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Sono guarita da depressione e bulimia mettendomi a testa in giù

A volte i problemi vanno affrontati da un punto di vista diverso. Alessia Cipriano l’ha fatto letteralmente, mettendosi a testa in giù. E ha scoperto di avere le risorse per affrontare le sue difficoltà.

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“La storia che state per leggere contiene qualcosa di importante per me. È la storia di ciò che mi ha guarita dalla depressione e dal mio rapporto malato col cibo, dalla bulimia nervosa.”

Inizia così la mail che Alessia Cipriano mi ha inviato con l’obiettivo di trasmettere il suo messaggio a più persone possibile per provare che si può guarire, non solo dai disturbi alimentari ma anche dalle situazioni di tristezza e solitudine. Perché, come dice lei, c’è sempre qualcosa in grado di farci ritrovare la versione migliore di noi in un modo che non ci saremmo mai aspettati: lei, ad esempio, lo ha fatto mettendosi a testa in giù.

“La mia storia inizia in un modo un po’ speciale: al contrario, nel vero senso del termine. Sarà che vedere il mondo da un’altra prospettiva mi ha letteralmente salvato la vita, o forse che grazie a questa idea si è creata una vera e propria community di persone che praticano letteralmente un nuovo sport. Forse entrambe le cose. Ma oggi voglio raccontarvi la storia delle inversioni.”

All’alba dei suoi ventisei anni, l’età in cui ci si affaccia realmente alla vita e si dovrebbe essere spensierati, si è abbattuto su di lei lo spettro della depressione e dei disturbi alimentari. Purtroppo non è stato facile uscirne e ogni tanto, ancora oggi, quel buio fa capolino nella vita di Alessia. Anche se, per fortuna, ha imparato ad affrontare tutto da un’altra prospettiva, appunto.

“La bulimia fa schifo. Purtroppo a volte viene sottovalutata perché non è visibile quanto l’anoressia. Ti mangia viva. Il cibo diventa il tuo tutto. Amore e odio. Il corpo si scava, ma non tanto quanto quello di un’anoressica per far sì che ti venga riconosciuta una malattia.”

Ancora più sconosciuta, mi racconta, è la bulimia nervosa. Non quella che mangi il riso a pranzo per poi vomitarlo subito dopo. Quella violenta: fatta di quintali di cibi ingeriti nella speranza di colmare un vuoto che poco ha a che fare con il cibo. Un vuoto famelico, che avrebbe bisogno di essere riempito d’approvazione e affetto, e che invece si cerca di colmare con lo zucchero dei dolci e con la pizza che, come se non bastasse, creano una dipendenza dalla malattia.

“Le bulimiche nervose non le vedi. Si nascondono perché si vergognano di mangiare così tanto. Si distruggono in solitudine. Nulla ha più senso. Tutto ruota intorno alle abbuffate. Ti ritrovi, in poco tempo, ad essere quasi totalmente invalida, prigioniera della tua testa e del tuo stomaco, al quale non riesci a dire ‘NO’. All’apparenza tutto va bene. Solo le ghiandole sempre gonfie ed il viso sformato lasciano trasparire le lunghe dodici ore passate sul water a vomitare quintali di cibo. È questo che deve cambiare. Il silenzio va rotto. Perché questi disturbi esistono e bisogna togliere dal buio le persone che ne soffrono.”

Complice la morte di uno zio, caposaldo nella vita di Alessia, e complice il fatto che stava vivendo lontano da casa, ha iniziato a sentirsi persa. Triste e completamente in balia dell’unica cosa che, appunto, amava e odiava di più allo stesso tempo: il cibo.

“Espormi e dire alla mia famiglia come stavano le cose pareva impossibile. È stato terribile. A volte avrei voluto che la morte mi prendesse, proprio come lo raccontano i film, solo che è successo a me. Le notti passate a vomitare in bagno mi hanno letteralmente distrutto la vita.”

