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Gli analfabeti funzionali esistono solo se li creiamo noi

Un commento che non c’entra nulla sotto un post: una situazione comune, che ci fa sorridere o arrabbiare; ma se il valore di quel commento fosse legato unicamente all’interpretazione che gli diamo?

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Oggi ho avuto una illuminazione. E un grosso dubbio, che sento di dover condividere.
Ma devo cominciare un po’ da lontano, perché è una storia sempre un po’ diversa ma che si ripete in modo simile, per cui ho bisogno di fare qualche esempio concreto.

Rappresentare un concetto con un’immagine

Tutto inizia con la pubblicazione di un articolo su Purpletude e il conseguente lancio sulle piattaforme social, in particolare Facebook.
Chi gestisce una rivista o un blog sa bene che le fotografie di illustrazione non si possono scaricare dove e come si vuole: molto spesso sono immagini soggette a diritto d’autore e pubblicarle senza autorizzazione è illegale.
Per questo, ci sono dei siti che hanno delle banche dati piuttosto ampie di foto “royalty free”, ovvero che sono messe a disposizione gratuitamente, solitamente con la richiesta di citarne autore e fonte, ma a volte neanche quello.

Questi siti, come ad esempio Pixabay o Unplash, sono veramente utili; l’unico problema è che non sempre hanno una scelta tale da corrispondere al 100% al tema dello scritto. Per questa ragione, ma anche per suggerire un minimo di evocazione e di curiosità nell’articolo, spesso scegliamo foto simboliche.

Non sempre la scelta è azzeccatissima o immediata. In francese c’è questa espressione che in italiano non esiste, “second degré“, e che indica un significato più sottile di quanto una cosa possa sembrare a primo acchito. Una specie di sotto-significato, che di solito o è ironico o simbolico. Un po’ come la freccia nel logo di FedEx che, quando finalmente la noti, dici “Oooh” e apprezzi la finezza (è tra la E e la X, per chi non ci avesse mai fatto caso). Una roba del genere.

Ecco: quindi ogni tanto le immagini che scegliamo vanno interpretate.
E qui cominciano i problemi

Un breve florilegio di commenti

La foto seguente illustrava un articolo che poneva l’accento sul problema della qualità nei servizi a basso prezzo: la tesi, in pratica, era che difficilmente puoi offrire un buon servizio quando fai prezzi al ribasso.
L’immagine scelta è quella di un consumatore che paragona due mele (si dice: paragonare mele con mele, non mele con pere). L’idea è che i due servizi sembrano uguali e ci si domanda quali siano le differenze.

Caro e costoso non sono la stessa cosa.

Ora, i commenti ai post di Facebook su questo articolo sono di questo tenore (riportati pari pari):
“CERTO BASTA CAMBIARE NEGOZI E I PREZZI SONO DIVERSI ..AL MERCATO COSTANO MENO…”
Chi ce n’è rimette è solo l agricoltore”.

Altro esempio:
titolo e immagine sono un tantino provocatori: “Rappresentare i problemi con i tarocchi di Marsiglia” con l’immagine seguente:

L’articolo non parla né di divinazione né di servizi a pagamento: l’autore spiega che le carte come i Tarocchi possono essere usate anche per esemplificare un problema, come si potrebbe fare pure con figurine, o soldatini, o pezzi di Lego. Hanno dei caratteri simbolici che servono a rappresentare una situazione che, una volta resa “fisica”, diventa più comprensibile ai nostri occhi (e a quelli del nostro cervello – e detto per inciso l’autore è un medico).

Ecco i commenti:
“Nessuno è più potente della volontà di Dio”
Ladri falsi e ipocriti…. Ciarlatani…”
“Ancora ste cretinate…ma andate aff….TRUFFATORI!”

