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In primo piano

E se oggi potessi cambiare il mondo, lo farei domani

I ventenni di oggi hanno bisogno di cambiamento ma chiedono di avere più tempo per scegliere cosa fare e come farlo.
E gli adulti stanno andando in panico, perché non sanno come affrontarlo. Risultato: nessuno sa più cosa fare. E forse è un bene.

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Ha vinto l’edizione 2018 di X Factor e la sua “La fine del mondo” sta imperversando su Spotify, in radio e… sui giornali.
Le persone di cultura si sono gettate sul fenomeno Anastasio, questo 21enne che fa tornare ragazzina Mara Maionchi e che da Nostra Signora della Parolaccia ha ricevuto la benedizione artistica per eccellenza: “Vai e dai fastidio”.

Tra un Mi piace dato a Casa Pound e un’intervista dagli incerti apprezzamenti su pensatori comunisti, il giovane sorrentino canta la “rabbia della sua generazione”.

Il virgolettato è d’obbligo, per tre motivi: uno, cita decine di commenti di giornalisti; due, una persona che si fa domande pare che debba per forza essere “arrabbiato” e tre, last but not least, perché avete mai incontrato un 21enne che non faccia la stessa cosa?

Sentiamo la necessità di cambiare

Stiamo camminando su un vulcano. Lo sentiamo, lo avvertiamo.
Siamo animali evoluti ma proprio come gli animali abbiamo il sesto senso per il pericolo. Le nostre antenne ancestrali continuano a sussurrarci all’orecchio che non possiamo andare avanti così.

L’intero pianeta lo sta facendo, ma probabilmente non grida abbastanza, perché chi ci governa sembra assordato da interessi economici, colpevole ignavia e molta, semplice e complice ignoranza.

Quindi ogni segnale che si riferisca a questa situazione di cambiamento a venire, che percepiamo ma non capiamo, attira la nostra attenzione. Anche se prende la forma di una corrente musicale come il trap, o un disorganizzato movimento di gilet gialli, o un vincitore di X Factor.

Uno come Anastasio, che sogna che “il mondo finisca degnamente, che esploda, non che si spenga lentamente”.

A miei tempi, però…

E io che il Napoli di Maradona l’ho visto, come ho visto il Milan di Van Basten e la Nazionale di Paolo Rossi e Dino Zoff, ricordo che a 22 anni mi sentivo così anch’io. Anch’io dormivo tutta la mattina, saltavo i corsi delle prime ore e le lenzuola erano come sabbie mobili, che mi impedivano di vivere la mia vita ma che erano profondamente meglio di quello che mi aspettava fuori dal letto.

Restavo sdraiato e sveglio per ore, chiedendomi cosa avrei combinato nella vita.
Non sapevo realmente cosa fare e, cosa più tragica, non avevo un’idea precisa neanche di cosa non volessi fare. Sentivo che ogni decisione che avrei preso mi avrebbe segnato per sempre e questo mi paralizzava. Avevo l’impressione di non avere abbastanza tempo – di non aver vissuto abbastanza a lungo – per poter prendere una decisione così estrema.

Forse per questo non mi sorprende che ragazzi come Anastasio cantino che vogliono essere lasciati in pace, che non hanno ancora corso “una maratona”, che leggono ancora “le etichette”: è normale che non sappiano cosa fare. Come forse è normale che gli adulti continuino a fare loro pressione: fa parte del cerchio della vita.

Tuttavia è legittimo porci la domanda: non è che forse siamo noi (adulti) ad essere un tantino esagerati? Credo che la nostra generazione soffra più di altre di questo periodo di cambiamento che la società sta vivendo: siamo noi ad esserci persi, perché i nostri codici, i nostri punti di riferimento, le nostre certezze non spiegano più il mondo in cui i nostri figli stanno crescendo.

Per questo ci preoccupiamo per loro e per il loro futuro. In maniera probabilmente eccessiva.

“Non ho speranza per il futuro del nostro Paese, se esso dipende dalla frivola gioventù di oggi, perché tutti i giovani sono veramente spericolati oltre ogni limite […] Quando ero giovane io, ci insegnavano ad essere discreti e rispettosi degli anziani, ma i giovani di oggi sono assolutamente irrispettosi e senza moderazione”.

Una citazione di Esiodo. Parliamo di circa 2700 anni fa.
Evidentemente il problema non è nuovo: ogni generazione ha l’impressione che quelle che seguono siano smidollate e inadeguate.

