Connect with us

Innovare

La differenza tra avere un pubblico ed essere un jukebox

Pubblicato

il

Nel nuovo mercato, parlare ancora di target non ha molto senso. Parlare di pubblico, crearne ed averne uno è l’unica cosa che conta. Il vero vantaggio competitivo e la cifra della competizione.

Qui, come spesso accade, ci sono due considerazioni da fare: buone e cattive notizie.

Le cattive notizie sono quelle di sempre: non è facile, richiede tempo, prevede errori e momenti di sconforto, continui aggiustamenti, fallimenti, cambi di rotta.

Di buono c’è invece il premio in palio: un pubblico è per sempre. Valido e “redditizio” in quasi ogni condizioni. Ed in un mondo che cambia con questa velocità è davvero una grande notizia.

Il rischio? Illudersi di avere un pubblico ed essere un jukebox.

Cosa insegna la storia di Winner Taco

“Poi è successo che un’estate dell’anno 2014 la multinazionale Unilever ha rimesso sul mercato un prodotto che aveva tolto dalla distribuzione ben 13 anni prima. Sono in molti a conoscere la storia del gelato Winner Taco, reclamato a gran voce da migliaia dilike sulla pagina Facebook creata da due giovani studenti in un impeto di nostalgia. Dopo oltre ventimila commenti, quasi dodicimila condivisioni e quarantatremila like, i responsabili marketing dell’azienda, pungolata anche sulla pagina ufficiale del popolare social network, hanno deciso di rimettere in produzione il prodotto la cui uscita di scena aveva sollevato le proteste in rete di migliaia di affezionati.

È successo a Gap, celebre marchio di abbigliamento americano, che nel 2010 in soli quattro giorni ha dovuto rinunciare al nuovo logo appena ridisegnato per le proteste in rete dei suoi clienti. È successo ad Adidas, costretta a rimettere in circolazione la celebre scarpetta da tennis Stan Smith dopo soli due anni dal ritiro.”

Ed è successo, di recente, anche con Netflix che a furor di popolo ha dovuto richiamare tutti e fare un giusto finale per la serie Sense8 che per molti era finita male o nell’aria.

Cosa è successo dunque?

“È come se internet avesse completamente ribaltato le vecchie logiche di marketing: quello che una volta era il bersaglio (target) delle nostre comunicazioni, oggi se ne sta – pacificamente o meno – dall’altra parte del mirino, come un cecchino pronto a fare fuoco su tutto ciò che vede, all’interno dei propri canali social o direttamente dentro gli spazi digitali messi a disposizione dall’azienda.”

(il virgolettato è tratto da  Scripta volant: Un nuovo alfabeto per scrivere (e leggere) la pubblicità oggi – Paolo Iabichino)

Desideri, input e capricci

Ok il mondo è cambiato, i ruoli si sono mischiati ed invertiti. è una buona notizia ma con alcuni rischi. Il rischio è quello di diventare schiavi del pubblico.

Ascoltare ed eseguire mi sembra un rischio ben più grande di quando non ci sentivamo affatto.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: libri indecenti che vendono milioni di copie, libri che vengono pubblicati solo quando è sicuro che si vendono milioni di copie, programmi tv demenziali, un’esplosione di tv spazzatura che il primo grande fratello sembra decente, un continuo uniformarsi verso il basso per farsi comprare.

Ancora più preoccupante e concreto c’è il comunicare e fare tutto ciò che sembra voglia il pubblico.

Semplificando, per non perderci nel nostro discorso: farsi condizionare dal like e consenso, comportarci e comunicare nel modo che sembra ci stia suggerendo il pubblico. E ripeto, potrebbe sembrare sensibilità ed un passo avanti ma come in ogni cosa l’eccesso porta sempre guai.

Poveri artisti

Mi vengono in mente quei poveri artisti ridotti a cantare in coro ai matrimoni, seguire una scaletta preimpostata, ripetersi non una, non due volte ma sino a quando il pubblico chiede e vuole.

Mi vengono in mente ragazzi di talento che mettono da parte tutto, le proprie ambizioni e la propria unicità, per diventare famosi su instagram. Quelli che avevano cose interessanti da dire, e li seguivo con piacere, e sono saltati sul carrozzone dei selfie e del #celafamo.

