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Ecco come chat e messaggerie ci comprano un pezzo alla volta

Non telefoniamo quasi più: organizziamo la maggior parte delle nostre attività sociali tramite chat. E sta diventando anche un’abitudine a livello professionale. Eppure questi strumenti non meritano le fiducia che attribuiamo loro.

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Correva l’anno 2013 quando un giovane informatico di nome Edward Snowden rivelò pubblicamente i retroscena del controllo massiccio dei governi di Stati Uniti e Gran Bretagna nei confronti delle rispettive popolazioni (e del resto del mondo).

Stiamo parlando di intercettazioni a livello telefonico e importante sorveglianza inerente all’uso quotidiano di internet.

La storia ha reso Snowden un ricercato speciale: un criminale per i governi e un riferimento fondamentale per gli attivisti della privacy. Con il tempo, anche il sito dell’associazione di lui è presidente, Freedom of the Press Fondation, è divenuto il fulcro delle attività online libere da controlli.

Questo evento, sebbene alle nostre latitudini non abbia avuto la stessa risonanza che in patria, ha permesso a tante persone di capire, intendere ed informarsi su cosa significa “vivere” internet mantenendo attivo un livello importante di privacy.

Tutto ciò può essere usato senza particolari programmi per esperti, senza essere attivisti di fama mondiale, iscritti a siti come Wikileaks oppure programmatori seriali.

Le alternative esistono

Esiste una serie di software semplici e user friendly, che mantengono alta la privacy nel nostro quotidiano; è proprio questo l’importante, difendere quelli che sono i nostri interessi, profondi o superficiali che siano.

Tutti noi abbiamo qualcosa da difendere, da nascondere, piccoli segreti ed emozioni che vogliamo mantenere solo per noi e, eventualmente, per i nostri cari: dalla foto più intima che abbiamo con il nostro partner alla super segreta ricetta della nonna per un piatto speciale che solo lei sa fare; ma viviamo in un momento storico particolare, basato sulla condivisione, per cui quelle stesse cose preziose che custodiamo gelosamente, le condivideremo con le persone di fiducia, tramite le chat di queste app di messaggistica: preferiamo scrivere lunghi messaggi piuttosto che risolvere tutto con una semplice telefonata.

Abbiamo smesso di inviare i cari e vecchi sms che, molto velocemente, sono quasi scomparsi dal nostro quotidiano (con grosso danno per gli operatori telefonici, per i quali rappresentavano 20-30% dei ricavi annui).

Secondo un recente studio del Centro Economia Digitale, ogni 60 secondi, nel mondo, vengono mandati 29 milioni di messaggi sulla sola piattaforma WhatsApp, 65 mila foto caricate su Instagram e 243 mila immagini caricate su Facebook.

Nonostante una buona fetta di persone consideri il suo uso della rete innocuo, è importante capire il motivo per cui dovrebbe interessare a tutti un uso non controllato della navigazione in internet. Poniamoci una semplice domanda: come mai la maggior parte dei servizi che si trovano online sono gratuiti? Perché non si paga, ad esempio, l’iscrizione a Facebook?

Perché se è gratis, allora il prodotto siamo noi. Tutto ciò che viene postato e scritto da noi sul social network più famoso al mondo sarà poi formulato, elaborato e venduto a persone, aziende o enti governativi che possono leggere e controllare i nostri dati, per poi immetterli nella rete sotto forma, ad esempio, di pubblicità mirata.

La vera moneta del web 3.0 è proprio il dato.

Quindi, se non si ha nessuna preoccupazione sull’utilizzo che ognuno di noi fa dei servizi in internet è importante essere a conoscenza di come finiscono i nostri dati personali.

Sopratutto in un’epoca dove le persone sono abituate ad utilizzare la combo composta da Instagram, WhatsApp e Facebook, tre servizi che appartengono alla stessa azienda, che si chiama, appunto, Facebook Inc.

