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La disperazione non fa curriculum (neanche su LinkedIn)

Cercare lavoro come fosse fare l’autostop non è una strategia.

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A 21 anni, a due esami dalla laurea ho abbandonato.

Ero lanciato verso una brillante carriera accademica ma ho preferito fare altro.

Tipo fare una famiglia, oggi ho due figli di 6 e 4 anni, e fare esperienza sul campo.

Di leggere cose sui libri mi ero stancato o meglio mi ero stancato del fatto che qualcuno dovesse dirmi se avevo letto bene o male.

Negli ultimi 5 anni ad esempio ho studiato tantissimo, ho letto centinaia di libri, migliaia di articoli ma in modo diverso.

Ho scelto io cosa portarmi dietro e preso in ognuno ciò che pensavo mi servisse oppure mi è rimasto qualcosa in modo arbitrario e va bene uguale.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che nonostante mia madre continui a disperarsi perché non mi sia laureato, beh io un lavoro ce l’ho. Trovo abbastanza facilmente anche persone che mi pagano per fare ciò che mi piace.

Ma non è neanche questo, non ho alcuna intenzione di dirti quanto sono bello, bravo e felice. (tra l’altro a volte lo sono altre no! Come tutti).

Però ci sono alcune cose che non riesco a capire e cose che non capisco come possano non essere chiare.

Una su tutte: chi non riesce a trovare lavoro. E chi pensa che così li stia aiutando.

Vorrei che qualcuno ci pensasse con me, chi sta cercando lavoro disperatamente e chi senza fare nulla di concreto pensa di aiutarli, tanto non costa nulla.

Mi piacerebbe dirlo una volta per tutte.

La disperazione non fa curriculum

 “ Ho due figli, ho perso il lavoro, sono disperato. Sono disposto a tutto”

Non è che io sia insensibile o che non sappia quanto è difficile campare. E’ solo che dovrebbe essere chiaro che una cosa del genere non funziona.

Di gente disperata e difficoltà ne abbiamo a iosa.

Anziani e giovani che rovistano nei cassonetti, extracomunitari e non che camminano con cartelli simili in mezzo alla strada.

Mi dispiace ma giuro non ho creato io il mercato.

Ma la vera cosa sulla quale riflettere è:

“ ma chi se lo prende un tizio che ammette il fallimento?”

Io non lo farei. Fossi ricco credo gli staccherei un bell’assegno ma di portarlo nella mia azienda non ci penserei neanche.

Il ragionamento è più o meno questo, piaccia o no, si faccia finta di niente o no:

“ se hai fallito nella tua vita > non ti voglio nella mia azienda.”

Sono cattivo? No. Sono realista.

Una ricerca di Hbr.org ha dimostrato che esternare le proprie difficoltà inficia la percezione della tua persona.

Non che ci volesse un genio a capirlo ma è così.

In altre parole, ogni giorno, su questa piattaforma per il “lavoro”, tantissime persone, volontariamente si appiccicano una lettera scarlatta 2.o.

Sopra c’è scritto SFIGATO – STARE ALLA LARGA

Non dirmi più come sei bravo a suonare. Suona Cazzo

Robert Rose ha pronunciato la definizione più originale ed azzeccata del content marketing. E ha un senso anche in questo discorso.

IL MARKETING TRADIZIONALE È DIRE AL MONDO CHE SEI UNA ROCK STAR. IL CONTENT MARKETING È FARGLIELO VEDERE.

Non è niente di rivoluzionario. E’ sempre stata così la situazione.

Vedo gente esperta e pluridecorata (laureata) in marketing e materie affini, che si mette in vetrina al grido di “Xfavore vorrei fare esperienza” o si lamenta più o meno sottovoce che nessuno se li fila.

Ma uno esperto di marketing non dovrebbe essere bravo a vendersi?

Boh!? Forse sono io che sono strano.

Stesso discorso in altri campi.

Anche se non ho esperienza nel campo e non conosco le dinamiche di chi assume non credo siano in cerca di gente in difficoltà.

