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Ha ragione mio nonno: per semplificare dobbiamo essere semplici (e anche umili)

Il nostro è un paese malato di riunionite, soprattutto nelle aziende. E anche quando proviamo a semplificare ci complichiamo la vita.

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Come si facevano una volta le riunioni informali? Come si gestivano le sessioni per prendere una decisione o per pianificare un progetto? Chi conduceva le riunioni di condominio?

Potevamo anche permetterci di non facilitarle ufficialmente? E se non erano facilitate, prendeva la parola il più titolato o il più coraggioso e gestiva allo stesso tempo presentazioni, contenuti, interventi, imprevisti e durata?

Queste domande sembrano provocatorie, invece hanno solo tanta fame di conoscenza storica e sociologica. Negli ultimi anni, in diversi ambienti, si sono diffuse le pratiche di facilitazione: metodologie e tecniche che agevolano il funzionamento dei gruppi, da un punto di vista organizzativo, relazionale, progettuale ed emotivo.

Rendere più facile

La ragione è parecchio logica. Facilitare significa “rendere più facile” quello che in un gruppo rischia di essere già complicato. O di complicarsi lungo il percorso. E in una dinamica di gruppo, che cosa può complicarsi in tempi rapidi?

Per esempio:

  • La comunicazione tra noi
  • L’emersione delle nostre aspettative non dichiarate
  • L’emersione dei nostri bisogni insoddisfatti
  • Il rispetto sostanziale verso persone e ruoli
  • La gestione ragionevole dei tempi
  • Lo spazio per il “non detto” che chiede di emergere
  • La conflittualità latente o palese
  • L’accettazione della presenza di diversità

Prima diagnosi: riunionite 

Come dice Lorenzo Cavalieri questo è un paese malato di riunionite, soprattutto nelle aziende. La riunionite, di solito, si manifesta in tre modi.

  1. Ci sono troppe riunioni.
  2. Le riunioni sono così lunghe da provocare crampi allo stomaco o mal di testa da svenimento.
  3. Le riunioni coinvolgono troppe persone tutte in una volta.

Le organizzazioni soffrono soprattutto perché le riunioni – troppo spesso – vengono gestite male oppure non vengono proprio gestite (cioè non sono “guidate verso un obiettivo in tempi utili”). Paradossalmente però, in Italia conosciamo ancora troppo poco la presenza e l’importanza della facilitazione.

Condizione aggravante: inconsapevolezza

La deleteria inefficacia di certi gruppi parte dal fatto che sono estremamente concentrati sul risultato oppure sorvolano completamente sui dettagli essenziali di quello che stanno esperendo.

Utilizzano male il tempo che hanno (perché non hanno un time keeper), gestiscono superficialmente i turni di parola, dove quindi intervengono sempre gli stessi (perché non usano mai un talking stick, in stile Circle time), non sanno riconoscere i conflitti nel gruppo o li soffocano perché percepiti come pericolosi (perché non hanno una facilitazione orientata alle emozioni).

A questo punto, la domanda evidente è: come si fa a escludere le emozioni dalle riunioni? In quei frangenti, come facciamo a imbalsare quello che sentiamo, per rivestire solamente dei ruoli? La risposta non lascia scampo: non possiamo farlo.

Il ruolo imprescindibile del facilitatore

Il ruolo del facilitatore risulta fondamentale perché, nei contesti di gruppo, nessun’altra persona ha l’onere e il privilegio di poter:

  • aiutare il gruppo a dialogare efficacemente.
  • far emergere e valorizzare le risorse sia del singolo che collettive.
  • supportare il gruppo per pervenire a un risultato utile.
  • mettere i partecipanti nella condizione di diventare consapevoli che sono artefici della realizzazione degli obiettivi prefissati.
  • gestire anche i naturali momenti di negatività, stallo o inconcludenza, per trasformarli in situazioni virtuose.

Oltre agli strumenti materiali e a quelli metodologici, per facilitare ci vogliono diverse capacità allo stesso tempo. Osservazione, ascolto, sensibilità, presenza reale, trasparenza, flessibilità e fermezza.

E come spiega da anni Jay Vogt, ci vuole anche arte.

Rigenerazione delle comunità reali

L’importanza della facilitazione si riscontra anche al livello più ampio delle comunità. Esistono quartieri di città dove sono stati avviati processi partecipati, che permettono di trovare soluzioni innovative e di cambiamento.