Lo spiraglio di luce l’ha trovato quando si è fatta coraggio e ha confessato tutto a sua mamma, vergognandosi come non mai. Oltre che nel suo appoggio la vera cura l’ha poi trovata nello sport: Alessia ha un tatuaggio sul polso che ogni giorno le ricorda come questo per lei sia sempre stato fonte di vita. Ha sempre praticato il bodybuilding e anche nel periodo più oscuro le è stato fondamentale.

“Ad un certo punto della vita, però, sentivo di aver bisogno di un nuovo stimolo, di qualcosa di molto più profondo, che fosse sfidante e facesse lavorare i miei muscoli, ma che portasse dentro di me anche un messaggio di equilibrio, concentrazione, rilassamento, focus. Tutto quello che ho provato la prima volta che mi sono messa a testa in giù e con le gambe puntate verso il cielo.”

Equilibrio, appunto, è la parola chiave che le mancava e che ha ritrovato in quello che da lì a poco sarebbe diventato davvero importante per lei: la verticale. Se ci pensate bene la verticale è sempre esistita, in tutti gli sport: ginnastica, yoga, sport da combattimento, corpo libero, sport di strada… Da sempre un esercizio fondamentale, ma quello che ha fatto Alessia è stato estrapolarla per creare un mondo a sé.

“Un nuovo modo di intendere lo sport. Uno sport nuovo: le inversioni. Ho diviso questo percorso in tre step. Ho cominciato a studiare la verticale, a partire da quella sulla testa, a quella sugli avambracci, a quella sulle mani: l’handstand. Un giorno mentre ero nel bagno di un pub ho alzato gli occhi e subito il mio sguardo ha incontrato un libro intitolato ‘A testa in giù’. L’ho preso e ho cominciato a sfogliarlo: parlava di una donna bulimica e del suo percorso per una lenta guarigione, questo percorso ‘A testa in giù’ signficava ‘In giù, con la testa sul water’. Per me è stato propedeutico pensare che per me ‘A testa in giù’ non voleva dire ‘sul water’, ma in verticale. L’unico momento in cui mi sentivo ancora libera di essere me stessa.”

L’incontrato con quel libro non è stato casuale, Alessia lo capisce subito. E capisce così che non doveva tenersi tutto per sé: così ha condiviso sui social quello che faceva e alla gente è piaciuto. Velocemente ha visto gente da tutta Italia appassionarsi a questo mondo e, senza quasi accorgersene, sul profilo Instagram “Handstanditalia” sono diventati più di 10.000 i follower, con tag da tutto il mondo mentre sta in verticale. Su Facebook, poi, è nata “Handstand Italia Community”: una comunità di quasi 300 appassionati della verticale (ognuno a proprio modo) che ogni giorno si allenano con lei.

“Poi è arrivata la pubblicazione del mio programma, il primo in Italia per allenare l’addome con le inversioni, si chiama “Inversioni per l’addome”. Tutto in così poco tempo, e la cosa più bella è stata vedere come chi mi segue abbia sempre apprezzato quello che faccio, riempiendomi di foto e video mentre sono in inversione. Quello che mi dà ogni giorno forza e speranza è proprio ricevere i messaggi e i ringraziamenti da questa nuova comunità sportiva. Ogni parola che ricevo per me è oro e vita pura.”

Grazie a questo nuovo modo di vedere lo sport Alessia è riuscita a fare qualcosa per gli altri, al tempo stesso tornando a sentirsi di nuovo viva. Ma ovviamente non finisce qui: l’obiettivo primario è che le inversioni diventino uno sport vero, per questo vuole raccontare a più persone possibili quanto sfidante e bello sia stare a testa in giù. Grazie alle inversioni Alessia ha capito che la forza dello sport va oltre ogni cosa:

“Oltre i disturbi alimentari, oltre i pregiudizi sul corpo femminile, oltre la depressione, oltre tutte le negatività. Lo sport ha riempito il mio tempo e la mia pancia molte più volte di quanto l’abbia fatto il cibo. E oggi, per la guarigione completa (che è un percorso lungo e travagliato ma possibile) mi affido sempre a questo. Lo sport è ambizione, eleganza, bellezza, impegno, forza… E le inversioni racchiudono tutto questo. Ecco perché sono diventate il mio nuovo modo di esprimermi.”