Reazioni tali che diversi lettori si sono sentiti in obbligo di rispondere ai commenti di questo tipo, spiegando di cosa parlava l’articolo e dando la loro opinione sull’aspetto simbolico delle carte. Anche tra i commenti ai commenti, però, sono spuntati altri ammonimenti:

“Solo la volontà di Dio!!!! È Peccato fare i Tarocchi, spalanchi le porte l’inferno,non capite che vi ingannano.”

E potremmo andare avanti con altre decine di esempi.

Ridere dell’ignoranza altrui?

Ora, dove nasce il mio dubbio?
Devo fare un’altra curva narrativa: vi chiedo la pazienza di seguirmi ancora qualche riga.

Al di là della prima reazione di stupore, questi commenti mi fanno ridere.
E come ogni cosa che fa ridere, ho tendenza a condividerla. Allora mi è capitato di fare degli screenshot e inviarli nel gruppo degli autori di Purpletude. È un fenomeno che esiste anche sugli stessi social media, dove ci sono siti specializzati nel postare commenti assurdi di altri utenti. E farsi quattro risate o versare insieme qualche lacrima.

Anche le nostre, di reazioni, variano da persona a persona: c’è chi si fa una risata, chi un po’ si arrabbia con esternazioni del genere “ma almeno hanno letto l’articolo?!”, altri che si spingono a fare interpretazioni socio-economiche e citano studi sull’analfabetismo funzionale, altri invece che rimangono in silenzio.

E io cosa dico?

Io ho un solo pensiero fisso: “Questa gente vota”.

Come si può pretendere che una persona che non è in grado di capire elementi base di un testo abbia le capacità di districarsi e farsi un’opinione propria su argomenti mille volte più complessi, come la problematica delle migrazioni, dell’emergenza climatica, delle questioni di genere?

E non parlo di capacità cognitive: ma proprio di tipo informative. Non è una questione di intuire come funzionano le cose, si tratta di documentarsi, di leggere, di capire ciò che dicono i documenti, la giurisprudenza, i giornali; ci vuole un allenamento all’utilizzo dei dati e l’abitudine a fare la verifica delle fonti. Si deve essere attenti all’interpretazione delle parole (soprattutto quando a parlare sono politici abili nella manipolazione).

Ecco, ieri pomeriggio, mentre mi ripetevo proprio queste cose, mi è sorto un dubbio. Sì, il famoso dubbio della prima riga.
E se avessero ragione loro? Se il mondo complesso in cui ho l’impressione di vivere in realtà è solo complicato dalla mia capacità di vedere delle problematiche dove non ce ne dovrebbero essere?

Ufficio complicazione cose semplici

Le migrazioni?
L’emergenza climatica?
Le questioni di genere?

Esistono, certo. Però, per fare un esempio semplice, la questione dei migranti è diventata un problema perché qualcuno si è messo a difenderne il principio e qualcun altro si è messo ad ostacolarlo. L’Italia non è veramente invasa dai migranti: ci sono flussi migratori, questo sì, che vanno gestiti; ma se oggi ne parliamo ogni giorno è perché è diventato un simbolo del dibattito politico.

Ma di per sé non è un fenomeno ideologico, è solo una questione pratica: gente che si sposta in un altro Paese alla ricerca di una vita migliore. Come li gestiamo?

Non posso togliermi di dosso né i miei studi né le mie conoscenze, per cui mi è difficile liberarmi da questi occhiali che rendono macro delle situazioni che forse macro non sono. Quando poco fa ho scritto “simbolo” subito ho pensato al suo contrario: “syn + bolo”, dal greco antico “che unisce”, mentre “ciò che separa” è dia-bolo. Il diavolo, simbolicamente quello che impedisce l’armonia, la possibilità di unione, di completezza.

E mentre lo pensavo, una parte di me mi lisciava il pelo sussurrandomi “wow, che cultura” mentre un’altra parte mi gridava nell’orecchio “wow, e allora?” (in una versione più colorita, però).
Capite il dubbio? Il mio dubbio?

La complessità esiste o la creiamo?