Quelli che, siccome ci vuole tempo per rendersi riconoscibile e farsi ascoltare, si sono messi a postare roba da social: frasi, aforismi, tettine e tante polemiche.

E quelli che lavorando fanno esattamente ciò che sembra chiedere il pubblico: cose semplici, o strane, alla moda, in quantità e velocità.

Quelli che insomma da piccoli sognavano di fare l’artista ed ora sono lì come quei vecchi jukebox aspettando una monetina per iniziare a cantare.

Come si guida un bus?

Il punto non è ascoltare o non ascoltare, ma la capacità ed il coraggio di decidere.

Decidere quando è una grande idea, quando davvero si tratta di un compromesso tollerabile e quando invece non se ne dovrebbe parlare proprio.

Ognuno di noi per diventare davvero grande dovrebbe farsi una paginetta tagliata in due con una bella linea. Da una parte ciò che siamo disposti a fare Dall’altra ciò che non possiamo permetterci di fare. La strategia per decidere cosa mettere dall’una e dall’altra parte si chiama dignità, integrità, e fiducia in se stessi.

E molte volte, quasi sempre, richiede coraggio.

Mi viene in mente il bus del quale parlava Collins nel 2001 in Good to Great; l’importanza del Chi più che del Cosa.

Sei l’autista dell’autobus. L’autobus, la tua azienda (il tuo lavoro, la tua vita), è fermo ed il tuo compito è partire. Devi decidere dove stai andando, come arriverai a destinazione, e chi c’è sul bus insieme a te. La maggior parte delle persone presume che i grandi autisti (i leader, le persone di successo) inizino il viaggio annunciando alle persone sul bus dove stanno andando – impostando una direzione o una visione. (…) ma questo è un approccio sbagliato.”

La domanda corretta è chi. Chi ci sarà sul bus insieme a te?

Se le persone ti seguono perché stai andando in una direzione o perché ci arriverai in un certo modo, è facile che si inizino a lamentare alle prime difficoltà, dopo i primi km.

Ma se invece fai un discorso onesto e dici chi ci deve essere sul quel bus e chi lo sta guidando, allora il tempo che impiegherai per arrivare, le curve e gli intoppi non saranno un problema. Avere le persone giuste sul bus è il segreto di ogni grande impresa.

Mi sono preso la libertà di parafrasare il pensiero di Collins, ed anche se ci sono alcune forzature, penso funzioni abbastanza bene.

  • Se le persone ti scelgono per chi sei e tu scegli le persone per chi sono > funziona sempre.
  • Se le persone ti scelgono per ciò che fai (o perché oggi stai facendo ciò che vogliono) > funzionerà per poco e male.

Mi viene in mente anche un altro esempio, molto più concreto.

Un giorno avevo organizzato una serata a casa con degli amici, prendere del pesce e farlo alla griglia fuori in veranda. Quel giorno però fu una giornata complicata e quando mi resi conto di non poterlo fare, chiamai gli invitati per annunciare il nuovo piano.

Quattro di loro vennero senza fare storie, anzi senza alcun problema. Due invece dissero che allora ci vedevamo un’altra volta. Che proprio in quel momento anche loro avevano avuto un imprevisto…e dunque niente. Non li ho più visti. E ne sono felice.

Puoi fare anche tu qualche esempio > quando hai dovuto alzare i prezzi, quando hai iniziato a parlare seriamente, quando hai iniziato a chiedere, quando hai alzato la mano e ti sei detto contrario…immagino anche la tua storia sia piena di “queste rivelazioni”.

Finale con speranza

Oggi avere un pubblico, persone che credono in te e che ti seguono, è il più grande vantaggio competitivo, la cifra di questo mondo così veloce e complicato.

Non è neanche una storia nuova come si potrebbe pensare. I commerciali hanno da sempre giocato sul parco clienti (quelli veri) e si sono sempre sentiti sicuri di passare da un’azienda all’altra o persino in altri settori.

La differenza è data dal fatto di non dover girare tanto, di poterne creare uno rimanendo a casa o in ufficio.

Basta un pc ed una connessione, come aveva detto Bill nel 1996 (in Content is King).