Aveva ragione Cialdini

E’ un po’ come quella storia dell’anello al dito.

Quando ti sposi o ti impegni seriamente sembra che tutte siano in fila per dartela. E pensi quando rincorrevi e ti beccavi sempre o quasi un 2 di picche.

Ok è malvagio ma è così.

Se ancora nessuno ha creduto in Te e tu ti metti persino ad urlarlo ai 4 venti è questo che succede.

NON TE LO DA’ NESSUNO UN LAVORO

Probabilmente appena vieni assunto avrai qualche occasione.

Come dico spesso, è il cane che si morde la coda e noi siamo il cane e la coda.

LinkedIn non è facebook ma nemmeno Subito.it

Un chiarimento necessario.

LinkedIn è, come dice LinkedIn, la rete professionale più grande del mondo. Non è affatto il social che ti fa trovare lavoro.

E lavoro è una parola troppo vaga.

Se hai determinate competenze, direi medio/alte ok. Puoi sicuramente entrare in contatto con le persone giuste, farti notare, avere occasioni e tutte le cose più belle del mondo. (approcciandoti nel modo giusto).

(ho scoperto da poco ad esempio che Marcello Albergoni, country manager Linkedin per l’Italia ha trovato lavoro grazie a Linkedin.

Precisazione però: oltre a determinate competenze, non stava affatto cercando un lavoro. Ce l’aveva già! )

Ma se cerchi un lavoro di manovalanza, vuoi fare segreteria presso il supermercato, il guardiano al museo, è un’altra storia.

Massimo rispetto per tutti, ogni lavoro è dignitoso ma semplicemente non è in questo social che rientrano queste situazioni.

Per quello c’è subito, bakeca, trovalavoro e chissà quanti altri siti ed agenzie specializzate.

Se cerchi qui ovvio che fai un buco nell’acqua.

3 consigli a costo zero per chi cerca lavoro (vale anche per freelance ed aziende)

O se vuoi aiutare qualcuno che lo sta cercando, che si sputtana su Linkedin, diglielo. Non condividere che gli fai solo del male.

1)   Mettiti con quelli meglio di Te

Questo me lo disse un mio amico, titolare di una pizzeria, qualche anno fa, quando mi girava tutto storto.

Se vuoi fare qualcosa di buono > circondati di persone che lo stanno facendo.

La cosa naturale, che viene spontanea, lo so, è invece circondarsi di altre persone in difficoltà.

Nei social, su Linkedin, la cosa si traduce in interi post negativi/disfattisti/patetici con centinaia di commenti sfigati e di persone sfigate.

Praticamente ti stai prendendo un bel mattone e te lo stai tirando di sopra dove fa più male. E sopra ce ne sono altri ed altri ancora.

2)   Chiedere aiuto è giusto. Nei social no.

Non pubblicamente. (vedi tutto il discorso sin qui fatto).

Trova persone che possono aiutarti, spiega, racconta la tua storia e chiedi se possono darti una mano o conoscono qualcuno che lo possa fare.

Hai due grandi vantaggi:

1)   Puoi farlo con tot persone senza che quasi mai nessuno sappia che lo hai fatto con un altro.

2)   Fai sentire importante una persona ed è anche possibile che la cosa lo gratifichi e ti aiuti davvero.

3)   Sii sincero o apri gli occhi

Questo consiglio in realtà è anche il problema.

Vale per chi cerca un lavoro ma anche per chi cerca lavoro, penso ad aziende e professionisti appena arrivati sul web o su LinkedIn e che non gliela fanno.

Perché? Semplice, ci si porta dietro una mentalità da bottegaio, una mentalità vecchia.

Circa 10 anni fa quando giravo vendendo servizi strepitosi alle aziende sentivo la stessa storia.

“Il problema è che non lo sanno. Mi dicevano.

  • che ci siamo
  • che siamo bravi
  • che siamo veloci
  • che siamo meno cari
  • che gli altri li prendono in giro

Se solo lo sapessero!!!”

Cosa è successo con il web e cosa succede su LinkedIn?

