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Il coraggio di essere Te, di andare avanti e sentirsi “abbastanza”

Con regolarità mi sono trovato a chiedermi se non fosse il caso di fermarmi, come quando prendi una strada ed inizi a dubitare se sia quella giusta. Come quando ti trovi al volante ed i tuoi compagni di viaggio iniziano a dirti “te l’avevo detto”. E lo dicono così spesso, ed in coro, da farti pensare che abbiano ragione.

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Non si tratta di storielle motivazionali ma di una storia vera. Ci vuole grande fiducia in se stessi, un pizzico di incoscienza e tanta forza per seguire la propria strada. Soprattutto se la strada è tutta in salita e non si tratta di quella che ti avevano indicato.

Lo so bene.
Con regolarità mi sono trovato a chiedermi se non fosse il caso di fermarmi, come quando prendi una strada ed inizi a dubitare se sia quella giusta. Come quando ti trovi al volante ed i tuoi compagni di viaggio iniziano a dirti “te l’avevo detto”. E lo dicono così spesso, ed in coro, da farti pensare che abbiano ragione.

Ogni tanto è vero, inutile insistere. Spesso l’unica cosa da fare è piantare il piede sul freno e trovare un posticino per invertire direzione. E tornare indietro.
Spesso, non sempre.

Ci sono volte in cui hai ragione tu e basterebbe fare qualche km in più o magari anche cento metri per far vedere a tutti che hai ragione. Solo che anche se la meta è a due minuti non possiamo, e non possono, vederlo.

Nel 2012 ho fatto il mio primo sito web, ci ho messo due mesi. Ho comprato immagini di alta qualità ed impatto, ho scritto migliaia di parole e le ho scelte con cura.
Ho guardato il sito e pensavo fosse finalmente la mia strada, quella giusta.
La prima cosa che ti viene in mente in questi momenti è condividerlo con le persone che ti sono vicine, cercare approvazione o almeno un feedback sincero ma non troppo.
Il problema? Loro non vedono quello che vedi tu.

Quella volta la parola più usata fu “carino”, una parola che dovrebbero vietare per legge.
Come quando guardi un bambino che ancora non è un cigno e l’unica cosa che ti esce è …simpatico.
Ma peggio, mille volte peggio. “Carino” sta per innocuo, cioè senza un fine evidente, senza un motivo evidente.
Insomma è peggio di dire brutto.

Anche perché il punto non è che un’idea debba essere bella o brutta ma dovrebbe avere la forza di apparire concreta, con possibilità di impatto.
Io lo vedevo ma il problema è che loro non vedono quello che vedo io o vedi tu.

Ogni volta che ci penso, e mi ci sono trovato tantissime volte in questa situazione, mi sento il Piccolo Principe.
Lui disegna un boa che ha ingoiato un elefante e gli altri ci vedono un cappello.
Ecchecazzo.

Nel 2015 ho abbandonato il sito che avevo fatto con tanta cura per fare qualcosa di più audace: un blog.
Da quel momento non solo mi sarei presentato on line ma avrei raccontato ogni giorno la mia storia.  Più bello, più pericoloso.
Ogni giorno persone vicine e lontane avrebbero potuto vederci un cappello o il nulla.

La situazione, semplificando parecchio, è la seguente:

  • Tu pensi che stai facendo qualcosa di grande
  • Gli altri non vedono neppure cosa stai facendo
  • Altri, magari stimolati (mail, telefonate, preghiere, ecc.) ci vedono un cappello o ti dicono “carino”
  • Quelli più vicini, pur volendoti bene e senza cattiveria ti consigliano di cambiare strada.

“Trovati un lavoro vero” è stata la frase che mi è stata detta con più frequenza negli ultimi 4 anni.
Altre volte non lo hanno detto ma lo si leggeva in faccia. Ed altre volte ancora…beh la solita storia del “carino”.

La cosa più importante di questa storia, una lezione che ho imparato è innanzitutto non ridere delle idee altrui.
Nel mio lavoro, ogni giorno, mi vengono sottoposte idee strane, o folli, o stupide ma mi ricordo di quei momenti e le analizzo e discuto sempre con la giusta serietà.
Le idee sono una cosa seria.