Un pc, una connessione ed una storia.

Ma una storia vera. La tua.

Una di quelle dove racconti persino le cose brutte e meno sexy in modo da allontanare le persone che non fanno per te ed attrarre invece coloro che ti seguiranno e sosterranno sempre.

Fai salire sul bus chi ti pare, evita che salgano mendicanti ed accattoni.

Non sentirti solo. Vai avanti e di sicuro incontrerai qualcuno che vale la pena far salire, qualcuno con il quale condividere il tuo viaggio.

Ed in ogni caso meglio soli che male accompagnati, come dice il proverbio.

Il lavoro è il tuo, la vita è tua. Il bus è il tuo.

Buon viaggio.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Continua a leggere

In primo piano

Chi ha paura del gender?

Gli studi di genere sono ideologici e teorici? E invece: potrebbero aiutarci ad aumentare il nostro prodotto interno lordo del 13%.

Pubblicato

il

Alcune settimane fa ho scoperto che l’Università Ca’ Foscari di Venezia offre un nuovo Master in Gender Studies and social changes (Studi di genere e gestione del cambiamento sociale).

Quando studiavo all’Università di Ginevra nella seconda metà degli anni ’90, il dipartimento di lingua e letterature inglesi era fortemente connotato dai gender studies, che offrivano, a livello di analisi letteraria, una ventata di aria fresca rispetto ai corsi delle lingue romanze, dove passavamo ore a discutere di filologia.

Per questo motivo, quando ho sentito per la prima volta l’espressione “gender” in Italia, non ho capito bene perché la utilizzassero in riferimento a un’ideologia. Per me gli studi di genere erano una disciplina accademica, non una ideologia.

Certo, ogni tanto presentavano dei siparietti vagamente osé, ma era anche questo l’aspetto che li rendeva interessanti. I cambiamenti di sesso nell’Orlando di Virginia Woolf battevano a mani legate dietro la schiena qualsiasi apofonia vocale del Duecento, insomma.

Un concetto confuso (e non per caso)

In Italia, invece, la “’ideologia del gender” sembra essere associata quasi esclusivamente al movimento dei diritti degli omosessuali e (apprendo da una ricerca online) sarebbe usata per svalutare la differenza e la complementarità dei sessi.

L’espressione è entrata nell’uso corrente a partire dagli anni 2000, in parallelo ai progetti di legge sulle unioni civili che si sono susseguite dai DICO del 2007 in poi. La preoccupazione degli oppositori a questo tipo di legislazione si è cristallizzata in quella che viene da loro definita l’ideologia del gender, che favorirebbe atti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina.

Questa definizione mi risuona già di più, perché va ben oltre la questione del matrimonio ugualitario: qui si parla esplicitamente di diversità biologica fra maschio e femmina, per cui il mio background in letteratura comparata torna utile. Insomma, è la solita storia: a qualcuno dà fastidio che si sottintenda che uomo e donna sono uguali.

Forse è per questo motivo che, in Italia, solamente l’università Roma Tre e la Statale di Milano hanno finora attivato percorsi dedicati a questa tematica? Che ci sia un po’ di resistenza culturale su queste tematiche?

Gli studi di generi e le implicazioni interdisciplinari

Visto che mi trovavo a Padova per lavoro, ne ho approfittato per fare una capatina a Venezia, dove, come dicevo, è appena nato un nuovo master sugli studi di genere. Con il cognome veneto dalla mia, ho proposto un incontro alla direttrice del master, la professoressa Ivana Maria Padoan dell’Università di Venezia, per capire meglio cosa si intenda per gender studies e cosa proporranno concretamente nel loro percorso formativo.

“Quando ci si occupa di studi di genere non si parla solamente di un ambito di ricerca, che magari dall’esterno può sembrare lontano dalla quotidiana delle persone.”, ha subito chiarito la professoressa Padoan. “È una prospettiva anzi molto ampia, che è subordinata ad altre discipline: si può infatti adottare una prospettiva di genere nell’analizzare la politica, la letteratura ma anche l’economia”.

