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ESPRIMERSI È ESSERE (e se non ti esprimi che sei?)

Il momento in cui siamo davvero noi stessi (e quelli in cui non lo siamo, anzi non siamo proprio niente…)

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Sono quasi le 11:00 ed ancora non ho scritto niente. Qualcuno aspetta un nuovo articolo su questo blog ma soprattutto c’è che ormai è un’abitudine di quelle dalle quali non vuoi e non puoi liberarti. Non vuoi e non puoi.

“Non puoi” ma non è una cosa cattiva.
Non mi sembra sia giorno se non scrivo qualcosa. E poi c’è che dal 7 Settembre non ho saltato neanche un appuntamento (dai giusto uno!). E l’ho detto in giro, l’hanno visto, e non mi va di smettere che sia così.
Esporsi è impegnarsi. Impegnarsi con gli altri è il vero modo di farlo con te stesso. Una promessa…beh è una promessa e le promesse, specie quelle importanti, si mantengono.
Non c’è tanto da girarci intorno, è anche questione di soldi se vogliamo. Scrivere ogni giorno mi rende in qualche modo “speciale” (solo il 2,3% delle persone al mondo lo fa). Porta traffico, porta richieste, porta lavoro e la tranquillità poi di starmene al mare con i miei bimbi.
Non posso per un sacco di ragioni.

“Non vuoi”
Ma c’è qualcosa di molto più importante delle “ragioni” e ci sarebbero in teoria abbastanza argomentazioni per saltare qualche giorno e prendere una pausa.
Scrivere (e condividere) ogni giorno – lo dico per chi si trova in un modo o nell’altro all’interno del gioco – contraddice alla regola aurea del blogging o come vuoi chiamarlo: è quasi “cannibalismo”.
La regola vuole che sia 1 creazione e 3 promozione/distribuzione, e quindi ogni nuovo pezzo che condivido, in un modo o nell’altro blocca la diffusione di quello precedente. Sembrerebbe un autogoal e forse lo è. Ma non è questo il punto.

C’è qualcosa di più Grande in gioco. E noi siamo TROPPO GRANDI per pensare a queste cose.
In gioco ci siamo noi.
Ci sono io, tu, loro.

Il punto è che scrivere è solo parte della storia, l’aspetto più importante è condividere ciò che hai scritto.

E condividere è esprimersi, cioè ESSERE.
Ed esprimersi, cioè ESSERE, è avere uno scopo.
Abbiamo bisogno di espressione.

ESPRIMERSI È ESSERE (e se non ti esprimi che sei?)

Mi piace ciò che ha detto Jeff Leisawitz su questo tema:

“Esprimersi significa passare dal potenziale al reale. Un ballerino che siede in un angolo non è un ballerino in quel momento. Uno chef che riscalda una lattina di zuppa non si sta esprimendo come uno chef. Un poeta non è qualcuno con un libro di poesie sulla sua scrivania. Non è qualcuno che ha pubblicato…o ha un curriculum pieno, pieno. Un poeta è qualcuno che scrive poesie.”

Ne viene fuori che ci sono tre grandi cose che contano davvero: il momento, l’esigenza, e le relazioni.

Il momento: quando fai ciò che ami davvero > sei la parte più vera di te.

Ne hai l’esigenza perché le persone si distinguono dai Robot per questo motivo: cercare, dare ed esprimere SIGNIFICATO.

E le relazioni perché in questo giro di giostra che chiamano vita, beh si tratta sempre di relazioni. Di me e te, tu e lui, o lei, noi e gli altri.

Non c’è un ricordo che abbia uno straccio di importanza che non riguarda almeno due persone.
Anche se ti viene in mente quella volta che hai preso a calci tutto ciò che trovavi nella stanza. Ed anche se eri solo in quella fottutissima stanza. C’era sempre almeno un’altra persona in realtà, a meno che tu non sia davvero ciò che si intende per “Pazzo”, non è possibile né gioire né soffrire senza relazioni.

Non c’entra la scrittura

Sono partito da lontano o da ciò che avevo più vicino, questo foglio bianco sullo schermo ed il mio “scrivere ogni giorno”, ma non riguarda questo. Riguarda tutto.
Ancora una volta si tratta di fare ciò che davvero ami, che è importante, che è nella tua natura, che sei.
Non si può fare, non a lungo, non solo, qualcosa che non ti appartiene. Non è bello ma non è neanche vivere.