Si tratta di idee, dannazione, non di lavare la macchina o mettersi l’eyeliner. (semi-cit)

Il percorso per diventare Grandi ed i rischi

Tornando al nostro discorso, in quei momenti ci vuole un pizzico di sana incoscienza e molta, moltissima, fiducia in se stessi. Non bisogna cedere.
Ci sono soprattutto due rischi dietro l’angolo:

1) Abbandonare l’idea. E si sa, alla fine ci si pente più per ciò che non abbiamo fatto che per ciò che abbiamo fatto male o non benissimo.

2) Fare esattamente come fanno gli altri. In certi momenti si è portati a credere di essere sulla strada sbagliata e si inizia a dubitare della propria capacità di giudizio, o delle proprie capacità.
La cosa più frequente è guardare coloro che sembra ci siano riusciti (in qualcosa di analogo) ed iniziare ad essere e fare esattamente le stesse cose.
Questa fase è quella dove ci si fa piccoli, piccoli; dove muoiono le idee ed una parte di te.

Per qualche mese ho provato a fare le stesse cose dei cosiddetti influencers e l’ho fatto non tanto perché credevo di ottenere risultati ma solo per sentirmi meno a disagio.
L’alternativa (il primo punto) è cedere. Fare altro, cercarsi un lavoro vero, o un lavoro più basso o diverso da ciò che credevamo. Accontentarsi. Non fare quei metri in più che forse bastavano per arrivare a destinazione.

So di non raccontare nulla di nuovo ma è proprio questo il punto:

Siamo troppo grandi per credere alle favole. Ma anche al fatto che le favole non esistano.

Cool Runnings (fare pace con noi stessi)

Proprio ieri ho rivisto un vecchio film, uno di quelli fatti per ridere e pensare.
Cool Runnings racconta l’avventura della Nazionale di bob della Giamaica che partecipò ai Giochi olimpici invernali di Calgary del 1988.  La storia di quattro ragazzi che si cimentano con uno sport non tradizionale (strano) e per il quale non erano affatto preparati e portati.

Ci sono alcune idee che fanno riflettere.

1) Qualsiasi sogno sarà ridicolo sino a quando non ci riesci
E questo mi fa pensare non al fatto che se vuoi puoi o di inseguire tutte le idee folli. Solo sapere che comunque buone o cattive idee sono ugualmente accompagnate da scetticismo, ilarità e “carino”.

2) Senza fiducia in se stessi, avranno sempre ragione loro.
Cerchiamo sempre l’approvazione degli altri ma la cosa importante è convincere noi stessi e ricordarcelo costantemente. Altrimenti alla prima avversità molliamo ed avranno ragione loro. La cosa brutta è che avranno ragione perché non ci hai creduto e non perché non si poteva fare o non potevi farcela.

3) Ci vuole coraggio ad essere Te
La maggior parte delle idee, dei sogni, delle aspirazioni non hanno nulla di speciale, molte sono abbastanza comuni. La differenza sei tu. Nel film, gli svizzeri, la squadra favorita, sembrerebbe il massimo. Però non ridono, non sono buffi come i jamaicani e non hanno i loro problemi, la loro storia.
Se non trovi la tua identità e se non metti dentro la tua storia non potrai mai fare qualcosa di diverso e che ne valga la pena.

4) Sei già abbastanza
Questa è una frase che nel film ha un ruolo cruciale. L’allenatore dice “Se non sei abbastanza senza la medaglia d’oro, non sarai mai abbastanza.”
Come si fa ad essere abbastanza? Probabilmente semplicemente credendo e rispettando se stessi, lottando senza scorciatoie, apprezzando il lavoro e le tue idee più che il grande risultato. E portando a termine ciò che hai iniziato.

Sentirsi abbastanza. Andare avanti.

Quando gli altri la smetteranno di ridere ed inizieranno ad applaudire?

Sin qui sembra che bisogna fare di testa propria ed ignorare gli altri. Non è completamente vero, gli altri sono molto importanti.
Il punto è che gli altri non vedranno mai ciò che vedi tu sino a quando non sarà evidente.

Siamo come un uovo.
Le persone si stupiscono quando esce un pulcino, e per quanto ogni secondo all’interno ci sono reazioni miracolose e cambiamenti, nessuno ci fa caso e se ne accorge.
Il momento in cui il cambiamento è evidente arriva all’improvviso. Non possiamo cambiare il mondo, come le persone pensano, quando le persone iniziano a battere le mani.