L’inadeguatezza, nel nostro caso, la leggiamo quasi quotidianamente di fantomatici imprenditori che offrono salari interessanti, condizioni dignitose, e che non trovano persone disposte a lavorare. Che non trovano giovani pronti a cogliere l’opportunità. Pare.

…era tutta un’altra cosa (per fortuna)

Sapete cosa penso? Anzi: di cosa sono convinto?

Che i giovani hanno ragione a rifiutare i lavori che proponiamo loro. Hanno ragione a snobbare le opportunità di carriera favolose. Hanno ragione ad alzare gli occhi al cielo quando citiamo i vecchi tempi in cui noi avevamo la loro età e lavoravamo 12 ore di seguito senza fiatare.

Sono diventato manager a 25 anni, a 28 gestivo un’azienda di 300 persone, ramo di una società americana quotata in borsa, e a 30 ho avuto il mio primo salario sopra i 100’000 Euro annui. Ho imparato moltissimo e ho frequentato persone realmente interessanti e, accessoriamente, realmente potenti, gente che oggi va a cena con Donald Trump e che decide cosa fare con la politica commerciale cinese. E allora? Questo ha fatto di me una persona migliore e/o più felice?

In quel mondo di stimoli e ricchezza ho anche incontrato persone dal profilo morale bassissimo; era un periodo storico in cui, se portavi a casa i risultati, potevi permetterti praticamente di tutto, anche i comportamenti più biechi.
Io stesso ricordo di aver fatto piangere la mia assistente, una sera in cui era rimasta fino a tardi perché si sentiva obbligata a farlo, e tra le lacrime, prima di scappare via, aveva singhiozzato che doveva andare perché era in ritardo… alla sua festa di compleanno.

Quindi le nuove generazioni sembrano perdere le occasioni favolose che offriamo loro di entrare in aziende di questo tipo, dove potranno farsi le ossa a suon di ore supplementari, zero vita sociale, pressioni psicologiche, magari anche qualche pacca sul sedere?
Ma come osano? Sono forse pazzi? Cosa succederà a questo nostro mondo se questi sono i leader di domani?

La crisi come momento di sincerità

Ci siamo passati tutti: c’è questo momento, nella vita di tutti noi, che chiamiamo il passaggio all’età adulta.
Quando siamo ragazzi non ne vediamo l’ora: ci sembra il momento in cui ci affrancheremo dagli obblighi imposti dai nostri genitori e saremo finalmente liberi di essere noi stessi.

Poi, invece, quando ci passi in mezzo, ti rendi conto che diventare adulto non è una soglia, o un muro che abbatti, o un punto di svolta. È un processo lungo, un periodo che dura del tempo e che diventa ogni giorno più incerto. È una palude melmosa e fai una fatica boia a non sprofondare, e arranchi per andare avanti e senti intorno a te tutti quelli che “ti vogliono bene” che gridano che devi scegliere, che non puoi più sbagliare, che il tuo futuro è in gioco.

Io, in quella palude, ho corso il rischio di fare la fine di Artax, il cavallo di Atreyu (googlatevelo, se non avete colto il riferimento). E vent’anni dopo, ho avuto l’impressione di doverci passare ancora una volta, a 42 anni, quando non ero più soddisfatto della vita che facevo.

Le paludi si presentano regolarmente, nella vita degli esseri umani. Sono una specie di orologio biologico, che segnano i momenti di cambiamento. I momenti di crisi, di cui non dovremmo vergognarci: non so cosa fare è una frase stigmatizzata dalla società. Ma è anche molto sincera. E a volte andrebbe detta fuori dai denti.

Forse è questa la “selva oscura” a cui allude Dante quando dice di essersi perso, alla soglia della mezza età (nel mezzo del cammin di nostra vita – e se hai bisogno di googlarlo, meritiamo il meteorite prima e la morte per combustione poi).
E forse questo bisogno di cambiare è semplicemente legato al fatto che, crescendo, non siamo più la stessa persona: siamo cambiati e facciamo fatica ad accettare certe cose, o abbiamo voglia di farne altre o, semplicemente, abbiamo aspirazioni diverse.