In Italia una delle realtà più effervescenti si chiama Comunitazione. Un’organizzazione no profit che, in Puglia, aiuta le comunità locali a disegnare e strutturare reali processi tramite incontri, progettazione condivisa, creazione di momenti di aggregazione, azioni partecipate a vantaggio della collettività. Il tutto con una missione molto determinata: ri-creare il senso di comunità, di responsabilità civile e di appartenenza delle persone.

Disimparare e inventarsi un lavoro

E sul versante dell’invenzione professionale, emergono opportunità in questo senso. Quella del facilitatore è una professione che si va sempre più affermando, anche in Italia. Troviamo esempi in eventi ed esperienze di progettazione partecipata (rigenerazione urbana, realizzazione di opere, ecc.), come anche in aziende o associazioni che ne hanno bisogno per gestire i gruppi di lavoro.

Ancora una volta, per anticipare i tempi, risulta indispensabile osservare, pensare e anche disimparare. Non rimanere fissi su quello che che abbiamo conosciuto finora.

Qualche anno fa, in questo senso, ho ricevuto un grande “insegnamento al contrario”.

Mentre  mi addentravo – in via teorica e pratica – alla facilitazione di dinamiche di gruppo, feci una timida confessione a una persona che stava gestendo un progetto. Le dissi “Secondo me, nel contesto in cui state operando, c’è una lacuna evidente di facilitazione. La sua risposta fu: “No grazie, non abbiamo bisogno di facilitazione. Tra di noi andiamo già d’accordo”.

Allora forse ha ragione mio nonno: dovremmo ripartire da un’umiltà di fondo. Un’umiltà che ci ricordi quanto siamo fisiologicamente ignoranti e, al tempo stesso, quante occasioni abbiamo per scorgere dettagli importanti di evoluzione sistemica.

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

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Cooperare o competere? Questo è il dilemma

In azienda, si professa la cooperazione ma si premia la competizione. Come si può trovare un equilibrio tra le due modalità e, soprattutto, chi dovrebbe esserne garante?

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Quando ero piccolo passavo gran parte delle mie giornate a casa di mia nonna. Nel suo garage, luogo di giochi e di puzzo di fritto (per non creare cattivo odore in casa era solita friggere in un cucinotto inserito in una stanzina lì adiacente), c’era un cartello di latta identico a questa immagine trovata ora per caso su Facebook:

Parla del valore della cooperazione e dell’inutilità della competizione. Da sempre mi sono chiesto cosa sarebbe successo se la corda fosse lunga abbastanza per permettere ai due asini di poter mangiare tranquillamente da una parte e dall’altra. Non avrebbero litigato, non sarebbero entrati in relazione, non avrebbero dovuto risolvere un problema. E invece questa corda è corta e questo fa scaturire il conflitto, ma soprattutto fa nascere una relazione.

Da quando lavoro mi è capitato più volte di ripensare a questo disegno e paragonarlo al mio modo di svolgere le mansioni assegnatemi, e a quello dei miei colleghi che ho avuto durante le mie diverse esperienze professionali.

Qual è l’approccio migliore che ho gestito e quale quello più efficace? Non dico quello peggiore, perché comunque sono due approcci che esistono in azienda, è inutile negarlo e non voglio dare un giudizio negativo su uno dei due comportamenti, ovvero quello della competizione e quello della cooperazione. Due modi di vivere il solito problema, ovvero raggiungere un obiettivo. Sia che sia personale, che aziendale.

Non nego però che la forma competitiva non mi appartiene, non mi ci trovo a mio agio e tendo a evitarla. Anche se è l’approccio che impariamo fin da piccoli, forse perché più naturale e umano – sebbene la prima prova di una battaglia tra umani risale a 13’000 anni fa, mentre i ritrovamenti che indicano invece dei comportamenti collaborativi nei nostri antenati risalgono addirittura a più di un milione di anni fa, quando l’homo sapiens non esisteva ancora (per un approfondimento, clicca qui).

La competizione nasce sui banchi di scuola

È la scuola la principale fautrice di questa caratteristica.
Il sistema scolastico che tende a premiare gli studenti che ottengono un bel voto e considerare inadeguati coloro che non si impegnano a sufficienza vuol essere sì un insegnamento al valore della meritocrazia, impegno uguale premio, ma in un contesto sociale e culturale che paga solo chi si fa sentire di più, anche il valore meritocratico passa in secondo piano e in questo contesto tende a non valorizzare l’impegno, ma il solo raggiungimento dell’obiettivo.

