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Gli analfabeti funzionali esistono solo se li creiamo noi

Un commento che non c’entra nulla sotto un post: una situazione comune, che ci fa sorridere o arrabbiare; ma se il valore di quel commento fosse legato unicamente all’interpretazione che gli diamo?

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Oggi ho avuto una illuminazione. E un grosso dubbio, che sento di dover condividere.
Ma devo cominciare un po’ da lontano, perché è una storia sempre un po’ diversa ma che si ripete in modo simile, per cui ho bisogno di fare qualche esempio concreto.

Rappresentare un concetto con un’immagine

Tutto inizia con la pubblicazione di un articolo su Purpletude e il conseguente lancio sulle piattaforme social, in particolare Facebook.
Chi gestisce una rivista o un blog sa bene che le fotografie di illustrazione non si possono scaricare dove e come si vuole: molto spesso sono immagini soggette a diritto d’autore e pubblicarle senza autorizzazione è illegale.
Per questo, ci sono dei siti che hanno delle banche dati piuttosto ampie di foto “royalty free”, ovvero che sono messe a disposizione gratuitamente, solitamente con la richiesta di citarne autore e fonte, ma a volte neanche quello.

Questi siti, come ad esempio Pixabay o Unplash, sono veramente utili; l’unico problema è che non sempre hanno una scelta tale da corrispondere al 100% al tema dello scritto. Per questa ragione, ma anche per suggerire un minimo di evocazione e di curiosità nell’articolo, spesso scegliamo foto simboliche.

Non sempre la scelta è azzeccatissima o immediata. In francese c’è questa espressione che in italiano non esiste, “second degré“, e che indica un significato più sottile di quanto una cosa possa sembrare a primo acchito. Una specie di sotto-significato, che di solito o è ironico o simbolico. Un po’ come la freccia nel logo di FedEx che, quando finalmente la noti, dici “Oooh” e apprezzi la finezza (è tra la E e la X, per chi non ci avesse mai fatto caso). Una roba del genere.

Ecco: quindi ogni tanto le immagini che scegliamo vanno interpretate.
E qui cominciano i problemi

Un breve florilegio di commenti

La foto seguente illustrava un articolo che poneva l’accento sul problema della qualità nei servizi a basso prezzo: la tesi, in pratica, era che difficilmente puoi offrire un buon servizio quando fai prezzi al ribasso.
L’immagine scelta è quella di un consumatore che paragona due mele (si dice: paragonare mele con mele, non mele con pere). L’idea è che i due servizi sembrano uguali e ci si domanda quali siano le differenze.

Caro e costoso non sono la stessa cosa.

Ora, i commenti ai post di Facebook su questo articolo sono di questo tenore (riportati pari pari):
“CERTO BASTA CAMBIARE NEGOZI E I PREZZI SONO DIVERSI ..AL MERCATO COSTANO MENO…”
Chi ce n’è rimette è solo l agricoltore”.

Altro esempio:
titolo e immagine sono un tantino provocatori: “Rappresentare i problemi con i tarocchi di Marsiglia” con l’immagine seguente:

L’articolo non parla né di divinazione né di servizi a pagamento: l’autore spiega che le carte come i Tarocchi possono essere usate anche per esemplificare un problema, come si potrebbe fare pure con figurine, o soldatini, o pezzi di Lego. Hanno dei caratteri simbolici che servono a rappresentare una situazione che, una volta resa “fisica”, diventa più comprensibile ai nostri occhi (e a quelli del nostro cervello – e detto per inciso l’autore è un medico).

Ecco i commenti:
“Nessuno è più potente della volontà di Dio”
Ladri falsi e ipocriti…. Ciarlatani…”
“Ancora ste cretinate…ma andate aff….TRUFFATORI!”

Reazioni tali che diversi lettori si sono sentiti in obbligo di rispondere ai commenti di questo tipo, spiegando di cosa parlava l’articolo e dando la loro opinione sull’aspetto simbolico delle carte. Anche tra i commenti ai commenti, però, sono spuntati altri ammonimenti:

“Solo la volontà di Dio!!!! È Peccato fare i Tarocchi, spalanchi le porte l’inferno,non capite che vi ingannano.”

E potremmo andare avanti con altre decine di esempi.

