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Sono guarita da depressione e bulimia mettendomi a testa in giù

A volte i problemi vanno affrontati da un punto di vista diverso. Alessia Cipriano l’ha fatto letteralmente, mettendosi a testa in giù. E ha scoperto di avere le risorse per affrontare le sue difficoltà.

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“La storia che state per leggere contiene qualcosa di importante per me. È la storia di ciò che mi ha guarita dalla depressione e dal mio rapporto malato col cibo, dalla bulimia nervosa.”

Inizia così la mail che Alessia Cipriano mi ha inviato con l’obiettivo di trasmettere il suo messaggio a più persone possibile per provare che si può guarire, non solo dai disturbi alimentari ma anche dalle situazioni di tristezza e solitudine. Perché, come dice lei, c’è sempre qualcosa in grado di farci ritrovare la versione migliore di noi in un modo che non ci saremmo mai aspettati: lei, ad esempio, lo ha fatto mettendosi a testa in giù.

“La mia storia inizia in un modo un po’ speciale: al contrario, nel vero senso del termine. Sarà che vedere il mondo da un’altra prospettiva mi ha letteralmente salvato la vita, o forse che grazie a questa idea si è creata una vera e propria community di persone che praticano letteralmente un nuovo sport. Forse entrambe le cose. Ma oggi voglio raccontarvi la storia delle inversioni.”

All’alba dei suoi ventisei anni, l’età in cui ci si affaccia realmente alla vita e si dovrebbe essere spensierati, si è abbattuto su di lei lo spettro della depressione e dei disturbi alimentari. Purtroppo non è stato facile uscirne e ogni tanto, ancora oggi, quel buio fa capolino nella vita di Alessia. Anche se, per fortuna, ha imparato ad affrontare tutto da un’altra prospettiva, appunto.

“La bulimia fa schifo. Purtroppo a volte viene sottovalutata perché non è visibile quanto l’anoressia. Ti mangia viva. Il cibo diventa il tuo tutto. Amore e odio. Il corpo si scava, ma non tanto quanto quello di un’anoressica per far sì che ti venga riconosciuta una malattia.”

Ancora più sconosciuta, mi racconta, è la bulimia nervosa. Non quella che mangi il riso a pranzo per poi vomitarlo subito dopo. Quella violenta: fatta di quintali di cibi ingeriti nella speranza di colmare un vuoto che poco ha a che fare con il cibo. Un vuoto famelico, che avrebbe bisogno di essere riempito d’approvazione e affetto, e che invece si cerca di colmare con lo zucchero dei dolci e con la pizza che, come se non bastasse, creano una dipendenza dalla malattia.

“Le bulimiche nervose non le vedi. Si nascondono perché si vergognano di mangiare così tanto. Si distruggono in solitudine. Nulla ha più senso. Tutto ruota intorno alle abbuffate. Ti ritrovi, in poco tempo, ad essere quasi totalmente invalida, prigioniera della tua testa e del tuo stomaco, al quale non riesci a dire ‘NO’. All’apparenza tutto va bene. Solo le ghiandole sempre gonfie ed il viso sformato lasciano trasparire le lunghe dodici ore passate sul water a vomitare quintali di cibo. È questo che deve cambiare. Il silenzio va rotto. Perché questi disturbi esistono e bisogna togliere dal buio le persone che ne soffrono.”

Complice la morte di uno zio, caposaldo nella vita di Alessia, e complice il fatto che stava vivendo lontano da casa, ha iniziato a sentirsi persa. Triste e completamente in balia dell’unica cosa che, appunto, amava e odiava di più allo stesso tempo: il cibo.

“Espormi e dire alla mia famiglia come stavano le cose pareva impossibile. È stato terribile. A volte avrei voluto che la morte mi prendesse, proprio come lo raccontano i film, solo che è successo a me. Le notti passate a vomitare in bagno mi hanno letteralmente distrutto la vita.”

Lo spiraglio di luce l’ha trovato quando si è fatta coraggio e ha confessato tutto a sua mamma, vergognandosi come non mai. Oltre che nel suo appoggio la vera cura l’ha poi trovata nello sport: Alessia ha un tatuaggio sul polso che ogni giorno le ricorda come questo per lei sia sempre stato fonte di vita. Ha sempre praticato il bodybuilding e anche nel periodo più oscuro le è stato fondamentale.

