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E se oggi potessi cambiare il mondo, lo farei domani

I ventenni di oggi hanno bisogno di cambiamento ma chiedono di avere più tempo per scegliere cosa fare e come farlo.
E gli adulti stanno andando in panico, perché non sanno come affrontarlo. Risultato: nessuno sa più cosa fare. E forse è un bene.

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Ha vinto l’edizione 2018 di X Factor e la sua “La fine del mondo” sta imperversando su Spotify, in radio e… sui giornali.
Le persone di cultura si sono gettate sul fenomeno Anastasio, questo 21enne che fa tornare ragazzina Mara Maionchi e che da Nostra Signora della Parolaccia ha ricevuto la benedizione artistica per eccellenza: “Vai e dai fastidio”.

Tra un Mi piace dato a Casa Pound e un’intervista dagli incerti apprezzamenti su pensatori comunisti, il giovane sorrentino canta la “rabbia della sua generazione”.

Il virgolettato è d’obbligo, per tre motivi: uno, cita decine di commenti di giornalisti; due, una persona che si fa domande pare che debba per forza essere “arrabbiato” e tre, last but not least, perché avete mai incontrato un 21enne che non faccia la stessa cosa?

Sentiamo la necessità di cambiare

Stiamo camminando su un vulcano. Lo sentiamo, lo avvertiamo.
Siamo animali evoluti ma proprio come gli animali abbiamo il sesto senso per il pericolo. Le nostre antenne ancestrali continuano a sussurrarci all’orecchio che non possiamo andare avanti così.

L’intero pianeta lo sta facendo, ma probabilmente non grida abbastanza, perché chi ci governa sembra assordato da interessi economici, colpevole ignavia e molta, semplice e complice ignoranza.

Quindi ogni segnale che si riferisca a questa situazione di cambiamento a venire, che percepiamo ma non capiamo, attira la nostra attenzione. Anche se prende la forma di una corrente musicale come il trap, o un disorganizzato movimento di gilet gialli, o un vincitore di X Factor.

Uno come Anastasio, che sogna che “il mondo finisca degnamente, che esploda, non che si spenga lentamente”.

A miei tempi, però…

E io che il Napoli di Maradona l’ho visto, come ho visto il Milan di Van Basten e la Nazionale di Paolo Rossi e Dino Zoff, ricordo che a 22 anni mi sentivo così anch’io. Anch’io dormivo tutta la mattina, saltavo i corsi delle prime ore e le lenzuola erano come sabbie mobili, che mi impedivano di vivere la mia vita ma che erano profondamente meglio di quello che mi aspettava fuori dal letto.

Restavo sdraiato e sveglio per ore, chiedendomi cosa avrei combinato nella vita.
Non sapevo realmente cosa fare e, cosa più tragica, non avevo un’idea precisa neanche di cosa non volessi fare. Sentivo che ogni decisione che avrei preso mi avrebbe segnato per sempre e questo mi paralizzava. Avevo l’impressione di non avere abbastanza tempo – di non aver vissuto abbastanza a lungo – per poter prendere una decisione così estrema.

Forse per questo non mi sorprende che ragazzi come Anastasio cantino che vogliono essere lasciati in pace, che non hanno ancora corso “una maratona”, che leggono ancora “le etichette”: è normale che non sappiano cosa fare. Come forse è normale che gli adulti continuino a fare loro pressione: fa parte del cerchio della vita.

Tuttavia è legittimo porci la domanda: non è che forse siamo noi (adulti) ad essere un tantino esagerati? Credo che la nostra generazione soffra più di altre di questo periodo di cambiamento che la società sta vivendo: siamo noi ad esserci persi, perché i nostri codici, i nostri punti di riferimento, le nostre certezze non spiegano più il mondo in cui i nostri figli stanno crescendo.

Per questo ci preoccupiamo per loro e per il loro futuro. In maniera probabilmente eccessiva.

