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Il gender gap esiste. Nonostante gli sforzi, nonostante i discorsi eccolo qui.

“Se il tetto di cristallo è duro da rompere è perché ha basi solidissime a piano terra”.

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Il gender gap esiste. Nonostante gli sforzi di persone e istituzioni, rimane. Tutti dicono di non volerlo, eppure è lì. Ed è tanto più evidente quanto più si sale in prestigio e responsabilità.

Perché? In parte è sicuramente un problema culturale. Come scrisse Antonella De Gregorio in un articolo apparso sul Corriere della sera “Se il tetto di cristallo è duro da rompere è perché ha basi solidissime a piano terra”.

Molto, credo, è un problema politico: di come si cerchi di cambiare questa cultura.
Non mi riferisco alla politica in termini di istituzioni, ma di comunità: al modo in cui ciascuno di noi, prima di tutto le donne, affronta il problema.

Il principio guida, al momento, è che le donne possono e devono fare le stesse cose degli uomini.
Credo, invece, che uguaglianza di diritti significhi diritto di fare cose diverse e in modo diverso; perché siamo diversi. Non è solo una questione di forme o di forza, ma c’entrano comunque la biologia e la fisiologia. Come si evince dal mirabile libro della neuropsichiatra Louann Brizendine “Il cervello delle donne” (BUR Saggi, 2007), i cervelli di maschi e femmine sono diversi.

Lo si è sempre pensato: solo che prima si pensava che le donne fossero, semplicemente, più stupide.
E lo si dimostrava, tra l’altro, rilevando le minori dimensioni del loro cervello.
Ora, appurato scientificamente che i livelli di intelligenza sono equivalenti e che il cervello femminile è più piccolo solo perché i collegamenti sinaptici sono migliori (quindi il minor volume è legato alla maggiore efficienza) rimane il dato neurologico che funzionano diversamente.

E come nei migliori luoghi comuni, effettivamente in parte dipende dagli ormoni. Nel feto il cervello è uguale per tutti, ed è femminile. Poi, quando iniziano ad attivarsi gli ormoni sessuali, si marcano le differenze.

Le femmine sviluppano di più alcune aree e particolarmente quelle relative agli aspetti relazionali: la comunicazione, l’empatia, la negoziazione e quella che Daniel Goleman ha definito l’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di comprendere le emozioni proprie e altrui, anche quando inespresse.
In sostanza, le donne sviluppano naturalmente tutte quelle capacità necessarie alla cura della prole e alla salvaguardia del branco.

E allora: chi se ne frega dello STEM!
Già so che con questa affermazione perderò il saluto di tante donne impegnate nella battaglia per incrementare la presenza femminile nei percorsi di studio scientifico – tecnologici.

Se, semplicemente, non ci piacessero? Se, ancora più semplicemente, ci fosse un errore di fondo sulla valutazione di certi studi? E poi: siamo sicuri che la discriminante sia qui?

In questi anni mi accompagnano alcune riflessioni:

1. quando si pensa alle facoltà tecniche e scientifiche ci si concentra su quelle tradizionalmente tali: matematica, ingegneria, chimica, fisica, ecc.
Ma, da figlia di un ingegnere che si è laureata in legge, mi sento di dire che giurisprudenza è decisamente una facoltà tecnico-scientifica perché si impara ad applicare leggi in quel contesto non discutibili; esattamente come un ingegnere applica le leggi della fisica.
2. la filosofia, materia generalmente ritenuta umanistica, ha avuto tra i suoi maggiori esponenti matematici, psicologi e scienziati in generale. Questo vorrebbe dire che la filosofia è materia da cervelli stem.
A prescindere dalla considerazione che, da alcuni anni, il divario maschi – femmine nelle facoltà universalmente riconosciute in area STEM è notevolmente diminuito, ampliando lo spettro degli studi definibili tecnico – scientifici, scopriamo che, alla fine, questo divario è davvero poco rilevante.
3. Sergio Marchionne era laureato in filosofia, non in economia o ingegneria gestionale; ed è diventato CEO di un grande gruppo industriale.