Arrivare a quel momento invece spetta a noi. Fa la differenza. È la differenza.
E molte volte non si tratta di vincere per come pensavamo. Spesso è semplicemente una persona che va avanti, in modo unico e con coraggio.

Insomma quando la smetti di ridere di te stesso, ed accetterai davvero tutte le difficoltà intorno…quando avrai il coraggio di andare avanti e sentirti abbastanza a prescindere da una medaglia d’oro o di un applauso…ecco allora che gli altri la smetteranno di riderti dietro. Ti prenderanno seriamente e forse ci sarà un vero applauso.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

In primo piano

Perché ci lamentiamo sempre dei giovani?

L’aneddoto del collega cinquantenne che rende la vita impossibile al giovane neo-assunto è in realtà una storia fatta di paure, di insicurezze e di morte. Rien que ça.

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Daniele non si fida dei suoi colleghi cinquantenni.
“Ho avuto delle brutte esperienze, in passato”, mi confida. “Non solo non ti aiutano, ma fanno apposta a non passarti le informazioni di cui hai bisogno”.

È una storia che ho sentito spesso: il senior che snobba il collaboratore junior e che gli rende la vita difficile, sottoponendolo a una specie di nonnismo del lavoro.

Assomiglia in maniera simmetrica alla storia del cinquantenne che si lamenta del ventenne e che si domanda in che razza di mondo ci faranno vivere la nostra vecchiaia questi giovinastri.

Quando la struttura narrativa si ripete in modo così sistematico, il mio rilevatore di stereotipi si accende e si mette a suonare.

La premiata ditta dei giovani svogliati (dal 598 a.C.)

Queste lamentele sono vecchie come il mondo. Hanno una dimensione che oserei definire mitologica.

Troviamo testi greci del 600 avanti Cristo che dipingevano i figli come tiranni pronti a rispondere male ai loro genitori; nelle commedie di Plauto (l’equivalente romano di Netflix) si affrontava spesso il tema della decadenza morale dei giovani e il conseguente dilemma di un’educazione rigida o indulgente; il monaco giapponese Yoshida Kenkō, vissuto nel XIV secolo, si lamentava della scarsa padronanza linguistica dei suoi discepoli; la scrittrice Anna A. Rogers nel 1907 temeva la fine dell’istituzione del matrimonio a causa di una nuova generazione troppo individualista; e così via.

Tutte queste esternazioni hanno qualcosa in comune: la verità storica, che a posteriori le fa apparire ridicole.
Possiamo dire con una certa sicurezza che negli ultimi 3000 anni il mondo non sia finito più volte a causa di una nuova generazione di mollaccioni. O no?

La paura di non essere più abbastanza

Chi mi segue regolarmente sa che ho qualche teoria fissa e una di queste è sicuramente che la maggior parte dei nostri comportamenti disfunzionali sono nutriti dalle nostre paure.
Paura di perdere la faccia, paura di non essere abbastanza, paura di venir rifiutati, paura di essere inutili, paura di non essere amati… Insomma, la Paura, quella con la P maiuscola, specifica per ognuno di noi ma mai troppo differente da quella degli altri.

Alla base di questa constante mortificazione della nuova generazione da parte della generazione precedente, a mio avviso, c’è proprio la paura.

Solo la paura, infatti, può giustificare un orrore come quello di dare alla luce dei bambini in questo mondo, di farli crescere, di occuparci di loro, per poi convincerli di essere meno bravi, meno indipendenti, meno meritevoli, meno lavoratori di noi.
Affidiamo ai nostri figli un futuro costruito sulle nostre imprese e sui nostri errori, dando loro la responsabilità di viverci con gratitudine.

E facciamo lo stesso in azienda: io vecchio lupo di mare, navigato, ti do l’onore di farti le ossa nella realtà che ho contribuito a costruire, quando la gente della mia generazione faceva le cose in ordine; tutto quello che vedi non lo meriti, perché non hai ancora dimostrato il tuo valore. Quindi non aspettarti da me un aiuto o un comportamento collaborativo: devi rimboccarti le maniche, come ho fatto io.