“Non ho speranza per il futuro del nostro Paese, se esso dipende dalla frivola gioventù di oggi, perché tutti i giovani sono veramente spericolati oltre ogni limite […] Quando ero giovane io, ci insegnavano ad essere discreti e rispettosi degli anziani, ma i giovani di oggi sono assolutamente irrispettosi e senza moderazione”.

Una citazione di Esiodo. Parliamo di circa 2700 anni fa.
Evidentemente il problema non è nuovo: ogni generazione ha l’impressione che quelle che seguono siano smidollate e inadeguate.

L’inadeguatezza, nel nostro caso, la leggiamo quasi quotidianamente di fantomatici imprenditori che offrono salari interessanti, condizioni dignitose, e che non trovano persone disposte a lavorare. Che non trovano giovani pronti a cogliere l’opportunità. Pare.

…era tutta un’altra cosa (per fortuna)

Sapete cosa penso? Anzi: di cosa sono convinto?

Che i giovani hanno ragione a rifiutare i lavori che proponiamo loro. Hanno ragione a snobbare le opportunità di carriera favolose. Hanno ragione ad alzare gli occhi al cielo quando citiamo i vecchi tempi in cui noi avevamo la loro età e lavoravamo 12 ore di seguito senza fiatare.

Sono diventato manager a 25 anni, a 28 gestivo un’azienda di 300 persone, ramo di una società americana quotata in borsa, e a 30 ho avuto il mio primo salario sopra i 100’000 Euro annui. Ho imparato moltissimo e ho frequentato persone realmente interessanti e, accessoriamente, realmente potenti, gente che oggi va a cena con Donald Trump e che decide cosa fare con la politica commerciale cinese. E allora? Questo ha fatto di me una persona migliore e/o più felice?

In quel mondo di stimoli e ricchezza ho anche incontrato persone dal profilo morale bassissimo; era un periodo storico in cui, se portavi a casa i risultati, potevi permetterti praticamente di tutto, anche i comportamenti più biechi.
Io stesso ricordo di aver fatto piangere la mia assistente, una sera in cui era rimasta fino a tardi perché si sentiva obbligata a farlo, e tra le lacrime, prima di scappare via, aveva singhiozzato che doveva andare perché era in ritardo… alla sua festa di compleanno.

Quindi le nuove generazioni sembrano perdere le occasioni favolose che offriamo loro di entrare in aziende di questo tipo, dove potranno farsi le ossa a suon di ore supplementari, zero vita sociale, pressioni psicologiche, magari anche qualche pacca sul sedere?
Ma come osano? Sono forse pazzi? Cosa succederà a questo nostro mondo se questi sono i leader di domani?

La crisi come momento di sincerità

Ci siamo passati tutti: c’è questo momento, nella vita di tutti noi, che chiamiamo il passaggio all’età adulta.
Quando siamo ragazzi non ne vediamo l’ora: ci sembra il momento in cui ci affrancheremo dagli obblighi imposti dai nostri genitori e saremo finalmente liberi di essere noi stessi.

Poi, invece, quando ci passi in mezzo, ti rendi conto che diventare adulto non è una soglia, o un muro che abbatti, o un punto di svolta. È un processo lungo, un periodo che dura del tempo e che diventa ogni giorno più incerto. È una palude melmosa e fai una fatica boia a non sprofondare, e arranchi per andare avanti e senti intorno a te tutti quelli che “ti vogliono bene” che gridano che devi scegliere, che non puoi più sbagliare, che il tuo futuro è in gioco.

Io, in quella palude, ho corso il rischio di fare la fine di Artax, il cavallo di Atreyu (googlatevelo, se non avete colto il riferimento). E vent’anni dopo, ho avuto l’impressione di doverci passare ancora una volta, a 42 anni, quando non ero più soddisfatto della vita che facevo.