A ogni età, la propria crisi

Si possono affrontare questi momenti senza impazzire o senza sentirci in colpa.
Ad ogni età, anche a 50 anni, cambiare è possibile. Cambiare lavoro, carriera, vita. Certo, bisogna prepararsi un po’ in anticipo e non lasciarsi sorprendere dalla crisi che, regolarmente, arriverà. E magari farsi accompagnare nel percorso da un(a) career coach professionista (stacchetto pubblicitario: ne conosco una brava, scrivetemi in privato se del caso 😉 )

Lo stesso vale per i giovani: da una parte il mio consiglio sarebbe quello di buttarvi a capofitto nelle opportunità e di imparare il più possibile; d’altro canto, e lo so per esperienza personale, quando si entra nel mondo del lavoro è difficile fermarsi, dopo.
Le responsabilità aumentano, si guadagna meglio, si accende un mutuo, ci si sente pronti a mettere su famiglia, e nel giro di 5-6 anni ci è impossibile cambiare carriera. Siamo bloccati sul primo binario che abbiamo scelto.

Per questo, alla fine, non sono così sicuro che cogliere le occasioni sia la cosa migliore.
Forse, invece, è giusto accettare di non saper ancora cosa fare e di avere la pretesa di poter scegliere il nostro futuro, anche se questo significa scegliere di non scegliere e anche se il mondo ci dice che non è così semplice, che non è così che funziona. Che questo non è essere adulti responsabili.

Un mondo che non è fatto per loro

Tutto questo tergiversare potrebbe rendere le nuove generazioni non adatte al mondo del lavoro? È probabile.
Ma farei un’aggiunta a questa frase: non adatte al mondo del lavoro ”così come lo intendiamo noi oggi”.
E da questo punto di vista capisco la preoccupazione dei loro genitori, perché non conoscono altri modi di fare per poter comprare una casa, per poter costruire una famiglia… insomma, per vivere o per lo meno sopravvivere.

Ma la vera domanda è: quanto di questo modello fatto di case di proprietà e di ferie mare/montagna due volte all’anno corrisponde ai bisogni delle nuovi generazioni?
Ha veramente senso continuare questo teatrino della crescita economica quando i cambiamenti climatici rischiano di diventare irreversibili nel giro di pochi anni? Anzi, forse è già troppo tardi.

Siamo troppi su questo Pianeta e le risorse non sono sufficienti.
La Terra è un ecosistema e non lo stiamo rovinando, come crediamo: lo stiamo spingendo a reagire e a modificare le condizioni ideali alla vita di noi essere umani.

Gli ecosistemi tendono ad autoregolarsi: se siamo troppi, verremo decimati. Cataclismi naturali, siccità, carestie, malattie, sono i mezzi che la Natura troverà per risolvere il problema che abbiamo cominciato a generare.

La quindicenne Greta Thunberg l’ha detto pochi giorni fa in faccia ai leader del mondo, riuniti in Polonia per il Cop24:

“Nell’anno 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi.”

Cambiare paradigma. Ora.

Il modello di business che ancora oggi proponiamo è quello che si è affermato negli anni ’80 del secolo scorso. Tutto il concetto di management così come lo intendiamo oggi ha origine lì, anche le sue evoluzioni più progressiste.

Domanda: trovate che gli uomini con i capelli lunghi e permanentati siano attraenti? Guardate i corsi di aerobica in VHS, con celebrità vestite in spandex dai colori più improbabili? No. Abbiamo lasciato queste amenità a ciò che erano: fenomeni di un’epoca ormai finita.

E allora perché continuiamo a credere che le ore vadano contate, ogni gruppo debba avere un capo, che devi essere grato di avere un posto di lavoro fisso? Le aziende sono lente a evolversi perché il sistema economico e politico è cristallizzato, e questa è la sola ragione per cui leggiamo articoli su quanto svogliati siano i millenial, o sul fatto che non hanno voglia di farne.

Loro non hanno voglia di fare, sì. Non hanno voglia di fare come noi.

E da parte nostra, ogni “innovazione” (anche qui il virgolettato è d’obbligo) viene vissuta come una rivoluzione, mentre in realtà è solamente una conseguenza logica di un mondo in continua evoluzione. Prendiamo lo smartworking: non è uno stravolgimento, è solo l’evoluzione naturale dei bisogni di generazioni di lavoratori che si sono susseguiti in un sistema immutabile.

Cosa c’entra questo col lavoro?

C’entra eccome.
Perché non possiamo sognare un mondo migliore per i nostri figli e pretendere che vadano a servire quello stesso sistema economico-lavorativo che sta minando il loro futuro, che sta modificando in peggio questo mondo che vogliamo per loro.