La storia è stata scritta dagli sfigati

Questa narrativa funziona talmente bene che la nuova generazione, a un certo punto, si convincerà veramente di aver fatto qualcosa di sbagliato.
I giovani cominceranno a preoccuparsi di non essere all’altezza: “Alla mia età, mio padre era già sposato con due figli, io invece sono ancora all’Università, fuori corso e dipendente economicamente”.

Ogni generazione viene mortificata dalla precedente e, invecchiando, ripeterà lo stesso paradigma, mortificando quella successiva. Perché “ai miei tempi, le cose erano diverse”.

Eppure, proprio perché questo paradigma è ciclico e ininterrotto da millenni, allora dovremmo essere seduti intorno a un fuoco a darci mazzate con la clava, in questo momento. A sbattere la testa contro i muri delle caverne.

Invece tutto ciò che ammiriamo, che desideriamo, tutto ciò che c’è di buono e di bello nella storia dell’umanità, come l’arte, le grandi opere architettoniche, la letteratura, la musica, l’innovazione tecnologica, tutto è stato fatto da persone considerate confuse e incapaci dai propri padri.

Non ci rimpiazzerete mai

In azienda, è possibile che una persona senior si possa sentire minacciata da un giovane: siamo animali, e guardiamo con sospetto il lupacchiotto che cresce, si afferma ed è pronto a soffiarci il posto che ci siamo guadagnati con tanta fatica.

Un collaboratore più giovane è l’incarnazione della nostra paura di non essere più… utile, amato, necessario… vivo. In qualche modo ci troviamo di fronte all’evidenza della nostra mortalità, sia professionale che umana (e quindi sia metaforica che reale).

Quando diciamo che questi giovani sono fannulloni, viziati, dipendenti – che non sono all’altezza dei nostri standard, quello che diciamo è che questo giovane non mi può rimpiazzare. Non è bravo abbastanza per prendere il mio posto, o peggio: non ha la caratura morale e di carattere per farlo.

Sì, perché a causa dell’accelerazione iperbolica dell’innovazione tecnologica, il dubbio di aver perso il treno viene anche alle persone più vecchie. Quindi riportiamo (ho 44 anni, mi ci metto anch’io tra i vecchi) il tutto sul terreno intangibile dei valori: forse sei bravo tecnicamente, ma non sei maturo/motivato/forte abbastanza.

Farei di tutto per i miei figli. Davvero?

Posso sentire echeggiare un’obiezione: io voglio il meglio per mio figlio! Gli ho dato il mio nome, i miei averi, mi assomiglia fisicamente, mi gratifica vedergli lo stesso tic di mia madre quando si arrabbia… non è vero che ho paura di lui!

Eppure, proprio perché sentiamo questo bisogno di ritrovare un po’ di noi nei nostri figli, non facciamo altro che evidenziare la nostra paura di non esserci più. In qualche modo, nei valori nostri che (speriamo) faranno loro, cerchiamo disperatamente un pezzetto di immortalità.

Per questa ragione, quando i figli crescono e capiamo che non sono la nostra fotocopia, che sono individui a parte, e che avranno i loro valori, lotteranno per le cose in cui credono, che magari sono diverse dalle nostre; li vedremo preoccuparsi del futuro e non di ciò che c’è nel passato, ovvero noi; allora capiremo che nel giro di due o tre generazioni saremo solo un nome sull’albero genealogico, senza identità, senza forma, senza senso. La nostra vita, il nostro valore, sarà ridotto a qualche lettera.

Sul posto di lavoro è la stessa cosa: ogni tanto mi capita di tornare come cliente nell’azienda che ho lasciato 18 mesi fa: incontro molte persone che si fermano e mi salutano, ma molte, soprattutto i giovani neo-assunti, non sanno chi sono. Non mi conoscono. Ho dedicato 10 anni della mia vita alla costruzione di un’azienda che non si ricorda di me dopo poco più di un anno, figuriamoci tra cinque, o dieci, o venti.

Il bisogno di essere utili… per sempre

Ci è difficile accettare che la vita possa andare avanti senza di noi, anche se ripetiamo spesso la frase “Tutti siamo importanti, ma nessuno è insostituibile” – che, detto per inciso, è la frase più in malafede di tutto l’armamentario manageriale.