Abbiamo tendenza a dare dell’ignorante in maniera molto veloce a chi non capisce qualcosa.
Spesso gli stessi ignoranti danno dell’ignorante ad altri.

Nello stesso modo io posso stupirmi che qualcuno non abbia capito un articolo, o abbia mal interpretato una fotografia, ma in realtà questo accade solo perché la mia cultura mi permette di elaborare un secondo significato (le second degré) di quella informazione. Non vi fa pensare a nulla?

A me è venuto in mente il famoso esperimento del paradosso del gatto di Schrödinger: un gatto chiuso in una scatola con una sostanza tossica che potrebbe attivarsi oppure non attivarsi, e questo noi non lo sappiamo, né lo possiamo verificare, ad esempio tramite l’osservazione, perché la scatola è oscurata e insonorizzata.
Questa rappresentazione della realtà porta a un paradosso: c’è una possibilità che il gatto sia morto e c’è una possibilità dello stesso valore che il gatto sia vivo. Quindi, in quel preciso istante, il gatto è sia morto che vivo, perché entrambe le possibilità sono vere.

Cosa farà la differenza? La nostra osservazione: nel momento in cui vedremo che il gatto è vivo, non sarà più morto.

Allo stesso modo, quando scrivo un articolo sull’importanza dell’inclusione, della diversity e del rispetto della donna, sto validando il fatto che la questione di genere sia un problema. Prima di parlarne, di scriverne, non lo era: in quanto osservatore, vedo realizzarsi solo una delle due alternative (è un problema / non lo è; esiste / non esiste), perché io stesso faccio parte di uno dei due possibili stati dell’intero (ovvero: è un problema E non lo è; esiste e NON esiste).

L’innocenza dell’ignoranza

È un pippone filosofico, lo so, e, mentre ne scrivo, capisco di contraddire la mia stessa tesi: non dovrei essere qui a parlare di questo argomento, perché in qualche maniera contribuisco a crearlo.

Forse il fatto di aver dato significati a ogni aspetto delle nostre relazioni, della nostra società… il fatto di essere ossessionati dal bisogno di capire come funzionano le cose, cosa pensano le persone, cosa pensano di noi le persone… forse tutto questo non ha fatto altro che allontanarci da uno stato naturale in cui dovremmo vivere la nostra vita.

Pensiamo allo stereotipo del ragazzo gay, che vive in una piccola comunità, e che è terrorizzato all’idea di parlare della propria omosessualità con la sua famiglia. Emigra in una grande città, mettiamo Milano, fa le sue esperienze, magari vive la sua prima storia d’amore seria. E a un certo punto decide che è il momento di fare coming out.

La sua nonna novantenne e contadina, in teoria, non ha gli elementi per comprendere la complessità di una situazione di questo tipo. È probabile che quando veda due gay in televisione neanche veramente capisca che si tratta di due persone che si amano e che vanno a letto insieme. Eppure, proprio perché non fa parte del problema, proprio perché la cosa è così lontana dalla sua concezione, nel momento in cui il ragazzo le dice di essere gay, lei le chiederà “Sei malato”. “No.”. “E allora mangia, a nonna, che sii tutto sciupato”.

Accogliere l’altro senza volerlo cambiare

Quindi è questo il dubbio: forse il mondo è complicato solo per chi lo ritiene complesso.
Per altre persone, per molte altre, tutto è più semplice. E fare i superiori, come certi politici, che parlano di analfabeti funzionali, di persone schiave della propaganda, di masse rincitrullite dai lavaggi del cervello mediatici, non ci rende né migliori né, soprattutto, in grado di vivere meglio.

È probabile, ma lo metto al condizionale perché, onestamente, non so veramente cosa pensare a proposito… dicevo, è probabile che invece di pretendere che gli altri ragionino come noi, dovremmo provare a capire qual è il loro punto di vista. Che tipo di preoccupazioni ha la signora che ritiene utile commentare un articolo dicendo che al mercato le mele costano meno, e di andarle a comprare lì? Cosa pensa? Perché lo scrive? O ancora meglio: non chiederci nulla, solo prendere l’informazione che riceviamo dall’altro.

