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Il posto fisso ci ha scartato (e forse ci è andata di lusso)

L’idea di studiare in giovinezza e poi fare carriera in un’azienda è obsoleta. Andiamo verso composizioni flessibili: l’individuo lavorerà sempre più con diverse realtà allo stesso tempo. Il posto fisso ci ha scartato. Ormai è ufficiale.

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Quando ne parlo a mia nonna, lei fa ‘sì’ con la testa. Ma non so se riesca a visualizzarlo.

Quando lo racconto ai miei genitori, tengono lo sguardo fisso e sospirano. Forse sperano che non vada così e che la mia profezia non sia così complicata.

Ho detto loro che cambierò una decina di professioni nella mia vita (contando di campare altri 60 anni, mi sono pure tenuto stretto). La previsione è frutto di conversazioni avute, articoli letti, video visti, pensieri personali elaborati e matematica di base che mi viene incontro.

Prepararmi per cambiare diverse professioni non è esattamente una mia scelta. È che viviamo in un’epoca che ci concede grandi opportunità, ma che sta anche rendendo obsolete abitudini sociali. Alla velocità della luce.

Il posto fisso non è più in salute

Beh, un attimo. Se questa fosse una notizia sorprendente, saremmo all’inizio degli anni 2000.

Infatti non lo è più. Ma ciò non vuol dire che venga digerita e assimilata sia dalla nostra parte razionale che da quella emotiva.

E qui cosa succede? Che gli italiani mi stupiscono.

Perché, pur avendo una collezione di difetti, sanno assimilare più della media europea. Il 91% ritiene che, per migliorare la propria competitività, sia necessario investire giorno dopo giorno nella formazione (dati Randstad, 2017).

A me non l’hanno fatto il sondaggio. Avrei comunque risposto allo stesso modo.

Quante parti ci sono?

In questo post non si finge. Non si fa finta di non vedere la parte sana del posto fisso. 

Questo versante è socialmente evidente da secoli e va a braccetto con la sicurezza di stare in un ‘luogo nostro’. Va anche d’accordo con la comodità mattutina di ‘trovare sul comodino’ quello che abbiamo lasciato la sera prima. Si sposa con la piacevole accettazione sociale e con una naturale progettazione economica per il proprio futuro. Questa è la parte sana.

Poi c’è la parte tossica. Quella che può far ammalare.

Si chiama omologazione acritica, acquisizione di abitudini convenzionali, ripetizione di abitudini convenzionali, attitudine al ‘giocare in difesa’, timore di cambiare che anestetizza i sensi esplorativi. E una prolungata assenza di domande audaci.

Molliamo tutto e andiamo all’avventura?

No. No. No no no.

Mollare tutto di colpo – senza progettare – è vivamente sconsigliato. Almeno finché i neuroni tengono. Siamo oltre il livello di rischio. Anzi, siamo nel livello di incoscienza.

Potremmo invece cominciare con l’osservare. Dare una sbirciatina alle opportunità che il mercato del lavoro offre rispetto al passato.

Ci sono professioni che 10 anni fa erano oasi nei deserti (Social media management) e altre che fino a 5/6 anni fa erano guardate di traverso (Infomarketing). Altre stanno letteralmente costruendo futuri da film (Blockchain mining, Coding, Robotica). Altre ancora sono diventante indispensabili, perché i numeri han deciso di sposarsi con la risoluzione dei problemi (Data Analysis). E poi ci sono quelle che prima non esistevano, solo perché la gente non sapeva di aver bisogno di risvegliarsi senza sentirsi malata (Coaching, Mentoring e Counseling).

Tutto questo non è necessariamente in contraddizione con il posto fisso. Abbraccia però un modo di vivere il lavoro che non è “dedizione cieca per ragioni a lungo termine, stabilite da qualcuno prima di noi”. L’approccio che sta emergendo è più connettivo, contributivo, aggregante, responsabile. Designato per il cambiamento ciclico e adatto all’incertezza.

Io e il posto fisso non andiamo d’accordo

Questo pensiero è legittimo e rimane tale. A volte, si presenta come ostinato e ribelle. Per me, spesso fa rima con l’aggettivo liberatorio.

Se è passato anche per la tua mente, la domanda capitale potrebbe essere “Ok, ma allora cosa possiamo fare?”.

Un esempio ad occhi chiusi è… quello che la maggioranza non fa.

Continuare a formarci.

Quando? Sarebbe ottimo in certe pause, altrimenti riempite dagli smartphone. La sera, mezzora prima di andare a dormire. La domenica, anche se hanno detto che è sacra. In alcuni momenti-cazzeggio, quando si annoiano pure loro.

Nella speranza, ovviamente.

Nella speranza che Stephan Kasriel, CEO di Upwork, ci abbia visto giusto.

“Nell’educazione, l’apprendimento continuo non è mai stato più importante di quanto lo sia ora. L’idea di studiare in giovinezza e poi fare carriera in un’azienda è obsoleta. Le competenze stanno cambiando continuamente e per questo c’è una costante necessità di riqualificarsi.

Se guardiamo i lavori che ci sono sul mercato oggi, capiamo di aver bisogno di un qualche tipo di “aggiornamento” socio-professionale all’incirca ogni 5 anni. Andiamo verso composizioni flessibili: l’individuo lavorerà sempre più con diverse realtà allo stesso tempo, svolgendo “lavoro di conoscenza” che può essere svolto da qualsiasi posto e che genera più valore del tradizionale modello di lavoro.”