Le paludi si presentano regolarmente, nella vita degli esseri umani. Sono una specie di orologio biologico, che segnano i momenti di cambiamento. I momenti di crisi, di cui non dovremmo vergognarci: non so cosa fare è una frase stigmatizzata dalla società. Ma è anche molto sincera. E a volte andrebbe detta fuori dai denti.

Forse è questa la “selva oscura” a cui allude Dante quando dice di essersi perso, alla soglia della mezza età (nel mezzo del cammin di nostra vita – e se hai bisogno di googlarlo, meritiamo il meteorite prima e la morte per combustione poi).
E forse questo bisogno di cambiare è semplicemente legato al fatto che, crescendo, non siamo più la stessa persona: siamo cambiati e facciamo fatica ad accettare certe cose, o abbiamo voglia di farne altre o, semplicemente, abbiamo aspirazioni diverse.

A ogni età, la propria crisi

Si possono affrontare questi momenti senza impazzire o senza sentirci in colpa.
Ad ogni età, anche a 50 anni, cambiare è possibile. Cambiare lavoro, carriera, vita. Certo, bisogna prepararsi un po’ in anticipo e non lasciarsi sorprendere dalla crisi che, regolarmente, arriverà. E magari farsi accompagnare nel percorso da un(a) career coach professionista (stacchetto pubblicitario: ne conosco una brava, scrivetemi in privato se del caso 😉 )

Lo stesso vale per i giovani: da una parte il mio consiglio sarebbe quello di buttarvi a capofitto nelle opportunità e di imparare il più possibile; d’altro canto, e lo so per esperienza personale, quando si entra nel mondo del lavoro è difficile fermarsi, dopo.
Le responsabilità aumentano, si guadagna meglio, si accende un mutuo, ci si sente pronti a mettere su famiglia, e nel giro di 5-6 anni ci è impossibile cambiare carriera. Siamo bloccati sul primo binario che abbiamo scelto.

Per questo, alla fine, non sono così sicuro che cogliere le occasioni sia la cosa migliore.
Forse, invece, è giusto accettare di non saper ancora cosa fare e di avere la pretesa di poter scegliere il nostro futuro, anche se questo significa scegliere di non scegliere e anche se il mondo ci dice che non è così semplice, che non è così che funziona. Che questo non è essere adulti responsabili.

Un mondo che non è fatto per loro

Tutto questo tergiversare potrebbe rendere le nuove generazioni non adatte al mondo del lavoro? È probabile.
Ma farei un’aggiunta a questa frase: non adatte al mondo del lavoro ”così come lo intendiamo noi oggi”.
E da questo punto di vista capisco la preoccupazione dei loro genitori, perché non conoscono altri modi di fare per poter comprare una casa, per poter costruire una famiglia… insomma, per vivere o per lo meno sopravvivere.

Ma la vera domanda è: quanto di questo modello fatto di case di proprietà e di ferie mare/montagna due volte all’anno corrisponde ai bisogni delle nuovi generazioni?
Ha veramente senso continuare questo teatrino della crescita economica quando i cambiamenti climatici rischiano di diventare irreversibili nel giro di pochi anni? Anzi, forse è già troppo tardi.

Siamo troppi su questo Pianeta e le risorse non sono sufficienti.
La Terra è un ecosistema e non lo stiamo rovinando, come crediamo: lo stiamo spingendo a reagire e a modificare le condizioni ideali alla vita di noi essere umani.

Gli ecosistemi tendono ad autoregolarsi: se siamo troppi, verremo decimati. Cataclismi naturali, siccità, carestie, malattie, sono i mezzi che la Natura troverà per risolvere il problema che abbiamo cominciato a generare.

La quindicenne Greta Thunberg l’ha detto pochi giorni fa in faccia ai leader del mondo, riuniti in Polonia per il Cop24:

“Nell’anno 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi.”

Cambiare paradigma. Ora.