Perché in effetti ho due possibilità, e in base a quella che scelgo, posso creare una realtà o l’altra:
la prima, quella che mi esce spontanea, è alzare gli occhi al cielo e pensare che questa signora non ha capito nulla;
la seconda, ed è quella che vorrei provare a scegliere, è disconnettere il commento da tutto il rumore di fondo e… darle ragione.
È vero, al mercato le mele costano meno. Punto.

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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La donna con le palle conquisterà il mondo (o anche no)

I rapporti fra uomo e donna (anche formali) sono spesso complicati perché non siamo consapevoli di come si presentano l’energia maschile e femminile

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donna forte

Interno. Giorno.
Cooperativa fiorentina.

Lui è alto e moro, uno psicologo del lavoro che sta spiegando delle cose ovvie a una Life Coach ricciuta, le cui sopracciglia si stanno alzando oltre il livello di guardia.

Lui smette di parlare dopo aver detto: “capito cara?” alzando anche lui il sopracciglio, ma con fare affascinante.

Lei: “In effetti lo sapevo, ma la mia domanda era un’altra”
Lui: (non chiede qual era la domanda ma ricomincia a parlare)
Lei: “Ti interrompo perché rischiamo di uscire dal seminato, potrei sapere X e Y?”

Lei sono io.
Questa scena è avvenuta pochi mesi fa, in un contesto nel quale volevo aderire ad un’iniziativa del Comune e mi sono sorbita una spiegazione di come funziona la vita che non avevo mai chiesto.

Potrei buttarmi in un’invettiva sul mansplaining, termine creato apposta per descrivere come alcuni maschi tendono a trattare le donne come se fossero delle cerebrolese… ma vorrei andare oltre.

Uno dei motivi principali per i quali i rapporti fra uomo e donna (anche formali) sono così complicati, è che raramente siamo consapevoli di come si presentano l’energia maschile e femminile.

Provo a fare un riassunto, tenendo presente che sebbene tutti abbiamo un po’ di maschile e di femminile in noi, l’energia preponderante è una sola.

Attenzione: esistono uomini con energia femminile preponderante e viceversa.
È comunque vero che il sesso biologico influisce su questo per un discorso puramente ormonale.

Queste energie possono essere sane o “ferite”. La spiegazione di questo richiederebbe un approfondimento, ma per adesso basti sapere che la ferita deriva da un insieme di traumi (anche piccoli) e da informazioni personali e culturali errate di cosa voglia dire essere maschio e femmina.

L’energia maschile sana è presente, strutturata, capace di mantenere lo spazio per ascoltare e riesce e prendere delle decisioni con facilità e prontezza.

L’energia maschile “ferita” è dominante e manipolativa, tende a rimuginare ma anche ad usare troppo la forza e ad essere controllante.

Hai presente quegli uomini ai quali vorresti dire di farsi vedere da uno bravo? Ecco, loro.

L’energie femminile sana è espressiva ed intuitiva, connessa con i propri sentimenti e capace di connettere e creare.

L’energia femminile “ferita” è codipendente, tende a scusarsi e a vergognarsi o sentirsi inadatta. Spesso spiega delle cose che non avrebbe bisogno di spiegare e non mette protezioni fra sé ed il mondo.

Si capisce come le due identità ferite possano incontrarsi e formare rapporti malsani, vero?

C’è di più: sia uomini che donne, anche quelli con un’energia sana, se stressati possono mettere su una maschera di energia opposta, creando ancora più confusione.

Purtroppo non è mai così chiaro nella vita di tutti i giorni.

Anche sul lavoro questi incontri diventano giochi al massacro in cui le due energie, invece di nutrirsi a vicenda, inaspriscono le ferite l’una dell’altra.