“Ad un certo punto della vita, però, sentivo di aver bisogno di un nuovo stimolo, di qualcosa di molto più profondo, che fosse sfidante e facesse lavorare i miei muscoli, ma che portasse dentro di me anche un messaggio di equilibrio, concentrazione, rilassamento, focus. Tutto quello che ho provato la prima volta che mi sono messa a testa in giù e con le gambe puntate verso il cielo.”

Equilibrio, appunto, è la parola chiave che le mancava e che ha ritrovato in quello che da lì a poco sarebbe diventato davvero importante per lei: la verticale. Se ci pensate bene la verticale è sempre esistita, in tutti gli sport: ginnastica, yoga, sport da combattimento, corpo libero, sport di strada… Da sempre un esercizio fondamentale, ma quello che ha fatto Alessia è stato estrapolarla per creare un mondo a sé.

“Un nuovo modo di intendere lo sport. Uno sport nuovo: le inversioni. Ho diviso questo percorso in tre step. Ho cominciato a studiare la verticale, a partire da quella sulla testa, a quella sugli avambracci, a quella sulle mani: l’handstand. Un giorno mentre ero nel bagno di un pub ho alzato gli occhi e subito il mio sguardo ha incontrato un libro intitolato ‘A testa in giù’. L’ho preso e ho cominciato a sfogliarlo: parlava di una donna bulimica e del suo percorso per una lenta guarigione, questo percorso ‘A testa in giù’ signficava ‘In giù, con la testa sul water’. Per me è stato propedeutico pensare che per me ‘A testa in giù’ non voleva dire ‘sul water’, ma in verticale. L’unico momento in cui mi sentivo ancora libera di essere me stessa.”

L’incontrato con quel libro non è stato casuale, Alessia lo capisce subito. E capisce così che non doveva tenersi tutto per sé: così ha condiviso sui social quello che faceva e alla gente è piaciuto. Velocemente ha visto gente da tutta Italia appassionarsi a questo mondo e, senza quasi accorgersene, sul profilo Instagram “Handstanditalia” sono diventati più di 10.000 i follower, con tag da tutto il mondo mentre sta in verticale. Su Facebook, poi, è nata “Handstand Italia Community”: una comunità di quasi 300 appassionati della verticale (ognuno a proprio modo) che ogni giorno si allenano con lei.

“Poi è arrivata la pubblicazione del mio programma, il primo in Italia per allenare l’addome con le inversioni, si chiama “Inversioni per l’addome”. Tutto in così poco tempo, e la cosa più bella è stata vedere come chi mi segue abbia sempre apprezzato quello che faccio, riempiendomi di foto e video mentre sono in inversione. Quello che mi dà ogni giorno forza e speranza è proprio ricevere i messaggi e i ringraziamenti da questa nuova comunità sportiva. Ogni parola che ricevo per me è oro e vita pura.”

Grazie a questo nuovo modo di vedere lo sport Alessia è riuscita a fare qualcosa per gli altri, al tempo stesso tornando a sentirsi di nuovo viva. Ma ovviamente non finisce qui: l’obiettivo primario è che le inversioni diventino uno sport vero, per questo vuole raccontare a più persone possibili quanto sfidante e bello sia stare a testa in giù. Grazie alle inversioni Alessia ha capito che la forza dello sport va oltre ogni cosa:

“Oltre i disturbi alimentari, oltre i pregiudizi sul corpo femminile, oltre la depressione, oltre tutte le negatività. Lo sport ha riempito il mio tempo e la mia pancia molte più volte di quanto l’abbia fatto il cibo. E oggi, per la guarigione completa (che è un percorso lungo e travagliato ma possibile) mi affido sempre a questo. Lo sport è ambizione, eleganza, bellezza, impegno, forza… E le inversioni racchiudono tutto questo. Ecco perché sono diventate il mio nuovo modo di esprimermi.”

Per Alessia aver incontrato le inversioni nella parte buia della sua vita è stato provvidenziale. Ha sempre saputo di avere un compito, mi dice, e finalmente l’ha trovato: adesso vuole dire al mondo che si può guarire, sempre, anche quando pensiamo che non sia possibile.

“Voglio raccontare come non esiste depressione, rapporto difficile con noi stessi e magari con il cibo che non possa essere affrontato. Si può, perché io l’ho fatto e sono rinata. Voglio gridare al mondo che lo sport può guarire, guarire in profondità. A me ha permesso di creare qualcosa di davvero bello quando non credevo di essere in grado di fare niente. Io ho solo condiviso il mio amore per lo stare a testa in giù e gli altri lo hanno accolto e condiviso a loro volta.”