In una delle tante interviste fatte a Tiziano Terzani negli ultimi giorni prima della sua scomparsa, il giornalista evidenziava questo aspetto, identificandolo come il grande limite della società: nell’imporre la concorrenza e la rivalità tra gli esseri umani si perde di vista il lato più spirituale e meno materiale della relazione e del vivere.

Cosa potrebbe essere fatto per impedire questa estenuante gara dove in gioco c’è la vita, il riconoscimento e il guadagno? Forse niente perché come accennavo prima l’uomo ha bisogno di tirare in ballo il suo lato animale per imporsi come essere umano.

E poi anche la natura ci insegna questo: «Le anatre depongono le loro uova in silenzio. Le galline invece schiamazzano come impazzite. Qual è la conseguenza? Tutto il mondo mangia uova di gallina» diceva Henry Ford nel famoso aforisma che ha fondato i principi della pubblicità efficace.

Competere vuol dire sfidare?

Ma la parola competizione cosa significa realmente?
Deriva dal latino cum: insieme – pétere: andare verso, compètere, ovvero andare insieme, direzionarsi verso un medesimo punto. Quindi il termine non rappresenta necessariamente un’accezione negativa, anzi: sembra che l’etimologia sia tutto sommato simile al termine “cooperazione”, ovvero avvalersi dell’altro per riuscire insieme a raggiungere un obiettivo comune.

La realtà è molto diversa e la competizione è la parola che usiamo per definire anche un rapporto conflittuale con il nostro collega. Devo riuscire a fare tutto da me così avrò attenzione da parte del mio capo e magari mi darà una promozione, devo far vedere cosa sono bravo a fare senza contare sull’aiuto degli altri, devo trovare l’occasione di parlare con l’amministratore delegato così capirà che tipo sono, ecc. Questa è la realtà dei fatti.

L’altro talvolta è un ostacolo nel far prevalere le mie competenze e il mio valore. Perché il punto a cui tendiamo entrambi, insieme, sembra poter appartenere solo a uno: al primo che ci arriva. Questa è la vera competizione.

Ecco che nasce l’esigenza di portare in azienda la cultura della cooperazione, del lavoro di squadra di cui si parla dagli anni ’80, ma non si applica raramente perché richiede l’accordo di tutti. Se qualcuno del team non è fair-play, l’avrà ancora una volta vinta sugli altri.

Sembra quasi che dobbiamo obbligatoriamente sottostare a queste regole o altrimenti sei fuori gioco. Se ti trovi con un collega fortemente competitivo, devi giocare anche te, altrimenti finirai miseramente schiacciato dalla sua ambizione.

Esiste una via d’uscita

Ma c’è una via di uscita a questo materialismo relazionale? Forse risiede nella capacità di leadership del capo o del manager di un progetto, forse c’è bisogno di alimentare la relazione e la crescita comune del proprio team o dei collaboratori.

Forse ancora una volta la differenza la fa l’ascolto che il leader dedica ai propri dipendenti. Allora è possibile che occorra lavorare su obiettivi individuali senza coinvolgere la squadra. Ma così si perde ancora una volta la relazione e l’importanza fondamentale che il lavoro ha nella società, ovvero come nobilitatore dell’uomo e dei rapporti umani.

Si lavora sempre per qualcun altro, mai per se stessi. È il principio di comunità, quello individuato perfino dai padri costituenti che hanno voluto il lavoro nel primo articolo della Costituzione Italiana.

Ok, tutto bello, ma ancora come si risolve questo predominio dei competitivi sugli altri? Beh, oltre una buona leadership, forse la chiave di tutto risiede nella competenze trasversale fondante della relazione umana: l’empatia, ma soprattutto il rispetto reciproco. Una nuova educazione, una nuova scuola e nuovi valori legati sì alla meritocrazia, ma anche all’aiuto reciproco.

Gli asini dovrebbero, forse per la prima volta, spezzare la corda con i propri denti, e mangiare insieme prima da un mucchio di fieno poi dall’altro, perché insieme, si sa, c’è più valore e gusto nel fare le cose.

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L’alternativa alla cultura dello stress e della paura in azienda

“O distruggiamo il capitalismo o lui annienterà noi”, sostiene il sociologo svizzero Jean Ziegler. Certo è che il nostro sistema economico attuale sta mostrando forti limiti e che è necessario trovare delle alternative.

