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Innovare

Il nuovo petrolio che infiamma la rete (e ci sei anche tu)

L’ignoranza sta diventando un lusso: è sempre più importante capire come funzionano certe dinamiche legate allo sviluppo tecnologico e ai suoi prodotti. Perché la posta in gioco… siamo noi.

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Sappiamo tutti che la nostra libertà, nel mondo della rete, sia minata da “invasori” che ci rilasciano prodotti gratuiti ma che, alla fine, risultano essere delle vere e proprie piovre per i nostri dati personali, come le chat, le foto, i movimenti geolocalizzati, ecc. (e se invece non lo sappiamo, poco male: in archivio abbiamo un articolo su questo argomento, che potete leggere qui).

La ricchezza della profilazione

Il dato dell’utente è il nuovo petrolio. Anche i governi, ormai, sono entrati in campo a gamba tesa, sempre più attratti da questa, (quasi) inesauribile, fonte di guadagno, in senso stretto o in senso lato.

Un caso significativo, da questo punto di vista, riguarda l’applicazione di messaggistica, nata in Russia, di nome Telegram, ottima alternativa, e sempre più gettonata, del ben più famoso ed utilizzato WhatsApp.

Anche Telegram dispone di crittografia dei messaggi e la sua filosofia, che potete leggere nelle FAQ del sito ufficiale, ha conquistato ben 200 milioni di persone nel mondo, quindi un quantitativo molto sostanzioso di conoscenza e dati relativi ai suoi fruitori.

Per diverso tempo l’azienda, ed il suo CEO Pavel Durov, ha subìto molte pressioni da parte dello stesso governo russo a tal punto che, dopo l’ennesimo rifiuto di Telegram di “aprire” le chat segrete degli utenti, si è attivato il divieto di usarlo in tutto il territorio della Russia.

Questa espulsione, vista da molti come censura di tipo politico, viene giustificata da parte governativa come essenziale ai fini delle severe leggi antiterrorismo. Il team di Durov, invece, sostiene che quella di Telegram fosse un tentativo di salvaguardia della privacy dei propri utenti.

È curioso notare che, all’interno dello stesso Telegram, persino i funzionari governativi russi utilizzasero la piattaforma, proprio per la presenza delle “chat segrete”, quindi non visibili a nessuno tranne dai due interlocutori; particolarità che sarà poi adottata anche da WhatsApp nelle proprie chat.

Questa notizia è stata oggetto di numerose critiche e grande supporto al software per chattare, facendo scendere in campo, a favore di Telegram, realtà del calibro di Amnesty International.

Le cyberguerre economiche

Un secondo caso, fresco di cronaca, riguarda invece l’azienda cinese che tutti conosciamo come una delle principali per vendita e diffusione dei propri smartphone: Huawei (produttrice anche dei più economici Honor, con un’ottima posizionamento sul mercato italiano).

Secondo il Wall Street Journal, il colosso tecnologico cinese, che ha appena celebrato il traguardo di 200 milioni di dispositivi mobili venduti nel mondo, sarebbe il punto di riferimento del governo di Pechino e i suoi device avrebbero la funzione di raccolta dei dati degli utenti nelle diverse parti del globo dove è possibile comprare, appunto, Huawei.

In America, con un mercato difficile per la tecnologia che non è di casa, si è creata una forte spinta da parte della Casa Bianca agli alleati per diffidare sempre di più sull’acquisto di Huawei.

Il colosso di smartphone ovviamente smentisce tali accuse ribadendo il concetto che, se molti utenti hanno comprato oggetti tecnologici dalla suddetta azienda allora esiste una base di fiducia degli stessi e che tutto questo “movimento” sia stato avviato solo per scopi politico-economici. La vera battaglia, tutta ancora da combattere, riguarda in realtà la tecnologia legata allo sviluppo e alla diffusione dello standard 5G, di cui Huawei è pioniere e che rivoluzionerà il nostro modo di utilizzare lo smartphone (di nuovo).

E poi ci siamo noi

Le due vicende appena descritte per sommi capi, hanno il filo rosso della tecnologia che li accomuna seppur le storie abbiano risvolti completamente diversi destinati a proseguire.

È importante capire quali siano i movimenti attorno ad un oggetto semplice, che ogni giorno teniamo in mano, come il telefono cellulare.