Ciò che Alessia racconta è qualcosa di inusuale, eppure ci dimostra che anche dal buio può nascere qualcosa: una speranza pura e bella.

NOTA:

Come abbiamo raccontato, Alessia ha diviso questo percorso studiando la verticale a partire da quella sulla testa (headstand), poi avambracci (forearmstand) e infine sulle mani (handstand). Possono sembrare esercizi semplici e “solo” belli da vedere, in realtà le inversioni sono un vero e proprio sport come ha ribadito lei stessa (che, per la precisione, si allena circa 90 minuti al giorno). Per chi vuole iniziare è sufficiente esercitarsi circa un quarto d’ora tutti i giorni, migliorando la propria forma, l’equilibrio e la forza, imparando a stare in verticale
Le inversioni hanno tanti benefici: fisici, psichici e mentali. Ad esempio, migliorano il tono muscolare (soprattutto quello di spalle e addome), eliminano i dolori alla schiena, aumentano la flessibilità e il flusso sanguigno, apportando benefici anche a vista e capelli.
Insomma, un piccolo miracolo sotto forma di sport che possono fare tutti, senza distinzioni, basta partire dalle basi e avere pazienza e costanza nell’allenamento… una sfida da affrontare giorno dopo giorno.

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Comunicare

L’economia dell’attenzione (o come mandare messaggi significativi)

Quando comunichiamo, dovremmo sempre tenere presente i bisogni del nostro interlocutore e chiederci se ciò che diciamo merita veramente la sua attenzione.

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Vi ricordate l’ultima lezione alla quale avete assistito?

Proviamo a riportare alla mente qualche dettaglio: di cosa si parlava? Dove eravamo? Che tipo di aula era? Ci ricordiamo chi era il/la docente?

E ora proviamo a fare un passo ulteriore: sono state distribuite delle dispense? Le abbiamo ancora? Dove sono? Abbiamo preso appunti?

Proviamo veramente a ricordarci. Prendiamoci ancora qualche secondo…


Che la lezione fosse lontana nel tempo o che risalga a qualche giorno fa, riportarne alle mente dei dettagli è un esercizio difficile. Questo perché il nostro cervello tende a filtrare le informazioni.

La nostra memoria funziona in modo simile a quella di una chiavetta USB: ha uno spazio limitato e per questo motivo non può registrare tutto.

Non c’è ancora consenso accademico su quali siano i filtri che applichiamo nella selezione delle informazioni da “salvare”; gli studi di psicologia e neuroscienze che si dedicano a questi aspetti sono numerosi e ognuno mette l’accento su meccanismi che potrebbero spiegarne il mistero. Ma solo parzialmente.

Memoria e attenzione vanno a braccetto

Una delle teorie più accreditate, per lo meno dal punto di vista sperimentale, è che la memoria non possa operare in maniera indipendente rispetto all’attenzione.

Cosa significa? Semplificando all’estremo: è l’attenzione che dedichiamo a qualcosa a determinarne la codifica in qualità di ricordo all’interno della nostra memoria.

I ricercatori hanno notato che alcune parti del cervello importanti per la memoria (tipicamente l’ippocampo e il lobo temporale mediale) sono chiamati in causa anche durante i processi riconducibili all’utilizzo dell’attenzione.

Da questo si è ipotizzato che il flusso potesse essere bidirezionale: la nostra memoria e i nostri ricordi giocherebbero quindi un ruolo nella decisione di prestare attenzione a qualcosa.

Una reputazione… interessante

Se un professore ci ha fornito informazioni che abbiamo ritenuto di basso livello in passato, è possibile che tenderemo a prestargli meno attenzione. Sembra una teoria facilmente dimostrabile, vero?

Ora proviamo a traslare questa esperienza a un altro ambito: dalle aule scolastiche spostiamoci alla nostra casella di posta elettronica.

Molti di noi vivono la frustrazione di avere colleghi o clienti che non leggono i nostri messaggi. O che li leggono e li ignorano. O che sembrano non capirli, nonostante tutto sia scritto lì, nero su bianco.

Domanda: e se fossimo noi stessi come quel professore che forniva informazioni di poco valore?

Quale valore hanno i nostri messaggi?