Cosa fare?
Per le donne è necessario smettere di provare a conquistare il mondo a colpi di testosterone.

È vero che lo stereotipo di persona di successo è ancora puramente maschile ed abbiamo pochi modelli di riferimento. Un po’ una fregatura, ma anche un onore diventare noi stesse i punti di riferimento per le Donne del futuro – perché possano arrivare dove vogliono senza snaturarsi. Giusto?

La nostra forza risiede nell’intuizione e nell’osservazione delle dinamiche.

Nel libro di Christine Northup “Women’s Body, Women’s Wisdom” ci sono decide di esempi su come dottoresse e scienziate siano riuscite ad avere successo in un mondo prevalentemente maschile accettando di funzionare in modo diverso, e rifiutando di essere costrette nei tempi e modi dettati dall’ambiente in cui lavoravano.

Come? Accogliendo la realizzazione di aver bisogno di lavorare in modo diverso (e qui dipende da settore a settore) e lasciando andare la paura di essere giudicate.
Essendo se stesse, hanno raggiunto l’eccellenza.

Per gli uomini, il mio suggerimento è sempre quello di accettare il fatto che anche voi potreste essere feriti, non equipaggiati, che potreste aver bisogno di esplorare argomenti che vi sembrano scontati.

Potreste scoprire che siete più affascinanti così, senza troppe sovrastrutture “maschie” messe lì perché lo fanno tutti.

Una volta apprese queste dinamiche, esse tornano utili in tutti i campi della vita perché ci permettono di:
• giocare “nel nostro campo” con gli strumenti che la natura ci ha dato;
• attrarre individui con un’energia sana, che possano nutrirci invece di farci girare le scatole.

Io comunque alla fine l’ho presa con filosofia.
Ricordiamoci sempre che le ferite altrui non sono nostre da rammendare.

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Sappiamo unire i puntini?

Vorresti un Lavoro migliore, subito, una bella casa, una famiglia che non dia problemi, ma non è possibile: non ce la puoi fare… e ti racconti questa storia più volte al giorno: “era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”

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unire i puntini

Connecting dots, unire i puntini, è stato reso famoso da Steve Jobs.
Jobs si riferiva alla capacità di costruire il nostro destino unendo idee, concetti, fatti che le altre persone non sono in grado di vedere.
Io penso ad altri puntini: a noi.

Ognun* di noi è un puntino, una goccia nel mare, apparentemente incapace di produrre Cambiamento, di costruire qualcosa che sia destinato a restare, a resistere al Tempo.

Spesso ci affanniamo a cercare i puntini di Steve Jobs, senza guardarci allo specchio.Anche noi siamo puntini, privi di significato se non diventiamo i nodi di una Rete.

Forse abbiamo letto troppi fumetti della Marvel da piccoli, o siamo stati influenzati dagli eroi della letteratura, San Giorgio e il Drago, Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, D’Artagnan e i Tre Moschettieri,…
Ci vediamo come personaggi soli ed eroici ad affrontare le insidie del Mondo, del Mondo del Lavoro.

E perdiamo di vista il Plurale, spesso anche il Femminile, nelle nostre narrazioni.

Eventi

Ho vissuto e incontrato molte Solitudini.
Mi hanno lasciato tanto tempo per riflettere e poche idee.

Recentemente ho fatto una scelta: provare ad unire i puntini, le Persone.

Ho affrontato le tipiche paure da introverso: la paura del rifiuto, la paura di ritrovarmi da solo, la paura di non reggere il peso, di chiedere troppo, di dare fastidio; tutto l’armamentario che noi persone introverse utilizziamo per darci delle scuse per rimanere chiuse nel bozzolo.