Il modello di business che ancora oggi proponiamo è quello che si è affermato negli anni ’80 del secolo scorso. Tutto il concetto di management così come lo intendiamo oggi ha origine lì, anche le sue evoluzioni più progressiste.

Domanda: trovate che gli uomini con i capelli lunghi e permanentati siano attraenti? Guardate i corsi di aerobica in VHS, con celebrità vestite in spandex dai colori più improbabili? No. Abbiamo lasciato queste amenità a ciò che erano: fenomeni di un’epoca ormai finita.

E allora perché continuiamo a credere che le ore vadano contate, ogni gruppo debba avere un capo, che devi essere grato di avere un posto di lavoro fisso? Le aziende sono lente a evolversi perché il sistema economico e politico è cristallizzato, e questa è la sola ragione per cui leggiamo articoli su quanto svogliati siano i millenial, o sul fatto che non hanno voglia di farne.

Loro non hanno voglia di fare, sì. Non hanno voglia di fare come noi.

E da parte nostra, ogni “innovazione” (anche qui il virgolettato è d’obbligo) viene vissuta come una rivoluzione, mentre in realtà è solamente una conseguenza logica di un mondo in continua evoluzione. Prendiamo lo smartworking: non è uno stravolgimento, è solo l’evoluzione naturale dei bisogni di generazioni di lavoratori che si sono susseguiti in un sistema immutabile.

Cosa c’entra questo col lavoro?

C’entra eccome.
Perché non possiamo sognare un mondo migliore per i nostri figli e pretendere che vadano a servire quello stesso sistema economico-lavorativo che sta minando il loro futuro, che sta modificando in peggio questo mondo che vogliamo per loro.

Ci domandiamo come faremo fra qualche decennio, quando i robot ci avranno sostituito in molti dei lavori che conosciamo oggi.
Eppure nessuno è disposto a cominciare a trovare soluzioni concrete: perché la verità è che siamo di fronte a un cambiamento epocale per l’essere umano, come è stato l’introduzione dell’agricoltura. Stiamo per entrare in un periodo della nostra storia in cui il lavoro non darà più sostentamento.

In chiaro: non ci sarà più lavoro per tutti. E saremo sempre di più.
Quindi, che fare? Continuare a sparlare di famiglie di operai licenziati dai robot? Oppure possiamo cominciare a intavolare un discorso serio, su come il nostro sistema, la nostra intera società cambierà, perché i robot faranno quello che a noi serve per vivere, e noi ci ritroveremo a dover fare altro. A inventarci qualcosa da fare.

Non è un disastro: è una opportunità.
Magari potremmo cominciare col dedicarci agli altri esseri umani, a partire dai nostri cari, che abbiamo messo nella scatoletta delle cene comandate, mentre la nostra vita si svolge esclusivamente al lavoro.

Sono cosciente che non ci sono soluzioni semplici e che la vera rivoluzione è cominciare a fare qualcosa. Ma è ora di farlo, perché siamo ancora in tempo.

Come Anastasio canta di sognare il giudizio universale della cappella sistina venire giù sotto le vibrazioni di bassi pazzeschi e vandali che ballano, io sogno il sistema economico attuale sgretolarsi e cadere in coriandoli sopra una folla di millennial felici.

E anche se non dovesse succedere, ci restano i meteoriti.
E l’ozono.
E le inondazioni.
E… insomma, la Terra non è a corto di idee. Noi, invece, pare proprio di sì, se non vediamo soluzioni diverse per far girare lavoro e economia senza distruggere tutto, a partire dal futuro dei nostri giovani.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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Perché ci lamentiamo sempre dei giovani?

L’aneddoto del collega cinquantenne che rende la vita impossibile al giovane neo-assunto è in realtà una storia fatta di paure, di insicurezze e di morte. Rien que ça.