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L'alternativa alla cultura dello stress e della paura in azienda

“O distruggiamo il capitalismo o lui annienterà noi”, sostiene il sociologo svizzero Jean Ziegler.

Parlo spesso della necessità di cambiare le modalità di relazionarsi in azienda; altrettanto spesso le lettrici e i lettori mi scrivono, interrogandosi su come sia possibile attuare un cambiamento di paradigma in un mondo in cui le aziende sembrano avere poco o zero interesse per le persone. E mi raccontano il loro quotidiano da fine ‘800, che fa venire i brividi.

Di solito rispondo che sono fiducioso per due ragioni: la prima è che le aziende devono fare i conti con l’arrivo sul mondo del lavoro di nuove generazioni che hanno dei valori diversi rispetto a quelle precedenti, e che mettono l’accento sull’importanza del proprio benessere psico-fisico.

La seconda ragione è che i consumatori sono sempre meno passivi, e anzi sono consum-attori, protagonisti della vita del prodotto e dei servizi che decidono di acquistare; sono finiti i tempi in cui le aziende potevano nascondersi dietro generali dichiarazioni di impegno: oggi ognuno di noi si sente in diritto di chieder loro le prove di quell’impegno, e riteniamo che le aziende abbiano l’obbligo morale di contribuire al benessere della comunità in cui operano.

C’è un terzo aspetto, però, di cui non parlo volentieri, perché ha una dimensione maggiormente politica e presta quindi il fianco a ogni tipo di incomprensione: mi riferisco al fatto che il cambiamento è possibile a condizione che il nostro sistema capitalista cambi in maniera profonda.

Le criticità del sistema economico attuale

Capiamoci: dare un colpo deciso al sistema capitalista non vuol dire diventare comunisti, con buona pace di chi pensa che il mondo sia solo bianco o nero.

Il sistema capitalista funziona in quanto è in grado di migliorare la vita delle persone, e lo vediamo da come la Cina ha saputo diminuire drasticamente la povertà, aprendosi al libero mercato (o a qualcosa che ci assomiglia).

Tuttavia l’abuso del sistema capitalista ha portato alla maggior parte dei problemi sociali che stiamo vivendo in questo periodo storico. E, soprattutto, il capitalismo è all’origine dei cambiamenti climatici. Per questo va distrutto prima che lui distrugga noi: è in questo contesto che si inserisce la frase di Jean Ziegler, che è, tra l’altro, membro del comitato consultivo del Consiglio dei diritti umani dell’ONU.

“Il sistema capitalista ha effettivamente impressionanti capacità, dinamica e creatività”, riconosce il professore 85enne in un’intervista pubblicata dal domenicale svizzero SonntagsBlick. “Ma i grandi gruppi economici si sottraggono a ogni controllo: funzionano unicamente secondo il principio della massimizzazione dei profitti nel tempo più breve possibile, a qualunque costo umano».

Le storie che ci raccontiamo (per non cambiare)

L’idea di non poter cambiare il nostro sistema economico è una narrativa radicata e difficile da mettere in crisi. Invece dovremmo vederla per quello che è veramente: una storia che ci raccontiamo.
Per diversi motivi: perché è più facile; perché ci vuole una buona dose di impegno per cambiare; per alcuni, perché il sistema attuale li avvantaggia; perché manchiamo di creatività; perché conosciamo solo questo modo. E tante altre ragioni.

Ci sono molti studi teorici che cercano di dare delle risposte a questa crisi di valori che ormai è evidente a tutti, soprattutto ai lavoratori. Si cercano opzioni sostenibili, che spesso vengono diluite a slogan, e presi in prestito dai vari gruppi politici che pensano di poter far leva sul disagio delle persone per raccogliere consensi e quindi voti.

Una delle dottrine più interessanti è quella nata negli Stati Uniti in seno a gruppi di interesse che coltivano l’idea di un capitalismo consapevole: si tratta di liberare lo spirito positivo del fare business e di unirlo alla creatività imprenditoriale collettiva, con l’intento di affrontare le difficoltà socio-economiche che stiamo vivendo in questo particolare periodo storico (di cui il cambiamento climatico è l’espressione più allarmante).

I quattro principi del capitalismo consapevole

1. La buona causa (Higher Purpose)

Le imprese devono avere delle ragioni che vadano al di là del mero profitto: queste ragioni definiscono la buona causa, che deve perseguire obiettivi superiori. Da questo punto di vista, la sostenibilità economica è un risultato, ma non è lo scopo dell’azienda.