Per Alessia aver incontrato le inversioni nella parte buia della sua vita è stato provvidenziale. Ha sempre saputo di avere un compito, mi dice, e finalmente l’ha trovato: adesso vuole dire al mondo che si può guarire, sempre, anche quando pensiamo che non sia possibile.

“Voglio raccontare come non esiste depressione, rapporto difficile con noi stessi e magari con il cibo che non possa essere affrontato. Si può, perché io l’ho fatto e sono rinata. Voglio gridare al mondo che lo sport può guarire, guarire in profondità. A me ha permesso di creare qualcosa di davvero bello quando non credevo di essere in grado di fare niente. Io ho solo condiviso il mio amore per lo stare a testa in giù e gli altri lo hanno accolto e condiviso a loro volta.”

Ciò che Alessia racconta è qualcosa di inusuale, eppure ci dimostra che anche dal buio può nascere qualcosa: una speranza pura e bella.

NOTA:

Come abbiamo raccontato, Alessia ha diviso questo percorso studiando la verticale a partire da quella sulla testa (headstand), poi avambracci (forearmstand) e infine sulle mani (handstand). Possono sembrare esercizi semplici e “solo” belli da vedere, in realtà le inversioni sono un vero e proprio sport come ha ribadito lei stessa (che, per la precisione, si allena circa 90 minuti al giorno). Per chi vuole iniziare è sufficiente esercitarsi circa un quarto d’ora tutti i giorni, migliorando la propria forma, l’equilibrio e la forza, imparando a stare in verticale
Le inversioni hanno tanti benefici: fisici, psichici e mentali. Ad esempio, migliorano il tono muscolare (soprattutto quello di spalle e addome), eliminano i dolori alla schiena, aumentano la flessibilità e il flusso sanguigno, apportando benefici anche a vista e capelli.
Insomma, un piccolo miracolo sotto forma di sport che possono fare tutti, senza distinzioni, basta partire dalle basi e avere pazienza e costanza nell’allenamento… una sfida da affrontare giorno dopo giorno.

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

“Per le mie colleghe maestre, la mia alunna disabile non potrà mai imparare qualcosa”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Sono un’insegnante di sostegno, trasferita dalla Puglia al Nord. Ho scelto di essere un’insegnante di sostegno all’età di 11 anni, quando ho conosciuto G., un ragazzo tetraplegico dall’entusiasmo contagioso. Con lui ho i ricordi più belli della mia adolescenza: quanti pomeriggi trascorsi insieme a studiare attendendo di fare merenda, le serate al cinema, i corsi di nuoto, e le lunghissime telefonate anche oltre oceano, quando andava per mesi a New York per sperimentare nuove terapie e fare interventi!

Ricordo il periodo di quando era arrabbiato con Dio e mi domandava il perché lui fosse così e perché gli amici non volessero uscire con lui. Adesso però siamo cresciuti. Ognuno ha le sue vite, non ci sentiamo sempre, ma quando accade ritorniamo indietro di 24 anni e improvvisamente ritorno ad avere 11 anni.

Faccio questa premessa, per sottolineare come l’amicizia con G., i miei studi, la mia specializzazione nel sostegno, il ruolo, il sacrificio di lavorare lontana da cinque anni dalla mia famiglia, il carico di responsabilità come figura strumentale handicap e disagio ricevuto l’anno scorso, e soprattutto i bambini che ho incontrato, hanno forgiato in me sempre più un senso di giustizia e amore.

