelto.

Per questo, alla fine, non sono così sicuro che cogliere le occasioni sia la cosa migliore.
Forse, invece, è giusto accettare di non saper ancora cosa fare e di avere la pretesa di poter scegliere il nostro futuro, anche se questo significa scegliere di non scegliere e anche se il mondo ci dice che non è così semplice, che non è così che funziona. Che questo non è essere adulti responsabili.

Un mondo che non è fatto per loro

Tutto questo tergiversare potrebbe rendere le nuove generazioni non adatte al mondo del lavoro? È probabile.
Ma farei un’aggiunta a questa frase: non adatte al mondo del lavoro ”così come lo intendiamo noi oggi”.
E da questo punto di vista capisco la preoccupazione dei loro genitori, perché non conoscono altri modi di fare per poter comprare una casa, per poter costruire una famiglia… insomma, per vivere o per lo meno sopravvivere.

Ma la vera domanda è: quanto di questo modello fatto di case di proprietà e di ferie mare/montagna due volte all’anno corrisponde ai bisogni delle nuovi generazioni?
Ha veramente senso continuare questo teatrino della crescita economica quando i cambiamenti climatici rischiano di diventare irreversibili nel giro di pochi anni? Anzi, forse è già troppo tardi.

Siamo troppi su questo Pianeta e le risorse non sono sufficienti.
La Terra è un ecosistema e non lo stiamo rovinando, come crediamo: lo stiamo spingendo a reagire e a modificare le condizioni ideali alla vita di noi essere umani.

Gli ecosistemi tendono ad autoregolarsi: se siamo troppi, verremo decimati. Cataclismi naturali, siccità, carestie, malattie, sono i mezzi che la Natura troverà per risolvere il problema che abbiamo cominciato a generare.

La quindicenne Greta Thunberg l’ha detto pochi giorni fa in faccia ai leader del mondo, riuniti in Polonia per il Cop24:

“Nell’anno 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi.”

Cambiare paradigma. Ora.

Il modello di business che ancora oggi proponiamo è quello che si è affermato negli anni ’80 del secolo scorso. Tutto il concetto di management così come lo intendiamo oggi ha origine lì, anche le sue evoluzioni più progressiste.

Domanda: trovate che gli uomini con i capelli lunghi e permanentati siano attraenti? Guardate i corsi di aerobica in VHS, con celebrità vestite in spandex dai colori più improbabili? No. Abbiamo lasciato queste amenità a ciò che erano: fenomeni di un’epoca ormai finita.

E allora perché continuiamo a credere che le ore vadano contate, ogni gruppo debba avere un capo, che devi essere grato di avere un posto di lavoro fisso? Le aziende sono lente a evolversi perché il sistema economico e politico è cristallizzato, e questa è la sola ragione per cui leggiamo articoli su quanto svogliati siano i millenial, o sul fatto che non hanno voglia di farne.

Loro non hanno voglia di fare, sì. Non hanno voglia di fare come noi.

E da parte nostra, ogni “innovazione” (anche qui il virgolettato è d’obbligo) viene vissuta come una rivoluzione, mentre in realtà è solamente una conseguenza logica di un mondo in continua evoluzione. Prendiamo lo smartworking: non è uno stravolgimento, è solo l’evoluzione naturale dei bisogni di generazioni di lavoratori che si sono susseguiti in un sistema immutabile.

Cosa c’entra questo col lavoro?

C’entra eccome.
Perché non possiamo sognare un mondo migliore per i nostri figli e pretendere che vadano a servire quello stesso sistema economico-lavorativo che sta minando il loro futuro, che sta modificando in peggio questo mondo che vogliamo per loro.

Ci domandiamo come faremo fra qualche decennio, quando i robot ci avranno sostituito in molti dei lavori che conosciamo oggi.
Eppure nessuno è disposto a cominciare a trovare soluzioni concrete: perché la verità è che siamo di fronte a un cambiamento epocale per l’essere umano, come è stato l’introduzione dell’agricoltura. Stiamo per entrare in un periodo della nostra storia in cui il lavoro non darà più sostentamento.