Se da una parte abbiamo aziende che vengono penalizzate dal proprio governo per essersi imposte con atteggiamenti di protesta e di rispetto verso i propri utenti, dall’altra c’è sempre questo sospetto di “intrusione” che, motivato o no, permette di capire come sarà sempre più segnata la nostra strada digitale.

Esiste ancora questa concezione che gli universi della tecnologia e dell’informatica siano noiosi e fondamentali solo per esperti del settore, in realtà sappiamo benissimo che vengono usati, volente o nolente, ogni singolo giorno dal cittadino lambda, quindi anche da noi tutti. Sapere come muoversi, ci permette di fare delle scelte ponderate ma sopratutto consapevoli.

Quale sarà quindi il vostro prossimo acquisto?
Che applicazione di messaggistica utilizzate per sentire i vostri cari?
Le scelte saranno sempre dettate dal nostro piacere, dalle nostre conoscenze e spesso legate alla moda del momento.

O a un articolo che leggeremo: dopo che ho parlato della messaggeria Signal in un mio articolo, i colleghi l’hanno scaricata e ora mi scrivono tramite quella. Sono soddisfazioni 😉

Ciò che conta veramente è diventare dei consum-attori, ovvero attivi e consapevoli: capire qual è la storia, gli aspetti etici e la posta in gioco di una scelta tecnologia o dell’acquisto di un prodotto sarà sempre più una necessità e meno una curiosità.

 

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Menahan Street Band, Make The Road By Walking

Padre di Violante e marito di Tania. Divido la mia vita tra l’insegnamento di informatica e lo studio universitario. Amo follemente la tecnologia di cui ne seguo quotidianamente le nuove uscite, le novità ma sopratutto l’impatto che questa ha nella società. Non mi parlate di motori e gioco del pallone, vi guarderei senza capire una virgola del vostro discorso. Infine mi piace fotografare il caffè, in tutte le sue versioni e situazioni, oltre che a berlo ovviamente.

Crescere

Prenditi cura del tuo futuro e il passato si adeguerà

L’importanza di porsi un obiettivo: noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla. L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare dipende da quello che, di volta in volta, decidiamo di diventare.

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Il futuro che desideri determina quello che fai nel presente, quello che fai nel presente dà un senso al passato che hai vissuto.

Se in futuro tu volessi vivere a Berlino, oggi studierai tedesco. Se oggi studi tedesco, il tempo che hai passato a studiare il latino al liceo non è stato completamente sprecato. Se, invece, in futuro tu volessi andare a vivere a Shanghai, oggi studierai Cinese. Se oggi studi cinese, il tempo che hai passato a fare un lavoro che non ti piaceva è stato utile a farti guadagnare i soldi per realizzare il tuo sogno.

È così che funziona il nostro cervello. Nulla è per sempre. Quando studiavi latino ti sembrava di perdere il tuo tempo. Oggi che hai deciso che in futuro vivrai a Berlino e quindi studi il tedesco, aver preso confidenza con declinazioni e coniugazioni ti avvantaggia. Prima studiare latino “è” una perdita di tempo, poi studiare latino “è” un investimento per il tuo futuro. La realtà cambia, pur rimanendo sempre se stessa.

Tutto quello che è stato si adegua costantemente a quello che vogliamo che sia. Le connessioni tra le cellule cerebrali si creano e si distruggono, si potenziano e si indeboliscono. Costantemente e sempre. La relazione tra le singole memorie e quindi il valore relativo di ogni memoria cambia a ritmo continuo, di attimo in attimo, di ora in ora, di giorno in giorno.
Il valore assoluto delle memorie acquisite è raramente rilevante.

Alla luce di tutto ciò, l’unica cosa che conta realmente è l’obiettivo che desideri raggiungere. La meta verso la quale dirigi il timone della tua nave. Se cambi la meta, cambi anche la direzione del tuo timone; se cambi la direzione del timone, cambi anche la direzione da cui provieni.

Tutto il tempo che passi nel tentativo di dare un senso al tuo passato è tempo sprecato. L’unica cosa che dovresti fare realmente è prenderti cura del tuo obiettivo. Il passato si adeguerà. Ugualmente il tempo che passi a definire cosa sarebbe meglio fare adesso è anch’esso tempo sprecato. Il presente non è mai né buono né cattivo, né giusto né sbagliato. È solo funzionale o disfunzionale rispetto al futuro che desideri. L’unica cosa che dovresti fare è prenderti cura del tuo futuro.

