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In arrivo Goodify: la rete marketing che sostiene il sociale

A Bolzano nasce una start-up che vuole migliorare la vita degli altri attraverso gli acquisti.

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La parola “marketing” viene automaticamente associata, nell’immaginario comune, a qualcosa tendente al negativo. Una persona che vi propone un progetto o una collaborazione in ambito marketing, infatti, viene percepita, alla stregua di un rappresentante commerciale, come qualcuno che ha come obiettivo primario quello di fare soldi per se stesso, magari promettendovi guadagni concreti quando in realtà la probabilità di successo è bassa. In sostanza, una mezza truffa.

Fortunatamente però c’è anche chi al marketing sceglie di associare obiettivi sociali. È il caso di Goodify, detta anche “la community degli angeli”: si tratta di una rete che permette di far del bene ad un’associazione a noi cara senza spendere un solo euro, il tutto grazie esclusivamente ai nostri acquisti. Come funziona? Attraverso tre “attori” in gioco: le aziende/negozi, i clienti e le associazioni che scelgono di aderire. Facciamo un esempio più concreto per capire meglio…

La mia cartoleria sotto casa decide di aderire al circuito Goodify, così si iscrive alla piattaforma e attacca alla propria vetrina l’apposito segnalino “con l’aureola”. Ogni volta che io andrò ad acquistare dei prodotti in quella precisa cartoleria (o in qualunque altro negozio che ha scelto di iscriversi alla piattaforma), potrò fare una foto allo scontrino della spesa appena effettuata per poi caricarla sulla piattaforma Goodify: l’1% dell’importo speso verrà trasferito, sotto forma di donazione, ad un’associazione scelta da me (purché si sia anch’essa iscritta al circuito Goodify).

Al motto di “fai del bene, ti conviene”, questa iniziativa solidale permette, oltre a poter fare beneficenza senza spendere un solo euro (e a non costare niente nemmeno alle associazioni iscritte), di essere baciati dalla fortuna! I clienti che effettuano la spesa nei negozi del circuito Goodify, infatti, ogni volta che caricano uno scontrino sulla piattaforma (e che quindi effettuano una donazione ad un’associazione) hanno la possibilità di vincere premi istantanei (meglio: buoni regalo instantanei).

Entrare a far parte della community è semplice e gratuito: basta registrarsi sul loro sito, sulla web app o attraverso l’app per smartphone (disponibile sia per Android che per iOS). Una volta iscritti si diventa “angeli” e saremo già pronti per effettuare i primi acquisti presso attività anch’esse con l’aureola, perciò potremo fotografare lo scontrino e giocarlo tramite il sito o l’app, donando così automaticamente l’1% di quanto speso ad un’associazione del cuore (e potremo vincere subito buoni regalo da spendere presso l’attività commerciale che ha emesso lo scontrino vincente). E non finita qui, perché anche Goodify, che è una Società Benefit, devolverà ogni anno l’1% del suo fatturato ad organizzazioni benefiche o cause urgenti!

Sono accettate nella community solo le Organizzazioni di Volontariato (OdV), le Associazioni di Promozione Sociale (APS) e le ONLUS efficienti e trasparenti. Le associazioni possono iscriversi liberamente oppure possono essere segnalate dagli “angeli”, diventando così parte della rete benefica. Lo stesso vale per gli esercizi commerciali, che possono richiedere autonomamente la partecipazione oppure possono essere suggeriti dagli utenti: sarà compito di Goodify contattarli e verificare il loro interesse. L’1% della donazione viene prelevato proprio dai negozi, che però trattandosi di donazione possono detrarre attraverso la dichiarazione dei redditi.

Perché un negozio dovrebbe quindi iscriversi a Goodify? Semplice: questo circuito promette di essere un’opportunità per aumentare il fatturato, fidelizzando la clientela ma soprattutto acquisendone di nuova. Insomma, un mezzo per fare business in modo responsabile, dato che è statisticamente provato che fare del bene ripaga sempre le imprese!