Quante donne laureate in filosofia siedono in board aziendali? Il dato non c’è.
Il fatto è che se sei donna e studi come un uomo non cambia niente.

Qualche giorno fa parlavo con una donna: imprenditrice di successo, responsabile di un’importante associazione di donne sue pari. Mi raccontava, con legittimo orgoglio, come sua figlia avesse contribuito ad un’importante ricerca scientifica. Con una punta di altrettanto legittima amarezza, mi ha poi raccontato che quando sono state invitate le autorità istituzionali per la presentazione ufficiale della scoperta, all’incontro hanno partecipato solo i ricercatori uomini, mentre alle ricercatrici è stato consentito di seguire l’evento in una sala riservata attraverso monitor collegati con telecamere a circuito chiuso.

Italia, anno domini 2018. Non Afghanistan 2001.

La vita è fatta di scelte.

E alle donne ne è richiesta una cruciale: maternità o carriera.

Non è un caso se uno studio realizzato da ANPAL, pubblicato a luglio 2018, rileva che tra i giovani NEET (che non studiano e non lavorano) c’è un 19% di “indisponibili” a nuove opportunità di studio o lavoro composto prevalentemente da donne tra i 25 e i 29 anni e con un figlio.

Certo, si tratta di donne a bassa scolarizzazione che avrebbero problemi a conciliare con i turni in fabbrica o al supermercato. Ma nel mondo delle professioni la situazione non è migliore.

Durante la riunione di un’associazione di professioniste è emerso che molte di loro si sono dimesse da incarichi aziendali e hanno avviato attività da freelance a seguito della maternità.

Quindi: libera professione non come scelta consapevole ma come esigenza di conciliare carichi familiari e realizzazione professionale.

Non è colpa degli uomini, anzi.
Una coppia che conosco ha avuto un figlio e il padre, manager di un’azienda medio-grande, ha deciso di avvalersi delle giornate di licenza. Alla firma dell’autorizzazione, il suo responsabile hr, con la penna sospesa sul foglio, gli ha detto: “per una cosa così una donna la avremmo mandata a casa. Stai attento.”

In generale, molti uomini sono convinti del valore aggiunto di gruppi di lavoro misti, non hanno problemi con un capo donna, sono padri e partner orgogliosi dei successi professionali delle donne della loro vita.

Non è una battaglia tra sessi. È una battaglia culturale da combattere insieme, fianco a fianco.
La posta in palio è la crescita economica del Paese, che richiede il contributo di tutti e tutte, in tutte le professioni e a tutti i livelli.

Appassionata di crescita e condivisione, affamata di conoscenza e confronto, inguaribile ottimista sulla possibilità di ciascuno di contribuire al bene comune, dopo 17 anni nel mondo sales e marketing, nella mia vita attuale sono trainer e facilitatrice supportando lo sviluppo dei singoli e dei team e la gestione costruttiva dei cambiamenti e delle relazioni.

Crescere

Prenditi cura del tuo futuro e il passato si adeguerà

L’importanza di porsi un obiettivo: noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla. L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare dipende da quello che, di volta in volta, decidiamo di diventare.

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Il futuro che desideri determina quello che fai nel presente, quello che fai nel presente dà un senso al passato che hai vissuto.

Se in futuro tu volessi vivere a Berlino, oggi studierai tedesco. Se oggi studi tedesco, il tempo che hai passato a studiare il latino al liceo non è stato completamente sprecato. Se, invece, in futuro tu volessi andare a vivere a Shanghai, oggi studierai Cinese. Se oggi studi cinese, il tempo che hai passato a fare un lavoro che non ti piaceva è stato utile a farti guadagnare i soldi per realizzare il tuo sogno.

È così che funziona il nostro cervello. Nulla è per sempre. Quando studiavi latino ti sembrava di perdere il tuo tempo. Oggi che hai deciso che in futuro vivrai a Berlino e quindi studi il tedesco, aver preso confidenza con declinazioni e coniugazioni ti avvantaggia. Prima studiare latino “è” una perdita di tempo, poi studiare latino “è” un investimento per il tuo futuro. La realtà cambia, pur rimanendo sempre se stessa.

