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Essere felici al lavoro è possibile Essere felici al lavoro è possibile

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Nel lavoro non basta essere felici, ma bisogna anche farci caso

Cosa significa essere felici? Non bastano gli studi sulla felicità, bisogna vivere in un certo modo e allenarsi a essere felici. Anche al lavoro.

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È giusto ricercare la felicità nel lavoro? Quando ricerco un lavoro, devo considerare quello che mi offre la strada più breve per essere felici? Ma cosa vuol dire poi essere felici?

La ricerca della felicità

La vita dell’uomo è caratterizzata da una continua e spasmodica ricerca di felicità; si fatica, si ricerca, si ama, si crea, per rasserenare la nostra esistenza: possiamo dire che si vive per essere felici. Ma questa ricerca tormentosa è essa stessa illusione e delusione. Continuare a cercare la felicità vuol dire non essere realmente in grado di percepirla e quindi di goderne appieno le potenzialità e l’effetto emotivo che essa avrebbe su di noi.

E sul lavoro? È la stessa identica cosa. Tutte le nostre scelte in ambito professionale e prima ancora formativo, sono rivolte a quel particolare tipo di lavoro che immaginiamo di trovare. Ma si tratta “solo” della nostra percezione del lavoro non del lavoro effettivo che scopriamo in un secondo momento avere molte mancanze e tanti momenti difficili.

La felicità inizia da te

Tutto è basato sulla proiezione del nostro io su ciò che ci sta intorno. La religione, che ha il potere di modellare il nostro essere spirituale ce lo fa notare continuamente: Buddha ci dice che tutto quello che ti infastidisce negli altri è quello che non hai risolto in te stesso, Gesù invece attraverso il celebre discorso ama il prossimo tuo come te stesso pone ancora una volta l’attenzione al sé prima che agli altri, e via dicendo. In pratica tutto sembra suggerirci che sei felice veramente quando doni agli altri un po’ della tua felicità. In altro modo possiamo dire che essere felici parte dalla consapevolezza di ciò che sei e di cosa hai qui e ora.

Così la felicità ha senso. Nella ricerca individualistica no, perché in tal caso assomiglia più a un’utopia e non alla realizzazione vera di sé. Nell’ottica professionale può essere paragonata al soddisfacimento dei propri desideri, raggiungendo gli obiettivi che ci poniamo e che sono per noi importanti.

Per esempio la maggior parte di noi dà valore alla felicità quando arrivano i soldi. Non prendo in considerazione l’eterno dilemma se siano i soldi a dare la felicità o meno, ma in un certo modo il senso è proprio questo. Desidero appagamento, riconoscimenti, avanzamenti di carriera per avere più soldi e comprarmi finalmente cose o ottenere lo status che mi rende felice. Ma poi ne ho sempre più bisogno (di felicità, non di soldi) e ne divento dipendente, ed essere dipendente dalla ricerca di felicità mi fa tornare al punto di partenza, perché ancora non sono realmente e completamente felice.

Ma allora quando giungiamo a questo punto di culmine? Forse nel condividere la felicità e raggiungerla insieme agli altri, anche sul posto di lavoro. Quando si innesca una sintonia con i colleghi, con il capo e con se stessi si può raggiungere l’apice e può durare anche per molto tempo.

La felicità… paga

C’è molto interesse dal punto di vista aziendale su questi argomenti. Persone felici producono di più e ciò significa più reddito e più entusiasmo (e quindi velocità di esecuzione, maggior coinvolgimento, motivazione e innovazione, e quindi ancora più soldi…).

Manager e leader illuminati si sono inventati di portare la felicità in azienda perché se il loro staff è felice, è vincente. Lo penso anch’io, ma la felicità non può diventare un’etichetta, un bollino da applicare a un’azienda, un certificato di garanzia, ma deve riguardare le singole persone e come esse vivono l’esperienza del lavoro.