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Daniele non si fida dei suoi colleghi cinquantenni.
“Ho avuto delle brutte esperienze, in passato”, mi confida. “Non solo non ti aiutano, ma fanno apposta a non passarti le informazioni di cui hai bisogno”.

È una storia che ho sentito spesso: il senior che snobba il collaboratore junior e che gli rende la vita difficile, sottoponendolo a una specie di nonnismo del lavoro.

Assomiglia in maniera simmetrica alla storia del cinquantenne che si lamenta del ventenne e che si domanda in che razza di mondo ci faranno vivere la nostra vecchiaia questi giovinastri.

Quando la struttura narrativa si ripete in modo così sistematico, il mio rilevatore di stereotipi si accende e si mette a suonare.

La premiata ditta dei giovani svogliati (dal 598 a.C.)

Queste lamentele sono vecchie come il mondo. Hanno una dimensione che oserei definire mitologica.

Troviamo testi greci del 600 avanti Cristo che dipingevano i figli come tiranni pronti a rispondere male ai loro genitori; nelle commedie di Plauto (l’equivalente romano di Netflix) si affrontava spesso il tema della decadenza morale dei giovani e il conseguente dilemma di un’educazione rigida o indulgente; il monaco giapponese Yoshida Kenkō, vissuto nel XIV secolo, si lamentava della scarsa padronanza linguistica dei suoi discepoli; la scrittrice Anna A. Rogers nel 1907 temeva la fine dell’istituzione del matrimonio a causa di una nuova generazione troppo individualista; e così via.

Tutte queste esternazioni hanno qualcosa in comune: la verità storica, che a posteriori le fa apparire ridicole.
Possiamo dire con una certa sicurezza che negli ultimi 3000 anni il mondo non sia finito più volte a causa di una nuova generazione di mollaccioni. O no?

La paura di non essere più abbastanza

Chi mi segue regolarmente sa che ho qualche teoria fissa e una di queste è sicuramente che la maggior parte dei nostri comportamenti disfunzionali sono nutriti dalle nostre paure.
Paura di perdere la faccia, paura di non essere abbastanza, paura di venir rifiutati, paura di essere inutili, paura di non essere amati… Insomma, la Paura, quella con la P maiuscola, specifica per ognuno di noi ma mai troppo differente da quella degli altri.

Alla base di questa constante mortificazione della nuova generazione da parte della generazione precedente, a mio avviso, c’è proprio la paura.

Solo la paura, infatti, può giustificare un orrore come quello di dare alla luce dei bambini in questo mondo, di farli crescere, di occuparci di loro, per poi convincerli di essere meno bravi, meno indipendenti, meno meritevoli, meno lavoratori di noi.
Affidiamo ai nostri figli un futuro costruito sulle nostre imprese e sui nostri errori, dando loro la responsabilità di viverci con gratitudine.

E facciamo lo stesso in azienda: io vecchio lupo di mare, navigato, ti do l’onore di farti le ossa nella realtà che ho contribuito a costruire, quando la gente della mia generazione faceva le cose in ordine; tutto quello che vedi non lo meriti, perché non hai ancora dimostrato il tuo valore. Quindi non aspettarti da me un aiuto o un comportamento collaborativo: devi rimboccarti le maniche, come ho fatto io.

La storia è stata scritta dagli sfigati

Questa narrativa funziona talmente bene che la nuova generazione, a un certo punto, si convincerà veramente di aver fatto qualcosa di sbagliato.
I giovani cominceranno a preoccuparsi di non essere all’altezza: “Alla mia età, mio padre era già sposato con due figli, io invece sono ancora all’Università, fuori corso e dipendente economicamente”.

Ogni generazione viene mortificata dalla precedente e, invecchiando, ripeterà lo stesso paradigma, mortificando quella successiva. Perché “ai miei tempi, le cose erano diverse”.

Eppure, proprio perché questo paradigma è ciclico e ininterrotto da millenni, allora dovremmo essere seduti intorno a un fuoco a darci mazzate con la clava, in questo momento. A sbattere la testa contro i muri delle caverne.