Tutto quello che è stato si adegua costantemente a quello che vogliamo che sia. Le connessioni tra le cellule cerebrali si creano e si distruggono, si potenziano e si indeboliscono. Costantemente e sempre. La relazione tra le singole memorie e quindi il valore relativo di ogni memoria cambia a ritmo continuo, di attimo in attimo, di ora in ora, di giorno in giorno.
Il valore assoluto delle memorie acquisite è raramente rilevante.

Alla luce di tutto ciò, l’unica cosa che conta realmente è l’obiettivo che desideri raggiungere. La meta verso la quale dirigi il timone della tua nave. Se cambi la meta, cambi anche la direzione del tuo timone; se cambi la direzione del timone, cambi anche la direzione da cui provieni.

Tutto il tempo che passi nel tentativo di dare un senso al tuo passato è tempo sprecato. L’unica cosa che dovresti fare realmente è prenderti cura del tuo obiettivo. Il passato si adeguerà. Ugualmente il tempo che passi a definire cosa sarebbe meglio fare adesso è anch’esso tempo sprecato. Il presente non è mai né buono né cattivo, né giusto né sbagliato. È solo funzionale o disfunzionale rispetto al futuro che desideri. L’unica cosa che dovresti fare è prenderti cura del tuo futuro.

La domanda che dovresti farti non è “Chi sei?”, ma “Chi vorrai essere?”.

Tuttavia, a questo punto qualcuno potrebbe domandare: “Se la cosa più importante è domandarsi quale sia il nostro obiettivo (il futuro), perché questo determinerà cosa è utile che noi facciamo (il presente) e darà valore a quello che abbiamo fatto (il passato), è al tempo stesso sufficiente per garantire che il futuro desiderato si realizzi?”.

Naturalmente la risposta è… no! Desiderare non basta, perché un certo futuro sarà il nostro futuro solo se un certo presente sarà il nostro presente e al tempo stesso il nostro presente è il nostro presente, solo se un certo passato è stato il nostro passato.

Il futuro determina il presente e il presente il passato. Ma al tempo stesso il presente determina il futuro e il passato determina il presente. Quindi il passato determina il futuro. Se ho studiato norvegese in passato, parlo norvegese nel presente e desidererò vivere in Norvegia in futuro.

Quindi il passato determina il futuro, tanto quanto il futuro determina il passato. Entrambe le affermazioni sono vere.

E quindi cosa dovrebbe fare una persona quando si sveglia al mattino? Impegnarsi a essere quello che vuole diventare o accettare di essere quello che è stato? Non si può che essere se stessi e al tempo stesso si è quello che si vuole diventare. Un gioco costante tra ieri e domani, domani e ieri.

Le moderne neuroscienze ci suggeriscono che questi due processi avvengono in noi costantemente. Ci comportiamo come abbiamo imparato a comportarci e al tempo stesso ci comportiamo come vogliamo imparare a comportarci. Perché nelle nostra mente è inscritto tutto quello che abbiamo fatto per come vogliamo di giorno in giorno ricordarlo.

Noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla.

L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare

dipende da quello che di volta in volta decidiamo di diventare.

 

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Stereotipi di genere: ne soffrono anche gli uomini

Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli prestabiliti, sulla base di uno standard maschile molto rigido. Alcuni di questi sono talmente radicati da sembrare semplicemente… naturali.

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Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli che non sono solo vecchi, ma falsi.
Come sempre, non per tutti, non in tutti i contesti ma, signori uomini: pensateci un attimo e ditemi se non siete stati vittime, almeno una volta, di uno o più di questi pregiudizi.

Impara presto a nascondere le emozioni

Un vero uomo non piange; almeno non in pubblico.
Non puoi piangere né per dolore, né per gioia, né per rabbia. Non puoi e basta.
E se da bambino, dopo i cinque anni, non hai ancora imparato a controllare queste emozioni, allora ti insegnano a farlo spiegandoti che è “da femmina”.