“Abbiamo bisogno dei globuli rossi nel sangue per vivere (così come le aziende hanno bisogno dei soldi per vivere), ma lo scopo ultimo della vita va molto al di là del produrre globuli rossi (così come lo scopo di un business va al di là della semplice produzione di profitti).”
– Prof. R. Edward Freedman –

2. L’integrazione d’interessi (Stakeholders orientation)

Le aziende vivono in un ecosistema delicato, composto da collaboratori, clienti, fornitori, investitori, governi, risorse naturali.
Il business deve consapevolmente creare valore per tutta la comunità, non solo per gli azionisti.
Bisogna motivare tutti gli stakeholder a perseguire gli interessi della comunità e non quelli del singolo, cercando di generare valore condiviso, persino per i concorrenti. Questo perché tutte, ma proprio tutte, le parti coinvolte compongono l’ecosistema.

3. La Leadership consapevole (Conscious Leadership)

Come gli altri stakeholder dell’ecosistema, anche i leader delle aziende devono mettersi al servizio delle persone piuttosto che inseguire potere e ricchezza personali.
Devono saper ispirare una visione condivisa di benessere, facendo in modo che tutti nell’azienda abbiano il focus sulla buona causa e che lavorino in un’ottica di fiducia e di cura reciproche.

4. Una nuova cultura consapevole (Conscious Culture)

Alla base del capitalismo consapevole c’è una cultura aziendale (ma anche economica) fatta di fiducia, responsabilità, trasparenza, integrità, lealtà, uguaglianza e miglioramento personale.
Questi principi agiscono come una forza energizzante e unificante per tutti gli stakeholder: in essa, le persone si riconoscono e possono trovare un’alternativa alla cultura della paura e dello stress tipica delle culture aziendale disfunzionali.

Il peso delle multinazionali

Personalmente, trovo l’approccio utile. Tuttavia, vivo questa versione illuminata del capitalismo come un tentativo maldestro di non affrontare la questione di fondo: tipicamente, come portare le aziende ad applicare questo livello di consapevolezza.

C’è un aspetto critico che non può essere scopato sotto il tappeto: per una piccola parte della popolazione, il nostro sistema socio-economico attuale funziona, in quanto permette loro di vivere in una ricchezza che, probabilmente, non avrebbero se cambiassero le regole del gioco.

Le Fortune 500, ovvero le 500 più grandi multinazionali del mondo, hanno il controllo del 52,8% del reddito nazionale lordo della Terra. Come fa notare Jean Ziegler “hanno un potere che nessun re ha mai avuto su questo pianeta”.

Per lo stesso motivo non serve a molto attaccare i governi e pretendere dai nostri politici di trovare delle soluzioni, se non abbiamo messo in conto l’inevitabile e necessaria revisione del concetto stesso di capitalismo. Capitalismo che suona come un dottrina economica ma che si traduce concretamente nel nostro modo, reale e quotidiano, di vivere.

La scelta tra evoluzione e rivoluzione

Un modello, il nostro, che continua a ispirare quelle popolazioni che non hanno ancora preso il treno dello sviluppo economico: tutti i paesi del cosiddetto Terzo Mondo perseguono l’obiettivo di raggiungere lo stesso livello di vita dei Paesi industrializzati. Ora, guardiamo in faccia la verità: questo sviluppo non è semplicemente possibile.
Applicare lo stesso modello economico basato sul consumismo e sullo sfruttamento delle risorse naturali porterà inevitabilmente all’esaurimento del Pianeta e quindi a un rischio concreto per tutto l’ecosistema, umani compresi.

C’è chi pensa che questa enorme pressione ancora a venire creerà una tale crisi sociale, economica e politica che dalle ceneri di scontri e crisi nascerà un nuovo paradigma mondiale, questa volta più sostenibile e orientato al bene comune. Ma ne beneficeranno solo i sopravvissuti (ammesso che ce ne siano).

“La storia insegna che le classi dominanti – oggi l’oligarchia finanziaria internazionale – non rinunciano mai volontariamente ai loro privilegi: si difendono a sangue”, puntualizza Jean Ziegler. “Se guardo alla storia mi sembra impossibile che oggi succeda qualcosa di diverso”.

Tutti pronti per una sanguinosa rivoluzione, quindi?
L’opzione evolutiva c’è, ma dobbiamo prendere l’iniziativa, noi per primi.