In chiaro: non ci sarà più lavoro per tutti. E saremo sempre di più.
Quindi, che fare? Continuare a sparlare di famiglie di operai licenziati dai robot? Oppure possiamo cominciare a intavolare un discorso serio, su come il nostro sistema, la nostra intera società cambierà, perché i robot faranno quello che a noi serve per vivere, e noi ci ritroveremo a dover fare altro. A inventarci qualcosa da fare.

Non è un disastro: è una opportunità.
Magari potremmo cominciare col dedicarci agli altri esseri umani, a partire dai nostri cari, che abbiamo messo nella scatoletta delle cene comandate, mentre la nostra vita si svolge esclusivamente al lavoro.

Sono cosciente che non ci sono soluzioni semplici e che la vera rivoluzione è cominciare a fare qualcosa. Ma è ora di farlo, perché siamo ancora in tempo.

Come Anastasio canta di sognare il giudizio universale della cappella sistina venire giù sotto le vibrazioni di bassi pazzeschi e vandali che ballano, io sogno il sistema economico attuale sgretolarsi e cadere in coriandoli sopra una folla di millennial felici.

E anche se non dovesse succedere, ci restano i meteoriti.
E l’ozono.
E le inondazioni.
E… insomma, la Terra non è a corto di idee. Noi, invece, pare proprio di sì, se non vediamo soluzioni diverse per far girare lavoro e economia senza distruggere tutto, a partire dal futuro dei nostri giovani.

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

Crescere

L’obbedienza non è più una virtù

Gli atti di mancata obbedienza, soprattutto se motivati da un principio superiore, permettono di esplorare strade non contemplate dal percorso dell’obbedienza.

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L’obbedienza non è più una virtù, la scelta e la responsabilità della scelta hanno insidiato da tempo il suo primato. Come dice quel simpatico detto “Le bambine brave vanno in paradiso, quelle cattive dappertutto”. E se essere cattive (o cattivi) significa scegliere piuttosto che obbedire, sembra proprio che la scelta sia la nuova virtù.

Obbedire o non obbedire? La soluzione sta oltre la scelta

“Obbedire o non obbedire?”. Ti è mai capitato di trovarti a riflettere su questo dilemma? Se ci pensi è sempre il solito quesito “Essere te stesso o cedere al compromesso?”. La complicazione sta nel fatto che per essere te stesso ti rendi conto che a volte devi obbedire, altre volte devi evitare di farlo. Per cui la differenza tra essere te stesso e cedere al compromesso in realtà sfuma. Anche quando cedi, infatti, sei te stesso e sei responsabile del tuo cedimento.

Tutto questo tende a confonderti le idee, lo so. Preferiresti identificare una volta per tutte l’obbedire e il disobbedire con il giusto e lo sbagliato. Tuttavia le cose non sono così facili! Come in tutti i dilemmi, infatti, la soluzione non sta nella scelta, ma oltre la scelta stessa.

L’obbedienza non è più una virtù

Avevo più o meno 13 anni quando lessi per la prima volta un libretto dal titolo “L’obbedienza non è più una virtù”. Don Lorenzo Milani lo aveva scritto nel 1965. Si poneva la questione di come trasmettere il concetto di obbedienza alle leggi agli allievi della sua piccola scuola dispersa tra le colline. «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Don Lorenzo parlava di “ubbidienza alla legge” dello Stato, ma quando io lessi quel libretto pensai all’obbedienza in generale. A 13 anni il dilemma obbedire o non obbedire era un tema caldo nelle mie viscere. Da allora ogni volta che mi sono trovato davanti ad un bivio, la risposta che mi sono dato è sempre stata la stessa “L’obbedienza non è più una virtù”. Obbedisci o evita di obbedire, in entrambi i casi stai solo compiendo una scelta.

Scelte diverse, storie diverse

Come tutti ho anche io i miei scheletri nell’armadio. Tuttavia, se rovisto bene tra i ricordi, riesco a trovare anche alcune obbedienze evitate di cui vado fiero per le esperienze che mi hanno concesso di fare. Sia chiaro, non critico chi ha obbedito a ciò a cui io ho disobbedito. Voglio solo sottolineare che se vuoi storie diverse, devi fare scelte diverse. E per fare scelte diverse, qualche volta devi evitare di obbedire.