Ridere dell’ignoranza altrui?

Ora, dove nasce il mio dubbio?
Devo fare un’altra curva narrativa: vi chiedo la pazienza di seguirmi ancora qualche riga.

Al di là della prima reazione di stupore, questi commenti mi fanno ridere.
E come ogni cosa che fa ridere, ho tendenza a condividerla. Allora mi è capitato di fare degli screenshot e inviarli nel gruppo degli autori di Purpletude. È un fenomeno che esiste anche sugli stessi social media, dove ci sono siti specializzati nel postare commenti assurdi di altri utenti. E farsi quattro risate o versare insieme qualche lacrima.

Anche le nostre, di reazioni, variano da persona a persona: c’è chi si fa una risata, chi un po’ si arrabbia con esternazioni del genere “ma almeno hanno letto l’articolo?!”, altri che si spingono a fare interpretazioni socio-economiche e citano studi sull’analfabetismo funzionale, altri invece che rimangono in silenzio.

E io cosa dico?

Io ho un solo pensiero fisso: “Questa gente vota”.

Come si può pretendere che una persona che non è in grado di capire elementi base di un testo abbia le capacità di districarsi e farsi un’opinione propria su argomenti mille volte più complessi, come la problematica delle migrazioni, dell’emergenza climatica, delle questioni di genere?

E non parlo di capacità cognitive: ma proprio di tipo informative. Non è una questione di intuire come funzionano le cose, si tratta di documentarsi, di leggere, di capire ciò che dicono i documenti, la giurisprudenza, i giornali; ci vuole un allenamento all’utilizzo dei dati e l’abitudine a fare la verifica delle fonti. Si deve essere attenti all’interpretazione delle parole (soprattutto quando a parlare sono politici abili nella manipolazione).

Ecco, ieri pomeriggio, mentre mi ripetevo proprio queste cose, mi è sorto un dubbio. Sì, il famoso dubbio della prima riga.
E se avessero ragione loro? Se il mondo complesso in cui ho l’impressione di vivere in realtà è solo complicato dalla mia capacità di vedere delle problematiche dove non ce ne dovrebbero essere?

Ufficio complicazione cose semplici

Le migrazioni?
L’emergenza climatica?
Le questioni di genere?

Esistono, certo. Però, per fare un esempio semplice, la questione dei migranti è diventata un problema perché qualcuno si è messo a difenderne il principio e qualcun altro si è messo ad ostacolarlo. L’Italia non è veramente invasa dai migranti: ci sono flussi migratori, questo sì, che vanno gestiti; ma se oggi ne parliamo ogni giorno è perché è diventato un simbolo del dibattito politico.

Ma di per sé non è un fenomeno ideologico, è solo una questione pratica: gente che si sposta in un altro Paese alla ricerca di una vita migliore. Come li gestiamo?

Non posso togliermi di dosso né i miei studi né le mie conoscenze, per cui mi è difficile liberarmi da questi occhiali che rendono macro delle situazioni che forse macro non sono. Quando poco fa ho scritto “simbolo” subito ho pensato al suo contrario: “syn + bolo”, dal greco antico “che unisce”, mentre “ciò che separa” è dia-bolo. Il diavolo, simbolicamente quello che impedisce l’armonia, la possibilità di unione, di completezza.

E mentre lo pensavo, una parte di me mi lisciava il pelo sussurrandomi “wow, che cultura” mentre un’altra parte mi gridava nell’orecchio “wow, e allora?” (in una versione più colorita, però).
Capite il dubbio? Il mio dubbio?

La complessità esiste o la creiamo?

Abbiamo tendenza a dare dell’ignorante in maniera molto veloce a chi non capisce qualcosa.
Spesso gli stessi ignoranti danno dell’ignorante ad altri.

Nello stesso modo io posso stupirmi che qualcuno non abbia capito un articolo, o abbia mal interpretato una fotografia, ma in realtà questo accade solo perché la mia cultura mi permette di elaborare un secondo significato (le second degré) di quella informazione. Non vi fa pensare a nulla?