Azienda impegnata in diverse controversie come il caso di Cambridge Analytica e l’ultima, scoppiata proprio qualche settimana fa, dove, secondo un report del quotidiano New York Times, Facebook avrebbe ceduto i dati di milioni di utenti a grosse aziende come Netflix, Spotify, Amazon e altre, facendo vedere i nomi dei contatti presenti nei nostri profili oppure dando l’enorme possibilità di leggere i messaggi privati su Messenger (cosa che poi viene regolarmente classificata come un “bug”, un errore informatico).

Chattare in sicurezza? Usate Signal e passa la paura

Detto ciò, combattere con mezzi che possano legittimare i nostri interessi non è più motivo di essere considerati sospettosi perché vogliamo nascondere qualcosa, ma un vero e proprio diritto ad utilizzare liberamente internet e tutta la tecnologia.

Personalmente, io uso l’applicazione Signal Private Messenger, totalmente gratuita, totalmente open source e, allo stato attuale, risulta essere il software di messaggistica più sicuro che esista sulla faccia della terra.
La uso quotidianamente
per inviare chat, chiamate e video chiamate con pochi confidenti, ma penso che potrebbe interessare a molti, come opzione ai soliti noti.

Cosa c’entra con Signal il discorso su Snowden?

Fu proprio quel giovane americano a far conoscere a tantissima gente questa app con un Tweet che è entrato nella storia di noi appassionati di privacy.

Da allora, da quel preciso tweet del 2015, tutta una serie di persone, compreso il sottoscritto, si è attivata per conoscere Signal, ma, sopratutto, ci si è resi conto di quanto le solite app di messaggistica fossero dei veri e propri contenitori dei nostri dati.

Il funzionamento di Signal non ha veramente senso spiegarlo, in quanto, abituati alle classiche app come ad esempio WhatsApp e Telegram, non ha nulla di diverso o di particolare. Ed è questa la sua forza.

Esistono i “messaggi a scomparsa”, cioè chat che decido di far sparire dopo un periodo di tempo prestabilito.
È possibile mandare Gif, creare gruppi ed inviare documenti.
Potete scaricare l’app dedicata per PC e Mac in modo tale da gestire i vostri messaggi anche su desktop.

Insomma, potrebbe tranquillamente sostituire le piattaforme più famose utilizzate per chattare.

I limiti di Signal

L’applicazione sia per smartphone che per PC risulta ancora un po’ “spartana” seppur in continuo miglioramento; inoltreci sono ancora pochi, pochissimi utenti.

Esempio: sono presenti più di 250 persone nella rubrica del mio telefono, gli iscritti a Signal risultano essere meno di 15.

Ovviamente un utente medio che si iscrive ad un servizio quasi deserto come Signal, si trova quasi costretto ad eliminare l’iscrizione e passare alle app “di massa”.

Il più grande aumento di download per questa app si è visto nel momento in cui Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti, parliamo di un picco del 400% di scaricamenti nei soli USA, proprio a causa della vittoria del Tycoon, considerato da molti capace di rinforzare la già massiccia infrastruttura di sorveglianza americana.

Al di fuori del funzionamento ciò che mi interessa far capire è proprio il concetto, senza entrare nel tecnico, del perché usare Signal: ogni chat, foto inviata, immagine ricevuta, chiamata e video chiamata è criptata e sicura, garantendo la totalità della privacy.

Le nostre chat sono coperte dal criptaggio end-to-end, ciò significa che solamente noi ed il nostro interlocutore possediamo e siamo capaci di vedere quella conversazione, nessun altro, nemmeno gli sviluppatori o i server di Signal.

Il team di sviluppo è Open Whisper System, azienda no profit che lavora su programmi dedicati alla sicurezza.

Con il tempo, la stessa azienda ha collaborato con realtà molto più conosciute come WhatsApp, creando un criptaggio sulle conversazioni scritte, divenendo così molto più sicura, e ultimamente anche con Skype per integrare lo stesso livello di sicurezza nelle chat.

Alzare scudo e consapevolezza

Insomma, per concludere, credo che sia importante essere consapevoli che possono esistere alternative più valide e sicure delle classiche app che usano tutti ma soprattutto, essere maggiormente critici dei nuovi strumenti informatici che dettano ormai legge in tantissime fasi della nostra giornata e nostra vita.