Quelle tre volte che ho evitato di obbedire

La prima mancata obbedienza al “percorso” fu quando, dopo la laurea, decisi di non candidarmi per la scuola di specializzazione. Mentre frequentavo i reparti ospedalieri come studente di medicina mi ero convinto che se volevo aiutare le persone prima e meglio avevo la necessità di sviluppare un pensiero e una pratica medica generalista. Rifiutai la “specializzazione” in favore della “generalizzazione”.

E in un mondo occidentale in cui lo specialista è l’esperto, scegliere di fare il generalista appare decisamente una scelta disobbediente.

La seconda mancata obbedienza al “percorso” fu quando rinunciai a frequentare il corso per medico di medicina generale. Volevo approfondire la medicina cinese. Avevo cominciato per caso a studiare agopuntura, farmacologia e massaggio cinese. Rapidamente avevo colto che si trattava di una pratica medica basata sull’indurre il corpo a reagire e regolarsi da sé, piuttosto che sul bloccarlo e orientarlo in modo forzato.

E in un mondo occidentale in cui il costrutto medico scientifico di base è che il corpo impazzisce, investire sul fatto che il corpo è intelligente è decisamente disobbediente.

La terza mancata obbedienza la misi in atto quando mi stancai di dire a persone che soffrivano di disturbi psicosomatici “Stai tranquillo, non hai nulla!” solo perché gli esami erano negativi. Queste persone soffrivano di ipocondria o altri disturbi somatoformi, non era vero che non avevano nulla.
Di questi disturbi si soffre e si muore come di qualsiasi altro disturbo di salute non curato o curato male. Decisi di iscrivermi alla scuola di specializzazione in psicoterapia. Avevo l’impressione che l’unico modo per andare oltre il dualismo pratico tra mente e corpo fosse quello di essere competente nel trattamento dei problemi dell’una e dell’altro.

E decidere di dedicarsi a comprendere e curare ciò che non si vede e non si misura, ma c’è, è ancora abbastanza disobbediente.

Tradire il vecchio per costruire il nuovo

In realtà se penso al bene più grande che ho sempre perseguito, non mi sembra di avere disobbedito. Ho solo cercato di aiutare le persone che soffrono in modo più rapido ed efficace. Tuttavia, per chi comprende le logiche del settore sanitario, è chiaro quanto le mie mancate obbedienze al percorso formativo previsto abbiano avuto il sapore di veri e propri gesti di tradimento nei confronti di amici e colleghi. E non nascondo che non passano giorni in cui io non senta o legga sui media critiche rispetto a chi si discosta dal percorso formativo previsto. La mancata obbedienza di pensiero è la più temuta.

Tuttavia, sono proprio gli atti di mancata obbedienza quelli grazie ai quali ciascuno di noi può esplorare strade che non esistevano nel percorso previsto dall’obbedienza. Del resto come disse Lord Baden Powel “Se una strada non esiste, la creeremo”. E per creare una strada che non esiste sono necessari atti di mancata obbedienza.

Quello che conta è ispirarsi ad un principio superiore

Tutti accettiamo che un’autoambulanza violi i limiti di velocità per portare una persona in pronto soccorso il prima possibile. Al tempo stesso tutti rifiutiamo che un automobilista faccia lo stesso solo per arrivare puntuale ad un pranzo di famiglia. Nel primo caso la mancata obbedienza al codice della strada in realtà è una forma di obbedienza ad un principio superiore ossia la sopravvivenza di un essere umano. Nel secondo caso invece la disobbedienza sarebbe obbedienza ad un principio inferiore ossia la cura di un interesse personale.

Che cos’è la virtù?

A questo punto ti domando: che cos’è per te la virtù?
…ti auguro di obbedire principio “più” superiore a cui potrai di volta in volta accedere.

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Crescere

Essere freelance è una vocazione (quindi non è per tutti)

I lavori autonomi sono spesso presentati come la soluzione alla difficoltà di trovare un lavoro. Ma, in mancanza di un vero desiderio e di tanta determinazione, può rivelarsi una esperienza dolorosa.