Sia chiaro, questo non è un articolo promozionale: a proposito di marketing, Goodify non ha pagato né me né Purpletude per raccontare il loro servizio. Quel che ci premeva dimostrare, è che anche il mondo dell’imprenditoria può sostenere il sociale quando diventa smart. Una scelta che, bene o male, possiamo fare tutti, basta solo rendere le nostre scelte più consapevoli.

Goodify verrà lanciato ufficialmente a Giugno!

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

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“Chiudi gli occhi e vola”: la storia di una pilota di aerei cieca

Un film-documentario racconta la storia straordinaria di Sabrina Papa, una donna cieca dalla nascita che ha realizzato il suo sogno di pilotare un aereo.

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Arriva dritto in finale della 59esima edizione del Globo d’Oro il docu-film “Chiudi gli occhi e vola” (con la regia di Julia Pietrangeli). Si tratta della storia di Sabrina Papa, romana e cieca dalla nascita, che grazie alla sua tenacia ha imparato a pilotare gli aerei frequentando uno stage organizzato da Les Mirauds Volants, l’Associazione Europea di piloti ciechi.

“Il miglior modo di aiutare un disabile è quello di non aiutarlo, così ce la caviamo da soli”.
Questa è una delle frasi emblematiche del film, facendo intuire quale sia lo spirito che riveste questo documentario, dove il pietismo e la compassione lasciano il posto alla forza delle proprie ambizioni.
Io da piccola volevo essere l’aereo, non il pilota. – racconta la protagonista del documentario -. Volevo proprio essere qualcosa che volava, ma non gli uccelli perché secondo me gli uccelli volavano troppo piano.”

Per questo motivo “Chiudi gli occhi e vola” è un racconto in grado di andare ben oltre il semplice superamento della disabilità e dei propri limiti fisici e sensoriali: è uno scorcio che intende mostrare concretamente la forza di chi è riuscito a vivere all’altezza dei propri sogni, arrivando fino a toccare il cielo dove a quanto pare non esistono barriere.

“Io rifiutavo tutto quello che ha a che fare con la cecità, con i ciechi, perché quando vedi che c’è qualcosa che tu non puoi fare perché non ci vedi, ti inc**zi eccome… e di brutto, anche!”. È così che scatta qualcosa che spinge ad andare oltre una stupida etichetta, ribaltando la prospettiva di ciò che si è e di ciò che si può fare o meno. Perché come dice uno dei piloti intervistati, quando le persone da terra sentono passare un aereo non possono sapere se chi lo comanda è cieco o meno: ecco perché “Chiudi gli occhi e vola” vuole annullare qualunque differenza.

Il film è prodotto da Human Installations, con la sceneggiatura di Frida Aimme, Kyrahm e Julia Pietrangeli. Tra le prossime proiezioni, il film prenderà parte anche al Festival Cineglobo in Svizzera, organizzato dal CERN di Ginevra (il centro di ricerca nucleare mondiale).

Il Globo d’Oro è un prestigioso premio della stampa estera in Italia, ad oggi considerato fra i tre più importanti premi italiani insieme ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento. Quest’anno sono arrivati in finale, insieme a “Chiudi gli occhi e vola”, anche i documentari “Butterfly” (Alessandro Cassigoli, Casey Kauffman), “Pugni in faccia” (Fabio Caramaschi), “The disappearance of my mother” (Beniamino Barrese) e “Selfie” (Agostino Ferrente).

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Non capisco se le ‘bambole disabili’ siano un bene o un male.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Non so se hai avuto modo di leggere la notizia che la Barbie si è ‘rifatta il look’ e che quindi il prossimo giugno esordirà sul mercato con la protesi alla gamba, ma anche in una versione sulla sedia a rotelle (dovrebbe far parte se ho capito bene della linea 2019 ‘Barbie Fashionista’).