A me è venuto in mente il famoso esperimento del paradosso del gatto di Schrödinger: un gatto chiuso in una scatola con una sostanza tossica che potrebbe attivarsi oppure non attivarsi, e questo noi non lo sappiamo, né lo possiamo verificare, ad esempio tramite l’osservazione, perché la scatola è oscurata e insonorizzata.
Questa rappresentazione della realtà porta a un paradosso: c’è una possibilità che il gatto sia morto e c’è una possibilità dello stesso valore che il gatto sia vivo. Quindi, in quel preciso istante, il gatto è sia morto che vivo, perché entrambe le possibilità sono vere.

Cosa farà la differenza? La nostra osservazione: nel momento in cui vedremo che il gatto è vivo, non sarà più morto.

Allo stesso modo, quando scrivo un articolo sull’importanza dell’inclusione, della diversity e del rispetto della donna, sto validando il fatto che la questione di genere sia un problema. Prima di parlarne, di scriverne, non lo era: in quanto osservatore, vedo realizzarsi solo una delle due alternative (è un problema / non lo è; esiste / non esiste), perché io stesso faccio parte di uno dei due possibili stati dell’intero (ovvero: è un problema E non lo è; esiste e NON esiste).

L’innocenza dell’ignoranza

È un pippone filosofico, lo so, e, mentre ne scrivo, capisco di contraddire la mia stessa tesi: non dovrei essere qui a parlare di questo argomento, perché in qualche maniera contribuisco a crearlo.

Forse il fatto di aver dato significati a ogni aspetto delle nostre relazioni, della nostra società… il fatto di essere ossessionati dal bisogno di capire come funzionano le cose, cosa pensano le persone, cosa pensano di noi le persone… forse tutto questo non ha fatto altro che allontanarci da uno stato naturale in cui dovremmo vivere la nostra vita.

Pensiamo allo stereotipo del ragazzo gay, che vive in una piccola comunità, e che è terrorizzato all’idea di parlare della propria omosessualità con la sua famiglia. Emigra in una grande città, mettiamo Milano, fa le sue esperienze, magari vive la sua prima storia d’amore seria. E a un certo punto decide che è il momento di fare coming out.

La sua nonna novantenne e contadina, in teoria, non ha gli elementi per comprendere la complessità di una situazione di questo tipo. È probabile che quando veda due gay in televisione neanche veramente capisca che si tratta di due persone che si amano e che vanno a letto insieme. Eppure, proprio perché non fa parte del problema, proprio perché la cosa è così lontana dalla sua concezione, nel momento in cui il ragazzo le dice di essere gay, lei le chiederà “Sei malato”. “No.”. “E allora mangia, a nonna, che sii tutto sciupato”.

Accogliere l’altro senza volerlo cambiare

Quindi è questo il dubbio: forse il mondo è complicato solo per chi lo ritiene complesso.
Per altre persone, per molte altre, tutto è più semplice. E fare i superiori, come certi politici, che parlano di analfabeti funzionali, di persone schiave della propaganda, di masse rincitrullite dai lavaggi del cervello mediatici, non ci rende né migliori né, soprattutto, in grado di vivere meglio.

È probabile, ma lo metto al condizionale perché, onestamente, non so veramente cosa pensare a proposito… dicevo, è probabile che invece di pretendere che gli altri ragionino come noi, dovremmo provare a capire qual è il loro punto di vista. Che tipo di preoccupazioni ha la signora che ritiene utile commentare un articolo dicendo che al mercato le mele costano meno, e di andarle a comprare lì? Cosa pensa? Perché lo scrive? O ancora meglio: non chiederci nulla, solo prendere l’informazione che riceviamo dall’altro.

Perché in effetti ho due possibilità, e in base a quella che scelgo, posso creare una realtà o l’altra:
la prima, quella che mi esce spontanea, è alzare gli occhi al cielo e pensare che questa signora non ha capito nulla;
la seconda, ed è quella che vorrei provare a scegliere, è disconnettere il commento da tutto il rumore di fondo e… darle ragione.
È vero, al mercato le mele costano meno. Punto.

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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La lettura: un atto di ribellione

Quanto si legge in Italia? Cosa si legge? E su quale supporto? I dati ISTAT descrivono una realtà in cambiamento, dove il libro sta diventando uno strumento di ribellione.

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I ribelli leggono i libri

Si sa, la lettura è una di quelle azioni che, all’inizio della nostra storia, viene insegnata prevalentemente a scuola, con i grossi e noiosi libri di storia, italiano, arte e tante altre materie.