Oggigiorno gli inbox sono rumorosi, straripanti e ricchi di messaggi che competono tra di loro per assicurarsi la nostra attenzione.

Secondo un report DMR ognuno di noi, al lavoro, riceve in media 121 messaggi al giorno. Sono un sacco di e-mail – e di ogni forma: inviti, newsletter, richieste, accordi, reclami, solleciti, per-nostra-conoscenza… ogni messaggio veicola delle informazioni che hanno più o meno valore per chi li riceve.

Ci siamo mai domandati, prima di inviare una e-mail, se stiamo veicolando qualcosa di valore per chi la leggerà?

Lo abbiamo visto poco fa: l’attenzione si attiva anche grazie ai ricordi. Se abbiamo la reputazione di essere una di quelle persone che mette in copia tutti per ogni cosa, è possibile che chi riceverà l’e-mail non ci presterà… attenzione.

Sembra improbabile?

Rifacciamoci la domanda dopo aver letto questo dato: secondo uno studio del 2016, solo il 34% dei messaggi viene aperto.

La buona notizia è che la percentuale è in costante rialzo, probabilmente grazie alla messaggeria mobile. Ma rimane il fatto che solo 1 un messaggio su 3 viene letto (che poi, a voler essere fiscali, l’apertura non ne garantisce la lettura).

Ma perché?

Buona domanda.
Dovremmo tutti cominciare col porci questo interrogativo prima di affrontare questioni più complesse, come il basso tasso di aderenza dei collaboratori a certi progetti aziendali o la sorprendente ignoranza dei clienti nei confronti di cambiamenti importanti che abbiamo introdotto.

La parola chiave, l’abbiamo capito, è attenzione. E il motore di questa attenzione è l’interesse. Ma la ragione per cui c’è interesse è il valore per chi riceve l’informazione.

Evidentemente, visti i risultati, la capacità di identificare questo valore sembra essere particolarmente ostica.

Too much information

L’importanza che dedichiamo al concetto di “attenzione” non è una novità, in quanto tutta la tradizione andro-pedagogica, a partire dai filosofi greci e passando dai conventi medievali, si è posta la domanda di come attirare e mantenere l’attenzione delle persone.

La digitalizzazione ha però rilanciato l’importanza del concetto, in un contesto che è profondamente cambiato rispetto al passato: tutta la produzione di informazioni create dall’uomo dalla sua apparizione della terra fino all’inizio dell’era digitale viene oggi prodotta in 2 giorni.

Continuando con il ritmo attuale, nel 2025 produrremo 463 exabyte di dati al giorno, ovvero l’equivalente di 212 milioni di DVD. Quotidianamente. Se il DVD dice ancora qualcosa a qualcuno, come similitudine.

Dando per scontato che il nostro sistema mnemonico non è in grado di assorbire tutto questo flusso di informazioni, i meccanismi di selezione e di filtraggio di ciò che decideremo di salvaguardare assumono una importanza critica. E la resilienza di questi stessi meccanismi lo sarà ancora di più.

L’economia dell’attenzione

In altre parole, poiché le nostre capacità mentali sono limitate, anche il trattamento di queste informazioni ne risulta limitato.

Man mano che i contenuti aumentano e che diventano disponibili in modo immediato, l’attenzione diventa sempre più il fattore limitante nell’utilizzo di tutte queste informazioni. E, nel contempo, assumere il ruolo di principale filtro nel decidere che quali informazioni avranno valore e quali saranno invece spedite nel dimenticatoio (sia digitale che analogico).

Per questo oggi si parla di “economia” dell’attenzione, intesa come un approccio alla gestione delle informazioni nell’ottica dei limiti della mente umana, dove l’attenzione viene trattata come se fosse una materia prima particolarmente rara. E quindi preziosa.

Lo sanno bene le persone che si occupano di marketing: nel 2004 Patrick Le Lay, parlando del modello di business della televisione pubblica francese, aveva detto provocatoriamente che “Ciò che vendiamo alla Coca-Cola, è del tempo di cervello umano disponibile”.

Questa idea non si limita più soltanto alla pubblicità, ma ha inglobato la maggior parte delle nostre attività, in quanto permeate in permanenza dall’abbondanza di informazioni.