Ci domandiamo come faremo fra qualche decennio, quando i robot ci avranno sostituito in molti dei lavori che conosciamo oggi.
Eppure nessuno è disposto a cominciare a trovare soluzioni concrete: perché la verità è che siamo di fronte a un cambiamento epocale per l’essere umano, come è stato l’introduzione dell’agricoltura. Stiamo per entrare in un periodo della nostra storia in cui il lavoro non darà più sostentamento.

In chiaro: non ci sarà più lavoro per tutti. E saremo sempre di più.
Quindi, che fare? Continuare a sparlare di famiglie di operai licenziati dai robot? Oppure possiamo cominciare a intavolare un discorso serio, su come il nostro sistema, la nostra intera società cambierà, perché i robot faranno quello che a noi serve per vivere, e noi ci ritroveremo a dover fare altro. A inventarci qualcosa da fare.

Non è un disastro: è una opportunità.
Magari potremmo cominciare col dedicarci agli altri esseri umani, a partire dai nostri cari, che abbiamo messo nella scatoletta delle cene comandate, mentre la nostra vita si svolge esclusivamente al lavoro.

Sono cosciente che non ci sono soluzioni semplici e che la vera rivoluzione è cominciare a fare qualcosa. Ma è ora di farlo, perché siamo ancora in tempo.

Come Anastasio canta di sognare il giudizio universale della cappella sistina venire giù sotto le vibrazioni di bassi pazzeschi e vandali che ballano, io sogno il sistema economico attuale sgretolarsi e cadere in coriandoli sopra una folla di millennial felici.

E anche se non dovesse succedere, ci restano i meteoriti.
E l’ozono.
E le inondazioni.
E… insomma, la Terra non è a corto di idee. Noi, invece, pare proprio di sì, se non vediamo soluzioni diverse per far girare lavoro e economia senza distruggere tutto, a partire dal futuro dei nostri giovani.

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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Welfare aziendale: nuovi modi di risparmiare (per tutti)

L’erogazione di benefit aziendali ha fatto l’oggetto di importanti modifiche a livello fiscale. Essi sono ora uno strumento interessante a disposizione delle aziende. Sono altrettanto interessanti per i collaboratori?

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Alcuni anni fa lessi delle facilitazioni, o meglio dire dei benefit che Google e Facebook offrivano ai loro dipendenti nella sede centrale.
Si andava da una serie di servizi interni quali la mensa aziendale (ma parliamo di una mensa a 5 stelle!) ai massaggi. La cosa che mi aveva colpito tuttavia erano i benefit estesi al di fuori dell’area aziendale. Affitti di case (in Silicon valley i costi di un affitto sono da urlo), maggiordomi che gestivano i servizi di lavanderia, dentista, assistenza ai genitori dei dipendenti anziani etc..

Inizialmente ero rimasto un poco allibito pensando alle spese aggiuntive che ogni azienda andava a caricare per ogni impiegato. Dopo tutto, questi servizi avevano dei costi e, anche assumendo che vi fossero delle aziende di servizi specializzate (che quindi potevano fare un “bundle” e relativo sconto, per un certo numero di clienti, leggasi i dipendenti dell’azienda), i costi aggiuntivi mi sembravano importanti.
Quello che ignoravo allora, ammetto le mie colpe, era che la maggior parte se non tutti questi benefit erano scaricabili al 100%. In pratica Facebook, Google e tutte le altre data company potevano dedurre al 100% le spese per i benefit dati ai loro dipendenti.

Vantaggi per i dipendenti

I vantaggi sono duplici. L’azienda può permettersi di essere generosa nei confronti dei propri dipendenti e intanto dedurre dalle tasse milioni (tema sempre caldo per un’azienda, in qualunque parte del mondo). I collaboratori invece godono di servizi utili e spendibili, ma il cui peso fiscale è meno importante di un premio pagato sullo stipendio.

Negli ultimi anni anche in Italia il tema benefit per i dipendenti è diventato caldo e ora le possibilità di benefit scaricabili non solo sono aumentate ma sono divenute utilizzabili per la stragrande maggioranza delle aziende (incluse una buona parte delle PMI).
Un report interessante che può offrire una visione di insieme del fenomeno welfare in Italia è il Welfare Index Pmi 2018.