Se abbracci un uomo, devi appena sfiorarlo o toccarlo come un gladiatore che misuri la massa muscolare dell’avversario.
Movimenti rigidi e possenti pacche sulle spalle, perché nessuno pensi che tu sia omosessuale; caratteristica grave tanto quanto l’essere femmina; per alcuni, peggiore.

Impara a vincere

Devi essere il primo, sempre. La competizione è nel tuo DNA.
Fai squadra, purché tu ne sia il capitano.
Se non ci riesci, fai squadra e conquista il capitano. Vice è sempre meglio di niente.
Se proprio non hai la stoffa, fai squadra e nasconditi dietro le spalle dei maschi “alfa”.
Si dice che, in un medesimo contesto, gli uomini fanno squadra e le donne si fanno la guerra.
Spesso è vero, ma raramente le squadre maschili sono tra pari: le gerarchie e i ruoli sono rigidamente definiti; e chi non si adegua, è fuori.

Lavora e… basta

Se sei un uomo, puoi tranquillamente restare in ufficio fino a tarda sera. Tanto non hai nient’altro da fare.
Cioè: non hai affetti, interessi, desideri che non siano ascrivibili al tuo lavoro.
Come se fuori da quello spazio ci fosse il vuoto cosmico.

Se una donna non lavora e si occupa di casa e famiglia è una casalinga; per un uomo non c’è una parola che lo possa definire.
Perché, semplicemente, non è concepibile.

Il padre all’inizio non serve

L’inizio è l’inizio della vita, o l’ingresso nella famiglia adottiva di un figlio o di una figlia; cui il padre non può assistere e partecipare.
In Italia, attualmente, un uomo ha diritto a cinque giorni consecutivi di congedo per paternità nell’anno della nascita o dell’ingresso in famiglia. E poi un giorno all’anno.
Tanto c’è la madre: il padre non serve.

Dal punto di vista pratico può, in parte, essere vero (ma se la madre non allatta, il castello crolla); ma dal punto di vista relazionale?
In quale momento il padre diventa importante?
Secondo questa logica, mai. I congedi non aumentano al crescere della prole.

Come fa un padre a costruire il rapporto con suo figlio o sua figlia se non può dedicare tempo di qualità?
E se decidi di sospendere per un periodo il lavoro per dedicarti ai tuoi figli, perdi anche il titolo di papà, e diventi un “mammo”.

Devi essere maschio

Quindi, anzitutto, ti devono piacere le donne; altrimenti smetti di essere un uomo e diventi, per dirlo alla napoletana, un femminiello.
E poi devi essere fisicamente forte e con una buona manualità.
Meglio il calcio che la danza; meglio un libro di guerra che di poesie; meglio la passione per i motori che per i tessuti d’arredo.

Se ti piace cucinare, fai in modo di diventare uno chef, oppure tienitelo per te.
Se non sei un pescatore, dimentica il ricamo e i lavori a maglia.
E se proprio non puoi fare a meno di essere omosessuale, cerca almeno di essere discreto.

Sii l’eroe

Devi trasferire forza, protezione, guida.
Non puoi mostrare paura o titubanza.
Se non riesci a farne a meno, affidati ad un altro uomo: non puoi farti proteggere o guidare da una donna.

Fatemelo dire: un inferno, pari al nostro, per tutti quegli uomini che vogliono sentirsi liberi di esprimere le proprie sensibilità; che coltivano molteplici interessi; che vogliono tempo e presenza per gli affetti.

Ne conosco molti; la maggior parte dei quali hanno optato per professioni liberali, proprio per non cadere in certi circoli viziosi.
Conosco padri che sono velocisti da guinness nel cambio dei pannolini.
Conosco uomini che hanno sacrificato la propria carriera per favorire quella della partner.
Conosco uomini talmente forti da piangere serenamente in pubblico e sciogliersi in abbracci dolcissimi con i propri amici.

Facciamo che siano loro i modelli per i nostri bambini.

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