E poi c’è che bisogna raccontarlo, esprimerlo.
Con un post, con un blog, con uno sguardo di quelli forti, con un abbraccio di quelli stretti, con una mano che ne sfiora un’altra.
Comunque vuoi o ti piaccia o ti venga meglio.

Tutto ciò che facciamo ha un senso anche quando pare non ce l’ha. Ci stiamo esprimendo o ci stiamo provando.
E questo è vivere.

Che poi è la grande lezione della vita.
Se sei stato dietro la porta ad aspettare che arrivasse tuo figlio o tua figlia, se sei donna e sei stata dall’altra parte per metterlo al mondo, se in qualche modo ti sei trovato in quella situazione lo sai.
Non conta che veda la luce, il momento è quando piange. È quello il segnale, il vero inizio, è la sua prima espressione e ciò che rende umano. Quel momento è il miracolo.

E quel momento, quel miracolo, si ripete ogni giorno. Anche se in altra forma.

Non sei un poeta perché in passato hai scritto o perché vuoi farlo ma perché scrivi. Non sei uno chef perché lo dicono gli altri ma perché lo ami e lo fai.

Non sei disoccupato perché non hai un lavoro ma perché te ne sei stato fermo senza fare qualcosa.
Perché se stai facendo qualcosa…allora sei già altro.

Non sei niente di ciò che può sembrare, o gli altri dicono, o tu vorresti.
Sei ciò che sei, che fai. Ma soprattutto che esprimi.

ESPRIMERSI È ESSERE (e se non ti esprimi che sei?)

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Quella volta che mi hanno licenziata (per fortuna)

Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

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Il giorno in cui è capitato non avrei mai pensato di dirlo, ma sì, la cosa migliore che mi sia capitata durante la carriera lavorativa è essere licenziata.

Ricordo ancora quel giorno: dopo il week end passato sul set faccio la copy, stavamo girando la pubblicità di un detergente intimo – rientro in agenzia al mattino.

Lavoro un’oretta, le solite cose: mail da smazzare, telefonate coi fornitori, settimana da pianificare, in attesa dell’ok per registrare l’audio del nuovo spot.

Poi i capi mi chiamano in sala riunione.

“Puoi venire? Dobbiamo parlarti”.

Mi si sono seduti entrambi di fronte e mi hanno semplicemente detto che l’internazionale di cui facciamo parte ha deciso di imporre dei tagli al personale e hanno deciso di licenziare me.

Senza nessun “ci dispiace”, senza altro. Nessuna avvisaglia i giorni prima… e poi una doccia gelata di spilli, una vertigine che ti fa domandare dove sarai domani. Il tuo posto non esiste più. Tu non servi più.

La prima cosa che pensi è che sarai povera. Non scherzo: pensi subito che non ti potrai permettere più nulla, dovrai correre ai ripari, che devi subito tagliare il tagliabile.

Pensi: “E le bollette?”

Poi c’è stata la rabbia: cominci a contare le ore di straordinario non retribuite, a pensare a quello che hai fatto, a quanto non ne sia valsa la pena, al fatto che hai fatto tanto per la società che ora ti ripaga mettendoti alla porta, tu e le tue domeniche lavorative e le notti non retribuite. Il tempo tolto a chi ami per sentirsi dire “sei licenziata”.

Ti trovi a dare ragione a chi ti diceva di smetterla di lavorare così tanto. Che tanto non stavi salvando la vita a nessuno: inutile.

Lo smarrimento è durato qualche giorno: il tempo di sentire un avvocato, mettere in pista la causa per il licenziamento, prendere le mie cose e covare il giusto risentimento verso i capi che, per fortuna loro, non ho più incontrato. In quel periodo mi sono presa le ferie più belle della vita: quelle senza meta, che si decidono di giorno in giorno e con un grande salto nel vuoto al rientro.

Non sapevo cosa avrei fatto, poi ci ha pensato il talento.

Si, devo comunque dire grazie a quegli anni di attività a testa bassa perché la gente ha apprezzato quello che ho fatto.

Hanno cominciato a chiamarmi: sentito che mi avevano licenziata, hanno cominciato a cercarmi per passarmi dei lavori a tempo.

Così ho fatto, la voce si è sparsa, e incredibilmente da dieci anni a questa parte lavoro.

Alla fine fare il freelance è questo: non avere certezze di quello che farai domani.

Abituata al “non lo so”.

Sicuramente ci sono liberi professionisti più abili di me nel riuscire a pianificare con una certa stabilità il loro futuro. Io no. Non chiedetemi per chi lavorerò domani perché non lo so. E cosa incredibile che continuo a ripromettermi da dieci anno a questa parte è che appena avrò tempo scriverò un libro. Appena mi libererò da quella consegna, appena fatta quella telefonata, appena sfangata quella presentazione, mi rimetterò a scrivere.

