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Ha ragione mio nonno: per semplificare dobbiamo essere semplici (e anche umili)

Il nostro è un paese malato di riunionite, soprattutto nelle aziende. E anche quando proviamo a semplificare ci complichiamo la vita.

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Come si facevano una volta le riunioni informali? Come si gestivano le sessioni per prendere una decisione o per pianificare un progetto? Chi conduceva le riunioni di condominio?

Potevamo anche permetterci di non facilitarle ufficialmente? E se non erano facilitate, prendeva la parola il più titolato o il più coraggioso e gestiva allo stesso tempo presentazioni, contenuti, interventi, imprevisti e durata?

Queste domande sembrano provocatorie, invece hanno solo tanta fame di conoscenza storica e sociologica. Negli ultimi anni, in diversi ambienti, si sono diffuse le pratiche di facilitazione: metodologie e tecniche che agevolano il funzionamento dei gruppi, da un punto di vista organizzativo, relazionale, progettuale ed emotivo.

Rendere più facile

La ragione è parecchio logica. Facilitare significa “rendere più facile” quello che in un gruppo rischia di essere già complicato. O di complicarsi lungo il percorso. E in una dinamica di gruppo, che cosa può complicarsi in tempi rapidi?

Per esempio:

  • La comunicazione tra noi
  • L’emersione delle nostre aspettative non dichiarate
  • L’emersione dei nostri bisogni insoddisfatti
  • Il rispetto sostanziale verso persone e ruoli
  • La gestione ragionevole dei tempi
  • Lo spazio per il “non detto” che chiede di emergere
  • La conflittualità latente o palese
  • L’accettazione della presenza di diversità

Prima diagnosi: riunionite 

Come dice Lorenzo Cavalieri questo è un paese malato di riunionite, soprattutto nelle aziende. La riunionite, di solito, si manifesta in tre modi.

  1. Ci sono troppe riunioni.
  2. Le riunioni sono così lunghe da provocare crampi allo stomaco o mal di testa da svenimento.
  3. Le riunioni coinvolgono troppe persone tutte in una volta.

Le organizzazioni soffrono soprattutto perché le riunioni – troppo spesso – vengono gestite male oppure non vengono proprio gestite (cioè non sono “guidate verso un obiettivo in tempi utili”). Paradossalmente però, in Italia conosciamo ancora troppo poco la presenza e l’importanza della facilitazione.

Condizione aggravante: inconsapevolezza

La deleteria inefficacia di certi gruppi parte dal fatto che sono estremamente concentrati sul risultato oppure sorvolano completamente sui dettagli essenziali di quello che stanno esperendo.

Utilizzano male il tempo che hanno (perché non hanno un time keeper), gestiscono superficialmente i turni di parola, dove quindi intervengono sempre gli stessi (perché non usano mai un talking stick, in stile Circle time), non sanno riconoscere i conflitti nel gruppo o li soffocano perché percepiti come pericolosi (perché non hanno una facilitazione orientata alle emozioni).

A questo punto, la domanda evidente è: come si fa a escludere le emozioni dalle riunioni? In quei frangenti, come facciamo a imbalsare quello che sentiamo, per rivestire solamente dei ruoli? La risposta non lascia scampo: non possiamo farlo.

Il ruolo imprescindibile del facilitatore

Il ruolo del facilitatore risulta fondamentale perché, nei contesti di gruppo, nessun’altra persona ha l’onere e il privilegio di poter:

  • aiutare il gruppo a dialogare efficacemente.
  • far emergere e valorizzare le risorse sia del singolo che collettive.
  • supportare il gruppo per pervenire a un risultato utile.
  • mettere i partecipanti nella condizione di diventare consapevoli che sono artefici della realizzazione degli obiettivi prefissati.
  • gestire anche i naturali momenti di negatività, stallo o inconcludenza, per trasformarli in situazioni virtuose.

Oltre agli strumenti materiali e a quelli metodologici, per facilitare ci vogliono diverse capacità allo stesso tempo. Osservazione, ascolto, sensibilità, presenza reale, trasparenza, flessibilità e fermezza.

E come spiega da anni Jay Vogt, ci vuole anche arte.

Rigenerazione delle comunità reali

L’importanza della facilitazione si riscontra anche al livello più ampio delle comunità. Esistono quartieri di città dove sono stati avviati processi partecipati, che permettono di trovare soluzioni innovative e di cambiamento.