La domanda che dovresti farti non è “Chi sei?”, ma “Chi vorrai essere?”.

Tuttavia, a questo punto qualcuno potrebbe domandare: “Se la cosa più importante è domandarsi quale sia il nostro obiettivo (il futuro), perché questo determinerà cosa è utile che noi facciamo (il presente) e darà valore a quello che abbiamo fatto (il passato), è al tempo stesso sufficiente per garantire che il futuro desiderato si realizzi?”.

Naturalmente la risposta è… no! Desiderare non basta, perché un certo futuro sarà il nostro futuro solo se un certo presente sarà il nostro presente e al tempo stesso il nostro presente è il nostro presente, solo se un certo passato è stato il nostro passato.

Il futuro determina il presente e il presente il passato. Ma al tempo stesso il presente determina il futuro e il passato determina il presente. Quindi il passato determina il futuro. Se ho studiato norvegese in passato, parlo norvegese nel presente e desidererò vivere in Norvegia in futuro.

Quindi il passato determina il futuro, tanto quanto il futuro determina il passato. Entrambe le affermazioni sono vere.

E quindi cosa dovrebbe fare una persona quando si sveglia al mattino? Impegnarsi a essere quello che vuole diventare o accettare di essere quello che è stato? Non si può che essere se stessi e al tempo stesso si è quello che si vuole diventare. Un gioco costante tra ieri e domani, domani e ieri.

Le moderne neuroscienze ci suggeriscono che questi due processi avvengono in noi costantemente. Ci comportiamo come abbiamo imparato a comportarci e al tempo stesso ci comportiamo come vogliamo imparare a comportarci. Perché nelle nostra mente è inscritto tutto quello che abbiamo fatto per come vogliamo di giorno in giorno ricordarlo.

Noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla.

L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare

dipende da quello che di volta in volta decidiamo di diventare.

 

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In primo piano

Cooperare o competere? Questo è il dilemma

In azienda, si professa la cooperazione ma si premia la competizione. Come si può trovare un equilibrio tra le due modalità e, soprattutto, chi dovrebbe esserne garante?

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Quando ero piccolo passavo gran parte delle mie giornate a casa di mia nonna. Nel suo garage, luogo di giochi e di puzzo di fritto (per non creare cattivo odore in casa era solita friggere in un cucinotto inserito in una stanzina lì adiacente), c’era un cartello di latta identico a questa immagine trovata ora per caso su Facebook:

Parla del valore della cooperazione e dell’inutilità della competizione. Da sempre mi sono chiesto cosa sarebbe successo se la corda fosse lunga abbastanza per permettere ai due asini di poter mangiare tranquillamente da una parte e dall’altra. Non avrebbero litigato, non sarebbero entrati in relazione, non avrebbero dovuto risolvere un problema. E invece questa corda è corta e questo fa scaturire il conflitto, ma soprattutto fa nascere una relazione.

Da quando lavoro mi è capitato più volte di ripensare a questo disegno e paragonarlo al mio modo di svolgere le mansioni assegnatemi, e a quello dei miei colleghi che ho avuto durante le mie diverse esperienze professionali.

Qual è l’approccio migliore che ho gestito e quale quello più efficace? Non dico quello peggiore, perché comunque sono due approcci che esistono in azienda, è inutile negarlo e non voglio dare un giudizio negativo su uno dei due comportamenti, ovvero quello della competizione e quello della cooperazione. Due modi di vivere il solito problema, ovvero raggiungere un obiettivo. Sia che sia personale, che aziendale.

Non nego però che la forma competitiva non mi appartiene, non mi ci trovo a mio agio e tendo a evitarla. Anche se è l’approccio che impariamo fin da piccoli, forse perché più naturale e umano – sebbene la prima prova di una battaglia tra umani risale a 13’000 anni fa, mentre i ritrovamenti che indicano invece dei comportamenti collaborativi nei nostri antenati risalgono addirittura a più di un milione di anni fa, quando l’homo sapiens non esisteva ancora (per un approfondimento, clicca qui).