Sono d’accordo con chi cerca di portare in azienda questo stato di benessere e chi la pensa come una competenza da allenare e favorire. Sì, perché si può imparare a creare momenti e situazioni piacevoli per noi stessi e per gli altri membri di un team tali da garantire un benessere aziendale duraturo e vero. E non sto parlando di politiche di welfare, che tendono a garantire “solo” benefici e un clima aziendale positivo, ma di competenze di leadership tali per cui le persone si sentano motivate, entusiaste e quindi felici.

I nuovi orizzonti della felicità

Da qualche tempo c’è poi chi, all’interno dell’organizzazione aziendale, ha inserito la figura del CHO, ovvero del Chief Happiness Officer, questa nuova figura professionale nata negli Stati Uniti, proprio dove la felicità è anche un diritto costituzionale. Questo nuovo manager gestisce gruppi di lavoro o individui per cercare di mantenere un clima sereno e fortemente motivante all’interno dell’azienda. E per formare queste figure sono nati corsi accademici in scienze della felicità o economia della felicità già attivi e di successo negli Stati Uniti e che stanno pian piano aprendo anche in Europa tra cui in Italia nelle Università di Palermo e di Torino.

Nell’ottica della sostenibilità aziendale questi corsi assumono un interesse che va oltre il mero rapporto felicità = produttività, ma riescono a valorizzare sempre più il lato umano del lavoro garantendo un’organizzazione basata sull’ascolto e la crescita personale. E solo questo è per molti un’occasione per cui essere felici.

E per esserlo veramente bisogna che, quando lo siamo, ci facciamo caso.

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

Crescere

Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

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Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

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Comunicare

Le parole per dirlo e per scegliere di includere

Le parole che scegliamo dicono qualcosa di noi, della nostra cultura e delle nostre convinzioni. Ad ogni momento possiamo scegliere di utilizzare parole più inclusive per tutt*.

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Scegliere le parole giuste per include tutti

La lingua italiana è composta di almeno 160mila parole, esclusi i dialetti locali.

Questo vuol dire che, al netto di vari livelli di analfabetismo, abbiamo un variegato campionario di termini per esprimere un pensiero, un concetto o un sentimento.

Perciò, sta a noi decidere se vogliamo includere o escludere qualcuno dei nostri ascoltatori o lettori, e trovare le parole per farlo, anche senza dichiararlo.

Non voglio tornare sulle declinazioni di genere dei titoli e degli appellativi (sul tema vi segnalo il bell’articolo di Valentina Maran che trovate qui).

C’è una discriminazione altrettanto tagliente che è legata alle espressioni evocative e a determinate frasi dedicata esclusivamente a una categoria di pubblico: le donne.

Il fenomeno è democraticamente distribuito in qualunque consesso sociale, incluse le scuole e le aziende.

E se in un’informale chiacchierata tra amici, una donna può decidere di soprassedere, in una riunione di lavoro il senso cambia.

Eh sì perché, salvi gravi deficit scolastici o analfabetismi di ritorno, si presume che chi tiene un discorso in una riunione, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, quel discorso se lo sia preparato.

Si presume che se lo sia anche riletto, con quel minimo di cura per valutare se le parole e gli esempi scelti siano realmente efficaci per la platea; ovvero: chiari, convincenti e motivanti all’azione.

Qualche esempio dalla mia esperienza aziendale (non tutti subìti)

Mi scuso in anticipo per alcune volgarità, ma riporto le espressioni per come le ho ricevute o ascoltate.
Vabbè, comincio delicata: andiamo per gradi.

1. “Voglio più cameratismo tra voi”

Ora: la camerata richiama al collegio e, più frequentemente, alla caserma.

Le donne, in Italia, non hanno potuto svolgere regolarmente il servizio militare fino al 2000 e anche oggi sono una minoranza (più per disoccupazione che spirito di servizio, tra l’altro); perciò, chiunque sia nata prima del 1982 e cresciuta in casa, non ha esperienza di camerate.

Lo so, qualcuno starà pensando che la mia sia un’esagerazione, perché la parola è di uso comune e il senso è noto.