Nonostante tante persone continuano a pensare che sia tutta questione di farsi trovaree far sapere non è affatto così.

Ci sono solo due cose da capire e non sono affatto complicate.

>>> Loro lo sanno.

>>> Tu non lo sai.

In altre parole:

Ti hanno trovato, ti hanno visto, ti hanno pesato. Non gli sei piaciuto. Punto.

La sfida oggi non è far sapere di cercare un lavoro o di saper fare qualcosa o di farsi trovare.

La sfida è essere la persona con la quale tutti vogliono parlare. Con la quale sarebbe bello cenare insieme. O che sarebbe bello (e vantaggioso) portare nella propria azienda.

A presto

 

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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Non dire alle persone come ti guadagni da vivere

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Le persone interagiscono con le persone.

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È successo più o meno 15 anni fa.
Ho detto che vendevo ottime sim aziendali.
Lui ha detto: “Interessante. Dicono sia un business in crescita.”
E non ha aggiunto altro.

Qualche anno dopo, ho detto che facevo siti web a buon prezzo.
“Anche questo è interessante. Sei un ragazzo in gamba e ti dai da fare”. Anche questa volta non è successo niente.
Poi ho lasciato perdere i contenitori e sono passato ai contenuti.
“Adesso scrivo cose che le persone vogliono sentire. Anche per aziende come la tua.”
E non è successo niente.

Allora insegna

Poi un giorno ho pensato di aver capito.
Un giorno tutti si sono svegliati dicendo che bisognava educare. Insegnare. Spiegare come fare.
E tutti hanno iniziato a farlo. Anche se avevano wikipedia da una parte e poca esperienza dall’altra.
Tutti sono saliti sul carrozzone.
L’ho fatto anche io.

Ho iniziato a scrivere come scrivere.
Ho iniziato a dire cosa dire.
Ho iniziato a dire cosa funzionasse nel web e in questo mondo digitale.
E solo allora ho capito. Non avevo la minima idea di come funzionasse.

È stato un momento terribile.
Sei lì che ti accorgi che vendi una cosa che avresti bisogno di comprare.

E non ti resta che fare due cose:
a) Continuare a mentire. Ma non puoi farlo a lungo se sei un pizzico sano di mente.
b) Ammetterlo.

E ho iniziato a parlare di quanto avessi paura. Di quanto fossi confuso.

Ho iniziato a dire cosa avevo voglia di fare. E che mi sarei messo in cammino anche se pieno di dubbi.
Mi sono guardato intorno e c’erano i miei bambini a tenermi compagnia. Mia mamma e qualche amico a leggermi per non farmi sentire molto solo.
E anche questo è stato terribile.

Ho scritto anche su questo. Potrei riempire un libro di tentativi e fallimenti. E di paure. Di paura di non arrivare mai.

Poi è successo

Un giorno mi ha scritto un tizio e mi ha detto “capisco come ti senti.”
Eravamo in due. E questo mi ha fatto sentire bene.

Ho raccontato anche questo. Di quanto sia bello sentire che qualcuno ti sente e sa come ti senti.
E mi ha scritto un altro tizio.
“È successo anche a me.” Mi ha detto. Anche se il contesto era completamente diverso.

Ho scritto anche di questo.
Di come a volte la tua storia non è soltanto tua. È una storia che ci si passa di mano, scambiandosi a volte anche il significato.

E poi ho iniziato a parlare di significato.
Di sfide e paure.

Ancora una volta. Ma in modo diverso.
Senza la pretesa di insegnare niente. Senza dare tante risposte ma facendo domande.
Ho messo da parte anche la pretesa che qualcuno rispondesse. Ho iniziato a parlare come se fossi da solo; anche perché a volte è vero.

Un tizio un giorno mi ha chiamato al telefono

“Mi piace ciò che dici. Avrei un lavoro per te”.
C’era da scrivere una guida su una località turistica.
C’era da fare una breve ricerca e infilare un paio di parole una dopo l’altra.
“Ti do 30 euro”.