Ho smesso di incontrare Solitudini ed ho iniziato ad incontrare Persone.
Ogni volta, nel giro di pochi minuti, ho visto nascere piccole Comunità.
Ho visto Idee iniziare a trasformarsi in Progetti.
Ho visto Paure trasformarsi in Speranze, in Obiettivi.

Bias di conferma

È il nome di un fenomeno psicologico. Bias in italiano si potrebbe tradurre Polarizzazione:
quando crediamo in qualche cosa, tendiamo a dare peso a ciò che ce la conferma e poco peso a ciò che la smentisce.

In parte è anche il fenomeno che aiuta a diffondere viralmente le fake news: ripeti tante volte una menzogna e nessun* saprà distinguerla dalla realtà.

Subiamo un tale lavaggio del cervello sul fatto che tutto va male, che tutto peggiora, che la maggior parte delle persone attorno a noi sono false e male intenzionate, da perdere di vista la realtà.
Guardiamo ai numeri assoluti, senza renderci conto che, in un mondo in crescita, crescono anche le eccezioni negative, e finiamo per confonderle con la norma.

Restiamo sorpres* quando buchiamo la bolla informativa in cui ci siamo rinchius*, quel gruppo di persone che confermano le idee che abbiamo, e scopriamo che il Mondo è molto più vario.
Sono uscito dalla mia bolla, dalla mia affollata Solitudine, ed ho scoperto un Mondo di Persone scoraggiate, ma ancora piene di Sogni.

Fare comunità

È vero: potremmo unire i puntini da soli e produrre innovazione, ma non è più entusiasmante annodarci, amalgamarci, unire le nostre Competenze e produrre Cambiamento?

Ci siamo talmente concentrat* sulla Tecnica, da dimenticare la Persona, l’Emozione, le cose calde della Vita, quelle che producono quella sensazione che in Danimarca è chiamata Hygge, e che ha un termine in ognuna delle lingue scandinave.

Noi non abbiamo un termine corrispondente forse, ma non potremmo parlare di Benessere?
Anzi di BenEssere: Bene ed Essere.

Perché, in un mondo complesso, problematico, pieno di cose complicate, non introduciamo un elemento di semplicità? Puntiamo a stare Bene, ad essere più Felici.

Sembra un’Utopia. Chi ha dato una valenza negativa al termine Utopia? Anche se non potremo mai pienamente raggiungere un Obiettivo, perché non impegnarci per avvicinarlo il più possibile, soprattutto considerando che è un Obiettivo ampiamente condiviso? chi è che vorrebbe realmente darsi da fare per stare Male ed essere Infelice?

Obiettivi condivisi

Vorremmo tutto e subito: un lavoro appagante, una relazione sentimentale riuscita, ambienti di vita confortevoli, la possibilità di soddisfare ogni nostro Desiderio.
E, poiché non riusciamo ad avere tutto e subito, ci diciamo che non è possibile.
Siamo arrivat* a pensare che sia necessario fallire per ottenere risultati.

Invece basterebbero Pazienza e Perseveranza, quelle caratteristiche che permettono alle formiche di ottenere risultati inconcepibili.
Le formiche sono puntini, che si uniscono nel costruire Comunità. E quando le Comunità diventano troppo affollate, si sdoppiano, senza distruggersi a vicenda.

Come formiche, possiamo accumulare e condividere Cibo per la Mente, Idee, Obiettivi, Sogni, Utopie.

È stata la Storia del genere Homo. È la storia delle Idee Vincenti: nessuna Idea sopravvive se non diventa un Progetto, un Oggetto (materiale o del Pensiero) che si diffonde, che si allarga.

Devo, non posso, non riesco:

sono verbi che usiamo per allontanare da noi la responsabilità di Scegliere, il rischio di Scegliere.
Siamo diventat* così allergic* alla Scelta ed al Rischio che comporta, che cerchiamo scorciatoie.
Non vorremmo più il Rischio neanche nel fare Impresa.

E consideriamo un’impresa la realizzazione di qualsiasi proposito.