Rimane così impressa nella nostra mente l’idea che lettura sia solo per scopi professionali ed accademici; di conseguenza, se prendo in mano un libro, è solo per un esame o una reale necessità.

Oltre a questo, fortunatamente, la lettura da semplice attività di insegnamento,potrebbe divenire una vera passione, un modo per continuare, detta in maniera semplicistica, ad allenare la mente.

Secondo l’ISTAT

Secondo dati ISTAT nel 2017 il 41% della popolazione italiana, dai 6 anni in su, ha letto almeno un libro per motivi che non derivano per forza dal sistema scolastico e lavorativo.

Gli stessi dati dimostrano quanto sia maggiormente interessata, e quindi lettrice, la popolazione femminile (47,1%) rispetto a quella maschile (34,5%).

La prima vera istituzione che insegna l’arte della lettura è proprio la famiglia: laddove ci sono entrambi i genitori che amano i libri e perseguono nella lettura anche i/le propri* figli* continuano questa tradizione con una percentuale dell’80% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni; se non si hanno entrambe le figure che dedicano del tempo a leggere la percentuale si dimezza del 39,8%.

Libro cartaceo o eBook?

In tempi di rivoluzione digitale, gli italiani preferiscono un libro cartaceo o un eBook?

Prima di passare alle statistiche, fermiamoci a capire cos’è e cosa significa avere un libro elettronico: un eBook è un libro in formato digitale e permette di essere letto in tutti quei dispositivi che ne supportano quella tipologia di file.

Per fare un esempio pratico: un eBook, per poter essere letto in un dispositivo Kindle di Amazon, deve essere nel formato mobi, a differenza di altri competitor che possono leggere gli eBook in formato epub.

Ci sono quindi diverse possibilità di leggere in maniera “paperless”, ovvero senza carta.

Sempre secondo i dati ISTAT, un/una ragazz* su 5 con età varia dai 15 e 24 anni, legge questa tipologia di libri, dovuta proprio al fatto di essere un “nativo digitale” e quindi considerare più immediato e comodo il fattore libro elettronico.

Libri contro social

I dati dimostrano un risultato certo: gli/le italian* leggono poco e lo fanno sempre meno.

Non si tratta più della questione formato del libro, cartaceo o digitale che sia, ma da qualcos’altro che ha catturato la nostra attenzione e ci ha letteralmente rapit*, sto parlando della tecnologia e dei social.

Infatti, i dati di wearesocial.com, in collaborazione con Hootsuite, dimostrano statistiche nettamente diverse rispetto alla lettura citata nelle righe precedenti.

Quasi 55 milioni di italiani hanno la connessione ad Internet, quindi 9 persone su 10 accedono alla rete.
35 milioni sono le persone del Bel Paese registrate ad un social network e attive tramite le stesse piattaforme.
E i social sono la fonte d’informazione primaria dei più giovani (il 43% della generazione Z si informa esclusivamente sui social contro il 35% che legge le notizie sui siti di informazione).

Fotti il sistema, leggi

I numeri parlano chiaro, più persone accedono alla rete e meno si dedicano alla lettura; d’altronde leggere è un qualcosa che conviene fare in posizione ferma, comoda e rilassata mentre i social sono l’antitesi dell’immobilismo, rappresentano la velocità, l’immediatezza con una validità dei post che può realmente “scadere” dopo pochi minuti.

Sono una enorme macchina “mangia dati” che ne richiede sempre di più; io la immagino simile alla grande struttura che sfrutta i lavoratori presenti nel fim Metropolis del 1927.

Tutto questo discorso mi fa scattare in mente una scritta su un muro per me molto rappresentativa, per quanto questo genere di street art, se così vogliamo chiamarla, a me proprio non piaccia: “fotti il sistema, studia”.
Una frase così, scritta su un muro, cioè l’immagine opposta a quella che può essere la rappresentazione collettiva dello studio in una biblioteca o dentro una classe, mi ha rapito e l’ho fatta mia.

Usare le stupende biblioteche che abbiamo nelle nostre città, fermarsi e perdersi nell’universo delle parole e delle frasi è la forma più scomoda e discostante che possiamo adottare nella nostra vita.