Ho accettato.
E ho scritto anche di questo. L’ho detto in giro.
Ho detto che un tizio mi aveva chiamato e offerto un lavoro. Solo perché mi aveva visto simpatico. O forse perché gli facevo pena. Che importa.

Potrei continuare all’infinito

Ogni volta che è successo qualcosa intorno a me, o dentro di me, l’ho raccontato in giro.
Ho smesso di dire come mi guadagno da vivere.
Ho iniziato a dire dove stessi andando e come mi sentivo ogni volta.

Faccio ancora così.
A volte succede che qualcuno intraveda una destinazione comune o si senta vicino e vuole parlare con me. E poi qualcosa succede.

È più intrattenimento che educazione

Ho 34 anni, due figli, due cani. Ho scritto migliaia di articoli sul web e un libro. E quello che ho capito è che le persone non parlano con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai per guadagnarti da vivere. Le persone interagiscono con le persone.

Le persone non interagiscono con i titoli e con le competenze. Non interagiscono con quello che fai. Le persone interagiscono con le persone. Click To Tweet

Tornando al discorso di prima, riguardo a insegnare e contenuti utili, si tratta più di intrattenimento che di altro. È più arte che scienza. Più vita che strategia.

Le persone fanno affari con i loro amici. E con quelli che potrebbero diventare loro amici.
Di norma, ci si affida a qualcuno che sembra buono. O bello. O sensibile. Gli studiosi lo chiamano Halo Effect ma io preferisco dire che sia normale.

Ho un commercialista. Ho un avvocato. Un editor. Un insegnante di inglese.
Non so se siano i più bravi del settore o i più convenienti. Li ho chiamati, e poi assunti, perché mi piaceva il loro modo di dire le cose, fare le cose, pensare le cose.

La maggior parte di loro non hanno scritto guide definitive e non hanno un sito web da urlo. Mi sembravano brave persone e ad oggi sono convinto che sia davvero così.

Poi chiaramente risolvono anche i problemi. Ma questo è venuto dopo.
Altrimenti sarebbe tutto diverso.

Le informazioni non ci mancano, ne abbiamo in abbondanza.
Potremmo andare su Google e cercare sempre ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche vero che a volte lo facciamo ma, quasi sempre, non per le cose che contano davvero.
Forse se scoppi una gomma e ti serve un gommista in quel momento e in quel luogo. Ma non per un dentista. Non per chi deve operare tuo figlio. Non per chi deve aiutarti con la tua impresa o curarti la schiena.

Per questo genere di cose, ci affidiamo alle emozioni e alle sensazioni. O ai consigli di altre persone.
Ma le persone alle quali chiediamo consiglio sono di norma persone con le quali abbiamo una storia in comune. Persone che un giorno ci sono sembrate vicine, con le quali condividevamo una qualche destinazione, e ci siamo avvicinati ancora di più.
Nessuno chiede al primo che passa di consigliare una baby sitter alla quale affidare i bambini.
Nessuno si fida di chi non conosce e di chi non gli piace.

Ho scritto anche di questo. Tante volte.

E un giorno mi ha scritto un tizio.
Una lunga mail dove si diceva d’accordo e che anche lui avrebbe voluto dire queste cose e scriverle nel web. Solo che non era capace.
E io gli ho detto “perfetto. Ti aiuto io. Sono un ghostwriter” (succedeva tanti anni fa).

Che poi è quasi tutto quello che ho capito di questo mondo digitale.

Non dire alle persone come ti guadagni da vivere.

Prima viene molto altro.
Viene capire chi sei, cosa vuoi, dove stai andando.
Prima viene fare capire alle persone chi (e non cosa) sei, cosa vuoi, dove stai andando.

Oriah l’ha detto meglio.

“Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore. Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.”

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Il motore della vita e l’arte di saper uccidere

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita. Siamo costantemente in movimento.

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Una quercia ha mollato la presa! È raro, ma può accadere. Eravamo in molti abituati a pensare che quella quercia sarebbe stata per sempre aggrappata al terreno. Nessuno sa perché abbia mollato. Eppure è lì, distesa sul terreno che lei stessa ha ombreggiato per anni.