Proposito, proposta

Diciamocelo: se accettiamo l’immagine che ci viene proposta dai media, dai tanti contenuti virali non verificati, possiamo solo accettare l’idea che non ci sia nessuna Speranza, e che l’unica speranza sia una botta di Fortuna: la scorciatoia delle Lotterie, dei Like, dei 15 minuti di Celebrità.

Possiamo non accettare. Vogliamo non accettare?
Vogliamo sgombrare il terreno dalle Scuse e darci dei Propositi?

Lei si è laureata dopo i 50 anni, lavorando e accudendo tre figli, da single; lui si è laureato attorno ai 40 anni, portando avanti due lavori part-time, 7 giorni alla settimana.

Io avrei detto “non è possibile”, prima di incontrare loro. Loro lo hanno fatto.

Corsi serali, corsi a distanza, corsi nei fine settimana: tutte possibilità che non esistevano nella nostra vecchia visione lineare della Vita: si nasce, si cresce giocando, si diventa adult* studiando, si diventa vecchi* lavorando, ci si riposa in pensione.
Oggi la Vita è ciclica, è variabile, è imprevedibile: va avanti chi è adattabile, chi non si sente mai arrivat*.

La mancanza

Sì, c’è qualcosa che manca: una Visione di Sistema, che guidi la Politica ed il Governo, del Sistema Italia e dei Territori.
Gli Enti preposti sono ancora prigionieri della visione lineare: se hai 40 anni, 50 anni, 60 anni, ti mettono in parcheggio; cercano di inventare “deviazioni” lineari per farti tornare sul percorso verso la pensione.
E noi che abbiamo superato i 40, siamo spesso preda di Angoscia per il Futuro, quando non ci siamo già etichettat* come Inutili e Senza Speranza.

Non ci illudiamo: difficilmente la Soluzione ci verrà dall’alto.
Siamo noi a dover uscire dal bozzolo dei “devo”, dei “non posso”, e riprendere in mano il nostro Cammino, disegnare nuovi Sentieri, costituire Tribù, scrivere i nostri Patti di Comunità, le nostre Regole, ripartendo dal piccolo, dal locale, dai tanti puntini che compongono le Reti Sociali di cui siamo parte (non mi riferisco ai Social Network, ma alle reti fisiche di contatti, le nostre rubriche old-style: parenti, amic*, conoscenti, collegh* ed ex-collegh*: le facce che hanno affollato i nostri anni).

Qual è il mio scopo?

È la domanda da cui partire, la Vision: cosa voglio fare nella Vita, cosa voglio fare nel Lavoro?
E poi la Mission: come voglio realizzare nella Vita la mia Vision, come voglio realizzare la mia Vision nel Lavoro?

Sembra un esercizio futile? Sei in grado di rispondere a queste domande? Sei in grado di allineare quello che fai alle risposte a queste domande?

Lo so: era tutto più semplice quando c’era qualcuno da fuori che ci dava i compiti, quando avevamo una mamma ed un babbo che ci dicevano ancora cosa fare (cosa dici? lo fanno ancora?), quando il maestro e la professoressa ci davano i compiti, quando ci guidavano i sacerdoti delle Religioni e delle Ideologie.

Ora ci siamo svegliat* e ci siamo ritrovat* in alto mare, con le onde che ci sbatacchiano e nessun senso di direzione.
Nessun* conosce realmente la rotta (spoiler: non la conoscono neanche i guru).

Possiamo rimanere ancorat* al nostro relitto, sperando che le correnti ci portino a casa, o metterci insieme alle altre vittime del naufragio, e costruire un’imbarcazione più stabile ed accogliente: si chiama Libero Arbitrio, la Libertà che non siamo abituat* ad avere.

Ho trovato tant* compagn* di viaggio, quando ho cominciato a cercare, ed insieme la sponda non sembra più così lontana, e forse non è neanche così importante: ora mi godo il Viaggio.

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Treding