In questi giovani anni di ruolo ho dovuto scontrarmi più volte per far valere i diritti di questi bambini. Ho lottato per cercare di dare ambienti idonei, progetti, sussidi e soprattutto di creare sempre un clima accogliente e inclusivo, non solo per loro, ma per tutti i bambini e i genitori che sempre più si sentono soli.

È appena iniziato un nuovo anno scolastico. Non vedevo l’ora di rivedere i miei alunni, l’unica gioia e l’unica forza per andare avanti. Parto però con una tristezza nel cuore. Per l’ennesima volta mi sono scontrata con una collega che parla urlandoti in faccia e facendoti pezza da piedi. La discussione nasce dopo una comunicazione che giunge dalla direzione, dove le ore di sostegno sono poche e che per almeno i primi giorni, in attesa di ricevere altre ore dal provveditorato, dobbiamo coprire gli alunni gravi, i quali possono mettersi in situazione di pericolo.
Successivamente questa collega afferma che dare troppe ore di sostegno alla mia alunna è esagerato ‘perché tanto una come S. che porta il pannolone non sarà mai in grado di imparare a leggere e a scrivere… e non fa mica didattica!’.

Hai presente un grandissimo incendio con fiamme alte che divampano ovunque? Ecco, io mi sono sentita così. Sforzandomi di fare sentire il mio urlo di rabbia e dolore, le ho detto che ‘ogni bambino ha i suoi obiettivi da raggiungere con i suoi tempi… Tu non sei nessuno per parlare così… non te lo permetto! Tu Non conosci e non hai visto i successi di S. in seconda, anche imparare a lavarsi le mani o ad aprire la cerniera del giubbino ed essere autonoma è didattica!’.

Le mie colleghe di classe, maestre anche loro di S. (perché S. non è solo l’alunna della maestra di sostegno) non hanno detto una parola. Le altre (parlo di un gruppo di 30 docenti perché eravamo in riunione) sono rimaste in silenzio. Ero io da sola, a lottare contro un mostro di ignoranza e pregiudizi, in nome di tutti i bambini come S.
Improvvisamente l’ho immaginata a 30 anni, quando la scuola dell’obbligo sarà da tempo finita: cosa sarà di lei, figlia unica, con i genitori già oggi molto grandi, in una società brutta e squallida come questa? A me è mancata tanto quest’estate, ma ho il cuore che piange.

Purtroppo è una guerra tra poveri e i tagli all’istruzione e sul sostegno ci sono. Non ritengo meno grave un bambino che ha bisogno di meno ore di sostegno, ma fosse anche che un capitolo di storia non saranno in grado di ricordarlo, potranno sempre essere in grado di stare al mondo. Comunicare, esprimere bisogni, sapersi relazionare con gli altri, acquisire le autonomie di base, sono i primi obiettivi che ogni bambino deve aspirare a raggiungere. Ma per altri non è così… Certi bambini sono destinati al loro crudele destino.

Ti riporto un pensiero non mio ma di Giuseppe Pontiggia, che condivisi con la Dirigente di Torino, quando superai l’anno di prova: ‘Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita’.”

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Ho abbandonato i social media. Per un po’. Poco.

Più vediamo (l’apparente) felicità degli altri sui social, più aumenta il nostro livello di insoddisfazione: lo hanno dimostrato le ricerche. Cosa fare? Chiudere l’account? Ne siamo in grado?

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I Social network hanno invaso la nostra quotidianità.
Abbiamo sviluppato una ipersensibilità a Like, stelline e cuoricini che ogni giorno riceviamo sulle piattaforme più gettonate dalle persone.

Diventiamo sempre più narcisisti, vogliosi di dimostrare che anche noi abbiamo una nostra esistenza nel mondo digitale, vogliamo il nostro spazio e semplicemente dire “Hey, guardatemi, ci sono anche io”.

Studi e invidia

Diverse ricerche lo dimostrano: i social sono una vera e propria mania per tanti di noi al punto da non riuscire più a staccarsi dal piccolo monitor del nostro telefono.