Del resto questo è il motore della vita.

Viviamo per morire e moriamo per vivere

Accettare che le due lame della cesoia si possano incontrare e un ramo si stacchi per sempre dal tronco. Accettare che le radici mollino la presa e un albero abbandoni per sempre la terra. Accettare che un addio sia per sempre. È questo il momento in cui l’essere umano prende pieno possesso delle sue libertà, quando riconosce il funzionamento del motore.

Accade che le cose finiscano o che una persona se ne vada. Può accadere, è previsto nelle regole della vita. E comportarsi come se non potesse o non dovesse accadere non semplifica la vita, ma la complica.

È un fatto che in natura la morte sia ciò che alimenta la vita e la vita sia ciò che da inizio alla morte. Si muore vivendo e si vive morendo.

Parlare di vita che viene meno, invece che di morte, è quasi sciupare tutto.
La morte, la fine, esiste e non è semplicemente un venir meno della vita. È un fatto a sé. Accade. È un fatto che può essere anche realizzato volontariamente. Anzi, ogni essere umano dovrebbe averlo realizzato almeno una volta nella vita e dovrebbe saperlo realizzare al bisogno. Saper che si è in grado di trafiggere, per decidere se è utile trafiggere.

Uccidiamo un’idea vecchia per farne nascere una nuova. Abbandoniamo una casa vecchia per abitarne una nuova. Lasciamo un lavoro per avviare una nuova vita.

L’uccisione delle idee

Scriviamo dieci titoli per poi buttarli via e lasciare spazio all’undicesimo, che forse sarà quello buono, sarà quello per cui avremo voglia di sbatterci un po’.

Eh si, perché è pura illusione che la scelta di un titolo da sviluppare, di una strada da percorrere, di una persona con cui stare sia basata sul calcolo razionale, sia un fatto corticale. Quello che sta dietro ad una scelta è sempre pura passione, è limbico. Per passione si uccide e per passione si fa nascere.

Un modo semplice per sperimentarlo è l’uccisione delle idee.

Ho fatto questo gioco pochi mesi fa con un’amica, una grande amica. Volevamo trovare un titolo per una cosa importante, una cosa che ci stava a cuore. Volevamo dare un titolo uno stato d’animo comune. Una passione comune. E alla fine quel titolo lo abbiamo trovato. Abbiamo solo dovuto buttare via abbastanza idee vecchie per farne venire fuori una nuova. È stato bellissimo uccidere idee! Ci siamo si divertiti, vero amica?

Se non lo avete mai fatto, vi consiglio di farlo almeno una volta. Prendete un foglio e scrivete la vostra migliore idea. Mi raccomando, che sia un idea quantomeno ottima. Poi prendete un pugnale (un coltello con la punta) e pugnalate questa idea. Un fendente, due fendenti, tre fendenti fino a che l’idea giaccia esangue. Scatenate su di lei la vostra ira funesta! Come fece Achille. E adesso un’altra volta… un’altra ottima idea e… dai coraggio… pugnalatela! Del resto è solo una buona idea. Nulla più!

Ci affezioniamo alle idee. Poi, le cose succedono, i momenti finiscono, le persone se ne vanno e noi non possiamo che prenderne atto. E un’idea buona non è più buona. Un buon momento non è più un buon momento.

Motori e libertà

Accettare il motore della vita è l’ultima libertà che ci rimane. E così, nell’attesa di contemplare ciò che volerà via con la prossima folata di vento, sapendo che un giorno voleremo via anche noi, potremmo anche concederci di fare un passo avanti: affrontare una piccola paura, realizzare un desiderio, allentare una tensione. Magari cominciando proprio dall’uccisione di un’idea. Così, per vedere quali altre idee si nascondono dietro di lei.

È la libertà di poter sempre fare un passo indietro o uccidere un’idea, che ci fa toccare con mano la libertà di poter sempre fare un passo avanti o creare un’idea nuova.

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