Convincendoci che chi verrà dopo di noi farà un disastro, ci preoccupiamo per il futuro (nostro e loro e del mondo) ma al contempo ci sentiamo vagamente sollevati, perché, in fin dei conti, la storia che ci raccontiamo ha una morale semplice e consolatoria: alla fine, noi siamo stati veramente utili a qualcosa e la nostra vita (professionale e non) ha avuto un senso.

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Il mio ragazzo mi ha lasciata dopo una violenza sessuale”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Il mio più che un messaggio è uno sfogo. Mesi fa ho subito un tentativo di violenza sessuale. Il mio ragazzo non ha mai accettato questa cosa e infatti, ad un passo dalla convivenza, mi ha lasciato. Avevo accettato un lavoro pessimo per stare con lui, un part time, io che ho sempre fatto la barista, e l’ho fatto per amore, contenta della mia scelta. Oggi rischio anche di perdere questo lavoro, e mi sento il mondo che mi crolla sulle spalle. Amo scrivere, il mio sogno è pubblicare un libro. Che dire, spero che ne venga fuori una buona storia da tutto ciò. E nulla, spero tu mi voglia rispondere, sarebbe una piccola conquista in un momento così buio per me. Grazie ancora per lo sfogo, e sappi che un sorriso riesci sempre a strapparmelo. Un bacione!”

Cara amica, che cosa triste che mi hai raccontato, davvero. Intanto ti mando un forte abbraccio e un sorriso colorato, sperando che adesso tu stia meglio e che tu abbia già provato a voltare pagina, ricominciando da ciò che meriti di più in assoluto: te stessa. Perché è noi stessi che non dobbiamo mai smettere di mettere al primo posto.

Un uomo non dovrebbe mai lasciare sola la donna che gli è accanto mai, figuriamoci in questi momenti, finendo per colpevolizzarla ulteriormente come se subire una violenza sia una scelta quasi paragonabile ad un tradimento. Come si può non comprendere il dolore e l’umiliazione che porta con sé un’esperienza simile? Come si può ignorare le ferite profonde che ti lascia addosso una molestia sessuale? Come non avere cura della fragilità di qualcuno che diventa tutto a un tratto vulnerabile e indifeso?

Mi dispiace molto. Al di là del tentativo di violenza in sé, ovviamente disumano, e che spero sia stato arginato il più possibile, mi dispiace soprattutto perché non hai trovato vicino a te la persona giusta per poter affrontare insieme (come dovrebbe essere) un peso simile. Per questo, l’unica magra consolazione che mi sento di dirti nell’accogliere il tuo sfogo, è l’invito a fruttare quello che è successo per vedere il bicchiere mezzo pieno: hai capito di trovarti accanto alla persona sbagliata, quella che ha preferito lasciarti per l’ultima cosa per la quale avrebbe dovuto farlo. Quella che ha affondato e rigirato il coltello nella ferità anziché afferrarne il manico ed estrarlo per salvarti.

Infine, un piccolo insegnamento, che poi in realtà vale per tutti noi tanto che io stesso ho bisogno di ripetermelo ciclicamente: mai cambiare per gli altri. Mai stravolgere così tanto la propria vita, o quantomeno facciamolo senza mettere da parte quello che siamo davvero. Senza rinunciare a tutte le cose belle che ci fanno sentire felici ed appagati.

Hai un lavoro che ti piace, una vita che ti soddisfa, amicizie irrinunciabili? Tieniti tutto quanto stretto. Gli amori, certi “amori”, vanno e vengono, mentre il resto dovrebbe rimanere per sempre. E poi, diciamolo pure, non abbiamo bisogno di nessuno per sentirci completi. Al massimo, di qualcuno che voglia condividere il resto della sua vita con noi e con ciò che ruota intorno al nostro mondo. Un abbraccio e un sorriso grande, a presto!

 

Aggiornamento dopo la mia risposta alla nostra lettrice:
“Caro Iacopo… Ti scrivo per tenerti aggiornato. Alla fine con il lavoro non è finita bene, ma una mia amica mi ha dato un contatto per un locale e quindi sono di nuovo in carreggiata. Le cose alla fine vanno esattamente come devono andare, ne sono convinta. A presto!”

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