Invece tutto ciò che ammiriamo, che desideriamo, tutto ciò che c’è di buono e di bello nella storia dell’umanità, come l’arte, le grandi opere architettoniche, la letteratura, la musica, l’innovazione tecnologica, tutto è stato fatto da persone considerate confuse e incapaci dai propri padri.

Non ci rimpiazzerete mai

In azienda, è possibile che una persona senior si possa sentire minacciata da un giovane: siamo animali, e guardiamo con sospetto il lupacchiotto che cresce, si afferma ed è pronto a soffiarci il posto che ci siamo guadagnati con tanta fatica.

Un collaboratore più giovane è l’incarnazione della nostra paura di non essere più… utile, amato, necessario… vivo. In qualche modo ci troviamo di fronte all’evidenza della nostra mortalità, sia professionale che umana (e quindi sia metaforica che reale).

Quando diciamo che questi giovani sono fannulloni, viziati, dipendenti – che non sono all’altezza dei nostri standard, quello che diciamo è che questo giovane non mi può rimpiazzare. Non è bravo abbastanza per prendere il mio posto, o peggio: non ha la caratura morale e di carattere per farlo.

Sì, perché a causa dell’accelerazione iperbolica dell’innovazione tecnologica, il dubbio di aver perso il treno viene anche alle persone più vecchie. Quindi riportiamo (ho 44 anni, mi ci metto anch’io tra i vecchi) il tutto sul terreno intangibile dei valori: forse sei bravo tecnicamente, ma non sei maturo/motivato/forte abbastanza.

Farei di tutto per i miei figli. Davvero?

Posso sentire echeggiare un’obiezione: io voglio il meglio per mio figlio! Gli ho dato il mio nome, i miei averi, mi assomiglia fisicamente, mi gratifica vedergli lo stesso tic di mia madre quando si arrabbia… non è vero che ho paura di lui!

Eppure, proprio perché sentiamo questo bisogno di ritrovare un po’ di noi nei nostri figli, non facciamo altro che evidenziare la nostra paura di non esserci più. In qualche modo, nei valori nostri che (speriamo) faranno loro, cerchiamo disperatamente un pezzetto di immortalità.

Per questa ragione, quando i figli crescono e capiamo che non sono la nostra fotocopia, che sono individui a parte, e che avranno i loro valori, lotteranno per le cose in cui credono, che magari sono diverse dalle nostre; li vedremo preoccuparsi del futuro e non di ciò che c’è nel passato, ovvero noi; allora capiremo che nel giro di due o tre generazioni saremo solo un nome sull’albero genealogico, senza identità, senza forma, senza senso. La nostra vita, il nostro valore, sarà ridotto a qualche lettera.

Sul posto di lavoro è la stessa cosa: ogni tanto mi capita di tornare come cliente nell’azienda che ho lasciato 18 mesi fa: incontro molte persone che si fermano e mi salutano, ma molte, soprattutto i giovani neo-assunti, non sanno chi sono. Non mi conoscono. Ho dedicato 10 anni della mia vita alla costruzione di un’azienda che non si ricorda di me dopo poco più di un anno, figuriamoci tra cinque, o dieci, o venti.

Il bisogno di essere utili… per sempre

Ci è difficile accettare che la vita possa andare avanti senza di noi, anche se ripetiamo spesso la frase “Tutti siamo importanti, ma nessuno è insostituibile” – che, detto per inciso, è la frase più in malafede di tutto l’armamentario manageriale.

Convincendoci che chi verrà dopo di noi farà un disastro, ci preoccupiamo per il futuro (nostro e loro e del mondo) ma al contempo ci sentiamo vagamente sollevati, perché, in fin dei conti, la storia che ci raccontiamo ha una morale semplice e consolatoria: alla fine, noi siamo stati veramente utili a qualcosa e la nostra vita (professionale e non) ha avuto un senso.