Apprendo così che gli studi di genere, ad esempio, ci hanno aiutato a capire come la crescita economica benefici di un migliore tasso d’impiego femminile. Un’analisi condotta dalle Nazioni Unite mette effettivamente in evidenza che più le donne entrano nel mondo del lavoro e più l’economia prospera. Il mondo del lavoro retribuito, si intende, naturalmente – perché non è che non facciano niente tutto il giorno…

Lo stesso rapporto ha stimato che il prodotto interno lordo della zona Euro aumenterebbe del 13% se la percentuale di lavoro remunerato delle donne fosse la stessa degli uomini.

Non solo donne, anche uomini

Niente matrimoni gay, quindi?

“Non in maniera diretta. È vero che i queer studies fanno parte degli studi di genere e si concentrano sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, chiarisce la professoressa Padoan. “Ma all’interno del nostro ambito di interesse, oltre ai women’s studies, ovvero gli studi che riguardano donne, femminismo e genere, ci sono anche i men’s studies, ovvero gli studi su uomini e mascolinità. Questo è un aspetto poco conosciuto dal grande pubblico.”

Il percorso di master fornirà ai partecipanti i concetti e gli strumenti per la comprensione e l’analisi della costruzione sociale dei generi, delle tendenze e delle pratiche sociali e istituzionali, viste da una prospettiva interdisciplinare.
Il tutto ruoterà intorno a dei project work, che costituiscono parte integrante del percorso didattico. Insomma, dei lavori pratici su obiettivi di ricerca o di progetti concreti, che le studentesse e gli studenti realizzeranno nel corso dei 18 mesi di durata del master.

Ma tra l’altro, è a tempo pieno?
“No, è un master di secondo livello strutturato per permettere a chi lo frequenta di lavorare in parallelo. L’impegno in presenza è di un fine settimana al mese; sono poi previste attività formative online”.

Ah, ecco. Quasi quasi 😉

 

Interessa anche a te?

Le iscrizioni sono ancora aperte e i corsi cominciano nel dicembre del 2018.
Per maggiori informazioni, visita la loro pagina:

Master di II livello in Gender studies and social change/Studi di genere e gestione del cambiamento sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

Continua a leggere

Innovare

Ha ragione mio nonno: per semplificare dobbiamo essere semplici (e anche umili)

Il nostro è un paese malato di riunionite, soprattutto nelle aziende. E anche quando proviamo a semplificare ci complichiamo la vita.

Pubblicato

il

Come si facevano una volta le riunioni informali? Come si gestivano le sessioni per prendere una decisione o per pianificare un progetto? Chi conduceva le riunioni di condominio?

Potevamo anche permetterci di non facilitarle ufficialmente? E se non erano facilitate, prendeva la parola il più titolato o il più coraggioso e gestiva allo stesso tempo presentazioni, contenuti, interventi, imprevisti e durata?

Queste domande sembrano provocatorie, invece hanno solo tanta fame di conoscenza storica e sociologica. Negli ultimi anni, in diversi ambienti, si sono diffuse le pratiche di facilitazione: metodologie e tecniche che agevolano il funzionamento dei gruppi, da un punto di vista organizzativo, relazionale, progettuale ed emotivo.

Rendere più facile

La ragione è parecchio logica. Facilitare significa “rendere più facile” quello che in un gruppo rischia di essere già complicato. O di complicarsi lungo il percorso. E in una dinamica di gruppo, che cosa può complicarsi in tempi rapidi?

Per esempio:

  • La comunicazione tra noi
  • L’emersione delle nostre aspettative non dichiarate
  • L’emersione dei nostri bisogni insoddisfatti
  • Il rispetto sostanziale verso persone e ruoli
  • La gestione ragionevole dei tempi
  • Lo spazio per il “non detto” che chiede di emergere
  • La conflittualità latente o palese
  • L’accettazione della presenza di diversità

Prima diagnosi: riunionite 

Come dice Lorenzo Cavalieri questo è un paese malato di riunionite, soprattutto nelle aziende. La riunionite, di solito, si manifesta in tre modi.

  1. Ci sono troppe riunioni.
  2. Le riunioni sono così lunghe da provocare crampi allo stomaco o mal di testa da svenimento.
  3. Le riunioni coinvolgono troppe persone tutte in una volta.