Noi siamo i nostri dati. E dobbiamo poter decidere a chi darci.

 

NowPlaying
Easy Living, Massimo Faraò Trio]

Nota dell’Editore:
Non ci sono contenuti pubblicitari in questo articolo e l’autore non ha contratti di sponsorizzazione con le aziende/prodotti/servizi che cita.

Padre di Violante e marito di Tania. Divido la mia vita tra l’insegnamento di informatica e lo studio universitario. Amo follemente la tecnologia di cui ne seguo quotidianamente le nuove uscite, le novità ma sopratutto l’impatto che questa ha nella società. Non mi parlate di motori e gioco del pallone, vi guarderei senza capire una virgola del vostro discorso. Infine mi piace fotografare il caffè, in tutte le sue versioni e situazioni, oltre che a berlo ovviamente.

In primo piano

Welfare aziendale: nuovi modi di risparmiare (per tutti)

L’erogazione di benefit aziendali ha fatto l’oggetto di importanti modifiche a livello fiscale. Essi sono ora uno strumento interessante a disposizione delle aziende. Sono altrettanto interessanti per i collaboratori?

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Alcuni anni fa lessi delle facilitazioni, o meglio dire dei benefit che Google e Facebook offrivano ai loro dipendenti nella sede centrale.
Si andava da una serie di servizi interni quali la mensa aziendale (ma parliamo di una mensa a 5 stelle!) ai massaggi. La cosa che mi aveva colpito tuttavia erano i benefit estesi al di fuori dell’area aziendale. Affitti di case (in Silicon valley i costi di un affitto sono da urlo), maggiordomi che gestivano i servizi di lavanderia, dentista, assistenza ai genitori dei dipendenti anziani etc..

Inizialmente ero rimasto un poco allibito pensando alle spese aggiuntive che ogni azienda andava a caricare per ogni impiegato. Dopo tutto, questi servizi avevano dei costi e, anche assumendo che vi fossero delle aziende di servizi specializzate (che quindi potevano fare un “bundle” e relativo sconto, per un certo numero di clienti, leggasi i dipendenti dell’azienda), i costi aggiuntivi mi sembravano importanti.
Quello che ignoravo allora, ammetto le mie colpe, era che la maggior parte se non tutti questi benefit erano scaricabili al 100%. In pratica Facebook, Google e tutte le altre data company potevano dedurre al 100% le spese per i benefit dati ai loro dipendenti.

Vantaggi per i dipendenti

I vantaggi sono duplici. L’azienda può permettersi di essere generosa nei confronti dei propri dipendenti e intanto dedurre dalle tasse milioni (tema sempre caldo per un’azienda, in qualunque parte del mondo). I collaboratori invece godono di servizi utili e spendibili, ma il cui peso fiscale è meno importante di un premio pagato sullo stipendio.

Negli ultimi anni anche in Italia il tema benefit per i dipendenti è diventato caldo e ora le possibilità di benefit scaricabili non solo sono aumentate ma sono divenute utilizzabili per la stragrande maggioranza delle aziende (incluse una buona parte delle PMI).
Un report interessante che può offrire una visione di insieme del fenomeno welfare in Italia è il Welfare Index Pmi 2018.

Tuttavia il tema più interessante, a mio avviso, è la lista di benefit che le aziende ora possono erogare, in particolare:

Educazione e istruzione
Andiamo dalle borse di studio ai testi scolastici, in aggiunta sono previsti anche i servizi scolastici integrativi. Se consideriamo quanti dipendenti sui 30 anni e più hanno figli piccoli, da elementari o asilo, si comprende subito il vantaggio di questi benefit. Ancora più rilevante se si considera che non vi sono limiti di spesa. Quindi l’azienda, per ipotesi si intende, può definire un ammontare discrezionale.

Cura per membri della famiglia giovani o anziani
Babysitter, centri estivi e invernali (quindi anche lezioni di sci o altri sport), assistenza per familiari anziani non auto sufficienti.
Anche in questo caso non sono previsti tetti di spesa. Egualmente se consideriamo che l’età di un lavoratore in un’azienda va dai 25-30 sino ai 50, si comprende bene come questi benefit possano essere una boccata d’ossigeno per i dipendenti.
Se si considera poi i costi per gli anziani (i genitori in questo caso) che sono crescenti con la crescita dell’età media di vita, si comprende come anche in questo caso questi benefit diventino vitali per molte famiglie.