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Sono una libera professionista dal 2008.

Lo sono diventata per caso; perché mi è stata offerta un’opportunità professionale che mi allettava molto e perché avevo la nausea di certe esperienze da dipendente: piccoli soprusi, contributi non versati, rigidità inconcepibili nel 21° secolo.

Conosco molte persone che hanno cominciato così.
In effetti, a meno di voler esercitare professioni ordinistiche (avvocato, commercialista, architetto, …) non è che uno si svegli la mattina con l’ardente desiderio di aprire la partita iva.
Almeno, non in Italia.

Tanta burocrazia, una tassazione quasi vessatoria, l’incertezza dei guadagni.
Tutta roba che da dipendente non vedi, perché è a carico dell’impresa.
Tu sai solo che in un certo giorno del mese ti viene accreditato uno stipendio, piccolo o grande: come quei soldi si siano effettivamente generati, non è un tuo problema.

Quando mi sono resa autonoma, ho guardato con occhi diversi.
Non che non conoscessi le dinamiche, ma era cambiato il mio punto di osservazione.
E avevo improvvisamente paura, tanta paura.
Paura di non riuscire, paura di non fatturare abbastanza, paura di non riuscire a gestire tutto da sola.

La terra di mezzo

Ma la voglia di mettermi in gioco e di iniziare a collaborare con una grande azienda multinazionale ha vinto su tutte le paure.
Quell’azienda non prevedeva dipendenti in ruoli commerciali e manageriali: l’unico modo per entrare era con la partita iva.

E così, sono diventata, per usare la definizione di ISTAT, una dependent self employed, ovvero una di quelle persone che, pur risultando autonome, hanno almeno il 75% del proprio fatturato (e qualcosa in più del proprio tempo lavorativo) legato a un solo committente.
È una specie di terra di mezzo: non sei dipendente ma nemmeno devi fare tutto da solo.

L’azienda ti mette a disposizione strumenti, personale amministrativo, un ufficio, e tu, in cambio, lavori praticamente solo per lei.
Per certi versi è più rassicurante, almeno per un po’.
Ti senti parte di una struttura più grande, hai colleghi con cui confrontarti, superiori a cui chiedere aiuto, strutture e strumenti apparentemente senza costo.

Una terra di mezzo molto affollata a ben vedere: circa i 4% del totale dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia, e il 18% di chi ha partita iva sembra che questa sia un’anomalia tutta nostrana. E, in effetti, siamo il Paese Europeo con il maggior numero di lavoratori autonomi (23,2% contro una media del 15,7%).

In questo modo, le aziende cercano un modo per abbattere gli esorbitanti costi del lavoro; e le persone, dal canto loro, trovano un modo per rimanere ancorate al vecchio mito del posto fisso.

Eh già, perché il paradosso di questo lavoro super precario (per guadagni, gestione, orari) è che è a tempo indeterminato.
Il mandato professionale è fiduciario; quindi non prevede scadenza.
Il contratto rimane in vigore fintanto che permane la fiducia.
Il che vuole anche dire che l’azienda può serenamente comunicarti che da domani mattina – letteralmente puoi restartene a casa a dormire, perché è cessata la fiducia. E lo puoi fare, sostanzialmente, anche tu.

Nel bene e nel male (più nel bene che nel male) ho fatto questa vita per otto anni, sempre in grandi aziende, e ho imparato alcune cose che mi sono servite nel passaggio a “davvero autonoma”.

Fare libera professione non è come fare impresa

Fare libera professione è più semplice perché:

1. puoi non avere una sede fisica.
Lo smartworking, di cui tanto si parla per il personale dipendente, è la prassi, da anni, per moltissimi freelance.
Puoi lavorare da casa, presso il/la committente, in coworking, e così via.

2. puoi non avere personale.
Anzi, generalmente non ne hai. Il 68% delle partite iva in Italia è senza dipendenti. Il che vuol dire che non hai i costi e, soprattutto, la responsabilità, di persone che lavorano per te.