Sai, l’ho fatta vedere alla mia bimba Alice di nove anni dicendole ‘Guarda, ti piace questa bambola?’. E lei mi ha risposto con estrema naturalezza: ‘Certo, come tutte quante le Barbie!’.
Ed io che mi aspettavo delle domande da parte sua, delle richieste di informazioni riguardo quella evidente (concedimelo) ‘diversità’, e invece…

Vorrei sapere tu cosa ne pensi di questo tipo di giocattoli. Possono essere utili davvero per fini educativi e di sensibilizzazione? Credi possano in qualche modo insegnare che la bellezza la troviamo oltre l’aspetto esteriore nonostante la Barbie sia ritenuta la bambola ‘bella’ da sempre? Oppure può esser visto da qualcuno come un giocattolo pietistico, compassionevole, quasi politically correct dato che si tratta di una bambola ‘ad hoc’ per delle categorie ‘protette’? Grazie per la tua risposta, Laura!”

Cara Laura, quella che tu mi poni è una domanda che (devo dire suscitando un certo stupore da parte mia) ricorre spesso in chi mi segue. È interessante come una mossa di puro marketing, soltanto perché associata alla disabilità, possa quasi “destare sospetti” e lasciare intendere chissà quale dietrologia, quando in realtà dovrebbe essere presa come tale: una scelta di mercato più inclusiva, così come un’azienda produttrice di telefoni sceglie di sfornare più modelli in modo da coprire tutte le fasce di prezzo e soddisfare qualsiasi tipo di cliente (leggi a questo proposito l’articolo di Giulia Viti sul marketing inclusivo). Di per sé, già in questo, non ci trovo nulla di male. Ma facciamo prima una doverosa introduzione!

La linea Barbie Fashionistas non è qualcosa di nuovissimo ma nasce qualche anno fa con l’intento di creare delle bambole “più reali”, e quindi più “per tutti”: Barbie con la pelle diversa dal classico colore rosa, oppure con forme fisiche e strutture corporee di vario tipo. Adesso, la stessa Mattel (l’azienda americana produttrice) ha dichiarato con una nota ufficiale:

“Come brand, possiamo elevare la conversazione intorno alle disabilità fisiche includendole nella nostra linea di bambole, per portare avanti una visione ancora più multidimensionale della bellezza e della moda.”

La nuova Barbie non sarà poi così diversa da tutte le precedenti, ma avrà semplicemente un corpo più snodabile che le permetterà così di sedersi su una carrozzina, oltre ad essere dotata di una rampa come fosse un qualsiasi altro “gadget”, sottolineando in questo modo anche l’importanza di abbattere le barriere architettoniche (d’altra parte, la casa delle Barbie dev’essere una casa per tutti, no?).

Questo tipo di bambole, come dicevo, non sono una novità: sempre più frequente, infatti, è l’inserimento anche nelle scuole di bambolotti “diversi”: oltre a quelli di colore, adesso, ci sono quelli con sindrome di Down, quelli con qualche arto in meno, con impianti cocleari in testa o, magari, con deambulatori vari contenuti nella scatola. Salvo casi eccezionali, giochi di questo tipo stanno ottenendo un buon riscontro soprattutto tra i più grandi che, in qualche modo, sperano di poter rendere i loro figli più consapevoli e aperti alla diversità.

In base a quanto detto fino ad ora, non posso che essere favorevole alla realizzazione di giocattoli con qualche disabilità, purché questa loro “caratteristica” non venga enfatizzata eccessivamente. Non sarebbe bello, anche in questo caso, stracciare “le etichette”? Quanto sarebbe figo se la neo-Barbie si chiamasse “Barbie” e basta, come tutte le altre sue sorelle? Allora sì che avremmo davvero incluso la disabilità nella società, accogliendola al punto da non notarla più!

In questo, tua figlia Alice ci fa sbattare dritto in mezzo agli occhi la realtà più bella: il fatto che alla fine i bambini sono i primi a dimenticarsi, dopo due secondi, di ciò che è distante da loro, trovando connessioni magiche. Senza dubbio, la lezione più educativa di qualsiasi marketing sociale (sempre e comunque apprezzabile).

E chissà, magari, per lo stesso motivo, molto presto vedremo reclamizzati alla televisione, sui giornali oppure online, questi (ma soprattutto altri) giocattoli, proprio da un bambino in carrozzina o con sindrome di Down. E sempre magari, in quel preciso istante, la prima cosa che ci verrà in mente sarà: “Guarda che bel gioco, questo Natale lo regalo a mia figlia!”.

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