In Italia una delle realtà più effervescenti si chiama Comunitazione. Un’organizzazione no profit che, in Puglia, aiuta le comunità locali a disegnare e strutturare reali processi tramite incontri, progettazione condivisa, creazione di momenti di aggregazione, azioni partecipate a vantaggio della collettività. Il tutto con una missione molto determinata: ri-creare il senso di comunità, di responsabilità civile e di appartenenza delle persone.

Disimparare e inventarsi un lavoro

E sul versante dell’invenzione professionale, emergono opportunità in questo senso. Quella del facilitatore è una professione che si va sempre più affermando, anche in Italia. Troviamo esempi in eventi ed esperienze di progettazione partecipata (rigenerazione urbana, realizzazione di opere, ecc.), come anche in aziende o associazioni che ne hanno bisogno per gestire i gruppi di lavoro.

Ancora una volta, per anticipare i tempi, risulta indispensabile osservare, pensare e anche disimparare. Non rimanere fissi su quello che che abbiamo conosciuto finora.

Qualche anno fa, in questo senso, ho ricevuto un grande “insegnamento al contrario”.

Mentre  mi addentravo – in via teorica e pratica – alla facilitazione di dinamiche di gruppo, feci una timida confessione a una persona che stava gestendo un progetto. Le dissi “Secondo me, nel contesto in cui state operando, c’è una lacuna evidente di facilitazione. La sua risposta fu: “No grazie, non abbiamo bisogno di facilitazione. Tra di noi andiamo già d’accordo”.

Allora forse ha ragione mio nonno: dovremmo ripartire da un’umiltà di fondo. Un’umiltà che ci ricordi quanto siamo fisiologicamente ignoranti e, al tempo stesso, quante occasioni abbiamo per scorgere dettagli importanti di evoluzione sistemica.

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

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Quando la lezione di storia la dà l’ologramma

Il progresso tecnologico non è né buono né cattivo in sé: dipende dagli utilizzi che se ne fa. Con molti rischi ma anche molti aspetti positivi.

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Sareste disposti a parlare con una copia, sebbene imperfetta, di una persona a voi cara scomparsa da tempo?

Per imperfetta s’intende che non è possibile toccarla. Perché questa persona “tornerebbe in vita” sotto forma di un ologramma, cioè un’immagine in 3D rappresentata proprio davanti ai nostri occhi, capace di parlare e discutere come se fosse in carne ed ossa.

Certo, noi esseri umani abbiamo bisogno di toccare, sentire gli odori, i profumi, avvertire il calore dell’altro, e un ologramma questo non lo può fare.
D’altra parte, con l’introduzione delle videochiamate, un po’ ci siamo abituati a questa smaterializzazione delle relazioni. Ci sono persone che intrattengono rapporti di amore quasi esclusivamente virtuali, a distanza di continenti. E poi… vogliamo mettere l’emozione di poter rivedere una persona che è venuta a mancare e delle quale ci restava solo qualche foto e molti ricordi?

Preservare la Memoria

Sembra  un film di fantascienza, ma non lo è: lo sviluppo tecnologico sta portando alla creazione di tutta una serie di nuovi “prodotti” con l’intenzione di trasmetterci un senso di realtà senza precedenti.

È il lavoro che porta avanti il giovane tailandese Supasorn Suwajanakorn, che ha iniziato questo cammino con il progetto New Dimension in Testimony. L’idea originale, sviluppata presso la University of Southern California, era quella di creare delle nuove opportunità di interazione con i sopravvissuti dell’Olocausto, finché ancora ce n’erano.

In questo caso specifico le risposte venivano registrate in uno studio dai tecnici facendo le domande alla persona che realmente ha vissuto quel periodo orribile delle nostra storia recente, registrando ogni movimento del corpo, ogni sfumatura del suo viso, per poi elaborarle al computer, con l’obiettivo di replicarle edelmente in un ologramma immortale, capace di parlare alle generazioni future e di tenere viva la Memoria della Shoah.

 

Il confine tra vero e falso

Da questo complicato processo, Supasorn ha capito che era possibile creare immagini in 3D di qualsiasi persona grazie alla raccolta di fotografie presenti in rete, “estrapolando” così una versione tridimensionale del viso e riuscendo a farlo muovere grazie agli algoritmi creati dalla macchina.

Per poter elaborare un’immagine della persona è fondamentale avere più foto o video possibili, per permettere la riproduzione anche di quelle parti che, inizialmente, passano in secondo piano, ma che si rilevano fondamentali per rendere una rappresentazione realista del nostro interlocutore, come ad esempio le rughe del viso, le pieghe degli occhi, le espressioni tipiche che fa nell’atto del parlare, o anche il cambiamento di pigmentazione quando prova certe emozioni.