Fringe Benefit
Beni servizi e voucher, in questo caso c’è al momento un limite di 258 euro, lo sforamento del quale comporta la tassazione dell’intero importo. Un limite importante ma pur sempre utile nell’economia di una strategia di benefit aziendali.

Cassa sanitaria e fondi pensione 
Nessuno in caso di PDR, diversamente tetti rispettivamente di 3.600 euro e 5.100 euro.

Prestiti/mutui
Nessun limite

Buoni pasto
Una voce classica dei benefit aziendali. Quello cartaceo ancora rimane fisso a 5,29 euro al giorno mentre per l’elettronico, un settore su cui le welfare company puntano molto, arriva a 7 euro. Per quanto spesso la pausa pranzo sia limitata, c’è da considerare che molte aziende prevedono già una mensa interna gratuita. Quindi il ticket si trasforma in moneta digitale spendibile in molti punti convenzionati (a partire dai supermercati).

Educazione, istruzione, culto
Anche nel caso di sport, viaggi, cultura, non vi sono limiti.
La spesa per il tempo libero è una spesa rilevante per molti dipendenti e, purtroppo, spesso limitata da quello che “avanza” a fine mese; l’ISTAT stima che essa ammonti a circa al 5,2% della spesa complessiva di una famiglia italiana ed è quindi una voce importante che può aiutare il morale del dipendente.

Convezioni, carte sconti, conciliazione vita lavoro e mobilità
Anche in questo caso nessun limite.
Se consideriamo che le carte sconti si estendono anche a e-commerce e negozi online si capisce come anche in questo caso, specialmente sotto Natale, un bonus erogato con soluzioni di welfare può essere un’ottima soluzione per gratificare i dipendenti e migliorare il loro morale.

Alcuni aspetti normativi che meritano di essere menzionati

Il primo inizio importante sul tema benefit lo abbiamo con la legge di stabilità del 2016 che ha potenziato le agevolazioni fiscali per le aziende che concedono servizi e prestazioni di welfare aziendale ai dipendenti e allo stesso tempo ha reintrodotto la detassazione dei premi produttività.

  • Novità per i dipendenti: il lavoratore stesso sceglie se scambiare il premio retributivo con prestazioni di welfare integrativo completamente detassate.
  • Novità per le aziende: per i datori di lavoro, uno dei principali cambiamenti è dato dall’esenzione IRPEF dell’utilizzazione di opere e servizi messi a disposizione dei dipendenti e loro familiari anche se previsti da disposizione di contratto, accordo o regolamento aziendale (in precedenza, l’esenzione scattava soltanto se il benefit risultava come atto unilaterale e volontario del datore di lavoro).

La legge di Stabilità del 2016 ha anche previsto la possibilità di erogare i benefit da parte del datore di lavoro tramite i voucher, ovvero documenti di legittimazione in formato cartaceo o elettronico che riportano un valore nominale. È tuttavia con la legge di bilancio del 2017 che si consolidano molti de traguardi del 2016. Rispetto alla precedente normativa vengono ridefiniti due aspetti sulla parziale detassazione del premio di risultato. Il primo definisce i destinatari e i limiti del beneficio fiscale:

  • Requisito soggettivo: il tetto massimo di reddito di lavoro dipendente che consente l’accesso alla tassazione agevolata viene innalzato da 50.000 a 80.000 euro.
  • Importi massimi: gli importi dei premi erogabili aumentano da 2.000 a 3.000 euro nella generalità dei casi, e da 500 a 4.000 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro.

Il secondo stabilisce che i servizi previsti dall’art. 51, co.4 del TUIR e i contributi alle forme pensionistiche complementari (D. Lgs. 252/2005) e di assistenza sanitaria (art. 51, c. 2, lettera a) non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente né sono soggetti all’imposta sostitutiva del 10%.