L’attenzione è preziosa perché limitata

La posta in gioco dell’economia dell’attenzione ha cominciato a delinearsi all’inizio del XX secolo: è stato il sociologo Gabriel Tarde a formulare le prime riflessioni sull’argomento, constatando che la sovrabbondanza della produzione industriale avrebbe avuto bisogno di forme di pubblicità in grado di “catturare l’attenzione e fissarla sul prodotto offerto”.

Nel 1971, il futuro premio Nobel per l’economia Herbert Simon formulò il concetto in termini più precisi:

“Ciò che l’informazione consuma è piuttosto evidente: consuma l’attenzione di chi la riceve. Quindi un’abbondanza di informazione crea una scarsità di attenzione e un bisogno di distribuire efficacemente questa attenzione tra le sovrabbondanti fonti di informazione che possono consumarla.” (la traduzione è mia)

Questa intuizione è alla base di tutta la letteratura sull’economia dell’attenzione ed è una citazione obbligata per chi si interessa al tema; tuttavia non è né la più recente né la più esplicita.

A mio avviso, è molto più illuminante la sintesi che ne dà Matthew Crawford nel 2015:
“L’attenzione è una risorsa – una persona ne ha soltanto un tot”.

Come scrivere messaggi di valore (e che attirano l’attenzione)

Già solo con questa infarinatura storica, ci è possibile trarre qualche conclusione utile su come dare valore ai messaggi che trasmettiamo.

Prima di tutto, le informazioni che sono nuove o sorprendenti devono essere legate a delle aree di interesse.
In altre parole, comunicare a tutti i collaboratori che le celle frigorifere del settore C saranno spente per manutenzione, interesserà unicamente gli addetti ai lavori. Ed è sbagliato pensare “poco importa, mando il messaggio a tutti, tanto chi non è interessato lo eliminerà”, perché nel cestinare quella comunicazione, la mente della persona non interessata cestinerà anche un po’ della nostra affidabilità informativa. In futuro, ci leggerà con meno attenzione.

Infatti, si dà più attenzione a una fonte fidata.
Se mando sempre email poco interessanti, verrò classificato come fonte non attendibile. Invece la reputazione si costruisce, di messaggio in messaggio. Il modo migliore è stimolare la discussione: quando una persona solleva una questione con il suo collega citando il messaggio che abbiamo inviato, siamo sulla buona strada. “Non lo sapevi? Lo diceva Trombin nella sua e-mail”. “Ah, non l’ho letta”. “Dovresti, ci sono informazioni interessanti”.

La condizione, però, è che la fonte sia facilmente reperibile: l’informazione deve essere facile da trovare, non deve richiedere tre passaggi e 14 click sull’intranet aziendale. E deve contenere delle parole chiave che permettano di trovarla con dei motori di ricerca interni. Un vero e proprio SEO delle comunicazioni aziendali, con gli stessi principi che useremmo per dare visibilità a un articolo pubblicato in un blog.

Ed infine, ciò che comunichiamo avrà maggiore valore quando risponderà a un bisogno della persona che ci legge.
Ad esempio, non andremo a parlare di autorealizzazione a dei colleghi che in quel momento hanno un contratto di durata determinata. Una persona in situazione di precariato sarà maggiormente sensibile a dei bisogni più basici, come la sicurezza dell’impiego e gli aspetti salariali. L’autorealizzazione – Maslow docet – è molto più in alto nella gerarchia dei bisogni, e riguarderà un numero limitato di manager o di specialisti ai quali salario e sicurezza non bastano più per essere motivati.

Pensare sempre a chi riceve il messaggio

Uno degli aspetti ambivalente delle messaggerie elettroniche (tutte, dall’email a WhatsApp) è che ci ha abituati a una sorta di registro informale. È come se considerassimo questi canali di comunicazione più vicini all’ambito familiare che a quello professionale.

Anche quando usiamo paroloni e formule di cortesia, non soppesiamo le parole come quando scriviamo su un pezzo di carta.
Per diverse ragioni, probabilmente: da una parte è una questione di immediatezza (le e-mail sembrano patate bollenti, bisogna passarle di mano il prima possibile); dall’altra c’è una dimensione di intimità che si crea tra noi e le nostre app di messaggeria (tanto è vero che mandiamo messaggi, anche professionali, sia dal letto che dal bagno).

Questo, a mio avviso, ci distrae da un punto centrale: comunichiamo per essere capiti. Quindi quello che vogliamo dire dovrebbe essere pensato, sia nel contenuto che nella forma.