In caso di personaggi più celebri, la galleria di Google Immagini è perfetta perché è possibile raccogliere un database fotografico decisamente fornito di molti personaggi pubblici, in diverse situazioni, colori di sfondo diversi e movimenti facciali dei più disparati.
Per fare un esempio parlante (è il caso di dirlo) di ciò che è possibile ottenere tramite queste tecniche, un team dell’Università di Washington ha riprodotto un breve discorso di Barack Obama, che ha richiesto all’intelligenza artificiale di assimilare 14 ore di video dello stesso ex presidente degli Stati Uniti, con l’obiettivo di poter immagazzinare tutti i suoi movimenti, anche i più piccoli, come quelli degli angoli della bocca. Il risultato è francamente impressionante:

Ovviamente questo prodigio della tecnica solleva tutta una serie di questioni etiche, perché, di fatto, si possono creare contenuti falsi ma assolutamente verosimili di… virtualmente tutti. Per questo motivo, le stesse persone che hanno sviluppato queste tecnologie, oggi si adoperano per creare dei tool di riconoscimento affidabili, come contromisura all’eventuale (e scontato) abuso che si potrà fare di queste metodologie.

Uno strumento didattico e di speranza

Una delle applicazioni possibili e anche più affascinanti è quella di avere l’opportunità di assistere a delle lezioni da parte dei grandi della storia: ad esempio uno scienziato come Einstein, che ha rivoluzionato la nostra storia. Pensate solo alle emozioni che si possono vivere nel vederlo parlare, spiegare la materia a cui tanto ha donato in termini di tempo ed energie. E lo si potrebbe far parlare in molte lingue diverse, senza problemi di traduzione.

O ancora: ascoltare i discorsi di Gandhi o di Martin Luther King

Anche questo caso dimostra che il progresso tecnologico non è né buono né cattivo in sé: dipende dagli utilizzi che se ne fa. Può diventare uno strumento di manipolazione, oppure di insegnamento, per imparare dagli errori del passato, creando flusso di persone del presente che abbiano a disposizione un bacino enorme di conoscenze ed esempi quasi in carne ed ossa, per costruire, si spera, un futuro migliore e più consapevole.

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In primo piano

La mia vita senza Google

Si può sopravvivere senza i servizi di Mountain View? C’è una vita dopo Gmail? Pare di sì. Anzi: c’è tutto un mondo.

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Io e Google non andiamo più d’accordo.

Abbiamo provato a convivere per diverso tempo, anche per il bene del mio smartphone Android che, ammetto, stava meglio con lui, ma poi qualcosa è cambiato tra di noi, e non per colpa mia. Lo so, dicono tutti così, ma…

Troppo attenzionato per i miei gusti

Ha cominciato a diventare invadente. Mi ha sorpreso la prima volta in cui mi ha suggerito di partire un quarto d’ora in anticipo per andare al lavoro, perché c’era più traffico “del solito”: una persona che ama la tecnologia come me non può rimanere indifferente di fronte a queste dimostrazioni di intelligenza. Ma la cosa mi aveva turbato.

Sempre più spesso mi diceva quanto tempo avrei impiegato per arrivare alla prossima destinazione grazie alla combinata Calendar + Maps. Quando andavo in un ristorante voleva sapere se mi era piaciuto, se avevo mangiato bene e se volevo recensire quel posto.

Poi ha cominciato a dare delle percentuali potenziali ad altri locali: il Bar Tequila Blu aveva solo il 40% di possibilità di piacermi, pare.
Mancava poco che mi facesse una ramanzina perché avevo segnato di andare in palestra alle 10 e alle 10,05 ero ancora in casa (perché lui sapeva esattamente dove era casa mia; e qualsiasi altro posto dove dormissi regolarmente).

Tutto questo lo ha fatto di sua spontanea volontà, senza avvertirmi. Dietro alla schiena.

Sa sempre cosa faccio

Ci sono stati due eventi che mi hanno definitivamente fatto cambiare idea sulla Big G.
La prima è che ho scoperto l’esistenza della cronologia di Google Maps. A dir poco invasiva: consiglio a tutti di dare un’occhiata alla propria, se attiva.

Questa funzione mi ha fatto capire che non ero solo nei viaggi, ma che lui mi accompagnava, osservava i miei comportamenti, registrava qualsiasi passaggio e metteva queste informazioni a disposizione di altri.
Una cosa fastidiosa, questa.