Le organizzazioni soffrono soprattutto perché le riunioni – troppo spesso – vengono gestite male oppure non vengono proprio gestite (cioè non sono “guidate verso un obiettivo in tempi utili”). Paradossalmente però, in Italia conosciamo ancora troppo poco la presenza e l’importanza della facilitazione.

Condizione aggravante: inconsapevolezza

La deleteria inefficacia di certi gruppi parte dal fatto che sono estremamente concentrati sul risultato oppure sorvolano completamente sui dettagli essenziali di quello che stanno esperendo.

Utilizzano male il tempo che hanno (perché non hanno un time keeper), gestiscono superficialmente i turni di parola, dove quindi intervengono sempre gli stessi (perché non usano mai un talking stick, in stile Circle time), non sanno riconoscere i conflitti nel gruppo o li soffocano perché percepiti come pericolosi (perché non hanno una facilitazione orientata alle emozioni).

A questo punto, la domanda evidente è: come si fa a escludere le emozioni dalle riunioni? In quei frangenti, come facciamo a imbalsare quello che sentiamo, per rivestire solamente dei ruoli? La risposta non lascia scampo: non possiamo farlo.

Il ruolo imprescindibile del facilitatore

Il ruolo del facilitatore risulta fondamentale perché, nei contesti di gruppo, nessun’altra persona ha l’onere e il privilegio di poter:

  • aiutare il gruppo a dialogare efficacemente.
  • far emergere e valorizzare le risorse sia del singolo che collettive.
  • supportare il gruppo per pervenire a un risultato utile.
  • mettere i partecipanti nella condizione di diventare consapevoli che sono artefici della realizzazione degli obiettivi prefissati.
  • gestire anche i naturali momenti di negatività, stallo o inconcludenza, per trasformarli in situazioni virtuose.

Oltre agli strumenti materiali e a quelli metodologici, per facilitare ci vogliono diverse capacità allo stesso tempo. Osservazione, ascolto, sensibilità, presenza reale, trasparenza, flessibilità e fermezza.

E come spiega da anni Jay Vogt, ci vuole anche arte.

Rigenerazione delle comunità reali

L’importanza della facilitazione si riscontra anche al livello più ampio delle comunità. Esistono quartieri di città dove sono stati avviati processi partecipati, che permettono di trovare soluzioni innovative e di cambiamento.

In Italia una delle realtà più effervescenti si chiama Comunitazione. Un’organizzazione no profit che, in Puglia, aiuta le comunità locali a disegnare e strutturare reali processi tramite incontri, progettazione condivisa, creazione di momenti di aggregazione, azioni partecipate a vantaggio della collettività. Il tutto con una missione molto determinata: ri-creare il senso di comunità, di responsabilità civile e di appartenenza delle persone.

Disimparare e inventarsi un lavoro

E sul versante dell’invenzione professionale, emergono opportunità in questo senso. Quella del facilitatore è una professione che si va sempre più affermando, anche in Italia. Troviamo esempi in eventi ed esperienze di progettazione partecipata (rigenerazione urbana, realizzazione di opere, ecc.), come anche in aziende o associazioni che ne hanno bisogno per gestire i gruppi di lavoro.

Ancora una volta, per anticipare i tempi, risulta indispensabile osservare, pensare e anche disimparare. Non rimanere fissi su quello che che abbiamo conosciuto finora.

Qualche anno fa, in questo senso, ho ricevuto un grande “insegnamento al contrario”.

Mentre  mi addentravo – in via teorica e pratica – alla facilitazione di dinamiche di gruppo, feci una timida confessione a una persona che stava gestendo un progetto. Le dissi “Secondo me, nel contesto in cui state operando, c’è una lacuna evidente di facilitazione. La sua risposta fu: “No grazie, non abbiamo bisogno di facilitazione. Tra di noi andiamo già d’accordo”.

Allora forse ha ragione mio nonno: dovremmo ripartire da un’umiltà di fondo. Un’umiltà che ci ricordi quanto siamo fisiologicamente ignoranti e, al tempo stesso, quante occasioni abbiamo per scorgere dettagli importanti di evoluzione sistemica.

Continua a leggere

Trending

Purpletude è l'attitudine a pensare in modo diverso. E provare a fare qualcosa di diverso. Sei dei nostri?

Condividi
Tweet
Condividi