Attenzione: non sto dicendo che bisogna essere formali, anzi, a volte proprio tutto il contrario. Dobbiamo semplicemente pensare che il messaggio non è per noi, ma è per qualcun altro. E adattarci di conseguenza.

Un esempio: quando lavoravo in Ospedale, i messaggi che mandavo ai medici erano sempre in due parti, ben contraddistinte: VERSIONE BREVE e in seguito PER SAPERNE DI PIÙ (con tutte le informazioni del caso e qualche approfondimento). Questo perché se volevo essere letto, dovevo prima di tutto avere rispetto del loro tempo.

Impariamo dal marketing

Per estensione, può essere utile traslare certe tecniche che abbiamo imparato dal marketing anche nelle comunicazioni interne: parlavo poco fa di rendere i messaggi facilmente ricercabili, tramite parole chiave semplici e comuni. Questo è un esempio.

Ma il salto quantico a livello qualitativo sarebbe quello di essere in grado di “clusterizzare” i propri contatti e adattare i messaggi in base ai loro interessi, i loro bisogni e, soprattutto, rispetto al livello informativo che possono/vogliono gestire. E sarebbe possibile farlo con strumenti semplici come un CRM per i “clienti interni”.

C’è molta resistenza, ancora, ad applicare i modelli di gestione delle clientela esterna verso l’interno. Come se fosse una perdita di tempo, o un’eccessiva complicazione. Eppure non ci sentiamo dire tutti i giorni dai guru di LinkedIn che la più grande ricchezza di un’azienda sono i propri collaboratori?

Non sarebbe il caso, allora, di cominciare a conoscerli, questi collaboratori? Sapere quali sono i loro bisogni e i loro interessi? E non con strumenti spannometrici come potrebbero esserlo i colloqui annuali di valutazione, ma proprio dando un significato ai dati che ognuno di noi dissemina ogni giorni in azienda.

A ben pensarci, la saggezza popolare aveva già capito tutto… il segreto per una comunicazione significativa, alla fine, è soprattutto questo: conosci i tuoi polli.

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Sono autistica e ironizzo su me stessa.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Sono laureata e lavoro nella comunicazione, adoro leggere e scrivere. Insomma, per me le parole sono importanti.

Sono grandicella, ho 37 anni, e accanto alle attività di cui sopra, lavoro da circa un anno come operatrice della disabilità sensoriale con un ragazzo con “sindrome di Charge”.
Indubbiamente è un input in più per riflettere su aspetti legati all’espressione e alla disabilità. Sono anche orgogliosamente femminista, quindi pure l’attenzione al sessismo e alle sue espressioni mi toccano. 

Fatto sta, per essere breve, che io da diverso tempo mi auto-definisco, in certe situazioni, una “handicappata sociale”. Talvolta scherzando, soprattutto con gente con cui ho un minimo di confidenza ma non molta, dico di me “scusa sai, ma sono autistica”. “Sì, lo so che faccio questo, ma perdona il mio autismo”.

Sta di fatto che quando dico queste cose, da un lato sto bene perché mi sento di sdrammatizzare in modo scherzoso delle situazioni che mi mettono a disagio, dall’altro mi sento “sporca” perché mi dispiacerebbe che qualcuno la prendesse come un’offesa agli autistici.

Sta di fatto che… io sono davvero autistica! Non una di quelle che “vedi”, non sono un fenomeno dei numeri come Dustin Hoffman in “Rain Man” (invece lo è il mio studente!). 

Ho fatto diversi test per la sindrome di Asperger e risulto ad un livello medio alto. Sto muovendomi per riuscire ad avere una diagnosi specialistica precisa, ma pur essendo in contatto con gruppi di adulti Asperger (che mi hanno aiutato molto), devo dire che se si è cresciuti e non si hanno figli (spesso gli Asperger altamente funzionali sono riconosciuti da adulti proprio perché prima vengono certificati i figli), non è semplice trovare degli esperti che si occupino di Asperger in età adulta.

Mi trovo su un crinale strano: sono abituata ad usare l’auto-ironia da sempre (se no, lo sai, non si sopravvive… Ho passato anni di bullismo spaventoso alle superiori in particolare). La capacità di prendere in contropiede chi mi sta davanti e a volte malinterpreta i miei atteggiamenti mi permette di “ammortizzare” con un sorriso le reazioni dell’altro.