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Il mio ragazzo mi ha lasciata dopo una violenza sessuale”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Il mio più che un messaggio è uno sfogo. Mesi fa ho subito un tentativo di violenza sessuale. Il mio ragazzo non ha mai accettato questa cosa e infatti, ad un passo dalla convivenza, mi ha lasciato. Avevo accettato un lavoro pessimo per stare con lui, un part time, io che ho sempre fatto la barista, e l’ho fatto per amore, contenta della mia scelta. Oggi rischio anche di perdere questo lavoro, e mi sento il mondo che mi crolla sulle spalle. Amo scrivere, il mio sogno è pubblicare un libro. Che dire, spero che ne venga fuori una buona storia da tutto ciò. E nulla, spero tu mi voglia rispondere, sarebbe una piccola conquista in un momento così buio per me. Grazie ancora per lo sfogo, e sappi che un sorriso riesci sempre a strapparmelo. Un bacione!”

Cara amica, che cosa triste che mi hai raccontato, davvero. Intanto ti mando un forte abbraccio e un sorriso colorato, sperando che adesso tu stia meglio e che tu abbia già provato a voltare pagina, ricominciando da ciò che meriti di più in assoluto: te stessa. Perché è noi stessi che non dobbiamo mai smettere di mettere al primo posto.

Un uomo non dovrebbe mai lasciare sola la donna che gli è accanto mai, figuriamoci in questi momenti, finendo per colpevolizzarla ulteriormente come se subire una violenza sia una scelta quasi paragonabile ad un tradimento. Come si può non comprendere il dolore e l’umiliazione che porta con sé un’esperienza simile? Come si può ignorare le ferite profonde che ti lascia addosso una molestia sessuale? Come non avere cura della fragilità di qualcuno che diventa tutto a un tratto vulnerabile e indifeso?

Mi dispiace molto. Al di là del tentativo di violenza in sé, ovviamente disumano, e che spero sia stato arginato il più possibile, mi dispiace soprattutto perché non hai trovato vicino a te la persona giusta per poter affrontare insieme (come dovrebbe essere) un peso simile. Per questo, l’unica magra consolazione che mi sento di dirti nell’accogliere il tuo sfogo, è l’invito a fruttare quello che è successo per vedere il bicchiere mezzo pieno: hai capito di trovarti accanto alla persona sbagliata, quella che ha preferito lasciarti per l’ultima cosa per la quale avrebbe dovuto farlo. Quella che ha affondato e rigirato il coltello nella ferità anziché afferrarne il manico ed estrarlo per salvarti.

Infine, un piccolo insegnamento, che poi in realtà vale per tutti noi tanto che io stesso ho bisogno di ripetermelo ciclicamente: mai cambiare per gli altri. Mai stravolgere così tanto la propria vita, o quantomeno facciamolo senza mettere da parte quello che siamo davvero. Senza rinunciare a tutte le cose belle che ci fanno sentire felici ed appagati.

Hai un lavoro che ti piace, una vita che ti soddisfa, amicizie irrinunciabili? Tieniti tutto quanto stretto. Gli amori, certi “amori”, vanno e vengono, mentre il resto dovrebbe rimanere per sempre. E poi, diciamolo pure, non abbiamo bisogno di nessuno per sentirci completi. Al massimo, di qualcuno che voglia condividere il resto della sua vita con noi e con ciò che ruota intorno al nostro mondo. Un abbraccio e un sorriso grande, a presto!

 

Aggiornamento dopo la mia risposta alla nostra lettrice:
“Caro Iacopo… Ti scrivo per tenerti aggiornato. Alla fine con il lavoro non è finita bene, ma una mia amica mi ha dato un contatto per un locale e quindi sono di nuovo in carreggiata. Le cose alla fine vanno esattamente come devono andare, ne sono convinta. A presto!”

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Treding