Tuttavia il tema più interessante, a mio avviso, è la lista di benefit che le aziende ora possono erogare, in particolare:

Educazione e istruzione
Andiamo dalle borse di studio ai testi scolastici, in aggiunta sono previsti anche i servizi scolastici integrativi. Se consideriamo quanti dipendenti sui 30 anni e più hanno figli piccoli, da elementari o asilo, si comprende subito il vantaggio di questi benefit. Ancora più rilevante se si considera che non vi sono limiti di spesa. Quindi l’azienda, per ipotesi si intende, può definire un ammontare discrezionale.

Cura per membri della famiglia giovani o anziani
Babysitter, centri estivi e invernali (quindi anche lezioni di sci o altri sport), assistenza per familiari anziani non auto sufficienti.
Anche in questo caso non sono previsti tetti di spesa. Egualmente se consideriamo che l’età di un lavoratore in un’azienda va dai 25-30 sino ai 50, si comprende bene come questi benefit possano essere una boccata d’ossigeno per i dipendenti.
Se si considera poi i costi per gli anziani (i genitori in questo caso) che sono crescenti con la crescita dell’età media di vita, si comprende come anche in questo caso questi benefit diventino vitali per molte famiglie.

Fringe Benefit
Beni servizi e voucher, in questo caso c’è al momento un limite di 258 euro, lo sforamento del quale comporta la tassazione dell’intero importo. Un limite importante ma pur sempre utile nell’economia di una strategia di benefit aziendali.

Cassa sanitaria e fondi pensione 
Nessuno in caso di PDR, diversamente tetti rispettivamente di 3.600 euro e 5.100 euro.

Prestiti/mutui
Nessun limite

Buoni pasto
Una voce classica dei benefit aziendali. Quello cartaceo ancora rimane fisso a 5,29 euro al giorno mentre per l’elettronico, un settore su cui le welfare company puntano molto, arriva a 7 euro. Per quanto spesso la pausa pranzo sia limitata, c’è da considerare che molte aziende prevedono già una mensa interna gratuita. Quindi il ticket si trasforma in moneta digitale spendibile in molti punti convenzionati (a partire dai supermercati).

Educazione, istruzione, culto
Anche nel caso di sport, viaggi, cultura, non vi sono limiti.
La spesa per il tempo libero è una spesa rilevante per molti dipendenti e, purtroppo, spesso limitata da quello che “avanza” a fine mese; l’ISTAT stima che essa ammonti a circa al 5,2% della spesa complessiva di una famiglia italiana ed è quindi una voce importante che può aiutare il morale del dipendente.

Convezioni, carte sconti, conciliazione vita lavoro e mobilità
Anche in questo caso nessun limite.
Se consideriamo che le carte sconti si estendono anche a e-commerce e negozi online si capisce come anche in questo caso, specialmente sotto Natale, un bonus erogato con soluzioni di welfare può essere un’ottima soluzione per gratificare i dipendenti e migliorare il loro morale.

Alcuni aspetti normativi che meritano di essere menzionati

Il primo inizio importante sul tema benefit lo abbiamo con la legge di stabilità del 2016 che ha potenziato le agevolazioni fiscali per le aziende che concedono servizi e prestazioni di welfare aziendale ai dipendenti e allo stesso tempo ha reintrodotto la detassazione dei premi produttività.

  • Novità per i dipendenti: il lavoratore stesso sceglie se scambiare il premio retributivo con prestazioni di welfare integrativo completamente detassate.
  • Novità per le aziende: per i datori di lavoro, uno dei principali cambiamenti è dato dall’esenzione IRPEF dell’utilizzazione di opere e servizi messi a disposizione dei dipendenti e loro familiari anche se previsti da disposizione di contratto, accordo o regolamento aziendale (in precedenza, l’esenzione scattava soltanto se il benefit risultava come atto unilaterale e volontario del datore di lavoro).

La legge di Stabilità del 2016 ha anche previsto la possibilità di erogare i benefit da parte del datore di lavoro tramite i voucher, ovvero documenti di legittimazione in formato cartaceo o elettronico che riportano un valore nominale. È tuttavia con la legge di bilancio del 2017 che si consolidano molti de traguardi del 2016. Rispetto alla precedente normativa vengono ridefiniti due aspetti sulla parziale detassazione del premio di risultato. Il primo definisce i destinatari e i limiti del beneficio fiscale:

  • Requisito soggettivo: il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata viene innalzato da 50.000 a 80.000 euro.
  • Importi massimi: gli importi dei premi erogabili aumentano da 2.000 a 3.000 euro nella generalità dei casi, e da 500 a 4.000 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro.