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

Crescere

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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Di generazione in generazione

Attività di famiglia, mestieri che passano di padre in figlio, generazione dopo generazione. Sono opportunità o gabbie dorate?

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Recentemente ho svolto dei colloqui di consulenza professionale a due trentenni, Alessio e Federica. Entrambi con una strada già tracciata, un’opportunità sicura di fronte a loro, ma attesa e affrontata in modo completamente diverso.

Partiamo dalle loro storie.

Alessio ha una storia districata tra un rapporto conflittuale con se stesso e una malattia che ha portato via il padre dalla gestione dell’azienda famigliare creata da lui stesso. La ditta è un’azienda che opera in campo finanziario. Alessio ha frequentato l’istituto tecnico commerciale, ragioneria, percorso scelto senza nessuna costrizione da parte della famiglia, ma solo perché nel dubbio adolescenziale della scelta sembrava per Alessio la strada più giusta e più immediata. All’Università invece ha preferito scegliere un percorso completamente diverso perché stanco di studiare sempre il punto di vista economico delle cose. Ciò di cui aveva bisogno e per cui nutriva curiosità e voglia di apprendere erano le materie umanistiche e la sua decisione di frequentare Beni culturali in un’Università lontano da casa rappresentava il segnale lampante di volersi allontanare da ogni costrizione famigliare. Infatti, questa ultima scelta si è rivelata in seguito un percorso intrapreso da Alessio per scappare dall’obbligo morale di dover perseguire la strada del padre nell’azienda di famiglia. E quando il padre si ammala gravemente c’è la necessità di portare avanti la gestione. Cosa fare? Che decisione prendere? Tante le incognite e le ansie che hanno assediato Alessio prima di scegliere di provare a entrare in azienda. Solo perché non era il suo desiderio, ma il destino sembrava volergli indicare a tutti i costi quell’unica via.

La seconda storia con la quale sono entrato in contatto è quella di Federica, una ragazza molto determinata e soprattutto completamente libera da volontà prestabilite paterne. Anche lei figlia di un grande imprenditore che aveva fatto del commercio della carne il principale business dell’azienda famigliare. Federica però desiderava quasi in segreto, di seguire le sorti del padre e soprattutto poter dare un contributo innovativo all’azienda, grazie al suo infinito entusiasmo. Il suo percorso di studi è orientato completamente a riuscire a prendere in mano un’azienda. Studi scientifici alle superiori poi laurea in economia e master in management d’impresa. Tutto pronto per fare il grande salto, ma nel momento che Federica comunica al padre il suo forte desiderio, lo stesso la ferma e si oppone fortemente alla scelta perché ha intenzione di vendere la sua azienda e lasciare libertà ai suoi figli (Federica ha un fratello) di intraprendere un proprio percorso professionale. Federica non sa cosa fare perché non se la sente di fondare una nuova impresa, né di lasciare che il padre venda la sua azienda. Purtroppo ben presto arriva la notizia che gli affari vanno male e il padre accelera il processo di vendita ad acquirenti stranieri. Federica non si dà per vinta e chiede ai nuovi acquirenti di assumerla per poter “traghettare” l’esperienza precedente alla nuova gestione. I nuovi proprietari accettano e Federica si ritrova a supportare la gestione di un’azienda che non è più sua. E qua nascono le incognite che l’hanno portata a rimettere tutto in discussione.

Cosa ci insegnano queste storie? E soprattutto quale futuro hanno i giovani che vivono del “peso” lavorativo famigliare? C’è un modo per risolvere la grande questione?

Ai tanti giovani che mi chiedono indicazioni su come entrare o uscire da una situazione famigliare e professionale come quelle vissute da Alessio e Federica cosa dovrei rispondere loro?

In Italia, secondo l’Osservatorio AUB da una ricerca effettuata dalla Bocconi in collaborazione con l’AIDAF, le aziende famigliari con fatturato superiore a 50 milioni di euro ammontano a 4.756 e incidono sul PIL nazionale per il 27,7%.

Si contano 1.885.771 dipendenti famigliari contro i 4.209.557 dipendenti esterni al nucleo famigliare. Il numero dei figli che si troveranno a fronteggiare una crisi personale determinata dalla scelta di quale lavoro sia meglio svolgere è di grandissime proporzioni.

Che aiuto può dare una persona che fa il mio lavoro a queste persone? Come risolvere l’innato problema?

Non ho risposte preconfezionate e sono qui a presentare le loro storie proprio per innescare una riflessione comune, che si inserisca non solo in un contesto di orientamento, ma vada oltre, nella quotidianità, nell’impatto della famiglia sulla scelta del lavoro dei figli, il valore che diamo alla libertà e al desiderio di fare qualcosa di noi stessi che abbia un senso.

È una questione legata alla libertà dell’individuo, a rendere un uomo protagonista della sua scelta. Entriamo nell’educazione genitoriale, nel modo di porsi con i figli perché ancora una volta siamo noi genitori a creare un processo inverso da quello che ci insegnano a scuola, ovvero trovare l’opportunità dalla crisi. Perché talvolta sembra che nel voler imporre un’educazione e dei valori propri nel figlio cerchiamo di offrirgli crisi in cambio di opportunità. Forse serve per la sua crescita, forse ciò lo aiuta a mettere in discussione realtà certe, forse Alessio e Federica sono i due estremi di un’inadeguatezza culturale della scelta: seguire i percorsi prestabiliti di Alessio o quelli di totale libertà offerti a Federica?

Chi vincerà questa grande sfida? Quella del peso generazionale dell’azienda famigliare, quella del padre o quella del figlio?

Sono pronto ad ascoltare le risposte…

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