E da un lavoro ne scaturisce un altro, un tuo cliente parla bene di te a un suo contatto ed eccoci qui, dopo 10 anni, a poter dire con certezza che non tornerei mai indietro.

Le notti che faccio le faccio per me perché io ho deciso che quello che devo fare è tanto urgente da meritarsi una notte insonne.

Sono io che decido quando prendermi dei giorni di libertà – il lavoro di freelance è fatto anche di questo: sapere quando è il momento di concedersi un pomeriggio libero per fare quello che vuoi.

Mi hanno proposto più volte di tornare a fare la dipendente, ma la libertà che provi nel lavorare da sola è troppo piacevole per rinunciare a favore della stabilità.

Ho fatto pace coi miei dubbi.

Lavorerò tutta la vita? Resterò abbastanza aggiornata e in gamba da essere una professionista affermata anche quando sarà arrivata l’età della pensione?

Potrò permettermi di continuare a fare un lavoro creativo anche da anziana?

Non lo so. Questi 10 anni sono volati. E non mi sono pesati.

Però la mia dolce vendetta me la sono presa: ho scritto un libro – che reputo un lavoro minore – dedicato al mondo della pubblicità. Mi sono tolta un po’ di sassolini dalla scarpa. Non ho fatto nomi, ma chi doveva sapere, ora sa, e conosce i retroscena. È stato il mio modo di salutare la vita da dipendete in favore di questa, più instabile, ma decisamente più gratificante.

Voi come avete reagito al licenziamento? Alla fine si è rivelata un’esperienza positiva?

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La felicità è roba da pazzi. Qui il più pazzo uomo della Thailandia spiega come fare

Jon Jandai, vive una vita spensierata in Thailandia mentre molti dei suoi compatrioti contemporanei sono afflitti da debiti e aspettative. Il suo motto è disarmante: “La vita è semplice, perché ce la complichiamo?”

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Se dovessi scegliere un aggettivo per definire la mia vita, farei un grande sforzo. Me ne vengono in mente almeno un paio e credo, avessi davvero l’esigenza di sceglierne solo uno, rimarrei bloccata per ore e ore. Se invece il compito fosse quello di trovare un aggettivo che non mi appartiene, che penso non definisca la mia vita… mi verrebbe facile.

Facile. Lo so, è un terribile gioco di parole ma l’aggettivo che non assocerei alla mia esistenza è “facile”. O i suoi sinonimi più diffusi, come ad esempio “semplice”.

E pensandoci, almeno per una volta, non mi sento affatto strana ma penso di essere in buona compagnia. Buona parte del pianeta è oggi alle prese con problemi grandi, alcuni nuovi, o anche semplici intoppi che rendono tutto tremendamente ingarbugliato.

Senza fare affidamento sulle statistiche, penso il rapporto con la nostra vita e i nostri problemi possa sintetizzarsi bene in ciò che diceva Socrate:

“Se tutti dovessimo mettere in un mucchio comune le nostre sfortune, e ognuno dovesse poi prenderne una parte uguale, i più sarebbero contenti di riprendersi la propria e andarsene.”

Tanta verità in questa frase. Nella prima parte c’è il racconto di un genere, quello umano, che è costantemente convinto di avere sempre più problemi, o più gravi, del vicino. Nella seconda parte della frase vi è invece la soluzione che nessun vuol vedere: i problemi ci sono, è naturale che ci siano ma basterebbe un pizzico di lucidità per comprendere che in fondo non va così male.

Trovare la felicità “al contrario” appare dunque la strada più sensata.

Il problema è che per quanto sensato possa essere, mettersi sulla strada della ricerca della felicità, o anche qualcosa di simile, è roba da pazzi. O roba che ti fa comportare da pazzo, almeno agli occhi della gente.

L’uomo più felice del pianeta è un pazzo

La Thailandia è un paese splendido, lo so per esperienza essendoci stata per circa quattro anni, più o meno continuamente. Un luogo dove la natura sembra più vicina, più vera. Un luogo dove, da un certo punto di vista, ti viene più semplice “andare piano”. D’altra parte, però non si può certo dire che la Thailandia sia un posto “facile”.

Poco equilibrio politico, specie di recente, un’economia che non riesce mai a decollare, problemi diffusi di sicurezza, carenze di infrastrutture, collegamenti e altre cose che noi occidentali diamo per scontate.