Il secondo stabilisce che i servizi previsti dall’art. 51, co.4 del TUIR e i contributi alle forme pensionistiche complementari (D. Lgs. 252/2005) e di assistenza sanitaria (art. 51, c. 2, lettera a) non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente né sono soggetti all’imposta sostitutiva del 10%.

I vantaggi per le aziende

Ad aiutare le imprese ad accrescere il loro livello di welfare contribuisce quindi l’impianto normativo, modellato dalla legge di Stabilità 2016 e successivamente rafforzato dalle leggi di Stabilità 2017 e 2018 che, con robusti incentivi fiscali, ha promosso gli investimenti a sostegno del benessere dei dipendenti e delle loro famiglie: da un lato l’azzeramento del cuneo fiscale sulle somme erogate ai dipendenti, dall’altro, la deducibilità delle spese dal reddito delle imprese.

Un secondo aspetto della normativa riguarda, poi, la possibilità di convertire i premi aziendali di risultato in servizi di welfare, rafforzando gli incentivi già previsti per la componente variabile delle retribuzioni. I premi aziendali erogati in forma di welfare sono esenti da imposizione fiscale e contributiva.

La sfida

C’è ancora molto da fare.
In ambito aziendale le sfide sono principalmente due.

La prima è il selezionare dei pacchetti di welfare che siano adatti per i dipendenti. Per quanto molti uffici delle risorse umane abbiano avuto un “aggiornamento” della forza lavoro, molte di esse, se parliamo delle PMI, rischiano ancora di essere piuttosto statiche nel loro potere decisionale.

Di fatto il rischio è che i vantaggi del welfare non vengano a pieno percepiti, o peggio, vengano mal gestiti. Immaginiamo un’azienda che ha un mix di dipendenti giovani (dove i benefit per l’istruzione dei figli potrebbe essere molto apprezzato) e dipendenti con maggior seniority (dove i vantaggi per il care-giving dei genitori anziani sono sicuramente un asset). Se il manager delle risorse umane non è attento nel fare delle ricerche tra il personale i vantaggi del welfare saranno poco utili sia per l’azienda che per i dipendenti.

C’è poi una forte necessità che l’intera linea di comando (dalle risorse umane sino al CFO) possa comprendere i vantaggi del welfare aziendale e attivarsi di conseguenza.

La seconda sfida non è da meno. I dipendenti devono comprendere quali sono i benefici del nuovo welfare. Spesso le comunicazioni su questi temi vengono percepite come un rumore di fondo. Molto spesso l’azienda, soprattutto se parliamo di PMI, tende a comunicare senza enfasi questi servizi. Il risultato finale è che i dipendenti sono poco invogliati a iscriversi ai piani aziendali o, forse anche peggio, non sono un elemento attivo dei processi decisionali.

Una non-partecipazione dei dipendenti, che così non manifestano cosa può essere di loro interesse, è un serio danno per i processi di welfare aziendale e, di conseguenza, per l’azienda stessa. In alcuni casi, inoltre, è il collaboratore stesso a non apprezzare l’erogazione di premi che, di fatto, diminuiscono i propri contributi pensionistici.

Un esempio

Si ipotizzi che un’azienda, sotto il periodo natalizio o durante l’approssimarsi di un trimestre positivo, decida di erogare dei premi aziendali. Ovviamente la percezione del dipendente sarà a vantaggio di un bonus economico. Tuttavia se, poniamo, il benefit sia di 1000 euro, una volta “sopravvissuto” alla tassazione il benefit sarà probabilmente della metà, o poco più(ci sono differenti fattori per il calcolo del benefit economico finale).
Se invece lo stesso benefit o premio viene dato in welfare, l’intera cifra verrà percepita senza nessuna deduzione.

Per far questo tuttavia è necessario che le due sfide sopra menzionate siano superate.
Cioè che l’azienda sappia veramente come funziona il welfare e le aree dove i vantaggi possano essere applicati e conosca egualmente i gusti e gli interessi dei suoi dipendenti. E dall’altro che i dipendenti abbiamo un ruolo partecipativo nell’azienda.

Sicuramente i nuovi bilanci dei prossimi anni porteranno ulteriori novità a questo settore. Tuttavia già ora per le aziende italiane, e come detto non si parla solo delle grandi aziende ma anche delle PMI, il welfare aziendale è una soluzione vincente. Basta coglierla.

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Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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