È vero; ma voglio sottolineare che qui non parliamo di un discorso a braccio, nel quale le idee sono a volte più veloci delle parole e si sceglie il primo termine che viene.

Parliamo di un intervento preparato.

In alternativa, si poteva scegliere: solidarietà, complicità, supporto, collaborazione, spirito di squadra, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

2. “Se fossi un uomo saresti perfetta”

Giuro: me lo sono sentito dire, e voleva pure essere un complimento.
Il senso era che ero preparata, efficiente, organizzata e determinata; quindi quasi perfetta nel ruolo, salvo per l’inconveniente di essere femmina.

3. “Oggi è isterica, c’avrà il ciclo”

Al di là della considerazione che il ciclo è una costante dalla pubertà alla menopausa, e che perciò ce l’avevo anche quando con me riuscivi a confrontarti serenamente, è vero: è governato da cambiamenti ormonali che nel 25% delle donne incidono significativamente sull’umore.

Ma gli sbalzi d’umore dipendono solo dal ciclo?
Non è che posso aver dormito male, discusso con qualcuno o ricevuto una notizia spiacevole?

Ho avuto un manager che, se la domenica la sua squadra del cuore perdeva, il lunedì non veniva in ufficio perché aveva la gastrite…

C’è una versione un po’ più triviale legata all’assenza di regolare attività sessuale, ma direi che si siamo capiti e ve la posso risparmiare.

“4. Dovete tirare fuori le palle”

Scusate: cioè?
No perché qui, con tutto l’impegno e la buona volontà, proprio non posso.

Mi volevi dire che devo essere tenace, determinata, coraggiosa e agguerrita?

Se proprio amiamo le metafore, possiamo dire che dobbiamo tirare fuori i denti o gli artigli?
Perché in molte specie mammifere il maschio caccia (a volte) ma è la femmina a difendere (sempre) i cuccioli e il territorio.

E siccome nell’universale linguaggio fisico animale mostrare le proprie “armi” serve a dichiarare che non si ha intenzione di fuggire e si è disposti a tutto…

Ce ne sarebbero altre (anzi, se vi va, scrivetele nei commenti) ma direi che il senso è chiaro.

I best performer

Per me poi l’apice viene raggiunto con i distinguo.

Caso 1

Parte automatica e incontrollata la frase sessista e, un attimo dopo, “escluse le presenti, naturalmente…”.

Naturalmente? Ne sei sicuro? Hai sperimentato? Hai raccolto prove a sostegno dell’esclusione?
Naturalmente, no.

È solo che, forse, hai parlato senza riflettere e ora cerchi, male, di rimediare.
Può anche darsi, invece, che da fine oratore, vuoi fermare la frase nelle menti dei presenti, sottolineandola proprio con quell’esclusione.

Come si dice: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina.

Caso  2

Esce la frase pesantemente volgare e l’autore si rivolge alla prima donna di cui incontra lo sguardo e dice “scusa eh!”
Come se tutti gli uomini fossero indifferenti alla volgarità e fosse solo un problema delle donne.

Davvero?

Guardate che non siamo così delicate.
Le conosciamo anche noi le parolacce, e le diciamo anche.
Siamo capacissime di sfilare le nostre belle coroncine e trasformarci magicamente nel migliore camallo di Marsiglia (con tutto il rispetto per la categoria).

Non dovete proteggerci.
Dovete imparare ad essere educati e rispettosi, anche nella scelta delle parole, verso tutti, altri uomini inclusi.

 

Lo so, può sembrare un’esagerazione e in effetti (un po’) ho volutamente esagerato.
Ma la comunicazione è uno strumento principe per includere o escludere persone.

Oggi ho parlato di donne ma potremmo parlare di disabilità o dell’uso perverso del “buona domenica” e del “buon natale”, come se fossimo tutti cristiani.

La cura con cui scegliamo le parole, le perifrasi, le metafore, gli stili ci racconta di convinzioni profonde e “culture” radicate.

Scegliere di adeguarle al contesto per includere tutti è una scelta.
Così come non farci caso.

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