Ma, anche da freelance, devi avere:
a) un capitale iniziale.
A meno che tu non abbia ereditato l’attività, gli inizi possono essere molto difficili. Devi costruirti credibilità, una tua clientela, una continuità lavorativa.
Quindi, per un po’, devi mettere in conto che non guadagnerai; o, comunque, che non guadagnerai abbastanza.

b) una certa propensione al rischio.
Se vuoi emergere nel mercato, devi distinguerti. Il che vuol dire anche rischiare di non fare la scelta giusta o di non riuscire a trasferire la tua unicità.

La vita da freelance non è per tutti

Alcune persone immaginano la vita da freelance come una lunga vacanza ben pagata.
In realtà, devi essere consapevole che, a meno di straordinari talenti o altrettanto straordinari colpi di fortuna:

1. l’avvio è duro e il mantenimento non è da meno.
Se all’inizio devi cercare il tuo mercato, poi te lo devi tenere e accrescere: tanto lavoro di ricerca, preparazione, prova, aggiornamento, ricerca, preparazione, prova, aggiornamento,… che non finiscono praticamente mai.

2. ti svegli disoccupato tutte le mattine.
Nella libera professione devi sempre viaggiare su due livelli temporali contemporaneamente: il lavoro che fai oggi per guadagnarti da vivere, e il lavoro che farai domani, ma devi impostare oggi, per continuare a guadagnarti da vivere.
Il che vuol dire che, mentre raccogli frutti da un lato del campo, nell’altro lato devi arare, seminare, fertilizzare, coltivare, per garantirti un futuro raccolto.

3. devi essere disciplinato.
È vero che da freelance domini il tuo tempo, ma questo non vuol dire che puoi fare sempre come ti pare.
Non solo perché hai scadenze da rispettare, ma, soprattutto, per non rischiare di lavorare tutto il giorno tutti i giorni.
A volte dovrai farlo, per un certo tempo e per un determinato obiettivo, ma non può essere la prassi.
Non c’è nobiltà nel lavorare come schiavi, e non c’è denaro che tenga.
Anche se, mediamente, hai il privilegio di lavorare sulle tue passioni, la vita è anche altro e il rischio di alienarla è altissimo.

Te la devi sentire

Hai perso un lavoro da dipendente dopo i 40 anni? Mettiti in proprio.
Sei giovane? Dimenticati l’assunzione e, piuttosto, inventati una carriera da freelance (o, peggio, da startupper).
Niente di più sbagliato, in entrambi i casi.

Mi rendo conto che se hai bisogno e voglia di lavorare e le uniche offerte sul mercato sono per uno stagista con meno di 35 anni ma almeno 10 anni di esperienza (quindi, in entrambi i casi, sei fuori), l’unica via possibile ti sembri fare da te; ma il rischio di fallimento è altissimo.

Nella mia carriera manageriale ho selezionato qualche centinaio di persone per ruoli a partita iva.
Ci sono persone che proprio non sono vocate per queste professioni e, dopo un po’, le riconosci subito.

Sono quelle che pensano che tutto sia troppo facile o troppo difficile.
Quelle che ti chiedono quali sono gli orari.
Quelle che ti chiedono quanto si guadagna mediamente e che, quando rispondi “quanto saprai e vorrai guadagnare”, ti guardano come se avessi fatto una battuta di pessimo gusto.
Quelle che fanno un lavoro invece di essere un certo tipo di professioniste.
Quelle che non hanno ambizioni; che ti dicono che vogliono una vita tranquilla, e se chiedi loro cos’è la tranquillità, non rispondono.
Quelle che se chiedi loro dove si troveranno tra tre o cinque anni non ti sanno rispondere, perché non ci hanno mai pensato.
Quelle a cui se proponi un progetto che potrebbe essere un trionfo o un totale fallimento si tirano indietro perché vedono ogni sfida come un rischio, invece che ogni rischio come una sfida.

Ho erogato montagne di ore di formazione in autoimprenditorialità ma la verità è che, se non hai certe inclinazioni, nessuno te le può insegnare.

E non c’è niente di male.
Non sei sbagliato o carente.
Semplicemente, non è per te.

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