Due studi, tra i tanti, meritano l’attenzione per aver posto un indicatore chiaro di come i social cambiano la nostra mentalità.

Il primo, riguarda un documento molto importante sulla felicità degli utenti che frequentano maggiormente il più famoso, Facebook, condotto da Helena Wenninger, Peter Buxmann e Hanna Krasnova rispettivamente delle Università di Darmstadt e Berna.

Lo studio in questione dimostra che più si naviga all’interno del social, più viene percepito un senso di insoddisfazione nel vedere le immagini di altre persone che mostrano felicità, un po’ come se ci fosse un senso di invidia che colpisce gli utenti nel vedere emozioni positive dei propri contatti.

Il secondo studio condotto dall’Università di Pittsburg in collaborazione con la Columbia Business School e disponibile per visione sul sito ufficiale, dimostra che più si riceve apprezzamento digitale nei social, pensiamo ad esempio ad Instagram, dove il narcisismo è la parola d’ordine, più viene ridotto il proprio autocontrollo.

Sono colpit* soprattutto chi è molto gettonat* all’interno delle piattaforme, pensate, ad esempio, ai famosi influencer.

In faccia alla realtà

Dopo tutto, è inutile negarlo, il nostro sguardo è sempre pronto a controllare lo schermo, in attesa di ricevere notifiche.

Questo è forse un modo per sentirsi accettat* e richiest* dalla società.

Possiamo stare qui a raccontare quanto sarebbe bella la vita senza social a favore di viaggi, libri, palestra; di come si può, a piccoli passi, ridurre la nostra presenza digitale pensando di fare del bene a noi stessi un po’ per volta.

Ma, alla fine, quanto ci crediamo?

Siamo veramente disposti a ridurre il nostro patrimonio sociale digitale, a rifiutare enormi cerchie di amici conquistati con anni di fatica e poi alla fine chiudere tutto, saluti e baci a tutti?

Non penso proprio.

Abbandonare un social

Quanti di voi hanno detto basta a qualche piattaforma sociale?

Io l’ho fatto diverse volte: nel 2014 disattivai l’account Facebook per diversi mesi, ho eliminato Instagram per ben 2 volte tornando poi con nuovi account e ho disattivato LinkedIn per una settimana.

Perche sono tornato?
Perché ogni social ha le sue caratteristiche e motivazioni ben specifiche a cui volevo rimanere presente.

Sono giunto alla conclusione che, se dovessi scegliere fra tutti i network con le varie modalità di di utilizzo, e con tutti i pro e contro della situazione, penso che non sarei più capace di togliermi da Facebook.

Il motivo di tale scelta è presto detto: tantissime aziende, locali e altre realtà, hanno la propria pagina aggiornata sul social, dove tutti possono controllare in tempo reale eventuali cambiamenti e rimanere “al passo”.

Stesso discorso vale per gestori di siti web o blog che, grazie alla piattaforma di Zuckerberg possono avere una capillarità ed una conoscenza mai immaginata fino ad ora.

Quando le persone mi confessano che si sentono “fuori dal mondo”, intendono proprio questo: non sapere quello che accade nel mondo, perché se prima era compito dei classici media come la tv ed i giornali essere al centro dell’attenzione, ora tutto si concentra nelle varie piattaforme dove diamo il meglio, ed anche il peggio, di noi stessi.

Rimanere quindi senza un supporto come il social network ci fa sentire a disagio, vuoti, proprio come se avessimo fatto un passo di lato lasciando che il mondo continui la sua velocissima vita online.

Ed ecco che, tornando al punto di partenza, iscriversi ai vari servizi ci vuole poco, “È veloce e semplice” scrive la pagina di accesso a Facebook, ma dobbiamo capirne il funzionamento, dosare la nostra presenza online, cosa condividere o meno e soprattutto sapere che abbiamo una vita fuori da questo schermo senza prendere scelte drastiche.

NowPlaying:
Amerika, Rammstein

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