Ecco quindi che nell’era della globalizzazione, un atto molto più ribelle che uscire da tutti social, è proprio leggere.

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Lavorare per vivere (e non il contrario)

Scegliere la vita che si vuole significa prima di tutto decidere che spazio dare al lavoro e con che modalità affrontarlo. I consigli della Identity Coach.

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Donna al lavoro

Ogni giorno una freelance si sveglia e si fa in quattro per sbarcare il lunario.
Per molte persone l’azienda è uno one (wo)man show: non ci si può permettere di perdere neanche un colpo, neanche una deadline, neanche un cliente. Per lo meno, se si ha l’intenzione di chiudere l’anno in attivo.

Mi rivolgo soprattutto a queste persone che hanno fatto del lavoro indipendente la loro unica fonte di sostentamento, ma credo che anche molte altre possano ritrovarsi: infatti, vorrei riflettere con voi sul fatto che lavoriamo “perché bisogna farlo”.

Le mie clienti mi dicono spesso frasi come:
Lavoro un paio d’ore dopo cena e poi sono troppo stanca per fare altro e vado a letto” oppure “Sì, lo so, avevamo deciso che mi sarei svegliata prima per fare colazione con calma ma ne ho approfittato per rispondere a qualche e-mail”.

Come coach, io tendo a rispondere con un moderato “Parliamone…” che però, nella mia testa, era partito come un “No, no, no e poi no”.

La fregatura più grande: il lavoro nobilita l’uomo

Ah, perché? Mandare avanti una vita di coppia sana ed armoniosa non ci nobilita?
Passare del tempo a studiare, crescere, viaggiare, fare esperienze… non ci nobilita?

E di contro, se trasformiamo il lavoro che abbiamo scelto nella nostra arma letale, questo cosa fa di noi?
Personaggi del Cluedo, alla meglio. La signorina Giulia, in ufficio, con il Modello 730.

Questo vuol dire che il più bel lavoro del mondo non stufa mai? Certo che sì. Normalizziamo questo fatto: ogni attività comporta delle cose fastidiose da fare, ed è normale trovarsi a voler mandare a quel paese una decina di persone alla volta, ogni tanto. Enfatizziamo: ogni tanto.

In quale scenario vogliamo essere?

Bisogna trovare la quadra e capire in che scenario siamo o, per lo meno, vorremmo essere.

Scenario A:
Il lavoro è organico alla vita, e quindi include e facilita le cose che sono importanti per noi.

Un esempio di questo scenario può essere quello della mia cliente L, che ha lasciato un lavoro che detestava per dedicarsi ad un altro che sa fare bene, che le piace e che può fare da casa, facendo vedere ai suoi tre pargoli che si può scegliere!

Quando è venuta da me, L voleva un po’ di aiuto nel reintegrare le altre parti della vita che erano rimaste indietro: la vita di coppia con il marito, il tempo libero, i momenti di studio per migliorarsi nella sua attività. Insomma, un po’ tutto a parte il lavoro. E così abbiamo fatto.

Ci siamo riuscite non perché io l’abbia ipnotizzata con magici incantesimi, ma semplicemente perché L aveva capito la parte più importante: la vita è il nostro parco giochi, e sta a noi darle la forma che desideriamo.
Con i nostri giochi e insieme alle persone che scegliamo noi, e se qualcosa o qualcuno va bene per i parchi degli altri non è detto che debba andare bene per il nostro.

Scenario B:
Il lavoro è la nostra principale fonte di gioia e preoccupazione.

In questa situazione, spesso lasciamo che i risultati lavorativi ci definiscano come persone, facendo sì che la nostra immagine di noi stesse sia trascinata a destra e a manca da fattori sui quali non abbiamo il controllo.

Attenzione: in questo scenario si può anche avere successo. Talvolta molto, visto l’impegno e la mole di lavoro che si è disposte ad affrontare.
Peccato che il prezzo sia un’anima stracciata, che non ha posto per quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta e che il denaro potrebbe anche rendere più facili.

La buona notizia qui è: si può sempre scegliere.
La cattiva notizia invece è che si può sempre cambiare scenario, e se non stiamo attente il rischio e di ricascare sempre nel secondo.

E tu, in che scenario sei?

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