I vantaggi per le aziende

Ad aiutare le imprese ad accrescere il loro livello di welfare contribuisce quindi l’impianto normativo, modellato dalla legge di Stabilità 2016 e successivamente rafforzato dalle leggi di Stabilità 2017 e 2018 che, con robusti incentivi fiscali, ha promosso gli investimenti a sostegno del benessere dei dipendenti e delle loro famiglie: da un lato l’azzeramento del cuneo fiscale sulle somme erogate ai dipendenti, dall’altro, la deducibilità delle spese dal reddito delle imprese.

Un secondo aspetto della normativa riguarda, poi, la possibilità di convertire i premi aziendali di risultato in servizi di welfare, rafforzando gli incentivi già previsti per la componente variabile delle retribuzioni. I premi aziendali erogati in forma di welfare sono esenti da imposizione fiscale e contributiva.

La sfida

C’è ancora molto da fare.
In ambito aziendale le sfide sono principalmente due.

La prima è il selezionare dei pacchetti di welfare che siano adatti per i dipendenti. Per quanto molti uffici delle risorse umane abbiano avuto un “aggiornamento” della forza lavoro, molte di esse, se parliamo delle PMI, rischiano ancora di essere piuttosto statiche nel loro potere decisionale.

Di fatto il rischio è che i vantaggi del welfare non vengano a pieno percepiti, o peggio, vengano mal gestiti. Immaginiamo un’azienda che ha un mix di dipendenti giovani (dove i benefit per l’istruzione dei figli potrebbe essere molto apprezzato) e dipendenti con maggior seniority (dove i vantaggi per il care-giving dei genitori anziani sono sicuramente un asset). Se il manager delle risorse umane non è attento nel fare delle ricerche tra il personale i vantaggi del welfare saranno poco utili sia per l’azienda che per i dipendenti.

C’è poi una forte necessità che l’intera linea di comando (dalle risorse umane sino al CFO) possa comprendere i vantaggi del welfare aziendale e attivarsi di conseguenza.

La seconda sfida non è da meno. I dipendenti devono comprendere quali sono i benefici del nuovo welfare. Spesso le comunicazioni su questi temi vengono percepite come un rumore di fondo. Molto spesso l’azienda, soprattutto se parliamo di PMI, tende a comunicare senza enfasi questi servizi. Il risultato finale è che i dipendenti sono poco invogliati a iscriversi ai piani aziendali o, forse anche peggio, non sono un elemento attivo dei processi decisionali.

Una non-partecipazione dei dipendenti, che così non manifestano cosa può essere di loro interesse, è un serio danno per i processi di welfare aziendale e, di conseguenza, per l’azienda stessa. In alcuni casi, inoltre, è il collaboratore stesso a non apprezzare l’erogazione di premi che, di fatto, diminuiscono i propri contributi pensionistici.

Un esempio

Si ipotizzi che un’azienda, sotto il periodo natalizio o durante l’approssimarsi di un trimestre positivo, decida di erogare dei premi aziendali. Ovviamente la percezione del dipendente sarà a vantaggio di un bonus economico. Tuttavia se, poniamo, il benefit sia di 1000 euro, una volta “sopravvissuto” alla tassazione il benefit sarà probabilmente della metà, o poco più(ci sono differenti fattori per il calcolo del benefit economico finale).
Se invece lo stesso benefit o premio viene dato in welfare, l’intera cifra verrà percepita senza nessuna deduzione.

Per far questo tuttavia è necessario che le due sfide sopra menzionate siano superate.
Cioè che l’azienda sappia veramente come funziona il welfare e le aree dove i vantaggi possano essere applicati e conosca egualmente i gusti e gli interessi dei suoi dipendenti. E dall’altro che i dipendenti abbiamo un ruolo partecipativo nell’azienda.

Sicuramente i nuovi bilanci dei prossimi anni porteranno ulteriori novità a questo settore. Tuttavia già ora per le aziende italiane, e come detto non si parla solo delle grandi aziende ma anche delle PMI, il welfare aziendale è una soluzione vincente. Basta coglierla.

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Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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