La competizione nasce sui banchi di scuola

È la scuola la principale fautrice di questa caratteristica.
Il sistema scolastico che tende a premiare gli studenti che ottengono un bel voto e considerare inadeguati coloro che non si impegnano a sufficienza vuol essere sì un insegnamento al valore della meritocrazia, impegno uguale premio, ma in un contesto sociale e culturale che paga solo chi si fa sentire di più, anche il valore meritocratico passa in secondo piano e in questo contesto tende a non valorizzare l’impegno, ma il solo raggiungimento dell’obiettivo.

In una delle tante interviste fatte a Tiziano Terzani negli ultimi giorni prima della sua scomparsa, il giornalista evidenziava questo aspetto, identificandolo come il grande limite della società: nell’imporre la concorrenza e la rivalità tra gli esseri umani si perde di vista il lato più spirituale e meno materiale della relazione e del vivere.

Cosa potrebbe essere fatto per impedire questa estenuante gara dove in gioco c’è la vita, il riconoscimento e il guadagno? Forse niente perché come accennavo prima l’uomo ha bisogno di tirare in ballo il suo lato animale per imporsi come essere umano.

E poi anche la natura ci insegna questo: «Le anatre depongono le loro uova in silenzio. Le galline invece schiamazzano come impazzite. Qual è la conseguenza? Tutto il mondo mangia uova di gallina» diceva Henry Ford nel famoso aforisma che ha fondato i principi della pubblicità efficace.

Competere vuol dire sfidare?

Ma la parola competizione cosa significa realmente?
Deriva dal latino cum: insieme – pétere: andare verso, compètere, ovvero andare insieme, direzionarsi verso un medesimo punto. Quindi il termine non rappresenta necessariamente un’accezione negativa, anzi: sembra che l’etimologia sia tutto sommato simile al termine “cooperazione”, ovvero avvalersi dell’altro per riuscire insieme a raggiungere un obiettivo comune.

La realtà è molto diversa e la competizione è la parola che usiamo per definire anche un rapporto conflittuale con il nostro collega. Devo riuscire a fare tutto da me così avrò attenzione da parte del mio capo e magari mi darà una promozione, devo far vedere cosa sono bravo a fare senza contare sull’aiuto degli altri, devo trovare l’occasione di parlare con l’amministratore delegato così capirà che tipo sono, ecc. Questa è la realtà dei fatti.

L’altro talvolta è un ostacolo nel far prevalere le mie competenze e il mio valore. Perché il punto a cui tendiamo entrambi, insieme, sembra poter appartenere solo a uno: al primo che ci arriva. Questa è la vera competizione.

Ecco che nasce l’esigenza di portare in azienda la cultura della cooperazione, del lavoro di squadra di cui si parla dagli anni ’80, ma non si applica raramente perché richiede l’accordo di tutti. Se qualcuno del team non è fair-play, l’avrà ancora una volta vinta sugli altri.

Sembra quasi che dobbiamo obbligatoriamente sottostare a queste regole o altrimenti sei fuori gioco. Se ti trovi con un collega fortemente competitivo, devi giocare anche te, altrimenti finirai miseramente schiacciato dalla sua ambizione.

Esiste una via d’uscita

Ma c’è una via di uscita a questo materialismo relazionale? Forse risiede nella capacità di leadership del capo o del manager di un progetto, forse c’è bisogno di alimentare la relazione e la crescita comune del proprio team o dei collaboratori.

Forse ancora una volta la differenza la fa l’ascolto che il leader dedica ai propri dipendenti. Allora è possibile che occorra lavorare su obiettivi individuali senza coinvolgere la squadra. Ma così si perde ancora una volta la relazione e l’importanza fondamentale che il lavoro ha nella società, ovvero come nobilitatore dell’uomo e dei rapporti umani.

Si lavora sempre per qualcun altro, mai per se stessi. È il principio di comunità, quello individuato perfino dai padri costituenti che hanno voluto il lavoro nel primo articolo della Costituzione Italiana.

Ok, tutto bello, ma ancora come si risolve questo predominio dei competitivi sugli altri? Beh, oltre una buona leadership, forse la chiave di tutto risiede nella competenze trasversale fondante della relazione umana: l’empatia, ma soprattutto il rispetto reciproco. Una nuova educazione, una nuova scuola e nuovi valori legati sì alla meritocrazia, ma anche all’aiuto reciproco.

Gli asini dovrebbero, forse per la prima volta, spezzare la corda con i propri denti, e mangiare insieme prima da un mucchio di fieno poi dall’altro, perché insieme, si sa, c’è più valore e gusto nel fare le cose.

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