Se la cronologia è attiva, noterete che indica chiaramente dove siete stati, quanto tempo avete impiegato per spostarvi, con quale mezzo, e altri particolari che dipendono dalla configurazione ma anche dal Paese (ad esempio in certi centri commerciali degli Stati Uniti, Google saprà dirvi quanto tempo avete passato davanti al bancone del pesce o a scegliere tra tre marche diverse di bagnoschiuma, grazie alla geolocalizzazione indoor).

Io che sono molto pignolo in quanto a privacy, non ero a conoscenza di questa funzione: non ci avevo mai fatto caso. E dopo che l’ho scoperto, le cose sono cambiate. Ho fatto in modo che smettesse di ficcanasare.

E per essere sicuro di non lasciare le cose a metà, sono passato alla concorrenza, abbandonando lo smartphone Android a mio padre e adottando un iPhone, che possiedo tuttora. Un cambiamento importante, sotto molti aspetti.

Sappiamo tutti che quando ci si separa, la cosa più difficile è cambiare le proprie abitudini. Forse per questo, all’inizio, ho continuato ad utilizzare Gmail, cioè la posta elettronica di Google. Era comoda, semplice, e mi permetteva di godere interamente di tutti i software che l’azienda di Mountain View mi offriva: potevo commentare su YouTube, salvarmi i miei video preferiti, avere un ampio spazio di archiviazione su Drive, gestire in modo efficace la rubrica del telefono e l’elenco dei messaggi, e molto altro ancora.

Insomma, la situazione tra noi due era ancora un po’ tesa per quello che era successo, ma a Gmail, ammettiamolo, non riuscivo a rinunciare.

Non perché hai l’albero, che non vedi più la foresta

Sono appassionato di tutto ciò che è tecnologia, per cui restare fedele a Gmail nonostante tutto mi risultava difficile, ma ci provavo. Niente di male a dare un’occhiata per vedere cosa c’era in giro, giusto? Quali potevano essere i servizi di posta alternativi?
Ebbene, devo dire che mi si aprì un mondo. Quanta diversità esisteva di cui non sospettavo nulla: mail criptate, open source, alcune gratis con servizi a pagamento e tantissime altre funzioni.

Mi resi conto che aprire una Gmail era facile e veloce, ma tutto ciò mi aveva chiuso gli occhi di fronte alla vastità di alternative che la rete offre. Da lì a poco, Google smise ufficialmente di “sbirciare” nella posta degli utenti per definire quelle che erano le campagne pubblicitarie di AdWords, ma per me era comunque troppo tardi.

Così, dopo averci riflettuto un po’ di settimane, ho chiuso anche con Gmail, salvando tutto il contenuto con Takeout e rimanendo con una posta elettronica decisamente più piccola e limitata, ma molto più sicura: ProtonMail, che mi soddisfa ogni giorno ancora adesso.

E per trovare, come fai?

Per quanto riguarda le classiche ricerche sul web, avevo già smesso di usare la grande G in tempi non sospetti, ovvero nel 2014, quando avevo conosciuto DuckDuckGo, il motore di ricerca che non tiene traccia delle informazioni personali. Questa era una parte della nostra relazione per la quale avevo fatto il lutto da tempo.

La lezione che ho imparato da questa esperienza, è che dietro l’angolo del web si cela un universo di servizi e di persone che lavorano duramente per offrire prodotti altrettanto efficaci; ci sono piccole realtà schiacciate dal peso delle famose big che macinano miliardi di utili e che andrebbero sostenute.
Quali aziende, nel corso del tempo, hanno scalato le vette della rete e della notorietà? Questo report di Visual Capitalist lo esprime molto bene.

Il fatto che Google si conceda generosamente non significa che non chieda nulla in cambio.
Questo relazione esclusiva in quanto semplice porta però a chiuderci alle opportunità e a non utilizzare più nessuna alternativa nel mondo del web. Google ha creato un vero e proprio monopolio, il più delle volte gratuito e alla portata di tutti.

Certo, il suo fascino è innegabile: è veloce, immediato, comodo, pieno di servizi… tutto il suo mondo è a portata di mano, anzi di dita; non mi sorprende che milioni di persone al mondo lo amino e lo utilizzino quotidianamente e senza mai troppi problemi.

Ma non funziona con tutti.
Il 2 di febbraio 2019 sarà ufficialmente un anno in cui Google ed io abbiamo preso ognuno la propria strada.
E sapete una cosa? Siamo felici così.

 

NowPlaying:
The Man, The Killers

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