Dall’altro, non ho certo voglia di prendere in giro chi di quella patologia soffre sul serio.
Un complesso dell’impostore perché non ho ancora un attestato ufficiale? O forse perché gli Asperger sono visti come dei “falsi invalidi”, degli “usurpatori” che vogliono fregiarsi di una sindrome di moda? (Te lo giuro Iacopo, ho sentito anche questo!!).

Adesso che te lo scrivo, mi viene da riflettere anche su quanto le categorizzazioni dei “normodotati” possano influenzare l’autopercezione di qualcuno che per un verso o l’altro non è compreso nella definizione di “normale”.

Nel caso dello spettro autistico si parla di neurotipico e neurodiverso, non di normale e anormale. Sarà, ma io lo trovo molto simpatico questo binomio tipico/diverso rispetto a quello normale/anormale: chissà, magari è estendibile anche al di fuori dell’ambito dell’autismo!

Intanto grazie per aver accolto le mie riflessioni, e ti chiedo scusa per le ripetizioni e la scrittura disordinata, ma se non coglievo l’ispirazione, finiva che mi scivolava via dai neuroni! Un grande abbraccio e daje sempre!”

Cara amica, sai bene quanto io stesso parli – tantissimo – dell’importanza dell’ironia, dell’autoironia e, quando fatto in modo intelligente, anche di un humor politically scorrect. E quando tutto questo proviene da chi, direttamente o indirettamente, vive certi argomenti ogni giorno, e li tratta nel massimo del rispetto, possiamo chiudere più di un occhio.

Voglio però rassicurarti ulteriormente citando Gianluca Nicoletti, giornalista, speaker e attivista con un figlio con il disturbo dello spettro autistico, che solo adesso (a 63 anni) ha scoperto di avere la sindrome di Asperger. Credo che le sue parole siano la risposta migliore per chi deve affrontare un certo coming-out e non sa se il suo modo di fare, magari “leggero” e “disinvolto”, sia quello più giusto.

“Quando è arrivata la diagnosi ho passato un mese atroce. Ha mai sentito fare coming-out di pazzia? Ma l’ho fatto, sfidando ogni cosa. Adesso la mia estrosità ha un nome. Mi sembrava inutile tenerlo nascosto. E allora ho fatto uno sforzo. Mi sono segnato a vita per dimostrare al mondo che si può vivere con il cervello strano. Non è una cosa che ho fatto a cuor leggero. Se hai un problema così, come il mio, ti senti matto. Ma dovevo farlo.

L’ho sempre saputo. Mi sentivo diverso. Ti ricordi minimi particolari della tua infanzia, vuoi stare da solo, non vedi l’ora di stare da solo. A un certo punto della mia vita, mi sono accorto che mi trovo sempre ai margini, in qualsiasi gruppo. Gli altri erano gli altri, e io non entravo in sintonia con loro. Alle feste ero sempre diverso. Sempre una montagna da scalare. Ma quando ho cominciato a fare della diversità la mia forza, tutto è cambiato.

Mi sono laureato, ho fatto un concorso ministeriale, l’ho vinto, sono andato in Spagna a insegnare. Per puro caso capitai in Rai e per caso ho fatto questo lavoro, che è stato la mia fortuna. Il mio cervello ribelle si è rivelato il mio motivo di sopravvivenza. Mi piace avere un cervello che produce sempre qualcosa. Non sto mai senza idee. Sono sopraffatto, dalle mie idee. Così non ho tempo per i pensieri cupi, per l’ansia. Quando mi vengono, cerco di riderci su.

Non dobbiamo dimenticarci che le grandi innovazioni, da Bill Gates a Mark Zuckerberg a Steve Jobs, sono state portate avanti da persone che hanno sospetto di autismo. E sono persone che hanno cambiato il mondo delle relazioni perché ciò che è facile per le loro menti ribelli diventasse semplice per tutti. Le relazioni stanno cambiando. La società si sta articolando diversamente. E il lavoro richiederà delle capacità di multitasking assolute. Ci siamo evoluti tante volte, abbiamo perso il pelo e creato il riscaldamento e i vestiti, ci trasformeremo di nuovo. E gli autistici saranno all’avanguardia.”

TRATTO DA:
https://www.huffingtonpost.it/2018/05/07/gianluca-nicoletti-ho-la-sindrome-di-asperger-adesso-la-mia-estrosita-ha-un-nome-io-sono-mio-figlio-e-lui-e-me_a_23428791/

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