Divide et Impera

Siamo ancora in tempo a evitare l’ecatombe. Purtroppo il tempo stringe e noi esseri umani abbiamo questa capacità unica di organizzarci sempre in fazioni contrapposte e bellicose.

Siamo fondamentalmente animali tribali e facciamo fatica a sentirci uniti come un’unica razza.
Ci riusciamo solo nei film di fantascienza, quando gli alieni ci invadono per distruggerci… e allora, per il tempo di una battaglia epica, mettiamo da parte le nostre differenze e difendiamo quella che consideriamo la nostra casa comune.

Nella realtà, quando persone come Greta Thunberg si impegnano a far capire all’opinione pubblica che siamo in una situazione di emergenza, c’è subito chi ci vede dietro il complotto, gli interessi dei poteri occulti, e si organizzano di conseguenza per discreditare non solo lei ma anche tutte le sue azioni.

Temo che si debba cominciare da qui, ovvero dal riconoscere che ci sono persone che demonizzano movimenti come quello iniziato da Greta Thunberg, facendo così il gioco degli stessi “poteri occulti” che criticano e temono: perché è impossibile non essere d’accordo sul fatto che bisogna abbattere l’utilizzo delle fonti energetiche non rinnovabili. Quindi: perché affermare che è un complotto?

I politici che si oppongono a queste azioni sono sempre al servizio delle grandi aziende che non sono pronte a rinunciare ai loro profitti, nonostante abbiano avute decenni per prepararsi. Il fatto che il petrolio sarebbe terminato, prima o poi, lo sapevamo già negli anni 70.

Valore e valenza del profitto

Ed è qui che c’è l’intersezione tra la questione dell’emergenza climatica e quella del cambiamento di paradigma a livello di condizioni lavorative.

La parola chiave è profitto: in un sistema, quello attuale, esso è massimizzato e concentrato nelle mani di pochi; nel sistema verso il quale dobbiamo andare, esso è ridistribuito su tutta la società e, soprattutto, non è lo scopo ultimo, ma solo un mezzo per il fine più nobile: quello di garantire benessere a ogni essere umano sulla Terra.

Noi che siamo relativamente in basso nella gerarchia decisionale abbiamo però un potere importante: i numeri sono dalla nostra parte. Le masse, chiamiamole così, sono le vittime del sistema ma anche il suo principale motore.

Sta a noi, nel nostro quotidiano, contribuire al cambiamento di paradigma in azienda. E ci sono diversi modi di farlo, a mio avviso:

  1. Sollevare le questioni etiche con colleghi e superiori, anche quando sono scomode: porsi le domande è il primo livello di difesa contro gli abusi.
  2. Rifiutarsi di lavorare per le aziende che massimizzano il profitto (lo so, più facile a dirsi che a farsi, quando hai un mutuo e una famiglia da mantenere; quindi vedi il punto 3).
  3. Rifiutarsi di acquistare prodotti e servizi delle aziende che massimizzano il profitto a scapito dell’ambiente e delle persone.
  4. Cercare di applicare il principio del bene comune anche nella nostra vita di tutti i giorni, e non solo con i famigliari, ma anche con le persone che sentiamo diverse e lontane.
  5. Crederci sempre: credere nel cambiamento che verrà e credere in noi stessi come parte importante di questo cambiamento.

Tutti per uno, uno per tutti

L’aspetto sensibile di questo discorso è che, sebbene si tratti di un apparente confronto tra parti, dobbiamo cercare noi per primi di pensare al bene comune. E nel bene comune ci sono anche quelle aziende e quelle modalità che combattiamo.

È uno dei motivi per cui, personalmente, ho sempre guardato con sospetto ai sindacati, che in teoria, sulla carta, dovrebbero avere un ruolo importante. Invece finiscono col diventare organizzazioni il cui scopo è quello di promuovere gli interessi di una sola classe, mentre dobbiamo ragionare in maniera “mescolata”: tutti dobbiamo collaborare per un reciproco vantaggio, padroni e operai, politici e cittadini, governi e aziende.

Sembra una visione rivoluzionaria della vita, eppure è comprensibile anche per chi è un sostenitore agguerrito del sistema economico attuale: in fondo, l’idea è sostituire il profitto di pochi con il profitto per tutti.

Il nocciolo della questione potrebbe proprio essere che il sistema capitalista in cui viviamo è imperfetto e non è implementato come invece dovrebbe. Alla fine, forse avere ragione Gilbert K. Chesterton, che diceva che “troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti”.

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