Eppure, mentre alcuni faticano a vivere una vita “normale”, è qui, in Thailandia che probabilmente vive l’uomo più felice del mondo. O il più pazzo.

Jon Jandai, l’autoproclamato agricoltore della “felicità” della parte settentrionale della Tailandia vive una vita spensierata nel villaggio mentre molti dei suoi compatrioti contemporanei sono pesantemente gravati da debiti e aspettative. Il suo motto, divenuto celebre in un Ted visto da oltre 5 milioni di persone, è disarmante: “La vita è semplice, perché ce la complichiamo?”

“C’è una cosa che vorrei dire a tutti voi: la vita è semplice. È semplice e divertente. Non l’ho sempre pensata così: quand’ero a Bangkok, pensavo che la vita fosse dura e molto complessa. Sono nato in un villaggio molto povero nel nord-est della Thailandia e quand’ero bambino tutto era facile e spontaneo. Poi arrivò la televisione e da quel momento le persone intorno a me cambiarono. Improvvisamente iniziarono a dirmi: tu sei povero, devi inseguire il successo nella vita. Devi andare a Bangkok per avere successo”.

Jon decide così di trasferirsi a Bangkok per cercare il successo di cui tutti parlavano per poi accorgersi che aveva bisogno di farsi alcune domande per capire cosa stesse combinando e perché le cose non giravano per il verso giusto. Ecco come ha risolto alcuni dei grandi problemi della vita.

  1. Se lavoro così tanto per una vita migliore, perchè la vita è così dura?

Deve esserci qualcosa di sbagliato perchè produco ogni giorno tante cose ma la qualità della mia vita diminuisce.

  1. Perchè devo stare a Bangkok?

Nel mio villaggio nessuno lavorava otto ore al giorno, si lavorava due ore al giorno per due mesi all’anno. Si piantava il riso per un mese e si raccoglieva il riso per un mese. Nei dieci mesi successivi ognuno si godeva il propio tempo libero. (…) La gente aveva un sacco di tempo libero una volta e così ognuno aveva tempo di stare solo con se stesso. E così aveva tempo di capirsi. E se ti capisci, capisci cosa vuoi nella vita. 

  1. Perchè non tornare a vivere come vivevo da bambino?

Tornai a casa e ripresi a vivere come vivevo da bambino. Tornai a lavorare due mesi all’anno. Coltivai il riso e ne restava a sufficienza sia per sfamare la mia famiglia sia per essere venduto e così avere un reddito. Creai anche due laghetti e ci misi dei pesci, così potevo pescare tutto l’anno. Creai un orto dove coltivo diversi tipi di verdure e quelle in eccesso le rivendo.

  1. Perchè 30 anni di lavoro per poter comprare casa?

Mi resi conto che le persone più intelligenti di me studiavano e dovevano lavorare per 30 anni per poter acquistare una casa. Così la casa l’ho costruita personalmente. In tre mesi mi sono fatto la casa mentre un amico molto più intelligente di me ha acquistato una casa già pronta indebitandosi per 30 anni. Entrambi abbiamo una casa ma io ho 29 anni e 10 mesi di tempo libero più di lui.

  1. Perchè ho comprato un paio di pantaloni così costosi?

A Bangkok volevo vestirmi come una star del cinema. Così lavorai per un mese intero per potermi permettere un paio di jeans. Mi guardai allo specchio: un paio di pantaloni costosi non possono cambiarti la vita. Prima di comprarci qualcosa dovremmo chiederci: lo stiamo comprando perchè ci piace o perchè ci serve?

Bisogna essere pazzi per essere felici?

Il punto probabilmente è davvero che la vita è facile e semplice. Sicuramente più facile di come invece tendiamo a complicarla noi nelle nostre quotidianità frenetiche, veloci che se ti fermi sei perduto o sei finito.

Il problema è che si cresce con l’idea che la vita sia fatica, duro lavoro sempre e comunque. Ma il punto è che dobbiamo imparare a semplificare, ad eliminare, a stare insieme alle persone.

Siamo più disconnessi che connessi. Siamo più attaccati al denaro perchè senza non si può vivere, o almeno così pare.

E come conclude Jon durante il suo intervento al Tedx “per essere felici dobbiamo tornare indietro. Dobbiamo ritrovare la connessione con la terra, con le persone, con il nostro corpo e la nostra mente. Possiamo essere felici. La vita è facile”.

In fondo è vero che se ti capisci, capisci cosa vuoi nella vita. E forse capisci anche che la felicità sta nelle cose semplici.

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